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Interviste

Vittorio Hösle

Introduzione a Spinoza

28/2/1994
Documenti correlati

  • Alcuni tratti essenziali della vita e del pensiero di Spinoza (1)
  • Che cos'è il Dio di Spinoza? (2)
  • Qual è la differenza tra la concezione cartesiana e quella di Spinoza della sostanza? (3)
  • Con la sua Ethica, Spinoza intende colmare un vuoto che c'era nella filosofia di Cartesio e nella filosofia pratica; perché ricorre a questa dimostrazione more geometrico dell'etica, e quali sono i fondamenti di questa etica? (4)
  • La libertà si configura in Spinoza come "coscienza della necessità": che ruolo svolge invece, nel campo una teoria etica degli affetti, il principio dell’autoconservazione? (5)
  • Quali sono le conseguenze e le prospettive dell'etica di Spinoza? (6)
  •   Quali sono le idee politiche fondamentali del Trattato? (7)

 

Professor Hösle, ci può descrivere alcuni tratti essenziali della vita e del pensiero di Spinoza?

Voglio dire innanzitutto che non credo che la vita di un filosofo sia essenziale per capire la sua filosofia. Sappiamo che Spinoza ha lavorato raffinando lenti e che non ha accettato una chiamata come professore all'Università di Heidelberg, proprio perché temeva che nel mondo accademico non avrebbe avuto la libertà di sviluppare il suo pensiero, libertà che aveva vivendo modestamente con un lavoro manuale. Non soltanto rifiutò una posizione ufficiale come impiegato di uno Stato, ma fu anche una delle prime persone del mondo moderno che visse senza essere membro di una Chiesa, perché a ventiquattro anni fu scomunicato dalla sinagoga ebraica. Queste vicende mettono in luce una caratteristica essenziale della personalità di Spinoza: un anelito profondo di libertà e di indipendenza. Questo si mostra, da una parte, nel suo distacco dai legami religiosi e politici del proprio tempo e, dall'altra, nella spregiudicatezza del suo pensiero, il quale ha dato scandalo non solo presso i suoi contemporanei. Fino al tardo Settecento infatti il nome di Spinoza è stato considerato un anatema da una forte corrente di pensatori influenzati da motivi religiosi.

Per quanto riguarda il suo pensiero, si può dire che Spinoza sia il primo pensatore moderno che riesce a sviluppare una filosofia originale rispetto a Cartesio. Evidentemente l'impatto di Cartesio sulla filosofia moderna è stato tale che nessuno ha potuto sottrarsi alla sua influenza; quelli che lo hanno ignorato sono rimasti degli epigoni della scolastica medioevale. I molti scolari di Cartesio hanno elaborato il sistema, hanno posto alcuni problemi, che lo avevano tormentato, in maniera più precisa, ma non hanno abbandonato la struttura della filosofia cartesiana. Spinoza è il primo cartesiano che veramente riconcepisce la problematica della filosofia in maniera radicale pur partendo dai problemi che Cartesio ha posto. La prima opera che Spinoza ha pubblicato - in realtà l'unica opera che è stata pubblicata sotto il suo nome durante la sua vita - è proprio un insieme di annotazioni ai principi della filosofia di Cartesio, Renati Des Cartes principiorum philosophiae Pars I et II more geometrico demonstratae, un commento alla filosofia cartesiana.

Spinoza rimane fedele al programma cartesiano rispetto ad un elemento centrale: è che anche lui vuole fondare tutte le verità filosofiche sulla ragione senza richiamarsi ad alcuna autorità. Al di là di questo aspetto però, i contenuti della filosofia di Spinoza si distinguono in vari punti da quella di Cartesio. Il primo punto essenziale si vede dal titolo della sua opera principale: Ethica more geometrico demonstrata. Spinoza, al contrario di Cartesio, scrive un'etica, anche se, come vedremo, il contenuto di quest'opera non è solo la filosofia pratica e anzi il primo libro di quest'etica è una metafisica tra le più elaborate e complesse nella storia della filosofia. Lo scopo di questo libro è comunque etico: Spinoza vuole cioè spiegare come gli uomini si comportano o si devono comportare, mentre Cartesio aveva sviluppato soltanto una morale provvisoria e non era riuscito a elaborare un'etica compiuta.

