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Interviste

Wolfgang Kullmann

Aristotele filosofo della natura

14/7/1989
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  • Professor Kullmann, che posto occupa la filosofia della natura nel complesso dell'opera di Aristotele? (1)
  • Professor Kullmann, ci può illustrare la concezione aristotelica della filosofia e della scienza della natura, mostrando in che misura si differenzia da quella platonica? (2)
  • Quale concetto di scienza ha in mente Aristotele quando contrassegna la trattazione della natura come scienza? (3)
  • Come si manifesta il duplice carattere empirico/deduttivo della scienza aristotelica nella scienza della natura in particolare? (4)
  • Secondo la classificazione aristotelica la fisica - cioè la scienza della natura - appartiene alle scienze teoretiche, così come la matematica e la metafisica. In che rapporto sta la fisica con la matematica e con la metafisica? (5)
  • Il movimento è un tema centrale della fisica di Aristotele. Ci sono diversi tipi di movimento? Qual è la funzione di ciascuno di essi? (6)
  • La dottrina aristotelica della sostanza, concepita come sostanza individuale, rappresenta una svolta in riferimento al problema dell'essere. Qual è il significato di questa dottrina in ambito fisico? (7)
  • Professor Kullmann, quale significato assumono la nota dottrina aristotelica delle quattro cause e il concetto di finalità applicati al mondo organico? (8)
  • Aristotele, nella Fisica, attribuisce un posto importante anche al concetto di caso e di necessità. Può commentare questo punto? (9)
  • È possibile considerare Aristotele il fondatore del vitalismo? (10)
  • Ci può spiegare come vede Aristotele la posizione dell'uomo nella natura? (11)
  • In che cosa consistono le maggiori differenze fra la concezione aristotelica della natura e quella della scienza moderna? (12)

1 Professor Kullmann, che posto occupa la filosofia della natura nel complesso dell'opera di Aristotele?

Alla filosofia della natura spetta sicuramente un significato centrale. Aristotele assegna certamente alla metafisica, che si occupa della divinità e dell'essere come tale, una grande dignità; ma è sufficiente anche una sola occhiata alla mole di scritti che trattano della natura per rendersi conto di come Aristotele veda in essa il cuore della sua attività filosofica. Più della metà dell'intero Corpus Aristotelicum è dedicato infatti a questioni di scienza e di filosofia della natura mentre, di questi scritti, la parte maggiore è dedicata alle questioni biologiche. Aristotele, se così si può dire, ha raccolto molto accuratamente la sua scienza e la sua filosofia della natura in una sorta di "corso sistematico". L'introduzione è costituita dallo scritto sulla Fisica, nel quale vengono discussi certi concetti fondamentali della filosofia e della scienza della natura: vengono trattati lo stesso concetto di natura, oltre ai concetti di movimento, di spazio e tempo, del continuo e dell'infinito. Nella Fisica Aristotele si interroga anche sull'origine del movimento del mondo e, dopo l'introduzione, passa a trattare determinate sfere della natura. Nella successione sistematica dei suoi scritti, che coincide probabilmente con la loro successione cronologica, segue quindi lo scritto De Caelo. Nei primi due libri, Aristotele vi tratta la fisica del cielo, mentre gli ultimi due sono dedicati alla dottrina degli elementi terrestri, considerati da un punto di vista fisico. Sopravviene poi una rottura in quanto, con lo scritto De generatione et corruptione, l'attenzione viene rivolta ad un altro ambito della natura. Mentre nella sfera celeste le stelle permangono in un movimento eterno, nella sfera terrestre, sublunare, dominano invece la generazione e la corruzione, il nascere e il perire. Dopo l'introduzione generale a questa sfera, rappresentata dallo scritto sulla generazione e sulla corruzione, seguono i Meteorologica, in cui vengono discussi alcuni fenomeni che rimandano per noi piuttosto al dominio dell'astronomia - come le stelle cadenti, gli aloni, le comete e cose simili. Lo scritto tratta anche di ciò che anche noi oggi designamo come "meteorologia", e cioè lo studio dei fenomeni atmosferici. Vi si discute del ciclo di evaporazione e di precipitazione, e così via. Il quarto libro dei Meteorologica è dedicato alla materia inorganica nella sfera terrestre. Abbiamo poi un nuovo salto, perché Aristotele passa al mondo del vivente. L'introduzione a questa sfera è costituita dal famoso scritto De anima, insieme ai cosiddetti Parva naturalia, piccoli scritti hanno anch'essi di carattere introduttivo. In questo insieme di scritti Aristotele tratta delle funzioni vitali in generale, e discute dei cinque sensi dell'essere vivente sotto l'aspetto fisiologico. Solo allora seguono i veri e propri scritti biologici e zoologici, con la grande raccolta di dati delle Historia animalium, che trattano delle caratteristiche delle più diverse specie animali: sono state contate cinquecentocinquanta specie prese in considerazione da Aristotele. Abbiamo quindi lo scritto intitolato Le parti degli animali (De partibus animalium), dedicato allo studio dei tessuti e degli organi degli esseri viventi. Segue poi lo scritto De generatione animalium, sulla riproduzione degli esseri viventi, in cui si trattano questioni di embriologia e di genetica. Manca la botanica, su cui non si trova nulla negli scritti di Aristotele che ci sono stati conservati; ma Teofrasto, l'allievo di Aristotele, si è occupato molto di questo campo. E se si mette insieme tutto ciò che Aristotele ha scritto e tutto ciò che Teofrasto gli aggiunge ad integrazione, avremo per intero ciò che anche noi oggi intendiamo con il concetto di natura.

