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Interviste

Gabriele Giannantoni

Socrate tra mito e storia

28/10/1997
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  • - Professor Giannantoni, la figura di Socrate, fra i filosofi, è forse quella che ha esercitato la più grande influenza nel corso del tempo: a più di due millenni dalla sua scomparsa la suggestione che esercita è ancora fortissima. Hegel lo definiva un individuo "cosmico-storico" (welthistorisch), uno di quei personaggi che chiudono e aprono un'epoca, condensandola in sé, e che, appunto, lasciano poi alla storia un messaggio imperituro. Qual è questo messaggio, e perché la sua importanza supera i millenni? (1)
  • - Ogni epoca ha trovato qualcosa in Socrate, ed egli ha continuato a vivere e ad essere interpretato in ogni fase della storia umana; però il momento storico in cui è vissuto era un momento molto particolare, e le sue vicende, la sua vita, la sua riflessione, sono legate alla vita di Atene in quel periodo. Può abbozzare un inquadramento storico della figura di Socrate? (2)
  • - Il periodo in cui Socrate visse era già contrassegnato da profonde influenze filosofiche. C'era stato il pensiero naturalista, che ormai definiamo presocratico, c'erano stati e c'erano ancora i sofisti. Aristofane nelle Nuvole sembra inquadrare Socrate all'interno di queste filosofie già esistenti. Qual è il Socrate di Aristofane? (3)
  • - Perché Aristofane colloca Socrate in un pensatoio tra le nuvole? Si tratta semplicemente di un modo per dileggiarlo, oppure la caricatura nasconde una verità? (4)
  • - Quali furono le cause che portarono Socrate davanti al tribunale, e poi alla condanna a morte? (5)
  • - Quali furono esattamente le accuse, e come tentò Socrate di difendersi? (6)
  • - Socrate corrompeva i giovani, secondo alcune testimonianze, tra cui quelle che lo portarono alla condanna a morte, anche perché insegnava a rendere più forte la ragione più debole: quindi, per i suoi accusatori, come pure per Aristofane, in un certo senso Socrate sarebbe stato un sofista. Esiste invece una chiara differenza tra Socrate e i sofisti, che egli anzi combatteva. Qual è questa differenza? (8)
  • - Nel suo essere filosofo del dialogo, nel suo ricercare la verità in comune con altri, Socrate come sceglieva i suoi interlocutori? E che ruolo svolgeva il dubbio nel dialogare di Socrate (9)
  • - Il metodo socratico parte dunque dall'ironia e dal dubbio, che costituiscono la pars destruens, necessaria per sgomberare il campo dalle opinioni infondate; ma a questa pars destruens succede poi una pars construens, quella che si definisce maieutica, e che consiste nel far emergere la verità dell'interlocutore. Come si svolge questo processo? (10)
  • - Nell'Apologia di Platone, Socrate racconta che il suo amico Cherofonte era andato a consultare l'oracolo di Delfi, e questo gli aveva rivelato che Socrate è il più sapiente di tutti gli uomini. Ma come interpreta Socrate questa frase? In che senso la sua sapienza coincide con la sua ignoranza? (11)
  • - Non disponiamo di nessuno scritto di Socrate, ma conosciamo una frase che pare egli ripetesse più volte: "conosci te stesso". Si tratta di una frase che può anche essere molto enigmatica. Come si può interpretare questo motto socratico? (12)

1. Professor Giannantoni, la figura di Socrate, fra i filosofi, è forse quella che ha esercitato la più grande influenza nel corso del tempo: a più di due millenni dalla sua scomparsa la suggestione che esercita è ancora fortissima. Hegel lo definiva un individuo "cosmico-storico" (welthistorisch), uno di quei personaggi che chiudono e aprono un'epoca, condensandola in sé, e che, appunto, lasciano poi alla storia un messaggio imperituro. Qual è questo messaggio, e perché la sua importanza supera i millenni?

La ragione fondamentale risiede, io credo, nel fatto che dall'antichità ci è pervenuto un quadro della figura di Socrate così complesso e così carico di allusioni che ogni epoca della storia umana vi ha trovato qualche cosa che le apparteneva. Già i primi scrittori cristiani videro in Socrate uno dei massimi esponenti di quella tradizione filosofica pagana che, pur ignorando il messaggio evangelico, più si era avvicinata ad alcune verità del Cristianesimo. L'Umanesimo e il Rinascimento videro in Socrate uno dei modelli più alti di quella umanità ideale che era stata riscoperta nel mondo antico. Erasmo da Rotterdam, profondo conoscitore dei testi platonici era solito dire: "Santo Socrate, prega per noi" (Sancte Socrates, ora pro nobis). Anche l'età dell'Illuminismo ha visto in Socrate un suo precursore: il XVIII secolo fu detto il secolo socratico, giacché in quel periodo egli rappresentò l'eroe della tolleranza e della libertà di pensiero. Ogni epoca ha dunque ricostruito una propria immagine di Socrate, ma ha anche insistito sulla complessità che caratterizza la sua figura. Perfino quei filosofi che non hanno nutrito grande simpatia per Socrate, come ad esempio Nietzsche, hanno tuttavia assunto nei suoi confronti un atteggiamento che riflette l'importanza che comunque gli hanno attribuito: in scritti come La nascita della tragedia, del 1872, e La filosofia nell'epoca tragica dei Greci, del 1873, il filosofo tedesco vede in Socrate il simbolo della decadenza, della forza distruttiva e disgregatrice della ragione rispetto alle passioni e agli istinti, il dissolvitore dello spirito dionisiaco della tragedia, e quindi il fondatore della morale e dell'ottimismo. In conclusione, credo che la vera ragione della continua presenza di Socrate nella nostra tradizione culturale sia dovuta al fatto che egli è stato veramente il primo filosofo, colui che per primo ha riconosciuto di non sapere, e per questo ha desiderato di sapere. Ritengo che sia questa la ragione fondamentale che fa di Socrate una delle fonti perenni della riflessione filosofica.

