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Interviste

Renato Laurenti

Aristotele: la logica

26/2/1991
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  • Professor Laurenti, può chiarirci la nozione di logica in Aristotele? (1)
  • Qual è la definizione che Aristotele dà del nome e del verbo? (2)
  • Professor Laurenti, ci può spiegare che cos'è propriamente il "giudizio" per Aristotele? (3)
  • Quali sono le principali forme di giudizio per Aristotele? (4)
  • Ci può illustrare che cosa sono per Aristotele le "categorie"? (5)
  • Si può parlare in Aristotele di una gerarchia "piramidale" tra gli oggetti di pensiero? (6)
  • Ci può dire qualcosa sul sillogismo? (7)
  • Qual è l’importanza del termine medio nella dottrina aristotelica del sillogismo? (8)

1 Professor Laurenti, può chiarirci la nozione di logica in Aristotele?

Il termine italiano "logica" non collima in tutto e per tutto col corrispettivo greco (logikós), assunto nel suo significato più pieno. Il termine greco deriva evidentemente da logos, il quale possiede un’area semantica molto vasta: è infatti al contempo "pensiero", "parola" e "discorso". In ogni caso, il -kos finale di logi-kós indica, come suffisso, "qualcosa che è adatto", che è "proclive a"; per esempio, physikón esprime in qualche modo ciò che è adatto o inerente alla fisica; e, allo stesso modo, l'uomo può dirsi animale politikón, intendendo così "adatto alla polis". Quindi logikón è qualcosa che è adatto, che si addice, che conviene al logos, e il logos, come si è detto, ha molti significati. Aristotele ha scritto molto di logica: basta aprire il Corpus per trovarvi, all'inizio, quello che comunemente si chiama Organon. Organon deriva da ergon, che significa "lavoro", e indica pertanto il mezzo, lo strumento; l'Organon comprende varie opere, tutte dedicate alla logica. Si tratta delle Categorie, del De interpretatione, degli Analitici primi e secondi, dei Topici e degli Elenchi sofistici che, secondo alcuni, rappresenterebbero l'ultimo libro dei Topici. Non abbiamo comunque, in Aristotele, una definizione della logica, il che non vuol dire che non potremmo in qualche modo "ricostruirla"; a tale proposito, ci potremmo riportare alla definizione di San Tommaso, che a mio parere rimane tra le migliori. Tommaso ha commentato molte opere di Aristotele, tra le quali anche molte di logica e, nel commento agli Analitici posteriori, offre questa definizione: la logica "est scientia directiva ipsius actus ratione". Vale a dire: "la logica dirige l'atto stesso della ragione" e, per suo mezzo, l'uomo procede "ordinate faciliter et sine errore". Sono molto importanti queste tre parole: "ordinate", "faciliter", "sine errore". "Ordinate" vuol dire che ogni cosa deve avere un suo ordine, e qui emerge il concetto di kosmon: basti ricordare il Fedro, ad esempio, in cui Socrate parla del modo in cui deve essere organizzato un discorso. Poiché il discorso è come un corpo vivente, è chiaro che come il corpo vivente ha un capo, un corpo, braccia e gambe, e ciascuna di queste parti ha il suo posto determinato: allo stesso modo il discorso dovrà avere un inizio, uno svolgimento e una conclusione. "Faciliter" vuol dire invece "in modo semplice", in modo facile e accessibile. Infine, "sine errore": è chiaro che la logica deve salvaguardare chi parla dall'errare. Il discorso è composto di parole, di espressioni collegate l'una all'altra in modi diversi, e tuttavia, se andiamo a guardare a fondo, ogni espressione, ogni proposizione, si fonda su due parti fondamentali, che i greci avevano già fissato all’epoca della Sofistica. Queste due parti sono il "nome" e il "verbo".

