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Interviste

Renato Laurenti

Lo Stato e il cittadino nella 'Politica' di Aristotele

15/1/1991
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  • Come si colloca la Politica nel quadro delle opere di Aristotele? (1)
  • Quali sono i temi affrontati da Aristotele nella Politica ? (2)
  • Nella Politica Aristotele elabora una teoria delle costituzioni e della loro degenerazione. Ce ne può parlare? (3)
  • Che cos'è, chi è il cittadino per Aristotele? (4)
  • Qual è il fine della società secondo Aristotele? (5)

1 Come si colloca la Politica nel quadro delle opere di Aristotele?

La Politica di Aristotele, come tutte le grandi opere del Corpus aristotelicum, ad esempio la Fisica o la Metafisica, consiste in una serie di lezioni che poi sono state raccolte in otto libri, non compiute. In esse Aristotele riversa tutta la sua esperienza, un'esperienza estremamente vasta, se si pensa che era stato discepolo di Platone, e che Platone e i suoi seguaci avevano fatto della politica uno dei cardini del loro insegnamento. Non è un caso che Aristotele scrisse molto su questo tema prima di arrivare a questa che possiamo definire la sua opera fondamentale. Possiamo ricordare il Politico in due libri, del quale ci è stato conservato un frammento molto interessante da Siriano, dove si dice che il bene è la misura di tutte le cose. Si tratta di un frammento estremamente complesso, in cui i seguaci del metodo genetico vorrebbero vedere una prova della loro interpretazione aristotelica, mentre altri, come ad esempio, Düring, vi vedono un Aristotele che comincia a interpretare secondo la propria personalità certe posizioni, sia pure usando espressioni platoniche.
Dopo il Politico Aristotele scrisse molte altre opere, i cui titoli sono indicati dal catalogo di Diogene Laerzio. Fra esse si trovano delle epitomi alla Repubblica ed alle Leggi di Platone, e altre opere, di cui abbiamo però soltanto frammenti, che, in qualche modo, sono stati rifusi nella Politica.