Un'altra differenza teorica fondamentale tra Spinoza e Cartesio è la scelta spinoziana del monismo; Cartesio ha invece concepito tre sostanze: Dio, la res cogitans e la res extensa. Spinoza è convinto che può esserci soltanto un'unica sostanza e compie perciò il primo grande tentativo del mondo moderno di superare i dualismi tipici della filosofia moderna. Spinoza tenta di superare il dualismo di anima e corpo tipico di Cartesio, come poi, più tardi, Hegel e l'idealismo tedesco tenteranno di superare la separazione tra ragione teoretica e ragione pratica, tra "essere" e "dover essere", tipico della filosofia di Kant. La conseguenza di questo desiderio di unità di Spinoza è che la sua teoria del rapporto corpo-anima, nonostante sia influenzata dalla scoperta cartesiana che gli stati della coscienza non possono essere spiegati in termini materialistici, rigetta la soluzione interazionista. Quando parliamo di dualismo di corpo e anima si può intendere questo concetto in senso lato ed in senso stretto. In senso lato, naturalmente anche Spinoza è dualista, poiché rimane comunque convinto che l'anima e il corpo appartengano a due sfere diverse e che non sia possibile riferire qualità del mondo corporeo al mondo psichico e viceversa. Cartesio non era solo dualista in questo senso, ma affermava anche l'esistenza di un'interazione tra corpo e anima. Spinoza non può accettare questa idea; ritiene infatti che l'interazionismo sia falso perché non è compatibile con i principi di conservazione che la fisica post-cartesiana aveva sviluppato.

Secondo Spinoza infatti, proprio perché res cogitans e res extensa sono così eterogenee, non possono interagire. Già il concetto di "interazione" presuppone qualcosa di comune; possiamo dire che un corpo interagisce con un altro, ma se non c'è niente di comune tra la res cogitans e la res extensa, proprio come aveva insegnato Cartesio, non può esserci interazione tra le due. Perciò uno degli obiettivi più ardui di Spinoza è proprio il superamento dell'interazionismo e quindi la configurazione di una teoria, che deve rimanere dualista, nel senso ampio della parola, cioè insistere cioè sul fatto che res cogitans e res extensa non possano essere predicati l'una dell'altra, ma che non sia stricto sensu dualista, ovvero interazionista.

 

E che cos'è il Dio di Spinoza?

Questo è sicuramente uno dei problemi più grandi della filosofia spinoziana. Il Dio di Spinoza ha scandalizzato le persone pie del suo tempo. Si è detto spesso che Spinoza è in verità un "criptoateista". Ciò contrasta con l'altra critica che a lui fu mossa, quella di essere un panteista. Nella prima accusa si considera troppo marginale la presenza di Dio nella metafisica di Spinoza, mentre nella seconda la si ritiene, in senso negativo, onnicomprensiva: credo che entrambe questa critiche non siano completamente corrette. Per Spinoza, da un lato, Dio è la natura, Deus sive natura; non si può dire però che Spinoza consideri anzitutto la natura come struttura fondamentale, e la identifichi successivamente con Dio. Spinoza parte da un concetto di Dio che non è così alieno dalla tradizione, ma scopre poi che questo concetto porta alla negazione della trascendenza di Dio rispetto al mondo: per questo motivo tenta di spiegarlo in maniera più profonda.