2 Qual è la definizione che Aristotele dà del nome e del verbo?

"Il nome - dice Aristotele - è un suono espresso con la voce, significativo per convenzione, senza tempo, di cui nessuna parte significa se presa separatamente" (De Int., 2, 16 a 19-21). Di questa definizione ritengo fondamentali due punti, e cioè quel "significativo per convenzione" e la precisazione "senza tempo". L’espressione "significativo per convenzione" attesta chiaramente che Aristotele non fu insensibile a certe discussioni, introdotte in proposito nel mondo greco dai sofisti, e basate sulla distinzione capitale tra "nomos" e "physis" ("legge" e "natura"), ovvero "nomon" e "physin" ("per legge" e "per natura"). La "convenzione", ovviamente, è legge: gli uomini si accordano su qualche cosa, stabilendo e accettando una "norma". Un esempio di questo rapporto tra legge e convenzione, che poi troviamo in tutti campi dello scibile, lo possiamo desumere dall'Antigone di Sofocle; Antigone (agendo rispetto alla legge del sangue, una legge di natura) preferisce morire pur di seppellire il fratello, contravvenendo alla legge positiva stabilita da Creonte. Il secondo punto che ho richiamato riguarda il tempo: il nome - dice Aristotele - è sine tempore. Questo significa che il nome non è agganciato a nessuna delle tre dimensioni temporali (presente, passato e futuro): il nome è dunque per convenzione. Questa posizione, del resto, era già stata stabilita da Platone nel Cratilo, dove viene assegnata in particolare ad Ermogene. Va però segnalato che Aristotele distingue molto chiaramente il contenuto del nome da quella che è l'"espressione"; il contenuto del nome, cioè quello che il nome ha in sé, ad esempio i pathe, le passioni, i sentimenti d'ira, di cattiveria, di bontà, sono tutti naturali. Dunque, in questo Aristotele si riporta alla physin: è l'espressione di questi sentimenti ad essere "per convenzione", e questo si giustifica per il fatto che l'uomo nelle varie lingue esprime in modi diversi dei sentimenti che pure sono naturali, e dunque sono in tutti gli uomini. Tornando comunque a quel "senza tempo", dire appunto che il nome è senza tempo significa che il nome non è agganciato né al presente né al passato né al futuro, ma è sempre lo stesso, diversamente dal verbo che intrattiene un rapporto evidente col decorso temporale. Questa è, in sostanza, la differenza tra nome (ónoma) e verbo (rhema), il quale aggiunge alla parola quella determinazione temporale che manca appunto al nome. L'esempio di Aristotele è del resto assai chiaro: se io dico "salute", la salute è un nome al di fuori del tempo; se dico "è in salute", collego questo concetto ad una presenzialità temporale dicendo precisamente che, adesso (non prima, né poi) la tale persona sta bene. Per concludere, a proposito del nome, si può parlare di una certa legge che i medievali stabilirono con molta accuratezza, una legge che riguarda la estensione e la comprensione del vocabolo. Estensione significa il complesso dei soggetti ai quali il nome conviene; comprensione invece è il complesso delle proprietà che appartengono al nome. La legge che i medievali hanno formulato, riprendendo posizioni aristoteliche, afferma che quo maior extensio eo minor comprensio, quo maior comprensio eo minor extensio; è una legge molto facile da capire, se si pensa che quante più proprietà un nome accoglie in sé, tanto meno numerosi sono i soggetti ai quali il nome stesso conviene.