2 Quali sono i temi affrontati da Aristotele nella Politica ?

La Politica, come ho detto, è costituita da otto libri, e non è compiuta. C'è stato qualcuno che ha voluta completarla: ricordo il tentativo di Ciriaco Strozzi, un professore di Pisa, il quale ha scritto gli ultimi due libri e li ha completati supponendo e divinando quello che Aristotele avrebbe potuto dire. Del resto il libro VIII è un libro sull'educazione, e non è quindi difficile tentare di completare quello che Aristotele aveva cominciato a dire. L'ordine degli otto libri è uno dei problemi discussi. Il primo libro è dedicato all'"economia" ovvero modo di condurre la casa, quello che i tedeschi chiamano 'Haushaltung'. È un libro che, a parere di alcuni, non avrebbe molto a che fare con la Politica vera e propria. Il secondo libro si avvicina al tema, e parla tanto delle costituzioni elaborate dai filosofi, ad esempio quelle di Platone, nelle Leggi e nella Repubblica, quanto delle costituzioni vigenti, come quella degli Spartani, dei Cretesi, dei Cartaginesi, e finisce con un breve accenno alla costituzione degli Ateniesi; gli stessi argomenti sono ripresi nella vasta raccolta di costituzioni, oggi perduta, che Aristotele curò insieme ai suoi allievi.
Il libro III affronta le questioni propriamente politiche: che cos'è il cittadino, che cos'è una costituzione, e come si possono raggruppare le costituzioni. Si comincia studiando la prima costituzione che, secondo uno degli schemi di classificazione aristotelici, è la monarchia. Lo schema che domina in questo libro è uno schema fondato sulla quantità; vale a dire che, a seconda che l'uno, i pochi, o i molti dominino, si avrà una monarchia, un'aristocrazia o una politeìa. Quando poi si verifica la degenerazione di queste tre forme, si giunge al dominio perverso dell'uno, che è la tirannide, al dominio perverso di più persone, che è l'oligarchia, e al dominio perverso dei molti, che è la democrazia. Il gruppo di libri dal IV al VI continua l'esame delle costituzioni, ma va detto che alla sua base non si trova più il primo schema di classificazione, ma un altro, fondato sulle due costituzioni fondamentali, che per Aristotele sono la democrazia e l'oligarchia.
Si è molto discusso su questa diversità degli schemi classificatori, e i pareri degli studiosi sono molto diversi. Molto probabilmente il gruppo dei libri IV-VI risponde a esigenze diverse, per cui ha Aristotele sfruttato un raggruppamento diverso. I libri VII e VIII parlano della politeìa, della polis ideale. L'ottavo, abbiamo detto, non è concluso.
Riassumendo, l'opera può essere divisa in cinque blocchi; il primo, concerne l'economia; il secondo ha carattere storico, ed è dedicato alla critica delle costituzioni vigenti o di quelle ipotizzate dai filosofi; il terzo libro si avvicina al tema, e affronta vari problemi più propriamente politici; segue il gruppo di libri IV-VI, in cui vengono commentate le varie costituzioni; si termina con il gruppo VII-VIII, che tratteggia la politeìa ideale.
Se pensiamo al concetto di unità di un'opera letteraria degli antichi, è chiaro che possiamo dire tranquillamente che la Politica presenta un ordine e un'unità. Il primo libro parla della casa: più case formano il villaggio, e più villaggi formano la polis. Quindi, anche se Aristotele aveva già inserito parte di questo materiale in altri libri, resta vero che il libro I rappresenta un avvicinamento, per così dire strutturale, all'argomento, e rientra nella Politica.
Il libro II si avvicina al tema da un punto di vista storico e quindi recensisce, abbiamo detto, le varie costituzioni. Il libro III comincia a prendere in esame due costituzioni, e continua nel quarto blocco, costituito dai libri IV-VI. La Politica termina infine con l'ultimo blocco, che parla della politeìa ideale. Quest'ordine è stato accettato o respinto, e due insigni studiosi, il von Armin e lo Jaeger, lo hanno intesto diversamente. Infatti, in alcune edizioni dell'inizio del secolo si aveva la successione di libri I-II-III-VII-VIII-IV-V-VI, perché si credeva che questo fosse l'ordine più logico. In realtà, se studiamo più a fondo tutto lo svolgimento, e teniamo soprattutto presente che la Politica è una serie di lezioni, vediamo che l'ordine tràdito è in realtà il migliore, e possiamo dire che gli studiosi recenti sono del tutto concordi su questo.
Il libro termina con la trattazione della polis ideale, e, anche qui, occorre capire che questa polis non è un qualcosa di ideale nel senso di non esistere nella realtà. Il fatto che la polis sia collocata nell'ultima parte dell'opera significa che Aristotele fa tesoro di tutto quello che ha detto, e quindi costruisce una politeìa che considera quanto di meglio le costituzioni vigenti o ideate da filosofi potessero offrire. Non solo: bisogna fare anche una considerazione filologica. Aristotele parla spesso, soprattutto nel libro VII, della politéia kat'euchèn. Lo studio della parola euché è illuminante. Euché significa "preghiera": Aristotele ha scritto un Perì euchés, cioè un De oratione, ma il termine è usato nel senso di voto ideale, desiderio, solo nel libro VII. Dunque il libro VII vuole creare la polis adatta a quel determinato tipo di cittadino che egli idealizza. Per offrire un esempio, dal punto di vista urbanistico, Aristotele consacra nella sua polis una piazza ai liberi, dove questi cittadini possono raccogliersi, parlare, discutere. Dal punto di vista politico si ha la famosa rotazione delle cariche.
Credo che la rotazione delle cariche - che è stata esaltata da tutti gli studiosi, da Jaeger a De Sanctis, fino ai più recenti, come una forma di partecipazione del cittadino alla polis, allo Stato - fosse l'unico modo che Aristotele potesse escogitare per permettere ai suoi veri cittadini di partecipare al governo dello stato. Aristotele si rifaceva in qualche modo alla costituzione di Atene, che, come sappiamo, permetteva ai suoi cittadini, ovvero a coloro che venivano riconosciuti come tali, di partecipare al governo, e di essere perlomeno per un giorno o per più giorni il capo dello stato.

