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Interviste

Jacques D'Hondt

L'eredità del pensiero politico di Hegel

2/12/1988
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  • - Professor D’Hondt, molti interpreti, come per esempio Norberto Bobbio, vedono nella polemica di Hegel contro l'Inghilterra una vera e propria “anglofobia”, in cui si avrebbe un'evidente dimostrazione dell'antiliberalismo hegeliano. Si può parlare davvero di anglofobia illiberale? (1)
  • - La polemica di Hegel contro il contrattualismo, non può essere considerata come una prova ulteriore e come una possibile altra dimostrazione del rifiuto hegeliano del liberalismo. (2)
  •  - Karl Popper insiste molto sull'olismo e sull'organicismo della filosofia hegeliana del diritto, che comporterebbero però una sottovalutazione, se non addirittura il disprezzo del singolo individuo. Si deve interpretare una tale lettura come un'ulteriore possibile conferma che la posizione hegeliana sarebbe stata in realtà illiberale? (3)
  • - Il riconoscimento dei diritti della soggettività e dell'individuo non finisce poi per risultare in contraddizione rispetto alla celebrazione dello Stato che si rimprovera a Hegel? (4)
  • - Dal 14 luglio 1789 fino alla rivoluzione del 1830 sono state sperimentate tutte o quasi tutte le forme di Stato pensabili e possibili ed ogni volta il problema del rapporto tra lo Stato e l'individuo si è riproposto da capo. Hegel ha affrontato questo problema? Con quale esito? (5)

 

 

1 - Professor D’Hondt, molti interpreti, come per esempio Norberto Bobbio, vedono nella polemica di Hegel contro l'Inghilterra una vera e propria “anglofobia”, in cui si avrebbe un'evidente dimostrazione dell'antiliberalismo hegeliano. Si può parlare davvero di anglofobia illiberale? 

È una vecchia discussione chiedersi dove si trovi l'espressione più progredita del liberalismo, se in Inghilterra o altrove. La questione fu già proposta in Francia negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione francese. Nel 1789 i rappresentanti politici francesi dovettero poi scegliere fra il sistema rappresentativo all'inglese e quello invece di tradizione francese. In un testo assai significativo, un rivoluzionario francese sostenne addirittura che la Francia non avesse bisogno - come invece l'Inghilterra, erede di un passato arcaico - di una camera alta di aristocratici e di una camera bassa, ritenendo preferibile invece una rappresentanza egualitaria del popolo, senza distinzioni di ceto. Altri esponenti dell'illuminismo, come per esempio Montesquieu, così come alcuni rappresentanti del terzo stato e della nobiltà francese agli Stati Generali espressero invece una preferenza per il sistema liberale inglese a due camere. In ogni caso il liberalismo inglese non esaurisce certo l'esperienza liberale, né la rappresenta integralmente, inoltre il liberalismo francese ebbe ben altri antecedenti. L'impostazione liberale di un Guizot, di Thiers, di Mignet e di tanti altri, prese senza dubbio degli spunti anche dalle dottrine inglesi, ma apprese molto di più dalla lezione concreta e dall'esperienza storica della Rivoluzione francese.

2 - La polemica di Hegel contro il contrattualismo, non può essere considerata come una prova ulteriore e come una possibile altra dimostrazione del rifiuto hegeliano del liberalismo. 

Anche questo è un problema assai complesso. Non è detto comunque che il liberalismo comporti necessariamente una posizione contrattualista, penso per esempio a molti liberali francesi dei nostri giorni, che certo non fondano la costituzione politica liberale sul consenso libero, espresso e volontario di tutti. Si potrà obiettare che un tale liberalismo francese contemporaneo risulta assai poco 'francese', visto che non si pone sulla linea dell'eredità di pensiero di un Jean Jacques Rousseau. Ma forse in effetti il liberalismo non implica necessariamente il contrattualismo.

3 - Karl Popper insiste molto sull'olismo e sull'organicismo della filosofia hegeliana del diritto, che comporterebbero però una sottovalutazione, se non addirittura il disprezzo del singolo individuo. Si deve interpretare una tale lettura come un'ulteriore possibile conferma che la posizione hegeliana sarebbe stata in realtà illiberale? 