2 Professor Kullmann, ci può illustrare la concezione aristotelica della filosofia e della scienza della natura, mostrando in che misura si differenzia da quella platonica?

Direi che Aristotele è stato il primo filosofo a fondare una scienza complessiva della natura. I Presocratici avevano certamente intrapreso alcuni tentativi in questa direzione. Ma contro di essi si era volto Platone, che era dell'idea che ci potesse essere scienza solo ed esclusivamente di qualcosa di immutabile e di universale, e che i fenomeni della natura a noi circostante (che sono ovviamente in perenne mutamento) non permettessero affermazioni di portata universale. Solo in tarda età Platone ha intrapreso un tentativo di esprimersi anche intorno alla natura. Ciò avviene nel famoso dialogo intitolato Timeo. In proposito, del resto, è stata avanzata l'interessante ipotesi che il Timeo rappresenti una reazione al suo allievo Aristotele. Non ci è purtroppo possibile accertare se questa supposizione sia o meno esatta, ma rimane il fatto che Platone, sebbene conceda la possibilità di interrogarsi intorno a questioni di scienza della natura, non abbandona mai la sua convinzione di fondo, secondo la quale una vera e propria scienza della natura è impossibile. Per questo afferma di voler solo narrare un mito verosimile. Quella che ci consegna Platone nel Timeo è, per così dire, una dottrina della natura in forma romanzata, mentre molte delle riflessioni che egli offre hanno un certo sapore ironico. È dunque straordinariamente difficile accertare l'opinione autentica di Platone intorno a certi fenomeni naturali. D'altra parte, è certo che anche alcune riflessioni metodologiche presenti nel Timeo sono state di stimolo per Aristotele: esistono diverse relazioni fra il Timeo di Platone e gli scritti di filosofia e di scienza della natura di Aristotele. Ma ciò che Aristotele ha introdotto in questa nuova scienza è il suo decisivo concetto di sostanza (ousìa). Aristotele accetta infatti il postulato di Platone secondo cui la scienza deve essere rivolta sempre all'universale, ma crede di potersi adeguare a questo criterio, nella conoscenza della realtà fisica, soltanto grazie al concetto di sostanza. La sostanza è costituita in sintesi da due momenti, la forma e la materia a cui questa forma è impressa in un certo qual modo come un "marchio". Lo scienziato indaga solo la forma in vista della materia. Ad esempio, egli indaga sull'elefante, registrandone determinate caratteristiche, definendo così la specie "elefante". Il concetto di "specie" animale non è altro che un calco del concetto greco di eidos: esso mostra però, forse più chiaramente dello stesso concetto originario di eidos, che la forma di una certa specie viene sempre indagata in riferimento alla sua realizzazione in un intero e determinato gruppo di individui.