3 Nella Politica Aristotele elabora una teoria delle costituzioni e della loro degenerazione. Ce ne può parlare?

Abbiamo detto che il libro III della Politica è fondato su un tipo di classificazione delle costituzioni molto comune. Troviamo un accenno a questo modello, ad esempio, in Erodoto, ed un altro in Pindaro. Esso si basa sulla quantità, a seconda che l'uno, i più, o i molti governino. Ma è chiaro che il numero di per sé non può qualificare una costituzione; per questo Aristotele accosta al numero una qualità, una virtù propria di ogni costituzione, di cui parla nella Politica.
Dunque questo primo gruppo, questo primo raggruppamento è fondato sul numero-qualità, e distingue monarchia, aristocrazia, e politeìa, accanto alle loro forme degenerate: tirannide, oligarchia, e democrazia. La discriminante fra le forme normali e quelle degradate delle costituzioni consiste nel fatto che nella prima domina la virtù. Dunque, seguendo una ispirazione socratico-platonica, questi fanno il bene di chi è governato. Quando il rapporto si rovescia, e il governante fa il proprio bene, si avranno le tre forme corrotte: nella tirannide, il monarca persegue il suo bene e non pensa più ai sudditi. I pochi, gli aristoi, i migliori, cercano di fare il proprio utile, e si ha così l'oligarchia. In terzo luogo, la politeìa diventa democrazia perché i molti, invece di fare il bene di tutti, fanno il proprio.
Questo è lo schema che domina nel libro III. Nei libri IV-VI troviamo un altro schema, fondato sulle due forme della democrazia e dell'oligarchia, che compaiano come forme deviate nel primo schema. Perché Aristotele ricorre a questo nuovo criterio? Uno dei motivi può essere il fatto che egli si rese conto che un governo in cui la virtù domini sovrana è estremamente difficile da realizzare, ed è necessario venire a patti con la virtù. In base a questo criterio egli si concentra sulla democrazia e sull'oligarchia, che non sono ovviamente forme rette, ma sono in grado di avvicinarsi alla forma retta.
Non è strano pertanto che Aristotele, proprio nel libro IV, parlando della politeìa, la terza forma retta del primo schema, affermi che si tratta di un misto, derivato da due forme deviate, e cioè dalla democrazia e dall'oligarchia. In conclusione, nel blocco di libri IV-VI, c'è una visione più umana, più comprensiva di quello che è l'atteggiamento dell'uomo verso gli altri. Ci si potrebbe chiedere come, in questi due schemi, le costituzioni si producano, si generino, derivino l'una dall'altra. Era un problema che anche Platone si era posto, risolvendolo diversamente da Aristotele.
Per Aristotele, ammessa una costituzione ottimale, tutte le altre si producono da questa in quanto perdono quella virtù essenziale che nella prima risplende nel modo più vasto; le varie forme, anche storiche, di costituzione si producono via via allontanandosi dalla prima, che è la migliore, ed è l'aristocrazia nel senso più alto; seguono la politeìa, la democrazia, l'oligarchia. In questo Aristotele non faceva altro che collegarsi alla visione antropologica che i Greci avevano del loro divenire storico. Basti ricordare Esiodo, il quale parla di una età dell'oro, nella quale gli uomini vivevano felici, pieni di tutto, non avendo bisogno di niente; poi l'età dell'oro divenne d'argento, e degenerò lentamente fino all'età del ferro, in cui il male domina. Proprio perché si rende conto della difficoltà della creazione di una politéia ideale, Aristotele ripiega su quella costituzione che, potremmo dire, è una costituzione di centro. E qui Aristotele non fa altro che appellarsi a una delle categorie più comuni del suo filosofare, il famoso tò méson, che domina l'etica e, praticamente, quasi tutti i campi del suo pensiero.
Il mesótes, è, in sede politica, quella classe di centro che, proprio per essere di centro, permette la stabilità della costituzione. E Aristotele, molto acutamente, afferma che è difficile cercare di costruire una politeìa pensando a chi possa essere fabbro, a chi possa essere architetto, a chi possa ricoprire una delle tante funzioni di cui ha bisogno la polis. Non è difficile, invece, cogliere quello che nella polis è assolutamente necessario, e cioè una classe di poveri e una classe di ricchi. Questa secondo me è una constatazione fondamentale di Aristotele, alla quale egli dovette credere con molta forza, perché la si ritrova oltre che in altre opere, soprattutto nella Costituzione degli Ateniesi.
Anche in Atene c'era una classe di poveri e una classe di ricchi, e Aristotele scrive che se i ricchi fossero intelligenti aiuterebbero i poveri, non certo per spirito altruistico, ma per motivi strettamente economici e politici, perché una classe media, che è formata quindi di medi ricchi o - che è lo stesso - di medi poveri, è la classe che garantisce alla costituzione una vita sicura. Aristotele ritiene dunque indispensabile una divisione fra poveri e ricchi, ma vuole che non sia esasperata, e vuole che entrambe concordino su un piano che è quello del ceto medio, che costituisce la base, il méson, della costituzione. Questo è quanto il legislatore deve cercare di realizzare.

