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Interviste

Hans Georg Gadamer

Autobiografia intellettuale

20/1/1991
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  • - Professor Gadamer, può tracciare un breve profilo della Sua biografia intellettuale, partendo dai suoi primi studi filosofici? (1)
  • - Leggendo la Sua biografia, mi ha colpito la descrizione della vita universitaria a Marburgo, dove Lei parla del rapporto tra i professori e gli studenti e tra gli studenti stessi. Può descrivere alcuni momenti di questa vita universitaria di allora, oggi inconcepibile? (2)
  • - Cosa può dirci della figura di Max Scheler? (3)
  • - Cosa può dirci della figura di Leo Strauss? (4)
  • - Professore, Lei ha visto nella sua vita le due terribili guerre mondiali e la terribile crisi dell’Europa. A differenza di quanto si poteva aspettare fino a qualche anno fa, oggi ci troviamo di fronte a nuovi scenari di guerra: secondo Lei, quali sono le conseguenze di questa nuova vicenda sul piano culturale per l’Occidente, per l’Europa? (5)

 

1. Professor Gadamer, può tracciare un breve profilo della Sua biografia intellettuale, partendo dai suoi primi studi filosofici?

La mia nascita filosofica è stata alquanto travagliata; sono figlio di uno scienziato convinto che i filosofi, in genere, non avessero niente a che fare con la scienza, che fossero dei chiacchieroni: tuttavia mi ha lasciato libero, anche se per tutta la vita è stato scontento per la mia scelta. Iniziai i miei studi durante la Prima Guerra mondiale: il mio primo professore fu il neokantiano Richard Hönigswald; all’epoca studiavo anche sanscrito e seguivo delle lezioni sul Corano. Ebbi i miei primi modesti successi e mi accorsi che tali esiti derivavano dai miei interessi. Andai a Marburgo e lì, molto giovane, frequentai i neokantiani del luogo, ad iniziare da Paul Natorp, di cui divenni assistente; con lui avevo dei dialoghi molto silenziosi, da cui non c’era da apprendere molto: tuttavia ho imparato ugualmente molto con lui. HARTMANN Al tempo stesso incontrai Nicolai Hartmann, un docente più giovane ma di grande qualità: non era uno studioso della statura di Natorp, ma quella di un insegnante acuto e di un amico più anziano: mi ha sempre difeso di fronte alla mia famiglia e si è sempre interessato del mio destino personale. Con lui ho 
appreso la prima forma di scetticismo verso il neokantismo, cominciando a provare simpatia per la fenomenologia. Conseguii il mio dottorato molto giovane, durante la grave crisi economica tedesca, quindi mi sposai. Infine incontrai Heidegger, a ragione molto stimato da Natorp: devo infatti riconoscere che incontrare Heidegger significava trovare un nuovo metro di misura. Avendolo conosciuto, mi resi conto di non aver imparato nulla, di non aver preso possesso dei fondamenti di alcuna scienza, tanto da poter dire: «so cos’è la scienza». Così decisi di diventare un filologo classico per insegnare in un liceo. Ma, grazie ad Heidegger, strinsi un’amicizia più stretta anche con Rudolf Bultmann, il grande studioso del Nuovo Testamento e filologo di grande valore. Dal 1924 al 1927 studiai filologia classica con la massima concentrazione; erano gli anni in cui non c’era quasi nessuno studente: l’ideale per lo studente che ci arriva! Ero con il filologo classico Paul Friedländer in un seminario dopo un primo anno di avviamento; grazie a lui conobbi Friedrich Wolters. Non eravamo conservatori, ma liberali: volevamo la Repubblica di Weimar, la democrazia che ci era stata imposta. Sin qui la mia giovinezza fino all’abilitazione all’insegnamento universitario, un ambiente in cui era sorto un grande gruppo di amici: queste amicizie si sono conservate senza eccezione fino alla morte: Karl Löwith, Gerhard Krüger, Walter Bröcker. Dopo il dottorato mi ammalai di poliomielite, che mi colpì le gambe e le mani: per superare gli strascichi della malattia devo aver sviluppato qualche energia. Torniamo ai miei amici: Krüger era un lettore e un declamatore eccezionale, ma anch’io non ero niente male. Posso citare i miei studi su Hölderlin, iniziati negli anni ‘20, prima ancora che Heidegger avesse cominciato ad occuparsene: anzi, lo ha conosciuto grazie a me. La gente pensa che sia stato Heidegger ad influenzare me anche nella poesia e nell’arte, ma è il contrario. La mia prima moglie aveva molto senso musicale e introdusse la musica fiamminga del ‘400 e ‘500, quella musica del Rinascimento che non esisteva come musica viva, in stile «a cappella». Studiavo arte perché avevo un amico poeta e storico dell’arte, Oskar Schürer; più tardi anche Max Kommerell divenne un mio vero amico.