3 Quale concetto di scienza ha in mente Aristotele quando contrassegna la trattazione della natura come scienza?

Aristotele parte dal presupposto che la scienza debba essere esercitata sempre come scienza singola. Egli è dell'idea che l'intero ambito del conoscibile si articoli in diversi settori, e ciascun ambito dev’essere praticato separatamente. Anche in questo caso egli si trova in consapevole ed espressa opposizione a Platone, il quale riteneva che potesse esistere solo una scienza onnicomprensiva, la dialettica, e che quando si voglia conoscere qualcosa di singolo si debba comunque avere in mente l'intero. Aristotele insegna invece che ogni singola disciplina ha un certo numero di assiomi, che debbono essere immediatamente evidenti, e che si deve tentare, partendo da questi assiomi, di pervenire a determinate conclusioni, a determinati sillogismi, dai quali si può dedurre qualcosa di nuovo.
In epoca moderna, la filosofia e la scienza hanno criticato la deduzione sillogistica come procedimento scientifico. Personalmente, penso che il concetto aristotelico di sillogismo sia stato criticato in modo ingiustamente duro. Aristotele non pensava che la ricerca si esaurisse nel sillogismo, ma sapeva con esattezza che essa muove da determinati fatti per interrogarsi poi sulle cause; e queste cause possono essere in qualche modo gli assiomi del sillogismo. Ma l'importante per lui è stata, ed è diventata sempre di più, l'empiria. In uno dei suoi primi scritti, i Topici , egli è ancora sotto l'influsso di Platone, e ritiene che in una discussione filosofica sia importante partire dall'omologia degli interlocutori, cioè dall'accordo degli interlocutori filosofici in riferimento a determinate proposizioni universali. Ma già poco dopo, nella dottrina della scienza sviluppata negli Analitici secondi, Aristotele sostiene un altro punto di vista. Egli non pensa più semplicemente alla filosofia platonica del dialogo, ed esige che le proposizioni universali debbano essere ricondotte all'osservazione per essere poi generalizzate attraverso l'induzione. Si sviluppa così in Aristotele, già nello stadio degli Analitici Secondi, una scienza bipartita. La scienza, a suo avviso, si suddivide in una parte più empirica, induttiva, e in una parte deduttiva, che si realizza in forma sillogistica.

4 Come si manifesta il duplice carattere empirico/deduttivo della scienza aristotelica nella scienza della natura in particolare?

Nella biologia, la cosa risulta nel modo più chiaro. La Historia animalium rappresenta il lato empirico, induttivo della scienza, mentre il lato deduttivo è rappresentato dallo scritto De partibus animalium. Nella Historia animalium sono raccolti una massa di fatti che si basano tutti sull'osservazione, e ci si deve immaginare che, a partire appunto dall'osservazione, essi siano stati generalizzati grazie all'induzione. Nel De partibus animalium Aristotele si domanda in che modo le singole caratteristiche raccolte nella Historia animalium siano causalmente connesse le une con le altre. Egli si chiede, ad esempio, perchè gli animali forniti di corna abbiano una dentatura incompleta e presentino più di uno stomaco - siano cioè ruminanti. La risposta che Aristotele fornisce non presenta per noi alcun interesse scientifico, ma è indicativa del suo modo di ragionare: egli ritiene che esista una legge di compensazione, e che quindi, poiché la materia defluisce nelle corna, la dentatura sia incompleta, rendendo necessaria la presenza di più stomaci. Questa, del resto, è una concezione che ha particolarmente impressionato W. Goethe (1749-1832). Nel suo Metamorfosi degli animali, Goethe ha ripreso largamente questo pensiero di Aristotele. In ogni caso, risulta qui evidente la bipartizione della scienza in una parte più empirica e in una parte deduttiva. Possiamo osservare questa bipartizione anche in altri ambiti della scienza naturale, come ad esempio nell'astrofisica. Qui il tutto si realizza all'interno di un unico scritto, il De Caelo: troviamo ricordate le osservazioni per cui la luna ha una sagoma circolare ed ha più fasi, e da ciò viene tratta la conclusione che essa ha forma sferica. Si tratta di qualcosa che non vediamo immediatamente, ma che viene dedotto da una spiegazione fondata sulla base di certe osservazioni. Questa bipartizione della scienza è divenuta di straordinario significato per l'epoca successiva, riaffermandosi in Ruggero Bacone, in Roger Cotes, in Galileo, in Newton, fino all'epoca più recente.

5 Secondo la classificazione aristotelica la fisica - cioè la scienza della natura - appartiene alle scienze teoretiche, così come la matematica e la metafisica. In che rapporto sta la fisica con la matematica e con la metafisica?