2. Ogni epoca ha trovato qualcosa in Socrate, ed egli ha continuato a vivere e ad essere interpretato in ogni fase della storia umana; però il momento storico in cui è vissuto era un momento molto particolare, e le sue vicende, la sua vita, la sua riflessione, sono legate alla vita di Atene in quel periodo. Può abbozzare un inquadramento storico della figura di Socrate?

Naturalmente non è semplice farlo in poche parole: comincerò con l'osservare che la vita di Socrate comincia e finisce con due date emblematiche: egli nasce ad Atene sotto l'arcontato di Apsefione nel 469 a. C., l'anno della battaglia dell'Eurimedonte, cioè dell'ultimo grande scontro tra i Greci e i Persiani: Cimone, figlio di Milziade, il vincitore di Maratona, sconfigge ancora una volta i tradizionali nemici dei Greci; dunque, Socrate inizia e conduce la sua vita nel periodo in cui la Grecia si sente forte, orgogliosa di aver cacciato i persiani dall'Egeo e di aver allontanato quella minaccia terribile. Socrate muore poi nel 399 a.C., cioè nel momento in cui inizia il declino politico di Atene: sulla Grecia si instaura l'egemonia di Sparta, e comincia veramente un nuovo capitolo della storia antica. Quindi, tra queste due date, la vita di Socrate si identifica con la vita di Atene: il periodo di Cimone, di Pericle, della guerra del Peloponneso. Pur nella scarsezza delle notizie sulla vita di Socrate, sappiamo che egli fu un protagonista di questa vicenda; tra l'altro si raccontano aneddoti divertenti sulla sua partecipazione alla guerra del Peloponneso. Egli combattè in tre campagne militari, nel primo decennio di quella guerra, come oplita; questo significa che era in grado di pagare le proprie armi, e non era dunque così povero come la tradizione l'ha dipinto - ma ci sono addirittura delle fonti antiche che affermano che Socrate si sarebbe ridotto in povertà per aver esercitato l'usura senza successo. Socrate combattè molto valorosamente: tutte le fonti antiche sono concordi nel riconoscerlo; inoltre, per aggiungere qualche curiosità, possiamo ricordare che Socrate, ancora prima della guerra del Peloponneso, dovette seguire Pericle nella spedizione destinata a reprimere la rivolta di Samo; in quell'occasione la flotta di Samo era comandata da un altro filosofo, Melisso. Chissà se in quell'occasione Socrate e Melisso non si siano visti da lontano, da due trincee opposte. Certamente quindi Socrate è stato un protagonista della vita ateniese dei suoi tempi, tuttavia non bisogna dimenticare che anche la sua origine familiare ha avuto influenza sulla sua formazione. A questo proposito le fonti antiche ci dicono che il padre di Socrate, Sofronisco, era scultore, e ci dicono anche che nel primo periodo della sua vita Socrate seguì l'arte del padre. Secondo questa tradizione, Socrate, agli inizi della sua giovinezza, sarebbe stato scultore. La madre di Socrate, Fenarete, era una levatrice, e questo certamente ha avuto una risonanza maggiore, perché Socrate considerò sempre un aspetto fondamentale della sua arte dialettica quello di essere un "maieuta", cioè uno che aiutava gli altri a partorire le idee, così come sua madre aiutava le puerpere a partorire i figli. E questo comportava che, come la levatrice deve essere sterile, per lo meno così dice Socrate, anche il maieuta è sterile, non ha idee. Socrate sa di non sapere, però aiuta gli altri a produrre idee; è in questo senso che egli affermava di aver ripreso il mestiere, ovvero la tecnica della maieutica, della madre. Certo è che la famiglia di Socrate apparteneva alla piccola borghesia abbastanza agiata, quella classe sociale che sosteneva il regime pericleo e che costituiva l'ossatura fondamentale della città greca.

3. Il periodo in cui Socrate visse era già contrassegnato da profonde influenze filosofiche. C'era stato il pensiero naturalista, che ormai definiamo presocratico, c'erano stati e c'erano ancora i sofisti. Aristofane nelle Nuvole sembra inquadrare Socrate all'interno di queste filosofie già esistenti. Qual è il Socrate di Aristofane?

