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Interviste

Jean Ehrard

Il progetto di un'enciclopedia 2

3/10/1985
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  • Professor Ehrard, in che senso possiamo dire che l'Encyclopédie segna una rottura nella storia del sapere? (1)
  • Riprendendo la terminologia che lei stesso ha usato, in che senso i rimandi possono essere considerati il segno di una mutazione «epistemologica»? (2)
  • Diderot si rendeva conto delle irregolarità interne all’Encyclopédie? (3)
  • Può farci un esempio concreto dell’interna complessità e «irregolarità» della struttura dell’Encyclopédie? (4)
  • Questi cerchi, per restare alla sua immagine, si allargano all'infinito, oppure tendono a richiudersi? (5)
  • Un'ultima domanda, professor Ehrard. Alla luce di quanto ci ha detto sinora, chi è il lettore modello, se esiste, dell'Encyclopédie? (6)

1 Professor Ehrard, in che senso possiamo dire che l'Encyclopédie segna una rottura nella storia del sapere? 

L'Encyclopédie è il luogo di una vera e propria mutazione «epistemologica»: così è da intendere, a patto di non cadere in un'interpretazione troppo semplicistica, in un'interpretazione riduttiva che dissolverebbe la specificità dell'impresa di Diderot, prima ancora che di d'Alembert. Credo che sia un errore di prospettiva storica cancellare ciò che ha di originale, di soltanto suo l'Encyclopédie, riducendola ad una formula di questo genere: ancora metafisica e già positivismo. Mi sembra che ciò che distingue l'Encyclopédie di Diderot dall'Encyclopédie méthodique sia l'impossibilità di sacrificare quell'«ancora» a quel «già» o quel «già» a quell'«ancora». L'impossibilità di attingere l'unità del sapere non implica la rinuncia alla «ricerca» di questa unità. Si tratta in ogni caso di sapere se l'ordine enciclopedico, per il quale i testi teorici di Diderot e d'Alembert esprimono come si è visto tanto rispetto, diventi poi nella loro enciclopedia, come sembrava credere un positivista ottocentesco, una mera sopravvivenza. 
Il problema si pone a maggior ragione proprio perché gli editori stessi, tra cui d'Alembert, ci hanno spiegato che anche nella loro opera l'ordine enciclopedico può soltanto essere un ordine relativo, un ordine artificiale. Ma se è così relativo, così artificiale, a cosa serve, in ultima analisi? Non sarebbe più semplice rinunciarci? O, in alternativa, optare per la soluzione negativa che d'Alembert stesso ha sviluppato abbondantemente nel discorso introduttivo, e cioè conciliare nel miglior modo possibile ordine enciclopedico e ordine alfabetico? Vorrei ricordare come quel testo si concluda su una nota pessimistica, di sfiducia: «Un solo articolo ragionato su un oggetto particolare di scienza o di arte racchiude più contenuto che tutte le divisioni o suddivisioni possibili dei termini generali». 
Da un solo articolo ragionato dell'Encyclopédie, su un tema o su un oggetto qualsiasi, apprendiamo quindi di più che dalla contemplazione dell'albero del sapere con cui si chiude il discorso introduttivo. Questo porterebbe a credere che l'ordine enciclopedico sia effettivamente una sopravvivenza, che si cela dietro la forma dell'albero enciclopedico: l'albero del sapere è un albero morto, non un albero vivente. Si è anche visto che l'unica giustificazione di questo albero del sapere risiede nella volontà di segnare definitivamente la cesura tra l'approccio enciclopedico moderno e il vecchio approccio teologico: da Bacone in poi, prevale il punto di vista dell'uomo, non quello di Dio. L'ambizione enciclopedica propriamente detta si manifesta in modo singolarmente più vivo nel dettaglio e nell'insieme degli articoli dell'Encyclopédie, in modo molto più nuovo attraverso il dizionario che nella riproposizione astratta di un albero enciclopedico in fondo così lontano dal sapere «vivo» del diciottesimo secolo. 