È forse più facile spiegare il rapporto fra fisica e matematica. La fisica, secondo la definizione aristotelica, si occupa dell'ente in quanto esso è mosso. La matematica si occupa invece dell'ente in quanto immoto e non autonomo. Ciò significa che, per Aristotele, fisica e matematica vertono in fondo su un unico e medesimo oggetto: tuttavia la fisica lo considera in quanto oggetto del movimento, mentre la matematica isola le sue proprietà matematiche, che sono pure astrazioni. La metafisica, comunque, è indipendente sia dalla fisica che dalla matematica. Notoriamente essa tratta da una lato una questione specifica - che cos'è Dio - in quanto teologia, dall'altro una questione più generale, chiedendosi che cos'è l'essere in quanto essere. Vi sono trattati anche il principio di contraddizione e cose simili. In nessun caso comunque, secondo Aristotele, la metafisica fornisce i principi delle altre singole scienze. Metodologicamente, essa è del tutto indipendente dalla filosofia e dalla scienza della natura.
Vorrei inoltre sottolineare l'importanza della decisione aristotelica di separare rigorosamente la matematica dalla fisica. Si dice in effetti che l'immagine platonica del mondo appare particolarmente moderna proprio per il fatto che egli ricorre alla struttura matematica del mondo. Ma se la scienza naturale ha conseguito tanti successi nell'epoca moderna, ciò è legato al fatto che Aristotele, per la prima volta, ne ha lasciato fuori la matematica. Tutta la biologia non si sarebbe potuta sviluppare nell'epoca moderna se Aristotele avesse tenuto fermo alla concezione scientifica matematizzante di Platone.

6 Il movimento è un tema centrale della fisica di Aristotele. Ci sono diversi tipi di movimento? Qual è la funzione di ciascuno di essi?

Si deve premettere che il concetto di movimento non è in grado di rendere completamente il concetto aristotelico: riferendosi al concetto aristotelico di kinesis si deve parlare propriamente di processi. Aristotele ritiene che ci siano tre tipi di mutamento o di movimento: il mutamento o movimento quantitativo, il mutamento o movimento qualitativo e il mutamento di luogo. Egli procede qui in maniera interamente fenomenologica, seguendo cioè l'aspetto esterno sotto il quale si presenta il movimento, ed è del tutto consapevole, come noi, che alla fin fine tutti i tipi di mutamento si possono ricondurre al mutamento di luogo. Con mutamento o movimento quantitativo Aristotele intende il divenire più grandi o più piccoli, la crescita e il deperimento, mutamento che si verifica ad esempio in campo biologico. Con mutamento qualitativo egli intende, ad esempio, la trasformazione della consistenza nel colore di determinate sostanze, qualcosa che noi indicheremmo come un processo chimico. Rimane forse da aggiungere, sulla sua dottrina del movimento, che Aristotele ha formulato un principio di fondamentale importanza, in base al quale tutto ciò che è mosso è mosso da qualche altra cosa. Occorre chiarire inoltre che Aristotele ritiene che il movimento, una volta iniziato, trova prima o poi un punto d'arresto. Egli prende dunque le mosse solo dal movimento che possiamo osservare, constatare nella natura circostante. Certamente non conosceva qualcosa come la legge d'inerzia.

7 La dottrina aristotelica della sostanza, concepita come sostanza individuale, rappresenta una svolta in riferimento al problema dell'essere. Qual è il significato di questa dottrina in ambito fisico?

La sostanza è certamente il caposaldo della filosofia aristotelica della natura. La sostanza è costituita di forma e di materia. Aristotele impiega spesso la formula "forma della materia", per chiarire ciò che intende conoscere con l'ausilio del suo concetto di sostanza. La scienza si rivolge in primo luogo all'universale. Essa cerca però, per quanto possibile, di rimanere prossima alla materia. Non si prendono in considerazione caratteristiche del tutto universali: ad esempio la ragione non appartiene agli oggetti della filosofia della natura, in quanto essa non si riferisce immediatamente alla materia.
Nonostante l'importanza del concetto di sostanza, rimane la questione se Aristotele abbia individuato la realtà nell'individuale, oppure, come Platone, nelle idee, nella forma. Riguardo a ciò, io non credo che si possa considerare Aristotele come un essenzialista, cioè come uno che abbia visto nell'essenza delle cose la loro vera realtà. Egli sottolinea continuamente lo stretto legame di materia e forma. Se di quando in quando si ha l'impressione che egli attribuisca alle forme, per così dire, una certa realtà, ciò dipende forse da qualcos'altro. Aristotele pensa che il numero delle forme, delle specie, sia esattamente definito, e che anche la loro struttura sia sempre la stessa, nentre noi partiamo invece dall'idea che questi modelli naturali subiscano continui mutamenti. Credo però che si tratti soltanto di una illusione prospettica, di cui oggi siamo vittime. Certamente Aristotele non era dell'idea che l'impronta della forma in determinati individui fosse solo apparenza. A tale proposito, non era né eleatico, né platonico.

