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Interviste

Carlo Sini

Charles Sanders Pierce

6/2/1992
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Peirce Charles Sanders with wife

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  • - Professor Sini può darci alcune informazioni sulla vita di Charles Sanders Peirce, cercando di spiegare le ragioni del suo insuccesso accademico e della scarsa risonanza del suo pensiero? (1)
  • - Solo di recente la cultura non solo americana, ma anche europea, ha capito che Peirce è uno dei massimi pensatori del Novecento In che cosa consiste la sua importanza? (2)
  • - Qual è lo scopo e il significato del pragmatismo di Peirce? (3)
  • - Qual è la concezione che Peirce ha del metodo scientifico? (4)
  • - Peirce è noto anche per i suoi interessi di semiotica. Che relazione sussiste nel suo pensiero tra semiotica, logica e scienza? (5)
  • - Quali sono i tre elementi che stanno alla base della teoria semiotica di Peirce? (6)
  • - Peirce dissolve alcuni capisaldi della logica tradizionale. In che cosa consiste la sua critica all'induzione e alla deduzione? (7)
  • - Come funziona per Peirce il ragionamento scientifico, la razionalità umana? (8)
  • - La logica, però, non costituisce l'approdo ultimo della riflessione di Peirce, il quale, formulando ulteriori problemi, elabora una più generale dottrina cosmologica e teologica. Di che cosa si tratta? (9)
  • - Peirce, dunque, sembra rifiutare una fondazione puramente psicologica e antropologica della logica. Che cosa significa che non è la ragione a stare nell'uomo, ma l'uomo nella ragione? (10)
  • - Sulla base di quello che ha detto, sembra che la filosofia di Peirce approdi, in definitiva, ad una riflessione teologica di estrema suggestione ed originalità. Qual è la sua concezione di Dio? (11)
  • - Professor Sini, in che cosa consiste, secondo lei, il contributo che Peirce ha dato al pensiero filosofico contemporaneo? (12)

 

1. Professor Sini può darci alcune informazioni sulla vita di Charles Sanders Peirce, cercando di spiegare le ragioni del suo insuccesso accademico e della scarsa risonanza del suo pensiero?

Peirce, indiscutibilmente una delle più grandi personalità filosofiche tra Ottocento e Novecento, è indiscutibilmente il più grande filosofo americano di tutti i tempi e, per alcuni aspetti della sua opera, può essere definito un genio universale. Quest'uomo così straordinario ebbe un insuccesso che ha pochi esempi simili nella storia del pensiero occidentale. 

Peirce nacque a Cambridge nel Massachussets nel 1839, figlio di Benjamin Peirce, un insigne matematico, docente a Harvard. Questi si occupò personalmente dell'educazione di suo figlio che fu un fanciullo prodigio. A quattordici anni era già notevolmente competente in chimica, studiava la logica, era versato nella matematica e nella filosofia. Questo giovane brillante fece inizialmente una carriera di grande successo: una volta laureatosi a Harvard ottenne subito un incarico procuratogli dal padre presso il servizio geodetico americano, per il quale lavorò molti anni e produsse una serie di ricerche scientifiche che ebbero una notevole risonanza internazionale. Egli fu poi osservatore all'Osservatorio Astronomico di Harvard e assistente di questo Osservatorio; compì ricerche di notevole successo anche qui che si raccolsero nell'unico volumetto che egli riuscì a pubblicare nel corso della vita, riguardante le ricerche fotometriche.