2 Riprendendo la terminologia che lei stesso ha usato, in che senso i rimandi possono essere considerati il segno di una mutazione «epistemologica»?

Ho già spiegato quale fosse la teoria dei rimandi contenuta nell'Encyclopédie; l'articolo 'Encyclopédie’ riprende il tema, aggiungendo numerose precisazioni. Queste precisazioni vanno in due direzioni diverse, anche se Diderot insiste essenzialmente su una, e dev'essere stata quest'insistenza a fuorviare in qualche modo i lettori moderni della sua opera. Cosa dice Diderot? Dice in sostanza questo: che i rimandi dell'Encyclopédie possono essere di ordine puramente «strategico». Può insomma trattarsi di un'astuzia dell'editore tesa a eludere la vigilanza del censore. Per professione, il censore tenta di smascherare i propositi sovversivi, pericolosi per l'ordine dello Stato o per la dottrina cristiana. Per sottrarsi a questa vigilanza, dice Diderot, l'editore dell'Encyclopédie ricorrerà a spiegazioni del tutto tradizionali là dove ci si sarebbe aspettati opinioni più tendenziose, mentre insinuerà opinioni tendenziose in una voce tradizionale, alla quale la prima rinvia, e dove non ci si aspetterebbe di trovarle. Per lungo tempo i commentatori dell'Encyclopédie (si veda, ad esempio, il vecchio, ottimo libro di Ducros, scritto all’inizio del Novecento) hanno preso questa dichiarazione di Diderot talmente alla lettera da vedere quasi in ogni passo dell'Encyclopédie astuzie di questo tipo; ciò andava di pari passo con l'idea che quest’opera fosse una «macchina da guerra». 
L'Encyclopédie è sicuramente una macchina da guerra contro il pregiudizio, la superstizione, l'ignoranza, ma credo lo sia in un senso molto più ampio e anche più ambizioso, nel senso cioè che è portatrice dei lumi della ragione. Cerchiamo di non farci trarre in inganno dall'insistenza di Diderot su questo punto, nella quale tenderei a vedere piuttosto una specie di tiro giocato ai poveri censori, inclini a cercare un machiavellismo sistematico che in realtà non esiste affatto, e con ciò stesso a smarrirsi. Se Diderot avesse veramente voluto ricorrere a stratagemmi del genere, non credo l'avrebbe dichiarato in modo tanto esplicito: avrebbe significato essere molto ingenui e molto imprudenti. Se lo proclama con tanta forza lo fa soltanto per prendersi gioco del censore e metterlo su una falsa pista. 
La seconda prospettiva che Diderot apre a proposito della funzione dei rimandi è sicuramente molto più seria e importante. I rimandi, lo sappiamo già da d'Alembert, ma anche da Chambers, sono il principio unificante del sapere enciclopedico. È attraverso i rimandi che il dizionario può ritrovare una sorta di corrispondenza con l'unità del mondo, e, al tempo stesso, è attraverso questi che esprime e dà conto dei legami fra le diverse scienze. Deve emergere in questo contesto una considerazione essenziale: ogni scienza tende a sconfinare nella altre. Diderot ci spiega che il rimando enciclopedico non rinvia solo a una parola, come accade nei dizionari linguistici, ma a qualcosa che è al di là della parola: è importante come questa prospettiva venga messa in pratica. Qui lo scarto fra teoria e pratica è assolutamente vistoso, così vistoso che Diderot stesso lo ammette già nel 1755, anno in cui viene pubblicata la voce 'Encyclopédie'. In quel testo Diderot riprende l'immagine del labirinto che abbiamo visto nascere sotto la penna di d'Alembert; questi proponeva che l'enciclopedia adottasse il punto di vista del filosofo, che si pone al di sopra del labirinto in modo da dominarlo e potersi orientare in esso con sicurezza. Diderot riprende questa metafora, ma precisa che è inutile dominare con lo sguardo il labirinto, perché anche in questo caso esso rimane inestricabile. Non è possibile allora arrampicarsi sull'albero enciclopedico per dominare il labirinto del sapere: questo è un punto di vista falso. Il disincanto di Diderot è d'altronde lo stesso del lettore moderno. 
Lo studioso tedesco Wolfgang Schneider, dell'Università di Colonia, ha studiato sistematicamente i rimandi dell'Encyclopédie utilizzando il computer. Schneider ci ha offerto una dimostrazione molto precisa, in primo luogo del fatto che numerosi articoli dell'Encyclopédie non contengono rimandi, e che quindi l'uso di questi ultimi non è poi così sistematico come si potrebbe credere in base alla teoria di Diderot e d'Alembert. In secondo luogo, rileva che alcuni articoli contengono un numero sorprendentemente alto di rimandi. Tra questi due estremi, l'uso del rimando si rivela quindi particolarmente fantasiosa, arbitraria e forse dipende dall'estro dei redattori. In terzo luogo, alcuni rimandi aprono, semplicemente, finestre cieche ovvero rinviano ad articoli che non esistono: ciò è singolarmente fuorviante per il lettore coscienzioso. Infine, esiste almeno un'ultima categoria di rimandi fuorvianti, rimandi che sono approssimativi, o inesatti, oppure talmente vaghi che il lettore non riesce assolutamente un chiaro filo d’indagine. Queste osservazioni, che poggiano su un'indagine minuziosa e informatizzata dell'Encyclopédie, conduceva l'autore dello studio a concludere severamente che, sotto il profilo della tecnica editoriale, l'Encyclopédie di Diderot è considerevolmente inferiore alla Cyclopaedia di Chambers. Ritroviamo allora, rovesciata, la battuta di Diderot su Chambers: mentre Diderot diceva che l’opera del suo predecessore era regolare, ma superficiale, Schneider tende a pensare che quella di Diderot sia indubbiamente piena e ricca, ma troppo irregolare. 