Si possono effettivamente trovare in Hegel degli argomenti che in certo modo giustificano questo apprezzamento negativo e possono far sorgere il sospetto che la sua posizione sia in realtà caratterizzabile come un anti-individualismo. D'altronde proprio nelle ultime lezioni berlinesi si può trovare un passaggio non molto noto, ma assai eloquente, in cui Hegel sottolinea l'importanza del diritto alla soggettività, considerato come una delle più grandi conquiste umane ed inteso come diritto al libero pensiero e alla libera decisione.
A questo proposito può essere interessante richiamare l'attenzione su un aspetto della dottrina di Hegel che a mio parere non è stato considerato a fondo. Hegel ricollega continuamente alla Riforma religiosa di Lutero ciò che io chiamo il suo liberalismo, inteso naturalmente nel senso più ampio del termine e senza voler riportare una tale caratterizzazione ad una più specifica dottrina liberale. Il merito più grande che egli riconosce a Lutero e alla Riforma è di aver soppresso ogni rigida distinzione tra il clero e i laici, con Lutero infatti, a suo parere, ciascuno può scegliere in materia religiosa - e la religione è un fondamento della vita sociale oggettiva -, ciascuno può scegliere in che cosa credere o non credere, che cosa leggere o non leggere, come interpretare i testi: “Non ci sono più laici nella religione riformata”, sostiene Hegel. Si potrà controbattere ricordando che nella religione riformata esiste comunque un clero, come del resto in tutte le altre religioni, ma un tale appunto non è significativo, visto che importa piuttosto comprendere l'interpretazione che Hegel dà della Riforma. A suo parere tale esperienza storica e religiosa avrebbe distrutto il sistema di oppressione intellettuale in cui l'individuo permette che altri scelgano e giudichino al suo posto. Una considerazione analoga sarà fatta anche nel quadro di un'analisi della Rivoluzione francese, considerata come un esito diretto della Riforma: se si effettua infatti una riforma religiosa, sarà da attendersi anche un'analoga riforma politica, se questa poi non è accettata dalle autorità, si darà allora inevitabilmente una rivoluzione.
Alla Rivoluzione francese è accordato così lo stesso merito che Hegel aveva riconosciuto alla Riforma di Lutero e magari anche un merito maggiore. Se la Riforma luterana aveva soppresso infatti la distinzione tra laici e clero, ovvero tra una popolazione mantenuta in uno stato di minorità, privata di parola e di possibilità di scelta, e qualcuno che invece poteva parlare e decidere a suo nome, la sua era stata soprattutto una rivendicazione di tipo spirituale. Con la Rivoluzione francese, invece, l'uomo ha deciso per la prima volta di non farsi più trascinare dagli eventi, ma di lasciarsi dirigere finalmente dalle proprie idee, non più imposte da un clero o da un'autorità esterna, ma scelte liberamente e definite autonomamente, allo stesso modo in cui un protestante o un luterano, secondo la sua lettura della Riforma, può scegliere la confessione che intende seguire e perfino dare una propria interpretazione dei testi.
Per celebrare la Rivoluzione francese Hegel ha forgiato espressioni davvero straordinarie, forse fin troppo cariche di enfasi, come il celebre passo in cui sostiene: “Da quando i pianeti girano intorno al sole non si era mai vista una cosa simile”. Il giudizio secondo il quale Hegel avrebbe sottovalutato del tutto l'importanza della realtà individuale deve tener presente anche queste considerazioni, nelle quali al contrario si accorda grande importanza proprio all'individuo in quanto tale, anche se effettivamente in altri testi la realtà individuale risulta assai meno importante.

4 - Il riconoscimento dei diritti della soggettività e dell'individuo non finisce poi per risultare in contraddizione rispetto alla celebrazione dello Stato che si rimprovera a Hegel? 