Innanzitutto, dobbiamo tenere presente che l'Atene di Pericle fu veramente il centro culturale del mondo greco: l'età di Pericle, nel momento stesso che vede il massimo splendore politico di Atene, segna anche il culmine della sua vita culturale ed artistica, che darà alla città un prestigio destinato a durare ben più a lungo. In origine il centro era stato la Ionia, cioè le colonie sulla costa occidentale dell'Asia Minore, ma poi la sempre maggiore influenza persiana, e anche l'instaurazione di regimi tirannici nelle principali città dell'Asia Minore, avevano provocato una specie di diaspora. Velia (nome italico poi grecizzato in Elea), la patria di Parmenide , deriva da una colonia di abitanti di Focea. Pitagora emigra da Samo nella Magna Grecia. E tra questi emigranti c'è anche Anassagora, che dalla nativa Clazomene arriva ad Atene nel 463 a.C., portandovi la scienza ionica, ovvero i risultati della lunga tradizione dell'indagine naturalistica. Nello stesso tempo l'esperienza culturale della scienza astronomica e fisica ionica si incontra ad Atene con un altro prodotto della cultura ionica, cioè la storiografia. Erodoto, che riprende e innova la tradizione periegetica di Ecateo, viene anche lui ad Atene. E ad Atene fiorisce soprattutto la grande tragedia, di Eschilo, di Sofocle, di Euripide; quindi Atene è veramente il centro culturale del mondo greco, e un centro culturale di un'altezza che poche volte si è rinnovata nella storia umana. Socrate è a contatto con tutte queste esperienze culturali. Aristofane, nel 423, lo porta sulla scena come personaggio della sua commedia Le Nuvole, ritraendolo per metà come un filosofo naturalista anassagoreo, e per metà come un sofista; tra l'altro, il decennio che va dalla morte di Pericle, nel 429 a.C., alla pace di Nicia, nel 421 a.C., è anche il decennio che vede il maggior concentramento di sofisti ad Atene: ad Atene troviamo Protagora, mentre, nel 427, arriva Gorgia; nello stesso periodo vi si trova sicuramente Prodico di Cèo, insieme ad Ippia. Quindi, Socrate, che vive a stretto contatto di tutti questi ambienti, è identificato da Aristofane con l'insieme di queste tendenze culturali. Naturalmente, in questo modo, Aristofane attribuisce a Socrate delle dottrine, quelle fisiche o quelle sofistiche, che altre fonti invece gli negano; di qui nasce il problema della storicità della rappresentazione aristofanesca di Socrate. Tuttavia, dobbiamo tenere presente che quella di Aristofane è la prima testimonianza che noi abbiamo su Socrate, ed è l'unica testimonianza che risalga ad un momento in cui Socrate era ancora vivo.

4. Perché Aristofane colloca Socrate in un pensatoio tra le nuvole? Si tratta semplicemente di un modo per dileggiarlo, oppure la caricatura nasconde una verità?

Indubbiamente. Socrate è in un pensatoio - in greco frontistÆrion (phrontistérion) -, cioè in un luogo dove si pensa, e questa è una metafora per indicare una scuola in cui si insegna in segreto; quello che si dice lì dentro è riservato soltanto ai discepoli, e non deve essere risaputo fuori della scuola: si sa comunque, vagamente, che vi si insegna, dietro pagamento, a vincere con le chiacchiere le cause perse. Socrate poi è presentato su un cesto, sospeso a mezz'aria, e anche questa è una metafora, nel senso che Socrate si stacca da terra per poter contemplare meglio i fenomeni celesti, seguendo uno dei filoni fondamentali della ricerca naturalistica. Socrate è anche occupato in una serie di indagini che Aristofane mette in caricatura, come la ricerca su quanto è lungo il salto della pulce, o su che cosa produca il rumore delle zanzare e via dicendo. Naturalmente tutto questo serve ad Aristofane per mettere alla berlina l'inutilità di queste ricerche naturalistiche, e anche per denunziarne un pericolo: chi si dedica alle ricerche naturalistiche in genere è un ateo, non crede negli dèi della tradizione. La religione tradizionale viene messa in ridicolo e vengono invocate le nuove divinità, le Nuvole. Dunque tali ricerche non sono solo vacue, ma sono anche pericolose. Nello stesso tempo Socrate è uno che insegna a far vincere il discorso peggiore, a rendere più forte il ragionamento più debole. Naturalmente Aristofane ne coglie le implicazioni morali negative, nel senso che il discorso più debole è il discorso ingiusto; il discorso più forte è il discorso giusto, e, quindi il discorso ingiusto, l'êdikow lÒgow (ádikos lógos), quello che contiene la negazione di tutti i valori morali, finisce per prevalere sul discorso che invece difende i valori morali. Insomma Aristofane fa di Socrate la sintesi di tutta la cultura nuova che avversa, ne fa il pensatore fondamentalmente ateo, e quindi in conflitto con la polis, con la città. Al di là di tutte le considerazioni che si possono fare, è importante osservare che il Socrate che sarà accusato e condannato a morte nel 399 è il Socrate dipinto da Aristofane, perché è il Socrate che non crede negli dèi in cui crede la città, che corrompe i giovani. Socrate stesso, nell'Apologia platonica, riconosce l'importanza che Aristofane ha avuto nel determinare un'opinione pubblica che ha reso possibile il processo contro di lui. Tuttavia se il Socrate delle Nuvole di Aristofane è un Socrate corruttore di giovani, che non crede negli dèi, il Socrate di Senofonte è invece un Socrate pio, devoto alle leggi e a tutte le tradizioni, insomma, un Socrate perfettamente conformista. Ci si potrebbe chiedere chi è il "vero" Socrate ma, come dice Socrate stesso nell'Apologia, "il vero, è oscuro a tutti fuorché agli dèi" e noi possiamo solo constatare la differenza tra le due immagini di Socrate. Certo quella di Senofonte ci fa nascere la domanda: "Ma se Socrate era veramente come lui l'ha dipinto, perché mai è stato accusato e condannato a morte?". Rende inspiegabile proprio l'avvenimento fondamentale, non dico della vita di Socrate, ma certamente della sua fortuna storica, perché il caso Socrate si è aperto nel momento del suo processo e della sua condanna a morte. Senofonte è mosso chiaramente da un intento apologetico, di difesa dalle accuse, e non si limita a rispondere alle accuse presentate in tribunale, ma risponde anche a quelle sollevate dopo la morte di Socrate, che mettevano in primo piano le ragioni politiche del processo. L'orientamento politico di Senofonte era certamente antidemocratico, filo-oligarchico, filo-spartano; quindi egli è mosso da queste sue esigenze nel tracciare l'immagine di Socrate.

