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Interviste

Hans Georg Gadamer

Il mio contributo all'ermeneutica

20/1/1988
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Gadamer e Heiddeger 1923

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  • - Come hanno influito Natorp e Heidegger sulla Sua formazione scientifica e filosofica? Quale significato rivestono Platone e Aristotele per il Suo cammino filosofico? (1)
  • - Vorrei parlare della Sua opera Verità e Metodo. Quale spiegazione e quale chiarimento darebbe al titolo di questa sua opera fondamentale? Quale significato ha l'arte, se confrontata con la scienza, nella ricerca della verità? (2)
  • - Come esprimerebbe, in modo molto breve e sintetico, il significato della parola «ermeneutica», anche in relazione al concetto di diritto, di attività giuridica?. C'è una qualche analogia con Buber? (3)
  • - «Storia degli effetti», Wirkungsgeschichte, è una famosa espressione della Sua opera, Verità e metodo. Potrebbe spiegare brevemente quest'espressione? (4)
  • - Potrebbe brevemente caratterizzare, in base a Verità e Metodo, la peculiarità del Suo contributo alla storia dell'ermeneutica, rispetto ai precursori? Com'è il suo rapporto con Habermas? (5)

 

1. Come hanno influito Natorp e Heidegger sulla Sua formazione scientifica e filosofica? Quale significato rivestono Platone e Aristotele per il Suo cammino filosofico?

gadamer a marburgo 1919 -38.Quando avviai i miei studi di filosofia ho disatteso in pieno leNAtorp aspettative e in primo luogo i desideri di mio padre, noto studioso di scienze naturali. Egli era molto scontento del fatto che mi interessassi di filosofia, delle belles lettres. Iniziai dunque i miei studi a Breslavia, in Slesia, con Richard Hönigswald, un eccellente rappresentante della filosofia neokantiana che, per così dire, mi ha preparato al neokantismo della Scuola di Marburgo, uno dei cui rappresentanti più autorevoli era per l'appunto Natorp. Questi era un uomo anziano, molto distinto, piccolo come uno gnomo, ed alquanto austero, una figura che incuteva un certo timore ad un giovane studente. Più tardi, occorre dire, un influsso maggiore di Natorp lo esercitò su di me Nicolai Hartmann. Era un giovane professore che mi accolse nella sua casa cHartmannome un amico. Proprio per i rapporti conflittuali con mio padre, molto scettico data la sua formazione di scienziato, è stato per me di grande aiuto che Nicolai Hartmann mi abbia sempre lasciata aperta la porta di casa. Ed io ho veramente appreso molto da lui. Solo dopo aver concluso il dottorato andai a Friburgo per continuare i miei studi; lì allora insegnava Husserl, ed Heidegger era suo assistente.

In un certo senso Heidegger ha rappresentato l'appagamento di un desiderio che non mi era stato possibile soddisfare a Marburgo. L'esigenza, cioè, di accogliere la dimensione storica nella stessa filosofia. In effetti, solo grazie ad Heidegger sono stato in grado di assumere come compito e impegno filosofico la speculazione di Dilthey incentrata sull'origine storica del nostro pensiero. L'influsso di Heidegger è stato quindi determinante per me, nel senso che egli ha soddisfatto un'aspettativa in me già presente.