Senza dubbio Hegel non sfugge alla contraddizione. Si potrà dire che egli in fondo è il filosofo della contraddizione, ma quelle in cui gli capita talvolta di cadere non sempre corrispondono all'immagine della dialettica che egli rivendica per il pensiero, sono infatti assunzioni che difficilmente si conciliano le une con le altre e la cui contraddittorietà non ha alcun merito dialettico. La discordanza è particolarmente evidente nel caso del rapporto tra l'individuo e lo Stato.
Negli scritti hegeliani è facile trovare a più riprese una vera e propria apologia dell'individuo, anche se questo aspetto del suo pensiero gli è stato molto spesso rimproverato, anche perché in genere si tratta dell'apologia delle grandi individualità della storia, del pensiero e dell'arte. Le grandi costruzioni politiche, le grandi conquiste religiose, le grandi opere artistiche sono da lui ricondotte quasi esclusivamente alla soggettività dell'individuo che ha saputo esprimere il mondo in cui viveva. Si può dire che Hegel riconosca la possibilità umana di soggettività in tutti i suoi diritti, d'altronde il termine stesso rappresenta nella sua filosofia un tema di primaria importanza: “la sostanza è soggetto”, da un'assuzione simile si dipana l'intero impianto sistematico hegeliano, anche se si tratta in questo caso di un soggetto inteso in senso lato, non del soggetto individuale come questo o quell'uomo che esiste nella vita concreta, il che rappresenta certamente anche una considerevole difficoltà da un punto di vista interpretativo.
Certamente il tema del rapporto tra lo Stato e l'individuo, che interessa nell'ambito di un'indagine di filosofia politica, è stato uno dei grandi problemi della Rivoluzione francese e in ogni caso una delle questioni di cui i rivoluzionari erano ben consapevoli. Si pensava di lottare per la libertà, per l'uguaglianza, per la fraternità, per la giustizia, insomma per degli ideali per i quali i rivoluzionari accettavano di combattere, di correre ogni rischio, essendo disposti anche a morire. L'ideale fondamentale che si trovava alla base di tali idee per cui si combatteva era innanzitutto l'individuo, che riuniva in sé l'intera tradizione della letteratura filosofica francese, elogiata tra l'altro in maniera sorprendente dallo stesso Hegel, che avrà grande considerazione per la produzione illuministica francese e sarà uno dei pochi grandi storici della filosofia a considerare gli intellettuali francesi del XVIII secolo come dei veri e propri filosofi. Per Hegel infatti Voltaire, Rousseau, Diderot, Helvétius non sono semplicemente degli scrittori o saggisti, ma dei veri filosofi, cui egli dedica un capitolo intero della sua storia della filosofia. Se si eccettua forse Rousseau, che costituisce un caso a parte, tutti questi pensatori hanno esaltato le ragioni dell'individuo, sono stati dei pensatori dell'individualità e della sua liberazione. D'altro canto è evidente che nell'esperienza di una rivoluzione politica, che ha soppresso radicalmente una forma di Stato, sperimentando nuove istituzioni succedutesi molto rapidamente le une alle altre, in un complicato intreccio di 'esperienze per prove ed errori', i pensatori hanno tentato ogni strada, portando alle estreme conseguenze anche dottrine unilaterali, fino a punti di non ritorno, fino al vicolo cieco.

5 - Dal 14 luglio 1789 fino alla rivoluzione del 1830 sono state sperimentate tutte o quasi tutte le forme di Stato pensabili e possibili ed ogni volta il problema del rapporto tra lo Stato e l'individuo si è riproposto da capo. Hegel ha affrontato questo problema? Con quale esito? 