Cartesio, tra le varie prove dell'esistenza di Dio che aveva sviluppato nelle Meditazioni, aveva anche accettato la prova ontologica che, come sappiamo, fu elaborata la prima volta da Anselmo di Canterbury. Spinoza accetta la prova ontologica e, a differenza di Cartesio, che all'inizio della sua filosofia mette il cogito dell'io finito, considera proprio la prova ontologica dell’esistenza necessaria di Dio, come il fondamento di tutto. In questo contesto Spinoza sviluppa il concetto di "causa sui"; Dio è causa di se stesso, non è fondato da nient'altro, ma fonda se stesso. Questo concetto di "causa sui" è uno dei concetti più complessi della metafisica spinoziana. È però un punto di partenza essenziale in Spinoza il riferimento ad una struttura autofondantesi, che non può essere causa trascendente della natura, ma deve esserne invece causa immanente. Causa trascendente infatti può essere solo qualcosa di finito, che al di fuori di se stesso ha un'altra cosa finita; se Dio fosse solo causa trascendente del mondo allora questo esisterebbe indipendentemente da Dio. Sarebbe cioè creato da Dio, ma avrebbe una propria autonoma sussistenza: questo per Spinoza non è possibile. Si può dire che il pathos di Spinoza, nella negazione della trascendenza di Dio rispetto al mondo, sia, in verità, espressione di una profondissima religiosità che non permette di accettare l'autonomia ontologica del mondo. Proprio perché il mondo non può avere tale autonomia rispetto a Dio, Dio diventa causa immanente e non trascendente.

 

Qual è la differenza tra la concezione cartesiana e quella di Spinoza della sostanza?

In Cartesio res cogitans e res extensa sono sostanze, e la parola "sostanza" designa "ciò che esiste in se stesso"; in Spinoza la tesi fondamentale è proprio che res cogitans e res extensa non sono sostanze. Spinoza non le chiama res, ma "attributi della sostanza". Può esistere infatti, per definizione, solo un'unica sostanza, che è una struttura autofondantesi; questa sostanza però si manifesta in diversi attributi: Spinoza crede che gli attributi della sostanza siano infiniti. In questo è molto moderno; mentre per Parmenide, la cui filosofia ha una profonda affinità con quella spinoziana, l'essere è finito, per Spinoza, che è influenzato dalla definizione, moderna, delle categorie dell'infinito, la sostanza infinita deve avere infiniti attributi. Ne conosciamo però solo due e solo di questi due si parla: anima e corpo, cogitatio e extensio. Questi attributi però si manifestano in infiniti modi; ad esempio, questa mia mano è un modo dell'attributo extensio della sostanza. Il fatto che io adesso mi concentri pensando a Spinoza, o che adesso avrei voglia di mangiare qualche cosa, è un modo dell'attributo cogitatio della sostanza. La sostanza si articola in infiniti attributi; di essi però possiamo conoscerne solo due ed ogni attributo ha infiniti modi.

Proprio in quanto l'extensio è solo uno degli infiniti attributi della sostanza, si deve dire che non è assolutamente possibile definire Spinoza un materialista, come qualcuno ha fatto. Spinoza è convinto, come Cartesio, che non si possano comunque spiegare gli atti della cogitatio, della coscienza, nei termini materialistici propri del mondo fisico: per questo motivo è del tutto scorretto definirlo un materialista. È vero però che Spinoza nega la possibilità che qualcosa di psichico sia causa di un fenomeno fisico, ed, in questo senso, è più materialista di Cartesio. D'altra parte però Spinoza nega anche la possibilità che atti psichici siano causati da qualcosa di fisico. Perciò si può dire che lui è idealista allo stesso modo che materialista, in quanto il mondo psichico è alla stessa maniera chiuso in se stesso come quello mondo fisico. Secondo Spinoza gli atti psichici possono solo essere causati da altri atti psichici e gli eventi fisici possono solo essere causati da altri eventi fisici.