Per quanto riguarda Platone, mi permetterei di affermare che è stato uno degli antenati della Scuola di Marburgo. E Natorp, in un libro diventato famoso, ha tentato di mostrare come Platone avesse in effetti già anticipato i concetti fondamentali di Kant. Io comunque sono stato educato a considerare ogni cosa da un punto di vista critico, ad indagare le diversità, e quindi anche quelle prospettive che non sono state concepite ed elaborate nell'epoca moderna. Questo è dovuto, in parte, all'influsso di Nicolai Hartmann e successivamente a Heidegger quello di Heidegger. Raggiunsi poi Friburgo, dove Husserl mi accolse non tanto per studiare con lui la fenomenologia, quanto per studiare Aristotele con Heidegger. In verità Heidegger ed Aristotele costituivano una stessa cosa, poiché Heidegger allora viveva completamente in Aristotele, e questi riceveva una nuova vita attraverso la tecnica di descrizione fenomenologica di Heidegger. Aristotele ha un ruolo anche nella mia riabilitazione della filosofia pratica, penso per esempio al concetto di phrónesis.. Questo è stato il primo frutto della mia relazione con Heidegger, il primo dono ricevuto da lui. In seguito, ho potuto portare a buon termine la mia carriera di filologo classico in quanto allora mi capitò di ingaggiare una polemica con Werner Jaeger e la Scuola di Berlino; polemica che, peraltro, Jaeger considerò con molta benevolenza. Alla fine ho avuto anche la soddisfazione di aver ragione, benché questo sia emerso molto più tardi. Le mie tesi di allora sullo sviluppo dell'etica aristotelica sono oggi generalmente riconosciute e ritenute valide, ma a quel tempo Jaeger era d'opinione diversa.

 

2. Vorrei parlare della Sua opera Verità e Metodo. Quale spiegazione e quale chiarimento darebbe al titolo di questa sua opera fondamentale? Quale significato ha l'arte, se confrontata con la scienza, nella ricerca della verità?

Un titolo è sempre un mezzo per attirare l'attenzione. Il suo obiettivo non è quello di essere univoco, bensì di suscitare una molteplicità di pensieri. E così ho scelto questo titolo, ad opera terminata naturalmente, per soddisfare la duplice esigenza di far corrispondere il titolo al contenuto del libro e di suscitare interesse per la problematica stessa. Per questo il titolo Verità e metodo è stato spesso frainteso o, frequentemente, compreso in senso inverso. Molti hanno detto che si tratta di un nuovo metodo per raggiungere la verità, altri hanno affermato che per raggiungere la verità non è in generale necessario alcun metodo. Entrambe queste interpretazioni sono insensate. Mi sembra invece giusto interpretare il titolo in questo modo: non tutta la verità è raggiungibile percorrendo il cammino del metodo scientifico. Un esempio ne è l'arte, quale esperienza extrametodica della verità.

Uno dei punti decisivi per me è che nelle scienze della natura il linguaggio in realtà non è linguaggio, ma un sistema di simboli matematici, il quale rappresenta l'unica modalità espressiva corretta. Nelle cosiddette scienze dello spirito, nelle scienze umane, o, per dirla con un'espressione inglese, the humanities, accade l'opposto. Qui la matematica, o lo schema simbolico, è al massimo un ausilio, mentre il vero elemento è dato dalla capacità del linguaggio di render presente qualcosa. Ciò si avvicina molto alla funzione svolta dal linguaggio nella poesia. È dunque di questo tipo l'intimo rapporto tra l'arte e la filosofia, in primo luogo tra l'arte della parola, il linguaggio poetico e la filosofia. Rapporto questo che ha incontrato molta considerazione ed è stato ampiamente condiviso a partire dal romanticismo tedesco. Da qui ho ripreso qualcosa ed in questo contesto costituirono un invito particolare l'arte e la potenza espressiva di Heidegger, pensatore geniale che in effetti usa il linguaggio con una nuova forza creativa. La mia non è stata un'imitazione, ho invece tentato di lavorare con i miei mezzi linguistici. Nel mio libro ho cercato di dare fondamento all'idea che il linguaggio abbia una funzione evocativa anche per il pensiero.

 

3. Come esprimerebbe, in modo molto breve e sintetico, il significato della parola «ermeneutica», anche in relazione al concetto di diritto, di attività giuridica?. C'è una qualche analogia con Buber?