 William JamesQuesti brillanti inizi però non trovarono successivamente conforto nella carriera di Peirce. Egli insegnò occasionalmente logica e filosofia, sia a Harvard che in altre università americane; per cinque anni ebbe un incarico di logica. Inspiegabilmente lo perse e in seguito nessuna università volle più conferirgli un incarico, nonostante le pressioni dei suoi amici primo fra tutti quel William James che fu suo compagno di ricerche dei studi e che è uno dei fondatori insieme a Peirce del pragmatismo americano. Le ragioni di quest'insuccesso accademico e poi anche pratico di Peirce sono tuttora poco note o poco conosciute. Probabilmente a scandire questo suo insuccesso pubblico furono anche le sue vicende private, la sua vita notoriamente sregolata, il clamore destato dalle sue vicende sentimentali. Peirce si ritirò a vita privata e, negli ultimi anni della sua vita, stentò letteralmente a sopravvivere; riuscì ad andare avanti solo per gli aiuti generosi dei suoi amici, Williams James primo di tutti. 
Nel corso della vita Peirce non pubblicò nessun libro, ma una serie di articoli, che però non ebbero la risonanza che potevano meritare. Non trovò mai un editore disposto a pubblicare quella che egli chiamava  La grande Logica.  Morì lasciando una quantità incredibile di carte scritte, più di ottantamila fogli che la moglie vendette all'Università di Harvard. Quindi Peirce morì dimenticato, sconosciuto e in miseria e soltanto a partire dagli anni Trenta la sua fama cominciò a espandersi nel mondo grazie ad alcune raccolte sia dei saggi che aveva pubblicato nel corso della vita, che di questi famosi manoscritti, i quali hanno dato luogo ad una prima serie di otto volumi della Raccolta di scritti, di pagine raccolte di Peirce. Sulla base di queste "carte postume" si basa l'attuale fama di Peirce, che comincia da anni a diffondersi ormai in tutto il mondo. E tutti abbiamo compreso che Peirce è non soltanto un genio singolare ma sicuramente uno dei filosofi più importanti della nostra epoca.

 

2. Solo di recente la cultura non solo americana, ma anche europea, ha capito che Peirce è uno dei massimi pensatori del Novecento In che cosa consiste la sua importanza?

Peirce è noto da tempo, come fondatore, insieme a James, del pragmatismo americano, cioè dell'unica corrente di pensiero che gli Stati Uniti abbiano elaborato in maniera autonoma. Questo movimento ebbe grande successo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ma nella versione appunto di William James e non nella versione di Peirce. Fu James a diffondere il pragmatismo nel mondo e a trarne grande fama; James disse sempre onestamente e lealmente che le idee di partenza erano di Peirce e non sue, e tuttavia il pragmatismo si diffuse in quella versione jamesiana che Peirce espressamente criticò e rifiutò. L’importanza di Peirce quindi si concentra su queste idee germinali che danno vita a questa corrente di pensiero. 

Cerchiamo anzitutto di fissare queste idee di partenza elaborate da James intorno agli anni settanta. Peirce enunciò quella che si chiama poi tra gli studiosi la celebre "massima pragmatica". Tale massima stabiliva che le nostre opinioni, le nostre idee, hanno la loro traduzione nell'azione. Il senso, la verità, il significato delle nostre idee e delle nostre opinioni ha nell'agire, nella pratica, negli abiti di comportamento il suo luogo di rivelazione. Secondo la massima per sapere quali opinioni un uomo nutre dentro di sé non avete che da guardare il suo comportamento nelle varie situazioni della vita; allora l'insieme dei suoi comportamenti pratici concepibili è l'insieme delle credenze che quest'uomo nutre. Ovviamente questa massima trasforma profondamente il concetto di significato logico e il concetto di verità, cioè pone tali questioni su un piano eminentemente pratico o per dire meglio rompe la tradizionale gerarchia tra teoria e prassi che da Aristotele in avanti guida tutta la filosofia occidentale. Al primo posto sta l'azione e naturalmente - e qui bisogna intendersi - James interpretava questo motto dando rilievo al carattere irrazionale dell'azione. Peirce definiva questa maniera di interpretare la massima pragmatica una maniera suicida. Egli non intendeva assolutamente porre l'azione e quindi le forze irrazionali al posto della ragione o al posto della logica, ma intendeva trovare un nuovo terreno sulla base del quale analizzare i problemi della verità e della logica.