 

2. Leggendo la Sua biografia, mi ha colpito la descrizione della vita universitaria a Marburgo, dove Lei parla del rapporto tra i professori e gli studenti e tra gli studenti stessi. Può descrivere alcuni momenti di questa vita universitaria di allora, oggi inconcepibile?

Quando mi stavo accingendo a pubblicare la mia autobiografia su invito dell’università di Marburgo, ne inviai due capitoli sui miei anni a Marburgo ad Heidegger, che mi rispose: «La cosa è ben fatta. Essa deve essere letta da tutti i giovani studenti di oggi, per apprendere come si sviluppa la cultura non grazie a finanziamenti, borse, facilitazioni, ma grazie alla concentrazione e alla disciplina». È vero: la situazione era completamente differente perché tutti i seminari erano piccoli e pochi gli studenti che li frequentavano. Al seminario di filologia classica erano con me solamente altri due partecipanti; anche al seminario di storia dell’arte conoscevo tutti gli studenti, come anche i laureati della scuola di Richard Hamann, il mio professore di storia dell’arte. Devo dire che, in effetti, conoscevo anche tutti i giovani colleghi dell’Università che si trovavano nella mia posizione. Erano in massima parte teologi e filologi che vivevano in un clima molto familiare anche con i professori. Nicolai Hartmann mi chiamava con il nome di battesimo, cosa rara in Germania; neanche io chiamavo mai Kommerell con il nome di battesimo, neppure Schörer. Un altro dei miei maestri da ricordare è stato Ernst Robert Curtius, giovane professore di filologia romanza, una delle grandi figure di questa disciplina. Il suo libro sulla letteratura medioevale, La letteratura europea e il medioevo latino, pubblicato per la prima volta nel 1948, è divenuto uno standard book, un libro famoso. Mi aveva concesso il privilegio di fare due volte a settimana una passeggiata nelle foreste, sempre alle due dopo pranzo; faceva una lettura alla liseuse e quando io entravo si alzava. Non si stancava di dare consigli su ciò che si doveva leggere: un giorno pronunciò subito il nome che non bisognava dimenticare: Marcel Proust, del quale Curtius fu il primo lettore in Germania. Mi introdusse, tra l’altro, alla poesia di George; un giorno mi presentò a Max Scheler, suo amico, sebbene egli fosse più giovane di Scheler, il che gli faceva considerare un privilegio questa amicizia. Imparai molto anche da Friedrich Wolters, storico dell’economia. Effettivamente mi furono di grande giovamento i contatti di questo tipo, dove un uomo di cultura, già maturo e produttivo, mi trattava come un partner. Questo è vero nel caso in cui l’occasione sia ben usata, altrimenti diviene anche un po’ pericolosa per l’autocritica che bisogna necessariamente esercitare nei confronti di sé stessi. Nel mio caso tutto andava bene, perché la superiorità di Heidegger mi immunizzava contro ogni forma di sopravvalutazione di me stesso.

 

3. Cosa può dirci della figura di Max Scheler?

Max SchelerEra un demonio, il più volgare, il più terribile. Aveva un grosso naso e nel mezzo aveva una specie di grondaia: quando parlava, cadevano le gocce di sudore. Era animato da grande entusiasmo. Credo che fosse l’unico ad avere, forse, qualcosa della capacità che mi è propria di affascinare un uditorio: in effetti era molto differente da me, ma indubbiamente il suo entusiasmo suscitava un effetto positivo. Era un vero genio, finì per convincere lo stesso Heidegger che, essendo a quel tempo in competizione con lui, gli era molto ostile. Max Scheler fu certamente una grande personalità: purtroppo morì molto giovane, a 54 anni, ma aveva una capacità straordinaria, era forse comparabile come talento a pochi altri, starei per dire a Walter Benjamin, sebbene fosse un altro tipo, completamente differente, ma anche lui ebreo; Benjamin era un timido, un introverso, mentre Scheler era un vulcano sempre in esplosione.