La parola ermeneutica deriva da una parola greca, che significa quello che da Lei in Italia viene detto "interprete". Quindi, si tratta di qualcuno che rende comprensibile e trasmette linguisticamente un linguaggio non comprensibile. L'ermeneutica è perciò l'arte di entrare in dialogo con i testi o con le altre formulazioni concettuali. Per questo essa è strettamente connessa al "principio dialogico" della filosofia. E questo è anche il motivo della forza attrattiva che Platone e Socrate esercitano su di me.Certamente la giurisprudenza ha un ruolo nella mia concezione dell'ermeneutica. Ma, soprattutto, nell'elaborazione della problematica mi fu chiaro che nella storia dell'Occidente avevo avuto due grandi maestri: la giurisprudenza, in cui da sempre l'ermeneutica come parola e come disciplina ha avuto diritto di cittadinanza, e, corrispondentemente la teologia.

Ovviamente vi sono forti analogie con Buber. Si trattava infatti della stessa situazione cui pervenni io. Ho conosciuto molto bene Buber. Come dicevo, percepimmo la stessa carenza nell'idealismo tedesco di tipo neokantiano, allora dominante. Secondo quest'ultimo tutto, per così dire, viene sviluppato dalla soggettività, intesa come "io pensante"; "l'altro" diviene qui inutile, privo di significato. Buber con la sua opera è stato uno dei primi a mostrare tale carenza. Quando ho usato l'espressione "principio dialogico" intendevo citare proprio l'opera di Buber. La modalità però in cui Buber si è espresso era per così dire di tipo letterario, legata alla letteratura. Egli non era un pensatore accademico, era piuttosto un grande scrittore: certamente aveva anche una tempra di pensatore, ma soprattutto sulla base della tradizione chassidica che aveva rinnovato come poeta. In questo ambito non era un vero e proprio ricercatore, come invece era Scholem, ma qualcuno che avvertiva l'assenza del "momento dialogico" nella nostra cultura filosofica. Successivamente, dopo la guerra, mi sono spesso incontrato con lui.

 

4 «Storia degli effetti», Wirkungsgeschichte, è una famosa espressione della Sua opera, Verità e metodo. Potrebbe spiegare brevemente quest'espressione?

Per quanto riguarda la prima domanda la spiegazione non è molto difficile. In primo luogo l'espressione fondamentale, da Lei indicata, è "coscienza della determinazione storica". Essa consiste nel compito di avere coscienza del fatto che il nostro punto di partenza non è un principio primo, una certezza suprema. Noi infatti ci troviamo già sempre in certe condizioni storiche, spirituali, naturali. In questo senso l'"effetto" è qualcosa che ci condiziona. D'altro canto, è chiaro che anche il nostro agire intellettuale dà luogo a un "effetto". La "coscienza della determinazione storica" va per così dire in due direzioni, quella della condizionatezza in cui noi ci troviamo e quella della condizionatezza che noi produciamo. Questo è ciò che si chiama produrre, dar luogo alla tradizione: riconoscere di essere condizionati e nel contempo porre nuove condizioni nel rapporto con il mondo. Ecco come si sviluppa il decorso dell'accadere spirituale dell'umanità. In questa valutazione della tradizione emerge una certa opposizione all'illuminismo. Non c'è da meravigliarsi, poiché l'illuminismo, come del resto tutti sanno, ha provocato la reazione romantica che per prima ha fatto valere la concezione della tradizione contro l'ideale dei Lumi. Naturalmente l'illuminismo rimane un compito umano ovunque il bisogno e la verità spirituale lo giustifichino. Io stesso non lo contesterei mai, in questo senso. Mi trovo però a vivere in un momento successivo all'illuminismo e credo che dobbiamo riconoscere i suoi limiti, proprio in quanto esseri umani. Finora nessun illuminismo è riuscito ad eliminare la morte.

 

5. Potrebbe brevemente caratterizzare, in base a Verità e Metodo, la peculiarità del Suo contributo alla storia dell'ermeneutica, rispetto ai precursori? Com'è il suo rapporto con Habermas?