8 Professor Kullmann, quale significato assumono la nota dottrina aristotelica delle quattro cause e il concetto di finalità applicati al mondo organico?

La famosa dottrina aristotelica delle quattro cause - causa efficiens, causa materialis, causa formalis e causa finalis - è connessa al suo modello della techne. La techne, il manufatto, la produzione artigianale, viene da lui utilizzata come modello per spiegare la corruzione nella sfera naturale e la nascita degli organismi. Se si trasferisce questo modello al mondo organico, tre di queste cause, o fattori, possono essere chiaramente identificati. La causa efficiens è rappresentata dal padre, la causa materialis si riscontra nei tessuti e negli organi dei quali un organismo è costituito, mentre l'aspetto esteriore e la struttura interiore di un organismo costituiscono la sua causa formalis. Più difficile è individuare la causa finale: qui l'analogia non è del tutto stringente. Le singole specie di esseri viventi, e i singoli esseri viventi, hanno in se stessi il loro fine, e non servono alla realizzazione di uno scopo superiore. Della causa finale si può parlare solo occupandosi dell'organismo di un essere vivente, dunque in relazione ai tessuti e agli organi. I tessuti e gli organi hanno tutti un fine determinato: essi servono a svolgere le funzioni vitali di una creatura nel modo migliore. Nella sfera biologica, pertanto, esiste solo questa finalità interna, mentre non c'è alcuna finalità esterna. Le spiegazioni che Aristotele impiega in questo ambito sono, ad esempio, queste: che le vene esistono a causa del sangue, e che il sangue serve al nutrimento, mentre lo stomaco serve per digerire, e dunque contribuisce indirettamente all'esistenza della creatura. Le ossa, infine, servono a dare sostegno alla carne, mentre le corna, gli zoccoli, gli artigli e le unghie servono alla difesa.
Gli esempi che ho citato, relativi all'applicazione della categoria di causa finale in campo biologico non giustificano, a mio avviso, il rimprovero, mosso ad Aristotele in epoca moderna, secondo cui egli avrebbe sostituito le spiegazioni causali con delle spiegazioni intenzionali. Aristotele non ha mai pensato che della finalità naturale sia responsabile un dio creatore, come può invece aver inteso Platone nel Timeo, o come tornarono ad affermare filosofie posteriori. In altre parole, per Aristotele non c'è alcuna istanza trascendente che ponga dei fini qualsivoglia nella natura. Volendo inquadrare in termini moderni la finalità che Aristotele constata, è molto meglio rimandare a un'idea che è stata sviluppata nella più moderna biologia. Il biologo americano Pittendrigh ha coniato il concetto di "teleonomia": con questo concetto egli indica una finalità che prescinde dalla sua origine. Invece di definire Aristotele come il padre della teleologia, come capita di leggere nei manuali di scienze naturali, lo si potrebbe definire come il padre della teleonomia. In tutto ciò troviamo una certa ironia della storia della scienza, visto che il concetto di teleonomia è stato coniato dai moderni biologi proprio per escludere dalla biologia certe idee teleologiche che risalirebbero ad Aristotele!
Com'è noto, Aristotele parla di un'idea di finalità anche in ambito cosmologico: egli afferma che la divinità, il motore immobile, esercita sull'intero mondo una tale forza di "attrazione" che questo tende verso di essa. Questa finalità va però distinta nettamente dalla finalità vigente nel regno della biologia. Il "motore immobile" è immobile perché non può avere un'ulteriore causa al di fuori di sé, e il fatto che sia immobile ha come conseguenza che anche il movimento che produce è diverso da quello abituale. Esso muove il mondo in quanto lo sollecita a tendere verso di sé. Si tratta di un tendere ad uno scopo che non ha niente a che fare con la finalità vigente nel regno organico.

9 Aristotele, nella Fisica, attribuisce un posto importante anche al concetto di caso e di necessità. Può commentare questo punto?

