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Interviste

Renato Laurenti

Le origini "fisiche" del Dio aristotelico

26/2/1991
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  • Professor Laurenti, come affronta Aristotele il problema dell'origine del movimento? (1)
  • Partendo dalla sfera del divenire, del movimento, Aristotele approda a un motore primo immobile che non è mosso da altro. Ci può illustrare questo passaggio, e descrivere le caratteristiche del motore immobile? (2)
  • Professor Laurenti, può commentare questo passo della Metafisica aristotelica: "A questo modo muove ciò che è oggetto di appetizione e di intellezione, cioè muove senza essere mosso. Gli oggetti primi dell'appetizione e dell'intellezione sono identici [...] Esso muove come ciò che è amato, mentre le altre cose muovono essendo in moto esse stesse" (Metaf., L, 7, 1072 a, 26-28; 1072 b, 4) (3)
  • Professor Laurenti, Aristotele definisce Dio come "pensiero di pensiero". Qual è il significato di questa definizione? (4)
  • Quali sono, in Aristotele, i rapporti tra Dio e il mondo? (5)

1 Professor Laurenti, come affronta Aristotele il problema dell'origine del movimento?

Il problema del movimento è indubbiamente uno dei più importanti del mondo antico; già la scuola di Mileto si dibatte in esso, e cerca di risolverlo a modo suo. Il problema era molto complesso perchè non si vedeva una via di uscita dall'alternativa tra essere e non essere; partendo dall'essere è impossibile pensare il movimento, che è un divenire; d'altra parte, sembra impossibile spiegare come esso possa derivare dal non essere. La scuola di Mileto, che a mio parere ha un'enorme importanza, soprattutto con Anassimandro, risolve il problema in modo molto semplice. Anassimandro afferma che lo apeiron, che è l'"illimite", l’"infinito", è mosso da un movimento eterno; dunque il movimento già incide nello apeiron, ed è eterno come è eterno lo apeiron, il quale, quindi, si muove ab aeterno. Questo movimento eterno spiega il divenire delle cose. Il problema fu ripreso da altri, in particolar modo da Parmenide e Zenone, le cui obiezioni ebbero un ruolo essenziale nel farlo maturare. Questo spiega perché Aristotele parli spesso del movimento, non solo nella Fisica (che è in gran parte dedicata ad esso), ma anche nella Metafisica, nel De anima e nel De generatione et corruptione. Aristotele distingue tre sostanze: una sensibile ma eterna, che comprende i cieli, i corpi celesti, ed è costituita di etere e di "quinta essenza", e per questo non è soggetta a corruzione; qui non c'è movimento, se non locale. C'è poi una sostanza che è sensibile e corruttibile: è la sostanza dei corpi sublunari, i quali nascono e periscono. Infine c'è la terza sostanza che è la sostanza immobile, diversa dalle precedenti proprio perchè è immobile, e pertanto non è sensibile, ma immateriale. La prima e la seconda sostanza rientrano nell'ambito della fisica e dell'astronomia, le scienze che trattano del movimento. L'ultima invece - la sostanza immobile - è trattata nella metafisica, ma proprio in quanto deriva come conseguenza dalla trattazione del movimento; questo spiega del resto perchè Aristotele tratti del movimento nella Fisica e nella Metafisica, e perché, in tutti e due i luoghi, il problema fisico diventi in qualche modo un problema teologico.

2 Partendo dalla sfera del divenire, del movimento, Aristotele approda a un motore primo immobile che non è mosso da altro. Ci può illustrare questo passaggio, e descrivere le caratteristiche del motore immobile?

In Aristotele, il problema del divenire, del mutare, diventa eo ipso problema dell'immutabile. Egli, infatti, ammette l'eternità del movimento ma, diversamente da Anassimandro, non ammette movimento senza motore; secondo l'adagio medievale, che poi è l'inizio del libro VII della Fisica, "tutto quello che si muove è mosso da un altro". Ora le cose del mondo, in quanto sono in potenza, sono mosse, ossia sono attutate, dal primo mobile, il quale le raccoglie, le muove e a sua volta è mosso; esso muove tutto ciò che racchiude in sé, e a sua volta è mosso dal motore primo, il quale, essendo primo, non è mosso da altro. In tal modo, la presenza del motore primo diventa necessaria, perché senza motore non ci sarebbe mondo, non ci sarebbe movimento, non ci sarebbero cose. Aristotele si poneva sulla linea di coloro che avevano immaginato un Dio-intelletto, sulla scia del grande Anassagora, di cui Socrate amò gli scritti, credendo di avervi trovato la soluzione di tutti i suoi problemi - cosa che poi in realtà non avvenne. Comunque il nous anassagoreo è quello che, per così dire, "dà il via" alle cose, mettendole in movimento. Ma Platone stesso parla più volte del nous, cioè dell'intelletto (che è poi Dio), nel Timeo, chiamandolo "demiurgo", e nel Filebo, chiamandolo "causa". Queste realtà, talvolta, sono addirittura presentate come realtà personali; nel Timeo il demiurgo è invocato come Padre. C'è una grossa distinzione, però, tra il Dio di Platone e quello di Aristotele: in Platone, o perlomeno nel Platone che abbiamo citato, il demiurgo costruisce il mondo sul modello delle idee, quindi in qualche modo resta assoggettato all'idea in base alla quale modella il mondo. Il Dio aristotelico è dipendente dalle idee, perché Aristotele lo colloca in un orizzonte nel quale ritrova la trascendenza, la personalità e il pensiero; in tal modo il monismo è superato, e la concezione dualistica Dio-mondo si presenta in tutto il suo rigore.