Non c'è interazione tra le due diverse dimensioni, e questo è il punto essenziale: sono elementi di un'unica sostanza. Si potrebbe dire che, se i pensieri sono solo un altro aspetto di ciò che accade nel corpo, allora Spinoza è materialista; si può dire però, al tempo stesso, che ciò che adesso sta accadendo nel mio corpo è un altro aspetto del mio pensiero. Si può invertire l'ordine con lo stesso diritto e perciò, a mio giudizio, il "parallelismo" spinoziano è al di là della possibilità di una definizione in termini di materialismo o di idealismo. Il materialista direbbe che il mondo psichico è una funzione del mondo fisico, è causato da questo; l'idealista soggettivo, per esempio Fichte, al contrario, sosterrebbe invece che tutti gli eventi fisici sono in verità atti costitutivi del mondo psichico: Spinoza, in ultima analisi, esclude entrambe le possibilità. La posizione di Spinoza, e di Leibniz, di fronte alla questione posta da Cartesio del rapporto tra anima e corpo, afferma che non c'è causalità in nessuna delle due direzioni, ma la causalità è solo all'interno dei due mondi, il mondo fisico e il mondo psichico.

Esiste una differenza notevole però tra la prospettiva Spinoza e quella leibniziana; Leibniz ha infatti ha bisogno di Dio per garantire il parallelismo. Mentre nella sua metafisica il mondo fisico e il mondo psichico sono in un certo senso indipendenti l'uno dall'altro, e perciò c'è bisogno di un principio che garantisca che questi due orologi funzionino in sincronia, secondo un'"armonia prestabilita", in Spinoza invece non è necessario un terzo elemento. Questa idea presuppone infatti che i due mondi siano appunto indipendenti, mentre Spinoza ha introdotto il mondo fisico e il mondo psichico come due attributi di un'unica, identica, sostanza: Deus sive natura. La metafora dell'orologiaio che garantisce che i due orologi, anche senza l'interazione, si sviluppino in maniera indipendente, presuppone una metafisica della sostanza che non è quella di Spinoza; una metafisica che afferma che esistono sostanze indipendentemente da Dio ed è anche, se si vuole, la metafisica della sostanza di Aristotele e del tomismo.

 

Con la sua Ethica, Spinoza intende colmare un vuoto che c'era nella filosofia di Cartesio e nella filosofia pratica; perché ricorre a questa dimostrazione more geometrico dell'etica, e quali sono i fondamenti di questa etica?

Cartesio sviluppa l'etica in maniera geometrica ed evidentemente il suo modello è Euclide. Bisogna tener presente l'enorme successo del metodo assiomatico nella fondazione della fisica moderna. Spinoza, come anche Hobbes, è attratto dal metodo geometrico perché questo garantisce che, se gli assiomi sono corretti, anche i teoremi, che ne derivano, saranno tali. Naturalmente la maggior parte della dimostrazioni di Spinoza non sono corrette; presuppone infatti molto di più di quanto effettivamente dica e alcune prove sono completamente false. Però rimane notevole questo programma di tentare di basare la filosofia intera su pochi assiomi: il problema è naturalmente sapere quali assiomi siano validi. Probabilmente Spinoza direbbe che hanno un'evidenza intuitiva e non possono quindi essere dimostrati; non hanno però nemmeno bisogno di essere dimostrati in quanto hanno fondamento nella ragione umana. Un principio essenziale per Spinoza è quello della causalità. Uno dei problemi maggiori della filosofia spinoziana è l'assenza della distinzione tra causa e ragione. Una "causa" è un fatto empirico, ad esempio il fatto che la temperatura si elevi o che un corpo si estenda. La "ragione" invece non appartiene all'ordine empirico; per esempio, si può parlare della ragione per cui la somma di angoli in un triangolo è uguale a 180 gradi. Spinoza non distingue tra ragione e causa e credo che questo sia uno dei massimi limiti del suo pensiero.