4 Che cos'è, chi è il cittadino per Aristotele?

Una volta stabilito chi è il cittadino - e sappiamo già che questo cittadino deve essere della classe media, nel senso che deve avere una certa tranquillità finanziaria - avremo concluso la nostra discussione. Per Aristotele, cittadini sono coloro che prestano servizio militare, e, in secondo luogo, coloro che possono consigliare e giudicare.
È chiaro che ogni costituzione ha un suo cittadino, ma noi parliamo del cittadino della repubblica, cioè della costituzione più comune ed accettabile nel mondo greco: a questo proposito Aristotele afferma con molta chiarezza che cittadini sono coloro i quali prestano servizio militare, giudicano e consigliano. È chiaro che in questi tre criteri si riflette molto di quella che era la costituzione ateniese. Queste tre funzioni sono anche scandite nel tempo: il servizio militare spetta ai giovani, consigliare e giudicare - quindi consigliare su quello che lo stato deve fare e giudicare in tribunale - spetta agli uomini più anziani. Allora il cittadino vero, che può assolvere queste tre mansioni e che ha una certa indipendenza finanziaria, è colui sul quale si fonda questa politeìa temperata. Tutti gli altri possono essere cittadini, ma sono cittadini in un altro senso. Aristotele si pone la questione, ad esempio, del bánausos, cioè del meccanico, del contadino, e di tutti gli altri i quali lavorano con le braccia (Politica, 1277 b 35). A questo proposito egli afferma che la questione può essere risolta facendo appello a una distinzione molto comune, e che Platone aveva già usato: quella fra il cittadino vero, che è "parte" dello Stato, e coloro senza i quali la polis non può vivere. Lo Stato, dunque, è formato dai cittadini veri e dalle parti, chiamiamole così, sine quibus, e tra queste parti sine quibus possiamo annoverare anche i teti e gli schiavi. È chiaro che a dominare su tutti è il libero.
Il termine libero, in greco, ha un significato molto preciso e specifico: l'uomo liberale, l'uomo il quale vive dandosi alla speculazione, che può studiare, che può "perdere il tempo", tra virgolette, per la polis, per gli amici, per vivere una vita di contemplazione. Questo è, in rapidissima sintesi, la polis che Aristotele cerca di costruire. È chiaro che la monarchia ha una sua costituzione, e l'aristocrazia ne ha un'altra; ma la costituzione che ad Aristotele preme di imporre è questa costituzione di mezzo, proprio perché la costituzione di mezzo, ripeto, è quella che dà più stabilità alla polis.