Evidentemente il problema si pose anche a Hegel, che lo risolse con difficoltà o, per meglio dire, non riuscì affatto a risolverlo adeguatamente. Del resto, per poterlo incolpare di una tale omissione, bisognerebbe prima dimostrare che qualche altro pensatore abbia invece risolto il problema in maniera soddisfacente! In fondo ancora ai nostri giorni, per lo meno in Francia, si ripropone sempre di nuovo il problema del rapporto tra l'individuo e lo Stato. Evidentemente la soluzione ideale sarebbe quella che contempli uno Stato che permetta agli individui lo sviluppo più libero e, nello stesso tempo, più perfetto e completo. Hegel ha cercato di pensare una tale soluzione, pur senza riuscire in pieno nel suo intento, come hanno giustamente messo in luce i suoi interpreti più rigorosi. La cosa è tanto più sorprendente, in quanto Hegel disponeva invece dei mezzi logici che avrebbero potuto permettere una sorta di accordo tra il particolare e l'universale, tra l'individuale e il particolare. Il suo metodo di pensiero era senza dubbio il più adatto a pensare una qualche sintesi tra l'individuo e lo Stato. Ma, soprattutto in seguito all'influenza della Rivoluzione francese, egli ha pensato che lo Stato fosse il superamento di tutto, la sua enfasi per lo Stato, che spesso oggi gli si rimprovera, era in fondo nello spirito stesso della Rivoluzione francese, imperniato su una legge di fronte alla quale tutti dovrebbero essere eguali, su una legge che s'impone a tutti.
Anche temi quali il bene pubblico, l'interesse generale, la patria, sono le parole d'ordine principali della Rivoluzione francese. Ma ciò significa che Hegel, nel suo orientarsi ai valori della rivoluzione, non poteva in alcun modo sacrificare lo Stato, tanto più che egli visse nell'epoca che sarà poi detta l'era delle nazionalità, visto che proprio in quegli anni si costituirono le diverse nazionalità europee, rendendosi indipendenti l'una dopo l'altra. Criticare l'idea di Stato avrebbe comportato a quel tempo allontanarsi anche dall'idea di nazione e di patria, cui lo Stato è sostanzialmente connesso, e quindi rinunciare anche ad ogni ideale di indipendenza, senza svolgere in definitiva alcun ruolo propulsivo in un'epoca storica che su questi ideali stava appunto crescendo.
Hegel si trovava pertanto di fronte a una doppia obbligazione: nei confronti dell'individuo e nei confronti dello Stato. Ma per primo egli sostenne innanzitutto lo Stato, per esempio nel trattare di Robespierre e della dittatura giacobina, cui peraltro non risparmia critiche pungenti, Hegel ne sottolinea il merito di aver conservato lo Stato. In fondo conservare lo Stato era proprio l'intento di Robespierre, lo scopo di Saint-Just, e tuttavia essi erano degli individualisti anche in seguito alle loro scelte dottrinali, nonostante gli eventi non abbiano permesso loro di conciliare completamente la massima libertà individuale con la massima autorità e fermezza dello Stato. Si tratta di un problema in fondo tuttora irrisolto, c'è stato chi ha proposto che la sola soluzione possibile è nella soppressione definitiva dello Stato, ma ancora aspettiamo di vederla attuata da qualche parte.