Nella filosofia spinoziana abbiamo quindi una teoria del mondo psichico e una teoria del mondo fisico, ma non una teoria del mondo ideale nel quale hanno un ruolo le ragioni e non le cause. Perciò è facile criticare anche il suo concetto di causa sui che evidentemente non ha senso se davvero intendiamo con questo che un ente sia "causa di se stesso"; in questa maniera infatti, in modo contraddittorio, dovrebbe esistere - per poter essere causa della sua esistenza - prima di esistere. Il concetto può avere un senso solo se intendiamo con causa sui qualcosa come una "ragione di se stesso", che appartiene a un ordine logico, non empirico. Si può dire che in Spinoza la causa sui e il "principio della ragion sufficiente", come poi dirà Leibniz, cioè il principio secondo cui "ogni evento ha una causa", siano due aspetti della stessa cosa. La nostra ricerca di una causa non avrebbe senso, porterebbe al regresso infinito se non ci fosse una struttura che fonda se stessa; d'altra parte la struttura che fonda sé stessa deve manifestarsi nella realtà.

L'epistemologia di Spinoza è molto affascinante; la spiegazione di un evento deve andare in due direzioni: da una parte ogni evento è causato da un altro evento, e la serie dei singoli eventi che causa un evento è infinita; d'altra parte però Spinoza vede già in un certo senso, anticipando il famoso schema di Hempel e Oppenheim, che una spiegazione causale non può basarsi solo su un altro evento. Per spiegare, ad esempio, che adesso un bicchiere è rotto non basta dire che qualcuno l'ha fatto cadere, bisogna anche dire che c'è qualcosa come una legge della caduta, che si basa sulla "legge di gravitazione universale". Come dicono Hempel e Oppenheim, abbiamo bisogno di una legge generale e di un evento antecedente per spiegare causalmente un'altro evento. Spinoza, anche se non usa questa terminologia, ha una concezione molto simile e afferma che da una parte c'è una serie di eventi che è infinita e, dall'altra parte, c'è un sistema di leggi che è fondato sempre su leggi più generali. L'ultima struttura che fonda tutto è la sostanza, causa sui. Spinoza, attraverso questo modello, confugura dunque un determinismo assoluto.

Mentre Cartesio anche a causa del suo interazionismo crede ancora nella libertà del singolo individuo, Spinoza respinge come assurda l'idea della libertà. Proprio qui si pone il problema dell'etica: come può esserci un'etica se non c'è libertà? Nel tentativo di risoluzione di questa questione si rivela il genio di Spinoza. Egli è un filosofo determinista e, allo stesso tempo, dà una importanza estrema alla libertà. Per lui, infatti, la libertà consiste nell'agire in maniera razionale, e la capacità di agire in maniera razionale può essere determinata; dunque essere liberi non vuol dire agire in maniera indeterminata, ma vuol dire controllare i propri affetti basandosi sulla ragione. La ragione culmina nella comprensione dell'assoluto della causa sui; la persona che comprende l'assoluto è una persona veramente libera, anche se naturalmente la sua comprensione dell'assoluto è determinata dai singoli eventi nei quali questo si manifesta. Abbiamo questa forte tensione nel pensiero di Spinoza tra il determinismo più estremo e il pathos della libertà. L'etica di Spinoza si riduce fondamentalmente al principio di dare alla ragione la possibilità di governare gli affetti. Questo si ottiene se si ha una comprensione razionale del mondo, se si riesce a capire la necessità del tutto. Il determinista si libera dall'odio perché capisce che quelli che agiscono in maniera irresponsabile sono completamente determinati in quello che fanno; naturalmente si tenterà di limitare il danno che essi producono. Se si accetta il determinismo inoltre non si avranno più rimorsi per quello che è accaduto, perché ciò si inscrive nel quadro della necessità. L'etica spinoziana è quindi un tentativo di raggiungere la libertà dello spirito proprio accettando il determinismo come principio che fonda e struttura il mondo.