3 Professor Laurenti, ci può spiegare che cos'è propriamente il "giudizio" per Aristotele?

Tra i vari significati di logos c'è anche quello di "giudizio". A questo proposito Aristotele, nel De interpretatione, offre una definizione molto precisa, dicendo che il discorso (logos) "è un suono della voce significativo, di cui è significativa ogni parte presa separatamente, come enunciazione e non come affermazione" (De Int. 4, 16 b 26-28). Questo significa che ogni parte del discorso presa separatamente vale "come enunciazione": Giorgio Colli traduce "come termine detto", cioè "come parola espressa", non come affermazione o negazione, perché per avere una affermazione o una negazione c'è bisogno di qualcosa di più, e cioè del legame tra soggetto e predicato. È proprio il "legame" tra soggetto e predicato che costituisce il discorso, cioè il giudizio. Ogni discorso è significativo non già come uno strumento naturale, - è sempre Aristotele che parla - ma per convenzione, e abbiamo già visto il valore di questa chiara precisazione. Interessante è poi la conclusione della definizione: "dichiarativo (apofantico) non è ogni discorso, ma solo quello nel quale risiede una affermazione vera o falsa; e così la preghiera non è un discorso, perché non è né vera né falsa" (De Int. 4, 17 a 1-4). È molto interessante questo accenno alla "preghiera": Aristotele aveva scritto un libretto ad essa dedicato, il Perì eychén, di cui abbiamo soltanto un frammento; probabilmente anche qui egli riprendeva il problema da un punto di vista, diciamo, logico-grammaticale. Quanto abbiamo visto nel De interpretatione ritorna anche nella Poetica; anche qui Aristotele parla del discorso, dicendo più o meno le stesse cose, ma sottolineando con maggior forza due punti: il primo è la valenza dei syndesmoi, cioè dei collegamenti, delle congiunzioni, come mén e ; il secondo, molto più interessante, è la tesi della prevalenza del nome sul verbo. Tale prevalenza è stata oggetto di discussione tra gli studiosi. Ad ogni modo, l'esempio che dà Aristotele è questo: "Cleone cammina Cleone". Questo mostra che, se abbiamo il giudizio "Cleone cammina", Cleone ha una certa prelazione sul verbo. Che significa? Gli studiosi moderni in genere fanno una distinzione e dicono che, mentre Cleone significa per se stesso, il verbo badizein (camminare) significa soltanto in rapporto ad altro. Questo vuol dire che, mentre quand’io dico badizein devo riportarlo necessariamente a qualcuno che appunto cammina (sia un cavallo, un uomo o un esercito), quando dico "Cleone", capisco subito di che si tratta. Questa è molto probabilmente la spiegazione della prelazione del nome sul verbo.

4 Quali sono le principali forme di giudizio per Aristotele?

Le due principali forme di giudizio sono poi l'affermazione e la negazione, a seconda che si attribuisca qualcosa a qualcosa, oppure si disgiunga qualcosa da qualcosa. E siccome ci sono due forme di negazione e due di affermazione, ovviamente ci saranno quattro tipi di giudizio. Quello che è interessante notare a questo proposito è la distinzione fra quel tipo di rapporto logico che noi chiamiamo "contrarietà" e quello che chiamiamo "contraddittorietà". Due enunciati si dicono contrari quando hanno lo stesso soggetto, lo stesso predicato, la stessa quantità universale, ma diversa qualità. Facciamo un esempio: se si dice "ogni uomo è giusto", la qualità è affermativa; se si dice: "ogni uomo non è giusto", la qualità è negativa. Tra queste due espressioni vi è un certo rapporto per cui non possono essere tutte e due vere, ma possono però essere tutte e due false, se, ad esempio, c'è qualcuno che è giusto, ma non tutti lo sono. Più importante, invece, è il rapporto di contraddittorietà, che suppone nei due enunciati lo stesso soggetto e lo stesso predicato, ma diversa qualità e quantità, cosicché all'universale affermativo si oppone il particolare negativo. Avremmo dunque: "ogni uomo è giusto", "qualche uomo non è giusto". Se si badi bene che i due giudizi sono correlati tra loro in modo tale che, se l'uno è vero, l'altro è falso; è il principio di contraddittorietà o del terzo escluso, che esclude una terza possibilità, come avveniva invece nella relazione di contrarietà. Gli studiosi hanno tentato di illustrare visivamente, in un schema, le varie possibilità di giudizi, costruendo un quadrato che è definito tecnicamente "quadrato delle opposizioni". I quattro vertici del quadrato sono indicati da lettere convenzionali: l'estremo superiore sinistro è A, quello superiore destro E, quello inferiore sinistro I, e l'estremo inferiore destro è O. A significa affermativa universale, E negativa universale, I affermativa particolare, O negativa particolare. Se costruiamo questo quadrato, si vede molto chiaramente come A ed E, cioè i due estremi superiori, siano contrari tra loro; come I ed O, i due estremi inferiori, siano ugualmente contrari tra loro; come le coppie AI ed EO siano subalterne; e si vede infine come AO e EI, che sono collegati dalle diagonali del quadrato, siano in contraddizione, siano proposizioni contraddittorie.