5 Qual è il fine della società secondo Aristotele?

Il fine della società, che poi è il fine che tutti i Greci assegnano alla polis, è la eudaimonía, cioè la felicità. Per questo si parla di "etica eudemonistica". Che cos'è l'uomo? Questa è una domanda che Aristotele si fa spesso. Ed egli risolve il problema rifacendosi alla psicologia del tempo: l'uomo è corpo e anima, ma nel corpo, e soprattutto nell'anima, bisogna distinguere varie parti.
Si distingue quindi un'anima "vegetativa", che è presente anche nella piante; ma l'uomo non è una pianta, è qualcosa di più, ed il suo fine non può essere identico a quello delle piante. C'è poi l'anima "sensitiva": i cani, gli animali in genere, sentono, hanno delle sensazioni, come l'uomo. Ma l'uomo ha qualche cosa di più. C'è poi l'anima "passionale", la sede delle passioni, studiate nell'etica: l'uomo ha delle passioni, reagisce agli eventi, e in rapporto a questa reazione si stabilisce il ruolo della famosa areté come héxis proairetiké, cioè come "abito adatto alla scelta" e che consiste nella mesòn. Ma anche l'anima passionale non è la più elevata delle parti - chiamiamole così, con questa parola, sulla quale Aristotele stesso era molto dubbio. Non c'è solo l'anima passionale, ma c'è qualcosa di più: l'anima "noetica". Se è vero che tutte le altre anime di cui si è parlato - l'anima vegetativa, sensitiva, passionale - sono in funzione dell'anima logistica, cioè del logos, è chiaro che il logos dovrà in qualche modo dominarle tutte. Aristotele torna molto spesso, e non solo nel De anima, su queste distinzioni.
Ora, se l'anima "noetica" è la più alta, quella che tende alla theoría, e per theoría si intende contemplazione, studio, penetrazione di cose, è chiaro che una vita vissuta a tale livello è una vita quanto mai vera, giusta, appetibile, migliore. Sicchè l’eudaimonía l'uomo la raggiunge sfruttando precisamente questo tipo di anima, che è l'anima noetica. Di qui si intende perché molto spesso Aristotele dica che l'uomo libero deve avere una certa tranquillità finanziaria, proprio in quanto questa tranquillità finanziaria gli permette di dedicarsi alla vita degna dell'uomo libero, e cioè ad una vita di studio, di contemplazione, una vita spesa per gli amici; in altri termini, la vita filosofica. In realtà, accanto a questa vita, che è il culmine di tutte le altre, ci sono per Aristotele la vita edonistica e la vita politica. La vita edonistica è la vita dei piaceri, ai quali Aristotele dà la parte che devono avere necessariamente nella vita di un uomo, senza però enfatizzarne l'importanza. La vita politica è la vita degli onori, ed essa deve avere il suo posto nella vita dell'uomo, o di determinati uomini; ma, al di là dei piaceri e degli onori, c'è quest'ultima vita, che è la vita della contemplazione, e ad essa è dedicata l'ultima parte dell'Etica Nicomachea. Questa è la vita migliore, perché è la vita stessa di Dio. Nel famoso libro Lambda della Metafisica, dove si parla appunto della vita di Dio, si afferma che Dio non fa altro che intendere, contemplare se stesso; quindi, quello che Dio fa sempre, continuamente, l'uomo lo fa talvolta. Ed è chiaro che in questo suo raccogliersi e penetrare le cose l'uomo gode di un piacere, per quel principio per cui ogni azione, quando è eseguita come si deve, comporta piacere. Quindi la felicità è la realizzazione più piena della vita noetica alla quale consegue il piacere. È, in piccolo, la vita stessa di Dio.


Dopo aver collocato la Politica di Aristotele all'interno del corpus aristotelicum, Renato Laurenti ne illustra la composizione. L'ordine tramandato dalla tradizione, che molti noti aristotelisti hanno messo in discussione, secondo Laurenti, è il più logico e risponde ad una coerenza interna. Aristotele, però, fornisce un raggruppamento diverso delle varie forme di costituzioni e, soprattutto, dà una spiegazione diversa della loro degenerazione. Rendendosi conto dell'impossibilità di una forma politica perfetta, Aristotele, secondo Laurenti, fa appello ad una classe politica "di centro" che è l'equivalente della mesòtes, del "giusto mezzo" come virtù etica e su cui ritiene di poter realizzare una sorta di "repubblica temperata" che dia stabilità alla polis. Laurenti si sofferma sulla concezione aristotelca del cittadino, illustrando, infine, lo scopo ultimo dell'organizzazione politica secondo Aristotele: essendo l'uomo, essenzialmente, razionalità, la sua destinazione più profonda consiste nell'esercizio della contemplazione quale disinteressata conoscenza. La vita teoretica, così, è sovraordinata da Aristotele alla vita edonistica e alla stessa vita politica che deve garantire al cittadino una tranquillità finanziaria e una libertà dai bisogni e consentirgli di attingere la forma più alta di libertà, quella di cui gode la stessa divinità che è pura contemplazione. In tal modo risulta chiara, in Aristotele, la subordinazione della politica all'etica e il primato assoluto dell'eudaimonia.

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Biografia di Renato Laurenti

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