 

La libertà si configura in Spinoza come "coscienza della necessità": che ruolo svolge invece, nel campo una teoria etica degli affetti, il principio dell’autoconservazione?

Se la libertà può essere pensata come "coscienza della necessità", Spinoza, allo stesso tempo, insiste sulla necessità dell'autoconservazione. Il principio da cui parte, prima di arrivare a queste forme più elevate del comportamento umano, è proprio l'istinto di autoconservazione, il conatus essendi, che ogni organismo ha. In questo si può dire che Spinoza è molto vicino a Hobbes ed è anche molto lontano dal cristianesimo, perché nel cristianesimo l'atto supremo è quello del Dio che diventa uomo e si sacrifica sulla croce per gli altri. Tutto questo non può essere spiegato nell'ambito del razionalismo spinoziano per il quale l'autoconservazione è il principio fondamentale; questa non è un'autoconservazione in cui si tende a soddisfare tutti i propri affetti, in quanto mira invece al controllo razionale - in questo senso è libertà - degli affetti. Rispetto agli eventi inevitabili del mondo è bene assumere, per Spinoza, l'atteggiamento stoico della libertà dello spirito.

Spinoza costruisce una propria teoria degli affetti. Per spiegare i meccanismi degli affetti sviluppa una psicologia delle associazioni e analizza molti degli affetti che dominano l'uomo. Si ispira in questo programma a Le passioni dell'anima di Cartesio, sistematizzando però le passioni in una maniera che a Cartesio non era riuscita. Spesso le sue analisi sono, sotto un punto vista fenomenologico, singolari; ad esempio per ciò che riguarda l'amore o la gelosia. Ciò che Spinoza tenta di sviluppare è una sorta di "matematica delle emozioni", un meccanismo degli affetti che spiega quando si sviluppa un certo affetto o quale affetto implica un altro affetto.

 

Quali sono le conseguenze e le prospettive dell'etica di Spinoza?

L'Etica di Spinoza ha una caratteristica molto peculiare: non è un'etica normativa. Inoltre poiché l'assoluto determina tutto quello che accade, tutto quello che accade è in un certo senso "bene". Dio non ha una volontà che va al di là di ciò che accade. Spinoza nega che si possa applicare il concetto di "volontà" o di "ragione" a Dio e perciò non si può dire che il bene è ciò che Dio vuole: il bene, il giusto, è ciò che si realizza nel mondo. Spinoza rifiuta quindi il volontarismo teologico di Cartesio e ancor più quella che sarà poi la posizione di Leibniz secondo cui qualcosa è giusto indipendentemente da ciò che Dio vuole e Dio stesso vuole il giusto in quanto tale. Dobbiamo ammettere allora anche che ogni ingiustizia che accade nel mondo sia, in linea di principio, buona; sorgono perciò problemi che Spinoza ha enormi difficoltà a risolvere. Egli rifiuta anche una teleologia nella spiegazione della natura: quindi segue in questo Cartesio e si distingue da Leibniz; per Spinoza tutto ciò che accade deve essere spiegato in maniera causale. Però, polemizzando contro quelli che sviluppano una morale deontologica, afferma che non dovrebbero scrivere una morale deontologica e in questo si contraddice: questa è infatti in se stessa una proposizione deontologica.