3 Diderot si rendeva conto delle irregolarità interne all’Encyclopédie?

Sì, tanto da fornirne una spiegazione nell'articolo 'Encyclopédie'. È una spiegazione circostanziata, congetturale: l'editore, dice Diderot, e non si può dargli torto, non ha potuto avere sottomano tutto il testo contemporaneamente. Era già vero per i primi volumi, e lo era tanto più per quelli apparsi solo nel 1765, dopo una lunga interruzione nella pubblicazione. Non sottovaluto l'importanza e la validità della spiegazione fornita da Diderot, ma mi domando se questo «fiasco» - metto la parola fra virgolette, perché non lo considero tale - non si sia verificato, più che per circostanze «redazionali», che gli editori non sono stati in grado di padroneggiare, per la natura stessa delle cose, per la natura del rapporto fra l'uomo e l'universo quale lo postula l'impresa enciclopedica. Paradossalmente, la discontinuità dell'alfabeto, corretta molto parzialmente dalla prassi dei rimandi, postulerebbe l'unità e la continuità del reale, un reale però talmente ricco nella continuità delle sue sfumature e dei suoi legami interni che lo spirito umano non potrà mai avere su di esso che una presa estremamente parziale e discontinua. 
L'enciclopedista, e con lui il lettore dell'Encyclopédie, fanno la stessa fine di Jacques il Fatalista. All'inizio del romanzo, Jacques è stato per qualche tempo separato dal suo padrone ed è incappato in alcune disavventure. Quando ritrova il suo padrone, questi, sempre avido di aneddoti, gli chiede di spiegargli che cosa è successo, ma lo esorta a essere breve. In sostanza, gli dice di attenersi ai fatti, e Jacques - la citazione non è letterale - gli risponde: «Attieniti ai fatti... Facile, per voi!». Per il padrone, che è uno spirito superficiale, raccontare i fatti, senza commenti, è facile, ma Jacques, che grazie al suo primo padrone, il capitano, si è formato una sensibilità acuta, da vero filosofo, conosce intuitivamente la complessità del reale, la difficoltà di distinguere un avvenimento, un comportamento, e di tradurlo in un linguaggio chiaro e univoco. Ebbene l'enciclopedista, l'uomo dell'Encyclopédie, si pone davanti alla sua opera come Jacques davanti agli avvenimenti che vive e che è incapace - avendo però consapevolezza della sua incapacità - di riassumere nella narrazione chiara pretesa dal suo padrone. 