5. Quali furono le cause che portarono Socrate davanti al tribunale, e poi alla condanna a morte?

Credo che per rispondere a questa domanda dobbiamo riandare alle vicende della vita di Socrate immediatamente anteriori. Socrate, nel decennio precedente al suo processo, si era trovato due volte in una situazione di conflitto profondo, la prima con il regime democratico, la seconda con il regime oligarchico dei Trenta Tiranni. Quando gli ateniesi vinsero la battaglia delle Arginuse nel 406 - l'ultimo successo che ebbero sugli spartani prima della sconfitta finale - i generali vincitori furono processati con il pretesto di non aver raccolto i naufraghi. Senofonte ci racconta dettagliatamente, nelle Elleniche, lo svolgimento del processo, ma quello che è interessante notare è che Socrate in quella occasione era uno dei pritàni, cioè uno dei membri del consiglio che aveva la funzione di governo esecutivo della città; e, dall'uso che fanno di certi termini Senofonte e Platone, si è indotti addirittura a pensare che nel giorno del processo Socrate fosse il presidente, l'§pistãthw (epistátes) dei pritàni, cioè il presidente della Repubblica. Queste cariche, infatti, erano sorteggiate di giorno in giorno, e quel giorno sarebbe capitato proprio a Socrate di essere capo dello Stato. Egli avrebbe adoperato la sua autorità per impedire che si facesse un processo sommario contro i generali vincitori, processo che sarebbe stato illegale, in quanto il diritto attico prevedeva solo processi individuali. In quella occasione si voleva derogare alla norma, e Socrate corse non pochi rischi opponendosi alla volontà dell'assemblea, e quindi al démos. Quella fu un'occasione di contrasto profondo tra Socrate e gli umori, per così dire, della democrazia ateniese. Altri contrasti - ce li narrano Platone e Senofonte - ci furono con il regime dei Trenta Tiranni. Quindi c'era qualche cosa nella personalità e nell'atteggiamento di Socrate che era in contrasto, diciamo pure, con le norme della vita politica, anche al di là del regime in cui concretamente quelle norme si incarnavano. Io credo che una delle ragioni, che certamente sono molte e complesse, che indussero la democrazia ateniese a processare e a condannare Socrate - badi bene proprio quella democrazia ateniese che era stata particolarmente tollerante verso i suoi avversari, che aveva promulgato un'amnistia molto ampia e che si proponeva un programma di pacificazione - fu il fatto di avvertire nel filosofo un fondo di estraneità, e quindi un pericolo imminente, di cui si pensò di liberarsi in quel modo. Naturalmente sul processo si è scritto e si è detto tutto, si è provato anche a giustificare in qualche modo la democrazia ateniese per aver condannato Socrate, ma io non credo che il problema sia quello di giustificare; il problema è di capire. Dopo di che, naturalmente, la responsabilità di aver condannato un uomo come Socrate rimane a chi ha preso una decisione di tale gravità.