La dimensione deontologica sembra irrinunciabile per lo spirito umano: la maggiore lacuna della metafisica spinoziana è quindi, a mio avviso, che non ci sia posto in essa per una autonomia della deontologia. In questo senso, credo che Kant sia superiore, anche se riconosco che la critica di Spinoza al deontologismo astratto parte da considerazioni giuste. Secondo lui non ha significato, per esempio, obbligarsi a fare il bene, ma bisogna amare il bene; si può dire allora che la posizione spinoziana sia superiore a un moralismo che obblighi a fare il bene per una ragione morale. Su questo punto si svolge la polemica di Spinoza contro la fondazione religiosa della morale: la maggior parte degli uomini fa il bene solo perché vuole essere poi premiata, ascendere al paradiso, e non raggiunge così il livello morale di chi prova esclusivamente una gioia interiore nel fare il bene. Rispetto alle persone che non sentono il bene, che non ricercano il bene, è necessario che, in termini kantiani, il bene sia valido indipendentemente da ciò che vogliono. Credo che, in generale, che una metafisica che nega la differenza tra "volere" e "dovere essere", tra proposizione descrittiva e proposizione normative, conduca a un fallimento nel campo dell’etica.

Per quanto concerne l'attualità dell'etica di Spinoza, questa consiste sicuramente nell'invito a tentare di analizzare il sistema dei nostri affetti e delle nostre emozioni. Un altro elemento di attualità è la consapevolezza che il moralismo deontologico può avere delle conseguenze negative e delle limitazioni, che Spinoza ci ha, in gran parte, mostrato. E un altro aspetto importante è che il determinismo può portare a una riconciliazione col mondo che il "non determinismo" non offre.

 

 Un altro libro famoso di Spinoza è il Trattato teologico-politico. Quali sono le idee politiche fondamentali del Trattato?

Il Trattato teologico-politico ha uno scopo: vuole dimostrare che la filosofia deve essere libera da oppressioni teologiche e politiche. Secondo Spinoza la libertà della filosofia non danneggia né la ragione, né la politica, e perciò deve essere permessa. La seconda parte tratta della politica; i capitoli dal XIV al XX sono una "divulgazione" delle tesi di Hobbes, in quanto questi insiste sulla sovranità dello Stato moderno, che non deve essere sottomesso alla religione, e ritiene che, in una chiara interpretazione "positivistica", lo Stato abbia ragione nel cercare di mantenere il proprio potere; ciò corrisponde anche alla negazione di una dimensione normativa dell'etica. La differenza essenziale che divide Spinoza da Hobbes consiste invece nel valore "assoluto" che il primo attribuisce alla libertà di pensiero. Mentre Hobbes vuole limitare la libertà di pensiero quando alcune sue espressioni mettono in pericolo i fondamenti dello Stato, Spinoza afferma che questa non può mai realmente danneggiare lo Stato. Evidentemente la libertà di pensiero privata non deve essere controllata da nessuno, ma nemmeno la libertà di discussione poiché, secondo lui, non rappresenta un vero pericolo per la stabilità dello Stato. Così abbiamo in Spinoza sicuramente una apertura verso l'idea della tolleranza, verso le idee liberali, sulla base però degli assiomi hobbesiani.

Il Trattato teologico-politico rappresenta una svolta nella storia dell'ermeneutica: la prima parte dell'opera costituisce un punto chiave della teoria dell'interpretazione dei testi. Uno degli obiettivi polemici di Spinoza è Maimonide, il grande filosofo ebraico, il quale, giunto attraverso la ragione, nella sua interpretazione biblica, a risultati che lo porterebbero a negare la verità della Bibbia, presenta un’interpretazione metaforica del testo sacro. Maimonide sostiene, ad esempio, che evidentemente gli autori della Bibbia, quando dicono che Dio andava a spasso nel giardino dell'Eden, usano una metafora. Tutti i testi sacri furono interpretati sullo sfondo delle categorie filosofiche e religiose che il tempo aveva acquisito.