 

4. Cosa può dirci della figura di Leo Strauss?

Leo StraussLeo Strauss era amico del mio compagno di studi Jacob Klein, anch’egli ebreo. Klein divenne poi molto noto come il Dean, il decano del Saint John’s College a Indianapolis e come riformatore del sistema educativo nelle università. Era uno degli ispiratori del movimento dei "Cento Libri" negli Stati Uniti, il cui programma era sostanzialmente basato sull’assunto che cultura non è universalità, ma sono cento libri della letteratura mondiale che devono essere studiati: nient’altro. Questo corrisponde in qualche modo alle mie idee: anch’io facevo lo stesso in un certo senso. Da Leo Strauss, che pure era suo amico, rimasi, invece, inizialmente distante: era molto timido e molto orgoglioso, si offendeva facilmente senza che gli altri lo volessero ed io ancora non mi interessavo molto a lui. Un mutamento nei nostri rapporti si verificò solo nel 1933, quando eravamo a Parigi. In quel momento, nella Pasqua del ‘33, mi resi conto che stava arrivando la fine del periodo in cui avrei potuto compiere frequenti viaggi: allora presi gli ultimi soldi che riuscii a mettere insieme e andai Parigi, dove trascorsi due settimane con Leo Strauss e Alexandre Kojève: da quel momento divenimmo amici. Naturalmente più tardi ammirai molto il suo libro su Hobbes, che mi parve molto interessante benché non approvassi la sua linea di pensiero. In ogni modo, Strauss e Klein non erano tanto lontani dalle mie idee: esiste una corrispondenza fra tutti noi che è stata pubblicata. Con Klein esiste un epistolario, anche questo un giorno forse sarà pubblicato. Ho già detto che entrambi erano ebrei; del resto, anche altri miei professori erano ebrei: Friedländer; Leo Spitzer; il romanista Erich Auerbach, con cui divenni molto amico dopo il ‘33. Citerò un episodio significativo, che servirà anche a chiarire certe posizioni di Heidegger. Recentemente venne qui ad Heidelberg il filosofo francese Jacques Derrida, per tenere una conferenza: chiese anche il mio aiuto per discutere dell’affaire Heidegger, perché sono considerato un heideggeriano non oltranzista. In un dibattito con dei giornalisti fu posta la domanda se Heidegger sarebbe divenuto nazista nel caso in cui fosse rimasto a Marburgo. Si tratta di una domanda molto intelligente: in effetti, a Marburgo il cattolicesimo praticamente non esisteva e si può sostenere che Heidegger sia divenuto nazista anche per opporsi all’imperialismo della Chiesa romana. A Marburgo nel ‘33 gli amici erano gli stessi ebrei che menzionavo prima. In seguito, la facoltà di teologia divenne il centro della cosiddetta Chiesa confessante (bekennende Kirche), che animò una forte opposizione al regime nazista: i suoi capi spirituali, von Soden e Bultmann, risiedevano in parte a Marburgo. Per quanto mi riguarda, ci furono due fattori che facilitarono per me la presa di distanza dagli inizi del nazismo. Heidegger era irritato per il cattolicesimo da cui proveniva; in fondo era un homo novus, formato con un’educazione di origine piccolo-borghese, ovviamente molto ammirato dalla sua famiglia. Tornando alla teologia luterana a Marburgo, va detto che costituiva un filone culturale molto vitale, durante i miei studi e anche durante i primi anni del Terzo Reich; non c’era molta politica: la distanza verso il nazismo era comune. Ma tutto faceva di Marburgo una città normale. Lipsia, dove mi trasferii, lo era anche di più: I nazisti erano, per così dire, «nazisti dell’università», nel senso che tutti erano più o meno attestati in un primo momento sul nazionalismo, ma dopo due o tre anni avevano preso le distanze; allora fui il benvenuto a Lipsia.