185 6 La filosofia politica di Hegel, seppure la si voglia considerare come espressione di idee liberali e di entusiasmi per l'esperienza rivoluzionaria francese, tuttavia non ha avuto alcuna influenza considerevole sulla storia del liberalismo. Come mai il suo pensiero è stato ripreso piuttosto in altre direzioni, magari affatto antiliberali? 
Occorre riconoscere innanzitutto che il pensiero politico hegeliano è stato presto scavalcato dagli eventi, la sua proposta politica era già superata poco dopo essere stata formulata! Non si dimentichi in proposito l'estrema rapidità nella successione degli eventi e, dal punto di vista dottrinale, il rapido susseguirsi di teorie politiche nel periodo intorno al 1830. In pochissimi anni gli intellettuali del tempo sono passati da certe convinzioni ad altre completamente diverse, un esempio classico per illustrare questo rapido alternarsi dei punti di vista può essere Marx. Egli è stato da ragazzo e da giovane studente un sostenitore della monarchia, poi è passato a difendere tesi costituzionaliste diventando liberale, fu tra l'altro un grande leader del liberalismo in Renania come redattore capo di un giornale liberale della Renania; in seguito è diventato repubblicano, infine è passato al socialismo. Se si cerca di determinare esattamente in che data Marx ha modificato volta a volta le sue vedute politiche, si incontrano grandi difficoltà, perché le più radicali svolte di prospettiva sono avvenute in un tempo assai limitato.
Per quanto riguarda il risultato cui era giunta la riflessione politica di Hegel, occorre riconoscere che per il suo tempo si trattava di proposte relativamente audaci. Naturalmente non si debbono neanche esagerare gli aspetti liberali del suo pensiero, fino a farlo diventare un pensatore addirittura progressista, come talvolta oggi si ama sottolineare, ma l'invito a non esagerare l'importanza dei suoi tratti liberali non può diventare un alibi per non riconoscerne neanche l'esistenza. Gli aspetti più innovativi del suo pensiero sono diventati caduchi in pochi anni, tra il 1831 ed il 1840 il panorama politico si trasformò completamente e la stessa riflessione politica dovette occuparsi di problemi completamente diversi. Per dirla in termini epistemologici, come se esistesse un'epistemologia politica, si può dire che in quegli anni si ebbe una rottura epistemologica considerevole, forse non assoluta, ma comunque di certo assai profonda. Solo in seguito, retrospettivamente e sulla base di un approccio di tipo storico, si ritroveranno nello Hegel politico le premesse di sistemi di pensiero sviluppati molto più tardi e senza alcun rapporto diretto con la sua riflessione.
Occorre poi considerare che solo una parte del suo pensiero politico si espresse nei libri pubblicati e in particolare nei Lineamenti di filosofia del diritto. Il suo pensiero politico era infatti sviluppato anche nelle lezioni di filosofia del diritto tenute all'Università di Berlino e ben note ai suoi studenti, che sapevano leggere fra le righe il vero significato delle sue espressioni. Vi era inoltre probabilmente almeno una parte della concezione politica che Hegel non poteva esporre neanche a lezione, perché non ne aveva l'autorizzazione, e poi vi era ancora la sua vita politica di cittadino, con le sue convinzioni e i suoi piani, che però ci rimangono per gran parte nascosti.


185 7 Quando Hegel accenna ad una fine della storia, la sua posizione non si smaschera da sola? Non è forse in questa sua convinzione l'essenza stessa del conservatorismo? 
Hegel ha parlato della fine della storia con molta moderazione, in realtà ha soprattutto evocato una fine ultima di tutto, il che è in definitiva la base stessa della religione cristiana nella sua aspettativa escatologica della fine dei tempi. Senza una tale concezione, la religione cristiana risulterebbe del tutto snaturata ed inconcepibile. Per il cristiano, infatti, la Provvidenza dirige le cose verso un certo fine e quando il fine è raggiunto non c'è più nient'altro da fare: si tratta dell'idea di una fine della storia terrena degli uomini e allo stesso modo vi è in Hegel anche una prefigurazione della fine delle religioni.
Come è noto, Hegel fu sempre molto interessato al problema religioso. Naturalmente ci si può interrogare sulla natura e sulla qualità del suo sentimento religioso personale, ma questo sarebbe poi irrilevante per comprendere il senso della sua filosofia della religione. In ogni caso egli ha studiato a fondo le varie religioni e, come tutti i suoi contemporanei, come del resto anche la generazione successiva, per esempio lo stesso Marx o un socialista francese come Pierre Leroux, ha ritenuto che la religione cristiana era, da un punto di vista storico, l'ultima religione possibile, visto che non sarebbe stato possibile immaginare un'altra religione dopo il cristianesimo. Alcuni pensatori hanno ritenuto che dopo la religione ci sarebbe stata l'irreligione, l'assenza della religione, in senso agnostico o ateo, e che quindi il problema religioso era ormai da considerare come superato, visto che era finita ogni sua pregnanza.
Anche i liberali del tempo di Hegel hanno ritenuto che la storia politica fosse in qualche misura terminata. Quando Guizot parla delle classi sociali e della vittoria della plebe sui nobili, egli pensa che si tratti dell'ultima vittoria, della vittoria politica finale, dopo la quale non potranno più esserci nella società opposizioni radicali o antagonismi profondi. Soltanto Adolphe Thiers ha avuto la perspicacia di accorgersi che la lotta delle classi, nel loro avvicendamento, avrebbe fatto sì che il bracciante diventasse per l'individuo del terzo stato ciò che il terzo stato era stato per l'aristocratico, ma Thiers, nella sua lucidità, fu un'eccezione. Altrimenti tutti pensarono ad una fine della storia, come del resto lo fanno anche gli uomini del nostro tempo.
Quasi tutti i pensatori politici e religiosi del nostro tempo ritengono implicitamente che la storia sia finita. Se sono cristiani, dichiarano che la religione cristiana è l'ultima possibile, se sono liberali, considerano che il modello occidentale, ossia la democrazia liberale, sia la forma politica suprema ed insuperabile, non essendo immaginabile niente di meglio o di ulteriore in cui credere o sperare. È molto strano il fatto che poi sono proprio questi teorici contemporanei a rimproverare a Hegel la sua idea di una fine della storia, prossima ed incipiente, quando loro stessi adottano ad una sola voce la stessa prospettiva, giacché difendono l'idea che possa darsi magari ancora qualche nuovo, seppur trascurabile movimento, che possa esserci ancora qualche piccolo evento o qualche cambiamento marginale, ma che il fine ultimo sia sostanzialmente raggiunto e che pertanto non ci sia nient'altro da fare se non predicare il cristianesimo evangelizzando tutto il mondo o diffondere la democrazia liberale fino all'ultima realtà politica dell'Africa o dell'Asia.