3 Professor Laurenti, può commentare questo passo della Metafisica aristotelica: "A questo modo muove ciò che è oggetto di appetizione e di intellezione, cioè muove senza essere mosso. Gli oggetti primi dell'appetizione e dell'intellezione sono identici [...] Esso muove come ciò che è amato, mentre le altre cose muovono essendo in moto esse stesse" (Metaf., L, 7, 1072 a, 26-28; 1072 b, 4)

Il brano è tratto dal XII libro della Metafisica, dove si tenta di spiegare la modalità in base alla quale il motore immobile muove le cose. Aristotele afferma più volte che i motori fisici sono "coinvolti" nel movimento che essi provocano: l'agente patisce qualcosa da parte del paziente: ad esempio, quello che scalda è in qualche misura raffreddato da parte di quel che è riscaldato. Cito testualmente dal De generatione animalium: "Quel che muove riceve in cambio un certo movimento, ad eccezione del primo motore, quindi a differenza dei motori di questi movimenti il motore primo resta immobile pur provocando movimento, ed in ciò è simile a all'oggetto desiderato o l'oggetto pensato - il quale si pone anche nel mondo dell'uomo come meta da raggiungere, e sollecita il desiderio e la intelligenza affinchè lo affermi e lo conquisti". Va notato che il desiderio va inteso non come appetito sensibile, bensì come desiderio razionale, che, in quanto tale, coincide con l'intelligenza. Perciò quello che è sommamente desiderabile di desiderio razionale, è insieme sommamente intelligibile, e dunque il bene supremo è il supremo vero. Penso che una delle esegesi più interessanti del passo aristotelico sia quella offerta da San Tommaso, il quale scrive: "Primum bonum oportet quod sit voluntabile", cioè: "il primo bene deve essere oggetto di volontà"; da notare il termine "voluntabile", che è una parola medievale che vorrebbe essere la traduzione del greco "bouletòn". Voluntabile, cioè "appetibile dall'appetito intellettuale"; infatti, continua San Tommaso, "la volontà è nell'intelletto, e non solo nell'appetito di concupiscenza; ora, la voluntas sive intellectu cerca non quel che appare bene e può non esserlo, ma quel che è veramente bene".

4 Professor Laurenti, Aristotele definisce Dio come "pensiero di pensiero". Qual è il significato di questa definizione?

È nel capitolo settimo del libro lambda della Metafisica che Aristotele afferma che Dio è "pensiero di pensiero", aggiungendo anche che Egli gode di questo suo pensiero. Per comprendere il senso di questa affermazione si deve vedere qual è il concetto del pensiero in Aristotele. Se il Dio di Aristotele è pensiero di pensiero, cioè pensiero di se stesso e godimento di questo pensiero, in questa vita intima di Dio, di cui Aristotele parla più volte, sono coinvolti i diritti dell'intelletto e della voluntas, del piacere; non c'è azione che non sia piacevole, e, ovviamente, il piacere di cui Aristotele parla a proposito di Dio è un piacere che può essere riferito solo a Dio. L'importanza del piacere in Aristotele risulta sempre più chiara quanto più riusciamo a comprendere il concetto di piacere di Eudosso, che fu il maestro di Aristotele anche in questo campo. Ora Dio che pensa, e che gode del pensare, dovremmo dire che pensa se stesso e, in quanto pensa se stesso gode. Ma pensare se stesso che cosa significa? Aristotele, nel settimo capitolo del libro lambda, definisce Dio pensiero di pensiero, nel nono torna sull'argomento e si chiede che cosa pensi Dio, rispondendo con un dilemma: "Dio pensa se stesso ovvero qualcosa di diverso". Ma il secondo caso è impossibile, perchè "se Dio pensa qualcosa di diverso, deve pensare qualcosa di più alto di se stesso". Ma non c'è cosa più alta, più apprezzabile, più valutabile di Dio; quindi, il primo corno del dilemma va messo da parte, e se ne conclude che Dio pensa se stesso. Che Dio sia pensiero e pensiero di se stesso è pacifico; io credo che Aristotele abbia raggiunto questa posizione molto presto, e non credo che il libro lambda della Metafisica sia - come si diceva un tempo - uno degli ultimi che egli ha scritto. Molto probabilmente è stato scritto relativamente presto, e lo prova un libro di Aristotele di cui abbiamo solo un frammento, il famoso libretto sulla preghiera. Nel frammento si legge: "perchè Dio è o intelletto - nous -, ovvero qualcosa al di là dell'intelletto". Cosa significa? Indubbiamente qualcosa al di là dell'intelletto, potrebbe significare un qualcosa di vagamente mistico in cui Dio s'affonda, ma questa non è la posizione aristotelica; Aristotele è sorretto continuamente dalla razionalità. Dunque, Dio è mente, e in realtà gli studiosi più recenti hanno interpretato la frase in questo modo: "Dio è nous ovvero è qualcosa al di là dell'intelletto, nel senso che Dio, a differenza dell'intelletto umano, prende se stesso a oggetto intelligibile"; quindi, anche da questo punto di vista, Dio pensa se stesso, e non c'è accenno ad altro, né esplicitamente, né implicitamente.