4 Può farci un esempio concreto dell’interna complessità e «irregolarità» della struttura dell’Encyclopédie? 

La serie di articoli dedicati al problema della «festa» può costituire un esempio significativo. Nella tavola che al riguardo ho ricostruito, importante risulta la disposizione generale degli elementi che la compongono: osservandola si ha una forte impressione di complessità, se non addirittura di confusione. In questa tavola si può vedere una parte centrale, un rettangolo centrale che comprende esattamente 23 titoli di altrettante voci, tutte quelle che riguardano la «festa». Qui va notata una differenza importante fra L'Encyclopédie di Diderot e le enciclopedie attuali, quali ad esempio, in Francia, l'Encyclopédie universalis. Quest'ultima è un'enciclopedia che vorrebbe essere rigorosamente strutturata; se si cerca la voce 'Festa' o 'Lavoro', si trova un lungo articolo introduttivo, cui seguono le sue suddivisioni in diversi capitoli. Nell'Encyclopédie di Diderot le cose non sono così ordinate in quanto tutto è accorpato nella stessa voce. Non abbiamo un articolo 'Festa' suddiviso in 23 articoli interni, ma 23 articoli giustapposti di lunghezza disuguale, alcuni dei quali occupano qualche colonna, altri solo poche righe. Questi 23 articoli minori, che tuttavia formano un insieme coerente, comportano, almeno in molti casi, un certo numero di rimandi. Seguendo la struttura a stella dell'Encyclopédie, si parte allora da un insieme definito di voci che si sviluppa di rinvio in rinvio, di serie di rimandi in serie di rimandi. Dai 23 articoli iniziali passo alla prima serie di rimandi, che conta una quarantina di articoli. Con lo stesso principio seguo i rimandi che dagli articoli di questo secondo gruppo rinviano a un terzo e a una seconda serie di rimandi, che conta non meno di ottanta articoli. Ad esempio, nella tavola, in alto a destra, compaiono i giochi nell'antichità; sull'argomento in realtà esistono circa 35 voci e così il cerchio si allarga. È vero che passando alla serie successiva di rimandi il numero di questi ultimi sembra decrescere; gli articoli 'Lustre', 'Lustral, Roi du Festin' e così via - sono circa una trentina. 
Questa riduzione del campo, che potrebbe dare l'impressione che il cerchio si stringa, è tuttavia molto ingannevole. La realtà è che più ci si allontana dal nocciolo centrale, dal gruppo originale, più vediamo moltiplicarsi quelli che potremmo chiamare i «rimandi impliciti». Diderot e d'Alembert avevano avvertito, d'altronde, che oltre ai rimandi espliciti ce n'erano altri che non era stato necessario dare esplicitamente, tanto sarebbero stati evidenti per il lettore. In realtà dobbiamo sovrapporre alla rete visibile delle relazioni esplicite, la rete nascosta di quelle implicite. La tavola che si ha sotto gli occhi è quindi, nella struttura concreta dell'Encyclopédie, molto più complicata se si tiene conto dei rimandi interni a insiemi che non ho rappresentato. Utilizzando la tavola di materie o lasciandosi semplicemente guidare dall'istinto, da una certa logica di sviluppo del pensiero, incontriamo ad esempio alcuni articoli direttamente collegati al tema della festa e che non compaiono nella mia tavola, ma sono a volte molto importanti, come 'Mère Folle', 'Natale', 'Natività', 'Circoncisione', 'Epifania', 'Jeux Néroniens', 'Nozze'. 
Lo stesso discorso vale per voci come 'Ampolla' o 'Scrofolosi', che ci portano molto lontano dalle feste ordinarie, nel campo della storia di Francia e nel grande mito della regalità francese e inglese, del quale l'Encyclopédie si prende garbatamente gioco. Ai re di Francia e d'Inghilterra, com'è noto, veniva attribuito il potere taumaturgico di guarire le scrofole, toccandole il giorno della consacrazione, dopo essere stati unti dal liquido della sacra ampolla. Dal tema delle feste si passa quindi, attraverso un movimento del pensiero che assume il carattere della necessità, a quello delle scrofole ; attraverso un movimento ugualmente necessario, si passa dal tema della festa al grande problema politico riguardante la figura del legislatore. La voce 'Législateur', pur essendo di particolare importanza per il problema della festa e per la posizione degli enciclopedisti su questo problema, non è oggetto di un richiamo o di un rimando esplicito nella tavola dove, d'altronde, mi sono limitato alla quarta serie di rimandi, anche se, evidentemente, avrei potuto spingermi oltre. Si può arrivare infatti alla quinta, o alla sesta serie, e per quanto riguarda i rimandi impliciti ancora più avanti: il cerchio delle conoscenze tende ad ampliarsi indefinitamente. L'immagine più immediata è quella dei cerchi concentrici disegnati da un oggetto che cade nell’acqua. 