5 Ci può illustrare che cosa sono per Aristotele le "categorie"?

Le categorie aristoteliche nascono dallo stesso terreno di studio dal quale nasce la dialettica platonica. Questa procede grazie ai due processi della diàiresis, la divisione dell'uno e dei molti, e della synagoghé, il riconducimento dei molti all'uno. Socrate dice più volte di essere amante di questi processi, e di andarne a caccia per la immensa gioia che essi danno e per la loro utilità nella comprensione delle cose. Questo vale soprattutto per Platone, il quale pensa che la trama concettuale riproduca la trama della realtà. Aristotele indubbiamente studiò questo tipo di metodo e, già nei Topici, cercò di capire in che modo un predicato possa essere riportato a un soggetto. Va ricordato che i Topici, o almeno alcune loro parti fondamentali, sono una delle prime opere di Aristotele. Quali sono per Aristotele i modi in cui un predicato si riferisce ad un soggetto? Nei Topici egli offre quattro esempi: il predicato è la "definizione" (orismós), o un ghenos, cioè un genere, o un proprium, un proprio (idion), o è un "accidente" (synbebekòs). Facciamo degli esempi: se dico "l'uomo è animale ragionevole", non faccio altro che apporre come predicato la definizione (orismós); se io dico "l'uomo è animale" introduco come predicato il genere; se io dico "l'uomo è un essere che ride", visto che il riso è un proprium dell'uomo, non faccio altro che introdurre come predicato questo proprium dell'uomo; se dico poi "l'uomo è alto", "l'uomo è bello", e altro, attribuisco un accidente all'uomo. È chiaro che questi tipi di giudizio dovettero essere studiati, e sappiamo da varie fonti che le possibili tabelle e classificazioni erano molto studiate nell'Accademia; tutto lascia pensare che gli studenti, e dunque anche Aristotele, dovessero raccogliere le proposizioni, in funzione del loro predicato, sotto determinati titoli. Aristotele raccoglie i vari predicati sotto dieci titoli, e ne deriva la dottrina delle categorie. "Categoria" - parola molto usata in greco - indica l'"accusare chiamando in causa", il "predicare qualcosa di qualcuno", e dunque i vari titoli sotto i quali si dividono le le proposizioni. Quali sono le categorie? La divisione è la seguente: sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, stare, avere, fare, patire. Si vede chiaramente come, nella teoria delle categorie, la parte principale l'abbia il primo titolo, cioè la sostanza. Sulla sostanza Aristotele ha scritto molto nelle Categorie, nella Metafisica e altrove. Essa rappresenta la rivalutazione dell'individuo - sia come sostanza prima che come sostanza seconda - di contro alla enfatizzazione platonica dell'idea e dell'universale. D’altra parte, bisogna ricordare che, secondo Aristotele, la sostanza, nel suo significato più proprio, principale e fondamentale, è ciò che "né si dice di qualche soggetto, né è in qualche soggetto" (Cat. 5, 2 a 12-13). Ad esempio: un certo uomo, un certo cavallo. Come si armonizza quanto abbiamo ricordato con quello che si dice della sostanza come categoria? Io penso che una spiegazione abbastanza chiara la possa dare un'osservazione avanzata da W. D. Ross nell'introduzione alla Metafisica e che converrà leggere. Attraverso una serie ben ragionata di passaggi, Ross si chiede: "Che cos'è questa cosa? Un uomo. Che cos'è un uomo? Un animale. Che cos'è un animale? Una sostanza", e quindi spiega: "sostanza è l'ultimo predicato al quale arriviamo se seguiamo questa linea di ricerca; le sostanze individuali sono nella categoria della sostanza, non nel senso che sono predicati, ma nel senso che sostanza è il termine più alto, più vasto che possa essere predicato di esse essenzialmente. Di qui si intende l'importanza della ousia, della sostanza, e si intende come la stessa metafisica possa essere giustamente definita, e sia stata definita, una ricerca sulla sostanza".