Parlando del caso e della necessità nella filosofia della natura di Aristotele, si deve affrontare in primo luogo il problema del determinismo. Nella fisica moderna si attribuisce al macrocosmo un rigido determinismo e si è dell'idea che il microcosmo (il mondo degli atomi) sia invece indeterminato. Detto altrimenti, non si può stabilire quali atomi si scindano in un tempo determinato, ma si può osservare soltanto una certa regolarità statistica. In Aristotele la cesura fra determinismo e indeterminismo è posta invece in modo diverso: anche per lui il mondo delle stelle è determinato da una necessità assoluta, mentre il mondo della generazione e della corruzione, il nostro mondo terreno, non è del tutto determinato. Aristotele afferma che qui si riscontra soltanto una necessità limitata. Se si parte dal fatto che deve formarsi un certo essere vivente, e che esso deve giungere a piena maturità, allora - dice Aristotele - devono necessariamente realizzarsi i processi fisiologici necessari a questo sviluppo. In questo senso, si può addirittura affermare che i processi organici che intervengono nella formazione dell'essere vivente si svolgono con necessità meccanico-causale. Questo è vero, però, solo in base alla premessa per cui un certo essere vivente deve nascere e svilupparsi senza incontrare ostacoli. Tuttavia, possono subentrare dei fattori esterni di disturbo che non sono ulteriormente motivabili e determinabili. Così come un manufatto può, per errore, riuscire male, possono anche nascere degli esseri deformi: è in questo che entra in gioco il caso. Aristotele prende in esame questo elemento di indeterminatezza anche sotto un altro punto di vista: egli ritiene che certi esseri inferiori, come ad esempio i vermi, si sviluppino spontaneamente dalla materia inorganica. Si tratta di quella parte della dottrina di Aristotele che viene contrassegnata in generale con il concetto di "generazione spontanea". Questo concetto, però, è in qualche misura fuorviante; Aristotele non ha mai pensato che qualcosa che si sviluppa dalla materia inorganica possa poi riprodursi sessualmente. Questi esseri inferiori si sviluppano piuttosto sempre di nuovo da uno stato organico ad uno stato inorganico. Se si vuole fare un paragone con qualcosa di moderno, possiamo pensare ai virus, nei quali anche noi differenziamo stati inorganici e stati organici. Nella visione aristotelica della natura, dunque, anche l'ambito della generazione spontanea appartiene a ciò che è determinato dal caso.

10 È possibile considerare Aristotele il fondatore del vitalismo?

La dottrina del vitalismo, in epoca moderna, è stata sostenuta in primo luogo dal famoso biologo tedesco Hans Driesch, all'inizio del nostro secolo. Driesch divenne famoso per i suoi esperimenti sulle uova di riccio marino: trapiantò determinati tessuti da una parte all'altra dell'embrione, e si meravigliò del fatto che da esse si sviluppava qualcosa di interamente diverso da quanto si produceva normalmente. Driesch ne attribuì la responsabilità ad un fattore immateriale, vitalistico, che, sulla scorta di Aristotele, chiamò entelècheia. Driesch introdusse poi la distinzione fra il significato prospettivo di una certa parte dei tessuti e la sua potenza prospettiva. Il significato prospettivo è il destino normale di una qualche parte dell'embrione dell'uovo di riccio marino, mentre la potenza prospettiva va molto oltre: da un unico e medesimo tessuto può svilupparsi, a seconda della posizione in cui si trova ad agire, qualcosa di completamente diverso. Driesch ricondusse dunque le cause di questo fenomeno ad un fattore immateriale, collegandosi ad Aristotele, e indicò lo stesso Aristotele come suo predecessore, come il primo vitalista. In questi esperimenti di Driesch, per quanto riguarda Aristotele, l'importante è che egli fornì per la prima volta, alla fine del XIX secolo, la prova sperimentale di una famosa teoria aristotelica, la teoria dell'epigenesi. In base ad essa l'embrione in formazione si sviluppa gradualmente, in modo tale che in esso divengono in primo luogo visibili le caratteristiche generali, e solo in seguito si producono le caratteristiche più specifiche. A causa di questa teoria embrionale epigenetica Aristotele è stato combattuto per secoli nell'epoca moderna da parte dei preformisti, i quali ritenevano che un uomo in miniatura fosse già presente, preformato, nello sperma maschile o nell'ovulo femminile. Soltanto grazie agli esperimenti di Driesch sulle uova di riccio di mare si è potuto portare la prova dell'esattezza della teoria dell'epigenesi. Due cose tuttavia Driesch non vide: egli non sapeva, come sappiamo invece noi oggi, che ogni cellula del corpo porta memorizzati tutti i caratteri ereditari nei geni, e che il richiamo di questi caratteri ereditari ha luogo selettivamente secondo le circostanze. Per la concezione moderna, dunque, l'assunzione di un fattore immateriale, di un principio vitalistico, non sarebbe stata necessaria. Ma ciò che Driesch non ha visto è anche il fatto che Aristotele ha posto, accanto alla sua teoria embrionale, anche una teoria genetica che è brillantemente adatta a spiegare il richiamo successivo di determinati caratteri ereditari. La genetica aristotelica è stata naturalmente sviluppata in maniera interamente speculativa, ma è una eccellente anticipazione delle conoscenze biologiche più moderne. Con questa teoria, se si vuole, egli precorre le teorie della biologia molecolare, la scoperta di Watson e Crick, in quanto egli pensa che vengano trasferiti all'embrione, dallo sperma maschile e dal lato femminile, degli impulsi, nella forma di un codice genetico, che portano poi alla realizzazione dei caratteri ereditari. Aristotele riteneva dunque che nello sperma maschile, così come nel sangue mestruale della donna - che egli forese considerava analogo allo sperma dell'uomo - fossero memorizzate le informazioni ereditarie.