6. Quali furono esattamente le accuse, e come tentò Socrate di difendersi?

Le accuse erano sostanzialmente due: la prima era la vera e propria accusa di empietà, la grafØ ésebe¤aw (graphè asebeías): "Socrate non riconosce gli dèi della città, e anzi introduce altre e nuove divinità". La seconda accusa era quella di corrompere i giovani. Ora, per capire bene la prima accusa si deve tener presente che quando si parla di empietà o di ateismo nel mondo antico, se ne parla in modo sostanzialmente diverso rispetto ai nostri tempi, perché ateo per gli antichi non era tanto chi non credeva negli dèi, ma chi si rifiutava di compiere quegli atti di culto che facevano della religione una precisa funzione politica della città; dunque, derogare a quelle norme di culto era una trasgressione delle leggi paragonabile oggi, ad esempio, alla renitenza alla leva o alla disobbedienza alle leggi fiscali; si trattava di un reato di diritto pubblico. Socrate si difende da questa accusa negandola radicalmente: nessuno degli accusatori può provarla, perché lui non solo è stato sempre rispettoso del culto delle divinità, ma non può essere minimamente confuso con quegli atei che sono i filosofi naturalisti. Socrate, nell'Apologia di Platone, nega infatti di essersi mai occupato di queste questioni. Quindi la preoccupazione fondamentale di Socrate nel processo, a quello che ci dice Platone, è stata quella di non essere identificato con gli atei naturalisti. Dalla seconda accusa, cioè quella di corrompere i giovani, che derivava necessariamente dalla prima - perché è evidente che un'educazione all'ateismo era un'educazione corrompitrice dei giovani - Socrate si difende chiamando a testimoni gli stessi Ateniesi. Lui è sempre vissuto in pubblico, ha sempre frequentato le palestre, i giardini, non ha mai insegnato a qualcuno in privato, e lì al processo sono presenti tanto i suoi giovani uditori quanto quelli più anziani, i loro genitori; Socrate li invita a testimoniare se mai ha insegnato a loro qualcosa che può essere considerato fonte di corruzione. E, naturalmente, egli riesce a dimostrare il suo punto di vista; però dobbiamo anche tener conto che l'accusa di corrompere i giovani rivelava un retroscena politico che, implicito durante il processo, si rivelò chiaramente subito dopo la morte di Socrate. Socrate era stato il maestro e l'educatore di Crizia e di Alcibiade, cioè di due delle figure più criticate ed esecrate nella Atene della democrazia restaurata dopo il regime dei trenta tiranni. Crizia era il capo dei Trenta Tiranni. Alcibiade era colui che per non sottomettersi al processo aveva tradito Atene ed era passato a Sparta, combattendo contro la propria patria. Socrate era stato in rapporti sia con Crizia sia con Alcibiade, e questo non gli fu perdonato: questa è la vera sostanza che sta dietro l'accusa di corrompere i giovani.

7. Socrate corrompeva i giovani, secondo alcune testimonianze, tra cui quelle che lo portarono alla condanna a morte, anche perché insegnava a rendere più forte la ragione più debole: quindi, per i suoi accusatori, come pure per Aristofane, in un certo senso Socrate sarebbe stato un sofista. Esiste invece una chiara differenza tra Socrate e i sofisti, che egli anzi combatteva. Qual è questa differenza?

Intanto, tra Socrate e i sofisti esiste un'affinità, nel senso che, per esprimerci schematicamente, sia l'uno che gli altri partivano da un modo di affrontare i problemi che è un modo, come si suol dire con un termine un po' tecnico, soggettivistico; cioè il criterio di verità è l'uomo, e non sono le cose. La differenza tra Socrate e i sofisti sta nel fatto che, mentre per i sofisti il criterio è l'opinione individuale - questa è la tesi di Protagora: "vero è ciò che tale sembra a ciascuno" -, Socrate cercava di andare oltre questo relativismo e questo individualismo, cercando di scoprire, di fare emergere dalle varie opinioni, dalle varie scelte, dai punti di vista, un consenso, un accordo, una _molog¤a (homologhía), dicevano i greci antichi, che costituisse qualche cosa di più stabile, e quindi più vero e più certo, che non le semplici opinioni individuali. Socrate dalla tradizione è considerato discepolo di Prodico, un sofista celebre perché si divertiva a definire esattamente i diversi significati dei sinonimi; per lui coraggio vuol dire questo, temerarietà vuol dire questo, spavalderia vuol dire quest'altro, ed egli riteneva che la definizione esatta di questi termini fosse importante per esprimersi in modo appropriato e per convincere gli uditori. Le domande di Prodico ricordano il clima dei dialoghi di Platone, dove si chiede "che cos'è il coraggio?", spiegando che esso consiste nel resistere di fronte ai nemici, "che cos'è la temerarietà?", affermando che temerarietà è andare in modo sprovveduto contro i nemici, e così via. Chiedendo per ogni termine: "Che cos'è?", Prodico cercava la definizione. Anche Socrate domanda "che cos'è il coraggio?", ma la sua domanda è una cosa radicalmente diversa, vuol dire: "tu che stai parlando con me che cosa intendi dire quando io ti chiedo che cos'è il coraggio?"; Socrate non chiede che cos'è il coraggio in generale, ma chiede: "che cosa tu dici che sia il coraggio?", perché se noi due stiamo parlando, siamo noi due che dobbiamo metterci d'accordo sul significato da dare al termine coraggio. Quindi, la definizione del coraggio non è il punto di arrivo della discussione, ma è il suo punto di partenza, perché di fronte alla definizione data dall'interlocutore comincia l'¶legxow (élenchos), la confutazione socratica. Quindi si può capire come gli ateniesi confondessero Socrate con i sofisti, e si può capire lo sforzo che è costato a Platone mostrare la sua contrapposizione ad essi; ma resta indubbio che, indipendentemente dal fatto che questa contrapposizione sia storicamente attribuibile a Socrate, il quadro della dottrina socratica offertoci da Platone è teoricamente molto importante e molto preciso.