5 Questi cerchi, per restare alla sua immagine, si allargano all'infinito, oppure tendono a richiudersi?

Fino a qualche anno fa credevo, un po' ingenuamente, che se avessi potuto proseguire la ricerca fino alla sua conclusione, avrei effettivamente visto il cerchio richiudersi e mi sarei quindi ritrovato al punto di partenza. Oggi, dopo una riflessione più ampia, e soprattutto dopo ulteriori ricerche su altre voci dell'Encyclopédie, ho raggiunto la certezza - che per essere assoluta richiederebbe un'indagine più sistematica di quella cui può dedicarsi un solo studioso - che il cerchio non si chiuda mai e che l'Encyclopédie non abbia una struttura circolare. L'estrema complessità dell'approccio filosofico, l'abbondanza, la moltitudine delle ramificazioni in cui si suddivide, fa sì che a chi esplori l'Encyclopédie non vengano in soccorso immagini migliori di quella di un labirinto inestricabile, che è poi la stessa di Diderot. Vorrei insistere però ancora su un altro punto, che separa in modo più evidente l'Encyclopédie di Diderot dall'Encyclopédie méthodique di Pancoucke: l'impossibilità assoluta, qui, di chiudersi in una disciplina o in un gruppo di discipline contigue, di chiudersi un una sorta di dizionario specialistico che può essere estratto solo a fatica da quel dizionario polivalente che è l'Encyclopédie. 
Limitiamoci a considerare le discipline in gioco nei differenti cerchi del sapere enciclopedico che riguardano la 'festa'. Queste discipline sono diversissime tra loro; fin dall'inizio, i 23 articoli del nucleo centrale appartengono ad almeno otto discipline inventariate dall'Encyclopédie stessa: 'Storia antica', 'Storia ecclesiastica', 'Storia moderna', 'Cronologia', 'Teologia', 'Giurisprudenza', 'Belle arti' e 'Opera'. Se passiamo al secondo cerchio, abbiamo prima serie di rimandi. Qui si incontrano almeno sette discipline supplementari - senza contare, naturalmente, che ricompaiono alcune di quelle precedenti -, 'Antichità greca e romana', 'Critica sacra', 'Filosofia', 'Morale', 'Pittura', 'Calendario romano', 'Storia sacra'; la realtà è anche più complessa, dato che alcune categorie utilizzate dagli enciclopedisti si elidono a vicenda. Ad esempio, il 'Calendario romano' compare come disciplina autonoma, ma può essere considerato anche una semplice suddivisione della 'Cronologia', che abbiamo incontrato nella prima serie, o della 'Storia romana', che a sua volta si può considerare una branca della 'Storia antica', la quale compare fin dall'inizio. In questo senso parlo di un minimo di sette nuove discipline. 
Nella seconda serie di rimandi ci si imbatte in un'altra decina di discipline supplementari: 'Medicina', 'Economia animale', 'Mitologia', 'Diritto naturale', 'Commercio e politica', 'Astronomia', 'Musica', 'Giochi scenici dei Romani', 'Architettura', 'Lettere'. L'elenco potrebbe continuare. Leggere l'Encyclopédie non significa quindi in alcun modo chiudersi in una disciplina, e neppure in un insieme di discipline apparentemente contigue. Che rapporto immediato potremmo trovare tra l''Opera' e l''Economia animale'? Studiando il tema della festa ci imbattiamo prima nell'una e poi, necessariamente, nell'altra. Leggere attentamente l'Encyclopédie, significa quindi non chiederle altro che ciò che vuole offrire, mentre percorrendo l'Encyclopédie méthodique bisogna lasciarsi trasportare gradualmente attraverso quella rete multidisciplinare in cui si suddivide e si ramifica ogni oggetto di conoscenza. 