6 Si può parlare in Aristotele di una gerarchia "piramidale" tra gli oggetti di pensiero?

Personalmente, direi che al centro del pensiero aristotelico si trova l'individuo, la sostanza prima, tanto esaltata nelle Categorie e altrove. È chiaro che, da questo individuo primo, si può passare all'universale, attraverso quella scala che in qualche modo dovrebbe ripetere lo stesso processo che già Platone aveva ideato per la sua dialettica, anche se il modo del passaggio è del tutto diverso; per avere un'idea di questo passaggio dall'individuo all'universale, noi possiamo rifarci a quello che un esegeta platonico di Aristotele, e cioè Porfirio (232-301 d.C.), ha scritto e ha costruito, e che si chiama comunemente arbor porfiriana ovvero climax-scala. Dice Porfirio che, dovendo rappresentare questo quadro del tutto, che dalla substantia scende fino all'individuo particolare, mediante la differenza, che è in questo caso corporea, noi arriviamo al corpo; il corpo mediante un'altra differenza, e cioè l'animatum, produce il vivens, il vivente; mediante l'altra differenza, che è il sensibile, produce l'animale; l'animale, mediante l'altra differenza, che è il razionale, arriva all'uomo; dall'uomo, infine, si hanno le varie specificazioni di uomini: Socrate, Platone, Aristotele ecc. Questa è la famosa Arbor porfiriana (l’albero di Porfirio), anche se va detto che, parlando di Aristotele, si dovrebbe sottolineare più l'induzione che la deduzione, al contrario di quanto avviene in Platone. Questo tipo di piramide, della quale la scienza costituisce la base, e che si va lentamente restringendo fino a trovare la sua spiegazione nel principio supremo, la troviamo in molte altre discipline aristoteliche; basti pensare alla cosmologia, e ai quattro elementi, che poi sono inverati dall'etere; l'etere è a sua volta inverato dal primo motore. Si trattava di un modello comune, che troviamo in varie parti dell'opera di Aristotele, ad esempio nel Protrettico, nell'Etica Nicomachea e in altre opere.

7 Ci può dire qualcosa sul sillogismo?

Sillogismo è parola composta da syn e logismós, dove syn indica "insieme", e logismós "ragionamento", "calcolo". La parola si trova in Aristotele anche con un'accezione molto più vasta, fino ad assumere quel significato tecnico che tutti conoscono. La definizione di sillogismo, con questo significato tecnico, la troviamo negli Analitici primi, dove Aristotele dice: "Il sillogismo è un discorso nel quale, essendo poste certe cose - traduco così, poichè il greco presenta un neutro plurale - alcunché di diverso dalle cose stesse, risulta necessariamente, per queste sole cose" (An. Pr. 1, 24 b 19-21). Che cosa significa questo? Significa che il sillogismo si muove di necessità su certe premesse, le quali premesse sono organizzate in modo tale che - ripeto - di necessità devono dar luogo a quella conclusione. Quando le premesse sono presentate nella loro chiarezza si ha il sillogismo perfetto; se qualcosa manca o dev'essere supposta, si ha il sillogismo imperfetto. Per chiarire che cos'è un sillogismo vediamone uno: "ogni animale è senziente; l'uomo è un animale; dunque, l'uomo è senziente"; se al posto di animale senziente e uomo noi sostituiamo delle lettere, avremo in forma schematica: "ogni A è B, C è A, dunque C è B". I due primi giudizi si chiamano premesse; premessa maggiore la prima, premessa minore la seconda; la conseguenza è il terzo giudizio. Nell'esempio, la premessa maggiore e quella minore sono impostate sullo stesso termine A, e questo è molto importante, perché è proprio la sua presenza a produrre il passaggio alla conclusione; se il termine A non fosse presente tanto nella prima quanto nella seconda premessa, non ci sarebbe la cerniera che riesce a far scaturire la conclusione. Per questo A è detto il medio, B e C sono invece gli estremi. Le leggi fondamentali del sillogismo, elaborate dai medievali facendo riferimento ad Aristotele, sono due: quella della convenientia e quella della discrepantia. La legge della convenientia dice così: quae sunt idem uni tertio, sunt idem inter se, che signica: "le cose che sono uguali a un terzo, sono uguali tra loro"; ritorna il termine medio che si riferisce a tutte e due, e che permette precisamente il passaggio dalle due premesse alla conclusione. La discrepantia - la legge della discrepantia - è il principio contrario, che afferma: quorum unum est idem uni tertio aliud vero non idem, non sunt idem inter se, ossia: "quelle cose delle quali una sola è uguale a un terzo, e l'altra non è uguale, non sono uguali tra di loro" e dunque non può aversi tra loro quel passaggio di cui abbiamo parlato.