8. Nel ricostruire il mosaico della figura e dell'opera di Socrate, si ricorre a tante tessere che sono offerte da Aristofane, da Senofonte, da Platone, da Aristotele. Tutto questo perché Socrate non ha scritto niente, e non c'è neppure un rigo di suo pugno. Ma perché questa ostinazione nel non voler scrivere niente da parte di Socrate?

Questa è una domanda a cui è veramente difficile rispondere; conosciamo la risposta di Platone, ma non sappiamo se corrisponda realmente a quella di Socrate. Platone, soprattutto in un celebre passo del Fedro , teorizza la superiorità del discorso parlato rispetto al discorso scritto, perché, mentre il discorso scritto - egli dice con una immagine famosa - è come il gong che percosso restituisce sempre lo stesso suono, il discorso parlato, invece, si modifica a seconda del modo in cui si sviluppa la discussione tra i due interlocutori; quindi non è più soltanto maieutico - diremmo socraticamente -, cioè in grado di far venir fuori meglio la verità, ma ha anche un valore filosofico più profondo del discorso scritto. Naturalmente in questo atteggiamento di Platone c'è una ragione filosofica, che è quella che ho detto; ma vi troviamo anche una ragione politica, perché esprime un atteggiamento di ostilità della cultura aristocratica, di cui Platone bene o male faceva parte, verso il diffondersi della scrittura. Oggi è un tema molto discusso tra gli studiosi quello del rapporto tra oralità e scrittura e del passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta; certamente l'età di Socrate e di Platone è quella in cui la scrittura trionfa, e prelude poi ad una cultura tipicamente libresca come quella dell'età ellenistica. Voglio comunque ribadire che queste sono le motivazioni di Platone: se nell'enunciarle egli sia stato un fedele interprete di Socrate, è impossibile dirlo. Certo è che Socrate è presentato da Platone, ma altresì dagli altri socratici, anche da Senofonte, come il filosofo del dialogo; egli elabora e sviluppa le sue riflessioni essenzialmente sulla base del confronto e del colloquio con un altro interlocutore; non con se stesso, non riflettendo fra se stesso, ma riflettendo con altri: ecco il senso in cui, potremmo dire, Socrate è il filosofo del dialogo.

9. Nel suo essere filosofo del dialogo, nel suo ricercare la verità in comune con altri, Socrate come sceglieva i suoi interlocutori? E che ruolo svolgeva il dubbio nel dialogare di Socrate?

Chi ci parla di Socrate ce ne parla sempre come intento a discutere con tutti: Socrate non discrimina nessuno nelle sue conversazioni. Naturalmente, in questa rappresentazione di un Socrate disponibile a discutere con tutti c'è l'intento di contrapporlo ai sofisti, che invece si facevano pagare profumatamente per le loro lezioni, e quindi si sceglievano interlocutori ricchi, di famiglie particolarmente facoltose. Naturalmente, con chi discutesse di fatto Socrate non lo sappiamo; sappiamo con chi lo fa discutere Platone, con chi lo fa discutere Senofonte, con chi possiamo pensare, da quegli scarsissimi resti che ci sono rimasti, lo facessero discutere Euclide, Antistene, Eschilo e altri socratici. In Platone gli interlocutori naturali di Socrate sono i grandi sofisti o i rampolli di nobili famiglie, come Carmide, Glaucone, Adimanto. Questi personaggi appartengono tutti a famiglie in vista di Atene, ma certamente nella cerchia dei personaggi socratici ci sono anche figure molto più modeste. Quando pensiamo agli interlocutori di Socrate dobbiamo pensare a quell'ambiente che in Atene si interessava dei problemi filosofici, e che era fatto di gente incuriosita dell'insegnamento dei sofisti e dei filosofi naturalisti, di ascoltatori dei grandi oratori politici. Probabilmente potremmo conoscere molto meglio Socrate se avessimo il testo delle orazioni di Pericle; ma purtroppo abbiamo soltanto quello che Tucidide gli attribuisce. Certamente questo è l'ambiente entro cui Socrate svolge il suo dialogare.