185 8 Che cosa può dirci riguardo alla spinosa questione del “sistema-metodo” in Hegel? 
Evidentemente il fatto che in Hegel si trovi un’affermazione sulla fine della storia risulta tanto più imbarazzante, in quanto il suo pensiero è tutto e sempre pervaso dal movimento e dal continuo cambiamento, al punto da potersi dire che quella di Hegel è una vera e propria apologia del cambiamento, una critica sempre reiterata a tutto ciò che è fisso, immobile, a tutto ciò che non varia e non si trasforma. È chiaro allora che vi è una contraddizione, subito afferrata dai più perspicaci, tra un modo di pensare che implica il cambiamento continuo e questa sorta di presentimento, secondo cui non può più avvenire niente di veramente nuovo, perché tutto resterebbe in fin dei conti com'è ora.
Più che conservatorismo, forse si tratta di un'espressione di impotenza, uno smarrimento che si esprime negli ultimi scritti di Hegel: si credeva che tutto fosse finito e invece tutto continua. Hegel stesso è costantemente vissuto in un periodo pieno di guerre e di rivoluzioni, spesso è stato in prima persona vittima della guerra, come a Jena. Al termine della sua vita, e forse l'età avrà giocato il suo ruolo, Hegel ammette: “Si sperava che fosse finito, che finalmente si sarebbero potuti allevare tranquillamente i propri figli, e invece no, tutto continua come prima”. Forse è proprio qui il difetto fondamentale della sua filosofia politica: proprio lui, che in un certo senso era stato un teorico eracliteo, si meraviglia di un mondo dove tutto cambia continuamente e al termine della sua vita si meraviglia addirittura che questo mondo possa ancora cambiare! Più che espressione di conservatorismo, questa è, a mio avviso, semplicemente una resa!


abstract:
Per D'Hondt se è vero che Hegel deve essere considerato un liberale, occorre distinguere il liberalismo inglese da quello francese, e sottolineare come il liberalismo non implichi necessariamente una posizione contrattualista. Se alcuni testi possono far sospettare una posizione antiindividualista, d'altro canto Hegel si è spesso esplicitamente espresso a favore della soggettività, pur non risolvendo il problema del rapporto tra centralità dell'individuo e celebrazione dello Stato. Tale rapporto costituisce un problema nell'intero sviluppo rivoluzionario francese e neanche Hegel riesce a risolverlo del tutto giacché intende mantenere la centralità dello Stato e della nazione.La posizione politica liberale di Hegel, più nascosta che esplicita, fu rapidamente superata; a questo proposito è emblematico il caso Marx. Per concludere D'Hondt affronta il problema della fine della storia in Hegel, anche in relazione al tema della religione, e la pone in contrasto con la sua apologia del divenire.

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Biografia di Jacques D'Hondt

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