 

5. Professore, Lei ha visto nella sua vita le due terribili guerre mondiali e la terribile crisi dell’Europa. A differenza di quanto si poteva aspettare fino a qualche anno fa, oggi ci troviamo di fronte a nuovi scenari di guerra: secondo Lei, quali sono le conseguenze di questa nuova vicenda sul piano culturale per l’Occidente, per l’Europa?

Molto dipende naturalmente dal futuro, dagli eventi che verranno. Nel caso che gli episodi di guerra finiscano, sono del parere che dovrà esserci una nuova organizzazione di tutto l’Est, del Vicino Oriente, perché quella attuale è un’organizzazione artificiale nata dopo la II Guerra Mondiale: tutti questi Paesi sono creazioni della burocrazia diplomatica dopo la guerra. Nel frattempo sono venuti fuori anche altri fattori, perché 40 o 50 anni contano qualcosa per formare una tradizione, nuovi equilibri e anche per la cultura: naturalmente la fondazione di Israele non è revocabile, ma anche gli altri Stati hanno una certa forma di identità. La prima condizione che deve realizzarsi è che ci sia una nuova organizzazione di quella regione con una restrizione delle ambizioni di Israele: questo è chiaro. Ma va garantita la sicurezza per Israele, che non sarà più costretta a militarizzarsi in modo così massiccio. Naturalmente questa è un’evoluzione del tutto nuova, senza dimenticare che i problemi della nostra cultura sono più o meno planetari. Per questo credo che la costante tensione Europa e America con l’Islam sia solamente marginale. Si tratta di capire come sia possibile organizzare una competizione pacifica senza ricorrere ad una forma di politica militare. La fondazione di Israele fu certamente un modo per riequilibrare ragionevolmente e moralmente tutte le sofferenze del popolo ebreo, ma non venne preparato bene l’ambiente per organizzare la coesistenza. Naturalmente di questo sono colpevoli il commercio, il petrolio, il mercato. La mia speranza è che si rimanga abbastanza forti per evitare nuove guerre. Ma lo spettro della guerra rimane naturalmente terribile, un incubo. La III o la IV guerra mondiale sarebbero la catastrofe della cultura umana, tanto è stata sviluppata la tecnica distruttiva: non c’è solo il problema nucleare, ma anche quello dell’ecologia, è uno dei più fatali poiché nessuno conosce il rimedio. L’unica possibilità consisterà nell’organizzare un’economia di libero mercato che sia anche solidale sul problema dell’ecologia. Ma come realizzare questo obiettivo? Le prospettive per il futuro sono terribili, ma si spera che diventi possibile stabilire un nuovo equilibrio mondiale, cosicché potrà porsi anche con urgenza il problema dell’ecologia. È difficile giudicare, perché dipende dal fatto che la nostra possibilità di misurare tutto è una invenzione recente. Vorrei che il buco dell’ozono fosse stato cinquant’anni fa come oggi: semplicemente nessuno allora lo avrebbe potuto misurare.


Abstract

Nel tracciare la sua biografia intelletuale, Hans Georg Gadamer ricorda i suoi primi studi con il neokantiano Hönigswald, quindi si trasferì a Marburgo, dove conobbe e frequentò Paul Natorp e Nicolai Hartmann. Dopo il dottorato ed il matrimonio, Gadamer incontrò Heidegger: questa fu una tappa importante nel suo cammino; successivamente si dedicò agli studi di filologia classica a Marburgo tra il 1924 e il 1927 sotto la guida di Fiedländer. Di quegli anni Gadamer ricorda il clima sereno e familiare, i rapporti cordiali con professori e studenti, il sodalizio con Curtius e Max Scheler, del quale tratteggia un vivace ed affettuoso ritratto, ricordandone la passione e l'entusiasmo. Dopo aver ricordato l'amicizia e lo scambio epistolare con Leo Strauss, Kojeve e Klein, Gadamer accenna al coinvolgimento nazista di Heidegger e, più in generale, all'adesione superficiale e legata ai primissimi anni, di gran parte dei docenti sia a Marburgo sia a Lipsia nel nazionalsocialismo. Ripercorrendo la tragica storia del Novecento dall'alto della sua lunga esperienza, Gadamer individua nel pericolo di un nuovo episodio bellico di carattere mondiale e nell'ecologia i due problemi globali a cui l'umanità deve trovare rimedio, cercando nuovi equilibri di tipo economico e geopolitico.


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Biografia di Hans Georg Gadamer

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