Per quanto riguarda il ruolo del dubbio nel dialogare socratico bisogna dire che Socrate ha come atteggiamento costante quello di revocare in dubbio tutte le certezze che gli sono presentate come tali; il sofista crede di sapere cos'è la virtù, e Socrate lo mette in dubbio; il grande stratega crede di sapere che cos'è la tecnica militare, e Socrate, in Senofonte, lo mette in dubbio; l'artista crede di sapere che cos'è l'ispirazione e la poesia, e Socrate lo mette in dubbio; ma l'intento di Socrate, attraverso questo dubbio, questa confutazione, questo esame, è quello di provare se veramente il suo interlocutore sa, o se invece crede soltanto di sapere, cioè se di fronte alle sue obiezioni egli ha una risposta convincente oppure no. In questo senso l'atteggiamento fondamentale di Socrate è un atteggiamento "elenchico", confutatorio; però Socrate che ironizza, il Socrate che dissimula - perché questo è il senso del termine ironia nel linguaggio socratico: Socrate dissimula il proprio sapere di fronte alla pretesa di sapienza altrui. Si trattava dunque, diciamo, di strumenti dialettici, che avevano lo scopo di far emergere il consenso, perché la differenza fondamentale tra il dialogare socratico e la dialettica platonica, tra la homologhía, l'accordo, il consenso socratico e la verità platonica, è che Socrate pone il consenso e la discussione come condizioni della verità; Platone invece porrà la verità come condizione della discussione e della dialettica. Quindi il pensiero di Socrate, rispetto a quello di Platone, è un pensiero estremamente più laico, più critico, per così dire, molto più interrogante, dubitoso. Platone è un uomo di certezze. Socrate è un uomo di domande, Platone è un uomo di risposte; e quanto più la filosofia si è identificata con il dare risposte, tanto più si è rifatta a Platone e ad Aristotele; quanto più la filosofia si è posta come domanda, come interrogazione, tanto più si è rifatta a Socrate.

10. Il metodo socratico parte dunque dall'ironia e dal dubbio, che costituiscono la pars destruens, necessaria per sgomberare il campo dalle opinioni infondate; ma a questa pars destruens succede poi una pars construens, quella che si definisce maieutica, e che consiste nel far emergere la verità dell'interlocutore. Come si svolge questo processo?

Socrate insiste prevalentemente su un motivo: quello della ricerca in comune. Egli rimette in questione le opinioni che ciascuno si è fatto per proprio conto, e vuole che siano portate, per così dire, di fronte ad un tribunale, che è quello della discussione, del dialogo, che deve servire a compiere la ricerca in comune tra i due interlocutori, e a farli arrivare insieme ad un risultato; quale sia poi questo risultato, questo nella maggior parte delle fonti che noi abbiamo su Socrate non è delineato con chiarezza, ed è comunque sempre un risultato destinato ad essere rimesso in discussione. Però ci sono dei passi, nell'Apologia di Platone, in cui il Socrate confutatorio, il Socrate dubitante, il Socrate che sa di non sapere, una cosa la sa con assoluta certezza, e cioè che il sommo bene per l'uomo è appunto questo dialogare: tutto può essere, come dire, sottomesso al criterio del dialogo, ad eccezione del dialogo stesso, e quindi il dialogo è il sommo bene per l'uomo. È questa, mi pare, la parte più importante della filosofia di Socrate così come risulta dalle fonti. In questo senso Socrate è una delle grandi personificazioni dello spirito critico, dei diritti dell'obiezione, della ragione, della critica, e di tutto ciò che noi da sempre definiamo come antidogmatismo, come libertà di ricerca, libertà di indagine.

11. Nell'Apologia di Platone, Socrate racconta che il suo amico Cherofonte era andato a consultare l'oracolo di Delfi, e questo gli aveva rivelato che Socrate è il più sapiente di tutti gli uomini. Ma come interpreta Socrate questa frase? In che senso la sua sapienza coincide con la sua ignoranza?

Questo episodio è molto interessante perché ci consente anche di ricollegarci per un momento all'accusa di ateismo. Cerco qui di parafrasare il discorso di Socrate secondo la testimonianza di Platone: "Questo è il responso di un dio e un dio non può mentire, deve dire la verità; d'altra parte io sono assolutamente certo di non essere il più sapiente degli uomini, quindi come mi debbo comportare? Sottoporrò ad esame il responso del dio, lo metterò alla prova"; e da lì fa partire la sua ricerca: "Andai dagli uomini politici e misi alla prova la loro sapienza; andai dai poeti e misi alla prova la loro sapienza; andai dagli artigiani, e tutti mi apparvero - dice Socrate - come tali che credevano di sapere ma non sapevano realmente". L'uomo politico non ha la scienza politica, ma governa in base alle opinioni, in base all'indulgenza verso i desideri delle masse, cercando di sollecitare i piaceri della gente, e quindi non secondo principi rigorosi. Il poeta è poeta per ispirazione divina, e non perché sa quello che poeta, mentre l'artigiano, sì, ha una sua esperienza, nel senso che sa costruire una nave o un ponte e via dicendo, però, dal fatto di sapere queste cose, presume di conoscere anche le questioni più generali. Così conclude Socrate: "Forse l'unico senso in cui il responso del dio può essere vero è che mentre gli altri credono di sapere ma non sanno, io almeno una cosa la so: so di non sapere; e questo sapere di non sapere è appunto quella sof¤a (sophía), quella sapienza, che mi attribuisce la divinità". Si vede di qui che l'atteggiamento di Socrate verso la divinità non consiste nel riconoscerle la ragione perché è divinità, ma, paradossalmente, nel riconoscerne la divinità per il fatto che ha ragione. In altri termini, sono io che riconosco alla divinità il prestigio e la sacralità di cui le faccio credito, ma in base al mio esame. Quanto ad ogni sua pretesa di presentarsi come divinità, e di avere ragione per questo stesso motivo, questo è escluso. Anche questa è una concezione molto laica della divinità e della religiosità, che Socrate, il quale era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso da come comunemente era sentita a quell'epoca.