11 Ci può spiegare come vede Aristotele la posizione dell'uomo nella natura?

Per quanto concerne gli scritti biologici di Aristotele, l'uomo vi è trattato insieme agli altri esseri viventi, senza che vengano sottolineate grandi differenze. In un luogo della Historia animalium egli si pronuncia sul rapporto reciproco delle specie animali, e constata un passaggio diretto dal mondo inanimato alla piante fino a forme di organizzazione dell'essere vivente sempre superiori: al culmine della piramide c'è l'uomo. In epoca moderna questa idea di Aristotele è stata indicata come scala naturae, una scala naturale, nella quale l'uomo occupa, per così dire, il gradino più alto. Le cose stanno invece diversamente se si includono nella discussione altri testi di Aristotele, tratti dalla Metafisica, dall'Etica Nicomachea e dal III libro del De anima. Qui all'uomo viene attribuita come tratto specifico la facoltà razionale, che gli conferisce la capacità di pervenire alla teoria, per esprimersi in termini aristotelici, dunque alla contemplazione della natura dall'esterno. Che le cose vadano intese veramente così lo mostra il fatto che Aristotele pone l'uomo, in quanto capace di elevarsi alla teoria, ad uno stesso livello con la divinità, che è anch'essa in grado di contemplare l'intera natura dall'esterno. In questo senso l'uomo ha dunque un duplice carattere: da un lato sembra integrato nella natura, mentre dall'altro, in virtù della sua facoltà razionale e della sua possibilità di elevarsi alla teoria, si trova al di fuori di essa. Forse, in questo contesto, ci si può rifare ad una interessante affermazione di Aristotele: nella Fisica egli scrive che l'attività specificamente umana è la produzione tecnica, la produzione di manufatti. Anche qui, fino ad un certo grado, sembra esprimersi il duplice carattere dell'uomo: Aristotele definisce la echne, la produzione di manufatti, affermando che essa in parte realizza ciò che la natura non è in grado di portare a compimento, in parte la imita. Dunque la produzione tecnica artigianale dell'uomo è da un lato mera imitazione della natura: come le rondini costruiscono nidi, l'uomo si costruisce una casa. In parte però quest'attività rappresenta quasi un prolungamento della natura. L'uomo è in grado di fare qualcosa di più di quanto non sia in grado di fare la natura. Si può pensare, ad esempio, che l'uomo crea degli abiti, senza avere per questo un modello nella natura. Aristotele dice però espressamente che questo agire dell'uomo, trascendente la natura, è in fondo soltanto un compimento di ciò che la natura "non è riuscita a fare". Ciò significa che l'uomo, anche dove abbandona la sfera della natura, rimane tuttavia sottomesso alle sue leggi. Questa formulazione di Aristotele può lasciar intravedere un certo carattere di compromesso; io la trovo tuttavia molto centrata, e conforme al problema.

12 In che cosa consistono le maggiori differenze fra la concezione aristotelica della natura e quella della scienza moderna?