6 Un'ultima domanda, professor Ehrard. Alla luce di quanto ci ha detto sinora, chi è il lettore modello, se esiste, dell'Encyclopédie? 

Certo non lo studioso da tavolino di un tempo, ma neppure l'uomo indaffarato delll’800 e del ‘900 ovvero colui che è semplicemente alla ricerca di un'informazione circoscritta e immediatamente utilizzabile, e per ciò stesso separabile da tutte le altre. Il buon lettore dell'Encyclopédie non è neppure il dogmatico di un tempo, quello che riteneva possibile, di rimando in rimando, la ricostituzione di un sapere perfettamente unificato. Non è il lettore di Chambers, dato che per l'Encyclopédie di Diderot non esiste un sapere unico, preesistente allo smembramento della successione alfabetica. Il buon lettore dell'Encyclopédie - come lo era, secondo me, Diderot stesso - è colui che è animato da una doppia certezza: da una parte, la certezza che la totalità in quanto tale non sia conoscibile, accessibile e, dall'altra, come sostiene con tanta sicurezza il Diderot filosofo, la certezza che senza l'idea del «tutto» non si costituisce la filosofia. 
Una certezza doppia e contraddittoria dunque ci impedisce di concordare con un autorevole commentatore contemporaneo dell'Encyclopédie, Georges Belrecassa, che in uno studio del 1984 afferma che l'Encyclopédie di Diderot segnerebbe la rinuncia definitiva a ogni totalizzazione del sapere. A mio giudizio, ciò è in parte vero e in parte non vero. È vero perché Diderot, come il suo eroe Jacques, è convinto che il sapere unificato sia inaccessibile, ma che lo sia proprio in quanto costituisce una sorta di orizzonte necessario del pensiero, e di ogni ricerca, con quella caratteristica ben nota di ogni orizzonte, di allontanarsi via che a noi sembra di averlo ormai raggiunto. Credo sia proprio questa la specificità, la tensione interna che segna la vita profonda dell'Encyclopédie di Diderot e di tutta la ricerca filosofica del Settecento, in pieno accordo con quella visione del mondo che comincia a manifestarsi intorno al 1755, e che sarà sempre più quella di Diderot stesso. Egli sappiamo - del resto, ce lo dice proprio lui - che si considerava, almeno quanto Jean-Jacques Rousseau, un «uomo di paradossi»; Diderot ha pur sempre scritto il Paradosso dell'Attore, che forse però non è, da questo punto di vista, il suo capolavoro. Il suo vero capolavoro, in fatto di paradossi, consiste invece nell'aver diretto, scritto e pubblicato un'enciclopedia che, nella sua stessa essenza, era un'enciclopedia “impossibile”.


Biografia di Jean Ehrard

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