8 Qual è l’importanza del termine medio nella dottrina aristotelica del sillogismo?

L'importanza del termine medio mi pare sia chiara, e indubbiamente richiama alla mente certe affermazioni platoniche. Ad esempio, nel Simposio platonico, si parla del daimon di Eros, che non è un Dio e neppure un uomo, ma qualcosa partecipa dell'uno e dell'altro, mettendo in relazione due mondi. È chiaro che le premesse possono essere diverse sia per quantità che per qualità: possono essere universali o particolari, affermative o negative. Prendiamo questo sillogismo: "se ogni B è A, e ogni C è B, allora ogni C è A". Questa forma di sillogismo, molto comune, presenta due proposizioni universali affermative come premesse. Altri sillogismi hanno premesse diverse, universali negative, particolari affermative, particolari negative, e via dicendo. Si costituisce con ciò una vasta gamma di forme sillogistiche, che sono studiate soprattutto nella scienza medievale; nascono così le famose figure del sillogismo, in funzione della posizione in cui appare il termine medio nelle due premesse. Ogni figura ha più modi validi, in rapporto alla quantità e alla qualità; se ne contano quattordici, e precisamente quattro nella prima, quattro nella seconda, sei nella terza. Il primo modo della prima figura è il più importante, è quello che i medievali indicavano con il termine mnemonico 'Barbara'. Barbara è formato da tre sillabe, dominate dalla A, che indica un enunciato universale affermativo. Un esempio di Barbara è quello che abbiamo già visto e che ripeto: "se ogni B è A e ogni C è B, ogni C è A". Ma esistono altri modi; il secondo modo, sempre della prima figura è Celarent: qui abbiamo due E che indicano, nella prima premessa e nella conclusione, una universale negativa; ad esempio: "se nessun B è A e ogni C è B, allora nessun C è A".
Il sillogismo più conosciuto, il sillogismo scientifico, è quello che parte da premesse scientifiche, ossia premesse che possono resistere alla prova, rispondendo ad una domanda con verità. Questo sillogismo è anche detto "apodittico": apódeixis significa "dimostrazione", che parte da premesse vere e prime e si svolge con un procedimento simile a quello delle matematiche, molto studiate nell'Accademia. "Nessuno entri che non conosca matematica e geometria", c'era scritto sul portone dell'Accademia. Di contro al sillogismo scientifico c'è quello dialettico, il quale parte da premesse non vere, verisimili, da quelle che Aristotele molto spesso chiama ta eidola: si tratta delle opinioni dei dotti, o delle opinioni comuni, quello che comunemente si crede, che rappresenta la premessa di questo determinato sillogismo. Ci sono poi i sillogismi eristici, e cioè i sillogismi usati dagli eristi; questi sillogismi sono studiati da Aristotele nell'ultima parte dei Topici, dove egli mostra l'infondatezza di questi sillogismi escogitati dai sofisti per provare quello che essi volevano. Un esempio classico è quello del cane, che è l'animale, ma può essere anche la costellazione, e quindi se io attribuisco all'animale-cane una qualità del cane-costellazione, ovviamente il sillogismo darà conclusioni paradossali.
Il sillogismo è stato studiato nella sua validità da tutti i logici; tutti gli studiosi di filosofia hanno espresso un'opinione in merito, e c'è chi l'ha esaltato, come ha fatto Lesniewski, e chi invece lo ha svalutato, come ha fatto Bochenski. Vorrei ricordare un'osservazione di Leibniz nei Nouveaux Essais, in cui si afferma che l'invenzione della forma del sillogismo è una delle più belle dello spirito umano; è una specie di matematica universale la cui importanza non è abbastanza conosciuta.