Spinoza è il padre della filologia moderna quando afferma che non è possibile lavorare in questo modo e che bisogna veramente capire quali fossero le intenzioni delle persone che avevano scritto la Bibbia. Spinoza è poi convinto che la Bibbia non sia stata scritta da Mosé e ritiene che il Pentateuco sia stato scritto da Eszra, in un tempo molto successivo rispetto a quello di Mosè; in questo senso, egli è anche uno dei padri della critica filologica e testuale della Bibbia. Secondo Spinoza, può accadere che, interpretando la Bibbia, scopriamo che gli autori di quei testi avevano idee che non possono essere valide se presupponiamo il nostro livello di ragione. La nostra interpretazione rimane comunque filologicamente più corretta di quelle che tentano di dare un senso al testo, alterando la vera l'intenzione del loro autore. Spinoza ha fondato la filologia moderna e ha distrutto quel tipo di interpretazione, fino ad allora dominante, che non era interessata alle opinioni degli autori dei testi, ma usava queste opinioni per arrivare attraverso esse ad una verità che, in ultima istanza, doveva essere anche compatibile con la ragione umana.

Spinoza ha quindi fatto due cose, una grandiosa e una "terribile": da una parte ha fondato le scienze filologiche; anche il padre delle scienze storiche in Italia, Giambattista Vico, è stato influenzato dal Trattato teologico-politico. D’altra parte, ha distrutto la possibilità della continuità della tradizione. Quando con metodi filologici noi ci accorgiamo che alcune sentenze della Bibbia non sono corrette e che l'autore non si esprimeva in maniera allegorica, ma in maniera letterale, perché corrispondeva al sistema delle sue categorie, non ci si può più riavvicinare con ingenuità alla Bibbia continuando a far propri le sue tesi, il suo messaggio, in maniera consona ai risultati del nostro spirito, ma dobbiamo concludere che la Bibbia è sbagliata o sono sbagliate le nostre conoscenze scientifiche. L'interpretazione allegorica permette invece di interpretare i testi sacri in maniera tale da rispettare la loro autorità, ma allo stesso tempo li rende compatibili con i progressi della scienza: questa possibilità con Spinoza è venuta meno per sempre.

Intervista realizzata il 28 febbraio 1994 -  Milano, Università Cattolica

 

Abstract 

L'anelito profondo alla libertà e all'indipendenza caratterizza la personalità di Spinoza. Non a caso, Spinoza è il primo pensatore moderno che riesce a sviluppare una filosofia originale rispetto a Cartesio, pur restando come Cartesio un convinto razionalista: scrive un'Ethica, mentre Cartesio non svilupperà che una morale provvisoria, ed è monista, riconosce cioè l'esistenza di un'unica sostanza .Vittorio Hösle descrive il concetto spinoziano di "Deus sive Natura" , come unica sostanza e spiega cosa siano gli attributi e i modi della sostanza. Chiarisce perché non si possa definire Spinoza un materialista, ma perché si debba parlare semmai di parallelismo tra cogitatio ed extensio, unici due, tra gli infiniti attributi della sostanza, che noi possiamo conoscere. Tra mondo psichico e mondo fisico non vi è interazione, ma non c'è bisogno, come in Leibniz, di un terzo che garantisca l'armonia tra i due, visto che la connessione tra loro è già garantita dall'unica sostanza di cui sono attributi . Vittorio Hösle parla dell'etica di Spinoza, del perchè abbia cercato di dimostrare l'etica con il metodo geometrico e del modo in cui il suo determinismo assoluto si concili con l'etica. Spiega in cosa consista la libertà per Spinoza e descrive il rapporto tra libertà, affetti e ragione. Spiega i limiti dell'etica spinoziana che non distingue tra proposizione descrittiva e proposizione normativa e che non lascia spazio a una autonomia della deontologia .
A questo punto, passa a parlare del Trattato teologico-politico, del suo contenuto politico e dell'importanza che riveste per la storia dell'ermeneutica: con il Trattato, infatti, nasce la filologia moderna e la critica filologica e testuale della Bibbia. Vittorio Hösle spiega perché, secondo lui, Spinoza avrebbe distrutto la possibilità della continuità della tradizione .

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Biografia di Vittorio Hösle

Questa intervista è contenuta nel prodotto "I grandi pensatori del ventesimo secolo"

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