Credo che occorra in primo luogo mettere in evidenza due differenze. Secondo Aristotele la natura ha un limite, e questo limite è rappresentato dal cielo delle stelle fisse, al di fuori del quale non c'è null'altro. Ciò contraddice in molti sensi le nostre idee correnti, o almeno la nostra rappresentazione volgare, visto che tendiamo a immaginare la natura come infinita. La seconda differenza fondamentale sta in ciò, che Aristotele non attribuisce alla natura alcuna storia, né alla natura nel suo insieme, né al mondo del vivente. Egli rifiuta le cosmologie dei Presocratici, né crede che tutta la vita sulla terra sia nata dall'acqua, come ritenevano alcuni di essi. Se ci si interroga sui motivi che hanno indotto Aristotele a questa presa di posizione, direi che si è trattato di una precauzione metodologica: egli non ha avuto a disposizione alcun materiale tratto dall'osservazione che lo potesse condurre con certezza all'idea dell'infinitezza del mondo, o della storicità della vita sulla terra.
Ora, va ricordato che la scienza classica moderna si è affermata contro l'aristotelismo. In questo contesto, Aristotele deve essere però distinto dalla tradizione aristotelica, e forse addirittura riscattato nei confronti di quella. Questo vale sicuramente per il problema della teleologia, a proposito del quale, nel corso della storia delle influenze dei suoi scritti, gli è stato certamente fatto un torto. Si è sempre continuato a sovrapporre ad Aristotele l'idea cristiana di un Dio creatore, mentre egli non ha mai condiviso l'opinione per cui la finalità nella natura sarebbe dovuta alle "intenzioni" di una forza metafisica o di una divinità. La finalità del mondo non è, come vuole Monod, un prodotto del caso e della necessità. Ma non lo è semplicemente per il fatto che, secondo Aristotele, il nostro mondo non è il prodotto di alcunché!


Il fatto che più della metà del Corpus aristotelicum sia dedicato a questioni di fisica e biologia, dimostra, secondo Wolfgang Kullmann, la centralità della filosofia della natura nel complesso dell'opera di Aristotele. Se Platone, sotto l'influenza del pitagorismo, riduce la natura vivente a rigide strutture geometriche, ritenendo che possa darsi scienza solo di ciò che è universale e immutabile, Aristotele, al contrario, introducendo un nuovo concetto di sostanza, ritiene che lo scienziato naturale possa indagare la forma o specie nelle sue molteplici realizzazioni materiali e individuali. Nel tentativo di salvaguardare l'autonomia e l'autosufficienza di ogni singola disciplina, contro l'idea platonica di un sapere unitario e onnicomprensivo, Aristotele, a partire dagli Analitici Secondi, elabora quella suddivisione della scienza in una componente deduttiva e in una componente induttiva, che troverà un'eminente esemplificazione nella biologia e nella fisica, influenzando il pensiero scientifico successivo. Dopo aver accennato alla classificazione aristotelica delle scienze teoretiche (metafisica, fisica e matematica) e ai loro rapporti reciproci, Kullmann passa ad illustrare i capisaldi della fisica di Aristotele: il concetto di movimento e la sua classificazione; la nozione di sostanza come unità di materia e forma; la dottrina delle quattro cause che Aristotele costruisce trasferendo il modello della tecnica come produzione umana al mondo della natura; la finalità naturale come "teleonomia", cioè come razionalità che esclude il ricorso ad un dio creatore o alla semplice idea di un'origine del mondo, postulando semplicemente un "motore immobile" che esercita sul cosmo una forza di attrazione; il ruolo combinato della necessità meccanica e del caso nella formazione dell'essere vivente.
Parlando, poi, degli influssi dell'aristotelismo sul pensiero scientifico successivo, Kullmann indica in Aristotele il precursore sia del cosiddetto "vitalismo", sostenuto in epoca moderna dal biologo tedesco Hans Driesch che per primo verificò sperimentalmente la teoria aristotelica dell'epigenesi .
Lo studioso tedesco accenna anche all'antropologia aristotelica che, da una parte, concepisce l'uomo come semplice vertice di una scala naturale e, dall'altra, come razionalità teoretica che contempla la natura dall'esterno, approssimandosi alla perfezione della vita divina. Su due punti, invece, secondo Kullmann, Aristotele si distingue profondamente dalla sensibilità scientifica moderna: la negazione dell'infinità del mondo e la negazione della storicità della natura.

 

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Biografia di Wolfgang Kullmann

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