Proprio a proposito di religione, Socrate parlava di un daimÒnion (daimónion), che portò poi i suoi accusatori a sostenere che egli praticava una religione diversa da quella olimpica. Dietro questa voce del demone si è voluto vedere la voce della coscienza. Socrate sarebbe ricorso ad una metafora per dire: "Io dentro di me sento una voce che mi dice quello che io debbo fare, ed è la voce della coscienza". Il daimÒnion, in quanto figura divina che accompagna gli uomini, ciascun uomo, si poteva prestare a questo; però si tratta di una voce della coscienza alquanto strana, poiché il demone distoglie ma non invita, si limita cioè a proibire di fare qualcosa, ma non stimola a determinate azioni. Io ho l'impressione, soprattutto in base al fatto che nessun socratico ha ripreso questo tema, che fosse un dato certamente caratteristico della biografia di Socrate, ma senza grande rilievo per la sua filosofia; un suo modo caratteristico di porgere e di presentare le cose, di motivarle e di giustificarle, ma privo di risvolti di carattere più generale e più filosofico.

12. Non disponiamo di nessuno scritto di Socrate, ma conosciamo una frase che pare egli ripetesse più volte: "conosci te stesso". Si tratta di una frase che può anche essere molto enigmatica. Come si può interpretare questo motto socratico?

Il motto è delfico, nel senso che è uno di quei motti laconici, cioè molto brevi, che esprimevano la più arcaica sapienza greca, la sapienza dei sette sapienti, la sapienza delfica. Il senso originario era quello per cui "conosci te stesso" voleva dire "conosci i tuoi limiti", "conosci chi sei e non presumere di essere di più"; era dunque una frase che esortava alla moderazione, e naturalmente soprattutto nei confronti della divinità: non presumere di essere come dio. In Socrate conserva certamente questo significato. L'idea della saggezza, quella che i greci chiamavano la svfrosÊnh (sophrosyne), è intrinsecamente legata a quella della moderazione. Tuttavia, in Socrate, il motto ha un valore più complesso, nel senso che il "conosci te stesso" è anche un'esortazione a conoscere il fondamento delle proprie convinzioni, a indagare quale sia la loro forza, e quindi la loro persuasività, la loro verità: è in questo senso che il motto, in Socrate, ha un significato più ampio di quello originario. Io non credo che possa essere interpretato in un senso introspettivo, che cioè Socrate esortasse a guardare nella propria interiorità piuttosto che non verso l'esterno, perché in genere l'esortazione di Socrate è piuttosto quella di parlare con gli altri.


Abstract

Per quanto Socrate rappresenti una delle fonti perenni della storia della filosofia, secondo Gabriele Giannantoni, la sua personalità può essere ricostruita in modo attendibile solo se collocata nella vita politica e culturale dell'Atene del V secolo. Le fonti ci hanno trasmesso di Socrate immagini diverse e spesso inconciliabili: Aristofane ne Le Nuvole ne fa una sferzante caricatura accomunandolo alle nuove filosofie naturalistiche e ai sofisti; Senofonte, al contrario, con intento apologetico, ne esalta le virtù. Parlando, poi, del processo e della condanna a morte di Socrate come epilogo di un lacerante conflitto con le istituzioni della polis, Giannantoni esamina il significato politico delle accuse di empietà e corruzione dei giovani. Ricondotta la scelta dialogica con cui Socrate intende differenziarsi dal relativismo dei sofisti alla superioritą del discorso parlato su quello scritto teorizzata da Platone , Giannantoni esamina i principali motivi del dialogo socratico: la scelta degli interlocutori, l'esercizio del dubbio quale consapevolezza di non sapere e l'ironia, quale dissimulazione della scienza propria e confutazione di quella altrui. In questo contesto e alla luce del principio del dialogo come sommo bene  è possibile intendere, a parere di Giannantoni, l'ispirazione religiosa della missione socratica enunciata dall'oracolo di Delfi, che indica in Socrate il più sapiente degli uomini insieme al significato del daimon e del motto "conosci te stesso" .

 

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Biografia di Gabriele Giannantoni

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