5 Quali sono, in Aristotele, i rapporti tra Dio e il mondo?

Anzitutto, bisognerebbe chiedersi: esistono, in generale, dei rapporti tra Dio e il mondo per Aristotele? Il problema è molto discusso, e soprattutto quanti fanno appello all'ipotesi creazionistica lo pongono in un modo molto sfumato. Cito San Tommaso, il quale, ovviamente, ammette l'ipotesi della creazione, e, spiegando la formula aristotelica del Dio come "pensiero di pensiero", afferma che Dio pensa se stesso, ma anche il mondo; infatti "intelligendo se intelligit omnia alia". Vale a dire: nella profondità abissale dell'essere divino ci dev'essere il mondo, e quindi il mondo, sia pure non direttamente, ma indirettamente, rientra nei pensieri di Dio. L'ipotesi è stata ripresa anche da studiosi moderni, i quali hanno tentato di convalidarla con altre prove. In vari luoghi, Aristotele parla dell'uomo buono, dell'uomo saggio, dell'uomo pio che è amato dagli dei, che è amato da Dio; dunque, anche da questi piccoli frammenti, si sostiene, è possibile constatare l'esistenza di un certo rapporto tra uomo e Dio, e dunque tra Dio e uomo. Io sarei molto cauto; quelle tre o quattro affermazioni che vengono raccolte nel Corpus aristotelicum mi sembrano più che altro una concessione che Aristotele fa alla religiosità popolare. In genere, si può dire che uno che è buono è amato da Dio; ma con questo si coinvolge il pensiero di Dio o del mondo? Quanto poi a tutta l'argomentazione tomistica, essa vale solo nell'ipotesi creazionistica; se Aristotele non ammette quest'ipotesi, non si vede come la sua posizione possa avere il significato che San Tommaso vuol darle. Vorrei aggiungere un'altra cosa: Epicuro riprende in buona parte la posizione teologica di Aristotele, e sappiamo che egli sbalza addirittura il suo Dio in un "iperunanio" che è al di là di tutto, dove egli vive beato, senz'alcun pensiero degli uomini; certo è che la questione è discussa, ed è difficile - io direi quasi impossibile - prendere posizione. La concezione che Aristotele presenta di Dio, se è stata esaltata in talune parti, lascia insoddisfatti per altre, e non è un caso che molti studiosi, a cominciare dal Ross, ne abbiamo evidenziato i limiti, fra i quali il più pesante è il fatto che essa derivi da esigenze e problemi della fisica.


Renato Laurenti intraprende un esame della questione relativa all'origine del movimento in Aristotele, ricordando come le aporie del movimento furono già evidenziate e affrontate, dalla Scuola di Mileto, per esempio con l'apeiron di Anassimandro, e dalla riflessione di Parmenide e Zenone; Aristotele distingue in proposito tre sostanze: l'etere incorruttibile, la sostanza sublunare peritura, infine una terza sostanza immobile ed immateriale, oggetto della metafisica; il primo motore non è mosso ma dà movimento a tutto il resto; tali temi erano stati comunque già affrontati precedentemente nel nous anassagoreo o nel demiurgo platonico .Il tema del motore immobile è affrontato soprattutto nella Metafisica, dove il problema è posto secondo il punto di vista del desiderio relativo all'appetito intellettuale e all'intelligenza razionale. Nello stesso libro lamda della Metafisica si tratta di Dio come "pensiero di pensiero", il che è da intendere, per Laurenti, anche secondo il concidere in Dio di intelletto e voluntas, ossia piacere connesso all'azione del pensiero; Dio non può pensare altro da sé perché tale altro dovrebbe essere allora più alto di Dio; perciò Egli pensa se stesso; anche da un frammento di un libro sulla preghiera risulta che Dio è razionalità e mente; San Tommaso introdurrà nel Dio aristotelico anche il pensiero del mondo, che fa parte, pur abissalmente, dell'essere divino; lo stesso Aristotele in altri passi allude all'uomo buono, pio e saggio, amato da Dio, ipotizzando pertanto un Dio in relazione agli uomini, ma si tratterebbe per Laurenti di una semplice concessione alla religiosità popolare; Epicuro riprenderà la concezione aristotelica allontanando ancora di più Dio dal mondo; per concludere, Laurenti sottolinea come in realtà la concezione aristotelica di Dio non abbia alcun intento religioso e teologico, ma provenga direttamente dalla sua teoria fisica.

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Biografia di Renato Laurenti

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