Renato Laurenti spiega innanzitutto il significato del termine logica sottolineando la plurivocità del termine logos e presentando brevemente l'Organon nella sua struttura interna; San Tommaso considerò la logica aristotelica come la scienza che dirige la ragione dandole ordine (il che rimanda al concetto di kosmos sviluppato nel Fedro) e preservandola dagli errori; Laurenti considera quindi la definizione aristotelica di nome e di verbo, soffermandosi in particolare sul problema della convenzione - che presuppone una distinzione tra nomos e physis, impersonati nella tragedia da Creonte ed Antigone - e sul fatto che il nome è fuori dal tempo; già nel Cratilo Platone aveva affrontato il problema del nome (onoma) rispetto ai sentimenti; i pensatori medievali affineranno poi la distinzione tra estensione e comprensione di un vocabolo. Rimandando al De interpretatione , Laurenti affronta il problema del logos come enunciazione, del giudizio e del discorso dichiarativo (apofantico); interessante risulta il riferimento alla preghiera, che non è discorso apofantico, in quanto né vera né falsa; nella Poetica Aristotele tematizzerà la prevalenza del nome sul verbo, giacché il primo significa per se stesso, il secondo invece rispetto ad altro; le principali forme di giudizio sono l'affermazione e la negazione, rispetto a cui si profilano i rapporti di contrarietà (possono essere entrambi falsi) e contraddittorietà (uno è vero, l'altro falso, una terza possibilità è esclusa), ordinati nel quadrato delle opposizioni in cui si distingue tra i vari tipi di proposizione (affermativa e negativa, particolare e universale). Con riferimento alla dialettica platonica, Laurenti considera brevemente i due processi della diairesis e della synagoghè; nei Topici Aristotele affrontò il problema del rapporto tra soggetto e predicato, distinguendo tra definizione, genere, proprio ed accidente; i possibili predicati sono raccolti sotto dieci titoli o categorie mettendo in risalto l'importanza dell'individuo come sostanza, nozione quest'ultima che Laurenti spiega rifacendosi a Ross. Al centro del pensiero aristotelico si trova l'individuo, come risulta anche dall'esemplificazione dell'albero di Porfirio, che dalla sostanza scende fino all'individuo particolare. Laurenti spiega poi il significato del sillogismo, distinguendo tra sillogismo perfetto ed imperfetto, fornendo qualche esempio in cui si evidenziano le premesse maggiore e minore e la conclusione; i logici medievali hanno in seguito formulato le leggi della convenienza e della discrepanza; l'importanza del termine medio è illustrata dal demone del Simposio; per quanto riguarda le premesse, invece, queste possono essere diverse, per esempio universali o particolari, affermative o negative, dando così luogo alle diverse figure sillogistiche, caratterizzate anche sulla base della diversa posizione del termine medio; il sillogismo scientifico è quello apodittico, che parte da premesse vere; quello dialettico muove, invece, da premesse verosimili; i sillogismi eristici sono invece indagati nei Topici; la dottrina del sillogismo è un capolavoro tuttora riconosciuto come tale dai logici moderni.

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Biografia di Renato Laurenti

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