Prescindendo in un primo momento da Heidegger, direi che per gli altri la risposta è semplice. Ho tentato di fare dell'ermeneutica una filosofia, ossia ho fatto in modo che essa venisse considerata un approccio generale al mondo e non un semplice ausilio metodico della conoscenza. Rispetto ad Heidegger la questione diviene più complessa poiché, proprio con la posizione fondamentale del linguaggio, ho aderito e sviluppato le sollecitazioni della sua filosofia. Lei conosce la famosa espressione heideggeriana "Il linguaggio parla". Credo di aver correttamente sviluppato il senso di quest'espressione provocatoria senza essere però così provocatorio. Se si afferma che non è il linguaggio a parlare, ma noi stessi, non si è compreso il significato di tale espressione; non si è compreso cioè che quando qualcuno parla è dipendente dalle possibilità offertegli dal linguaggio per esprimere i suoi pensieri. La funzione del linguaggio, secondo cui solo in esso il pensiero diviene del tutto concreto, è stata da me accentuata in primo luogo per chiarire la nostra esperienza del mondo. Come ho precedentemente affermato, la matematica non è un linguaggio poiché si tratta di un sistema convenzionale. Il linguaggio è invece quello del dialogo sviluppato da tutti gli uomini nel loro reciproco rapporto, un linguaggio che è anche precostituito, entro cui gli uomini crescono adeguandovisi. Tutti conoscono la "genialità" del linguaggio infantile nei bambini di circa tre anni. Qui non sussiste alcun limite della grammatica e della correttezza, ed è affascinante vedere quanti nuovi poeti si affaccino al mondo dell'esperienza.

Ho condotto una discussione con Habermas, relativa al rapporto tra scienza e ragion pratica. Prendendo le mosse dall'ermeneutica, come nel mio caso, tale rapporto concerne il modo in cui gli uomini giungono a convinzioni comuni all'interno della società e nei rapporti interumani. Questo non riguarda prioritariamente i procedimenti scientifici, ma la dinamica dello scambio reciproco fra i soggetti del dialogo. Habermas però suppone che esista un controllo scientifico ed una critica del modo in cui gli uomini formano le loro convinzioni. Senz'altro vi è una critica, ed è la critica incessante dell'intero dialogo che gli uomini conducono fra loro. Io mi sono difeso quando Habermas mi ha detto: «Nel Suo pensiero manca il momento critico dell'illuminismo». Direi di no! È Habermas che continua a pensare nei termini dell'illuminismo sviluppandone i presupposti critici. Ma se qualcuno parla con un altro e prende sul serio ciò che questi dice è già consapevole di esercitare una critica. Ascolterei molto volentieri che cosa Lei pensa criticamente, così imparerei qualcosa sui miei pensieri. Certamente ad un uomo che pensa in modo dialogico non si dovrebbe rimproverare l'assenza dell'elemento critico nel pensiero. E se Habermas crede di poter sostituire l'elemento critico con la scienza, allora non sono più d'accordo con lui.


Abstract

Dopo aver accennato agli incontri e ai momenti di storia della filosofia che si sono rivelati decisivi per la sua formazione, Hans Georg Gadamer sintetizza il senso di Verità e metodo. Dopo aver spiegato il significato dell'ermeneutica, Gadamer spiega le differenze e le analogie tra la sua posizione e quella di Martin Buber. Gadamer accenna ad alcuni motivi del suo pensiero sottolineando la trasformazione dell'ermeneutica da ausilio metodico della conoscenza ad approccio generale al mondo; gli uomini dialogano trovandosi dentro un linguaggio precostituito, che li precede. Gadamer accenna al dibattito con Habermas sul rapporto tra scienza e ragion pratica. Oltre alla scienza, secondo Gadamer, esiste e deve esistere una ragione pratica e politica che regolamenti il potere della tecnica mettendone in evidenza limiti e rischi. Per questo Gadamer attribuisce un ruolo politico e sociale alla filosofia in quanto attitudine critica e tensione all'interrogazione. La tendenza del nostro tempo va verso un contatto ed un avvicinamento reciproco tra le varie sensibilità religiose e, soprattutto tra l'Oriente e l'Occidente, dopo che il secondo ha perso la sua egemonia.


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Biografia di Hans Georg Gadamer

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