 

3. Qual è lo scopo e il significato del pragmatismo di Peirce?

In due saggi che si intitolano il primo Il fissarsi della credenza e il secondo Come render chiare le nostre idee. Peirce osserva che gli uomini hanno differenti metodi per fissare le loro credenze; egli enunciava quattro metodi principali. Il primo metodo attraverso il quale gli uomini fissano le loro credenze è il metodo della tenacia. La tenacia è quell'atteggiamento così diffuso tra gli uomini per cui un uomo che segue questo metodo nutre nei confronti delle proprie credenze, delle proprie opinioni la tenace volontà di perseguirle contro tutto e contro tutti; l'uomo cioè si attacca tenacemente alle sue idee e non vuole metterle a confronto con le idee degli altri, anzi, nutre odio e disprezzo per tutti coloro che hanno credenze difformi dalla sua. Il secondo metodo col quale gli uomini abitualmente fissano le credenze, fissano quindi anche i loro abiti di azione, è quello che Peirce chiama il metodo dell'autorità. Questo metodo è a sua volta un metodo tenace ma che non si appella tanto alle credenze del singolo, quanto alle credenze di una istituzione, alle credenze storiche, in questo caso alle credenze che vengono fissate all'autorità o dello Stato, o della Religione o di una istituzione qual si voglia del gruppo sociale, della classe di appartenenza sociale, della consorteria professionale. 

Questi due modi molto diffusi, dice Peirce, sono assolutamente precari; essi alla lunga non riescono a stabilire credenze durevoli perché per quanto gli uomini si oppongano con tenacia al confronto e alla discussione, essi non possono fare a meno di scontrarsi con le opinioni difformi dalle loro e quindi non possono non venirne alla lunga influenzati, come infatti vediamo tutti i giorni. Esiste un terzo metodo per fissare le credenze che Peirce definisce più nobile che è il metodo della filosofia: il metodo metafisico. Questo metodo non si appella alla tenacia, ma si apre al dubbio, al confronto, al dialogo; esso ha come suo compito, come meta quello di pervenire ad una credenza razionale. Gli uomini che seguono questo metodo vogliono essere in accordo con la ragione e non con le loro personali opinioni o con le loro passioni, o con gli interessi di un istituzione. Questo metodo è più nobile dice Peirce e tuttavia esso nel tempo non ha dato risultati così apprezzabili come si poteva sperare per il semplice motivo che i filosofi non riescono ad accordarsi su ciò che intendono per ragione. Ognuno intende la ragione a modo suo, fa della ragione una questione di gusto, e quindi questo metodo razionale che vorrebbe essere universale finisce per dare luogo a una serie di contese che molto spesso sono sterili. Resta il quarto metodo, che Peirce seguì tutta la vita: il "metodo scientifico". Ciò ha dato luogo ad un immagine di Peirce come filosofo della scienza, come positivista, che non corrisponde poi alla complessità di ciò che egli voleva dire.

 

4. Qual è la concezione che Peirce ha del metodo scientifico?

È vero che Peirce considera il metodo della scienza il procedimento più idoneo alla fissazione delle credenze. La scienza è quel procedimento attraverso il quale gli uomini non soltanto elaborano le loro credenze in dialogo con altri uomini, ma affidano le loro credenze al riscontro della prova pratica. Si può legittimamente sperare o auspicare che in un futuro che Peirce definisce infinitamente lontano, le varie credenze degli uomini superino le idiosincrasie, le differenze individuali, le opinioni personali per assumere come banco di prova la verità pubblica, cioè i fatti pubblici che le confermerebbero. Tali credenze in un futuro appunto infinitamente lontano finiscono per convergere in una unità, in una sorta di "ecumenismo della verità". 

Ora in che consiste il metodo della scienza? Peirce fa vari esempi a riguardo che trae dalla sua pratica scientifica poiché, come abbiamo visto, egli sostanzialmente era anche uno scienziato oltre che un pensatore, un ricercatore nella astronomia, nella determinazione della gravitazione terrestre. Egli porta questo esempio: supponiamo di voler misurare la velocità della luce; ci sono molte vie per farlo, molti metodi, molte strade, e ogni ricercatore ne sceglierà una. Può partire da un determinato campo di osservazioni, può esercitare tutta una serie di sperimentazioni assolutamente differenti da quelle di un altro scienziato, può comportarsi matematicamente piuttosto che fisicamente; avrà quindi di fronte a sé risultati che all'inizio saranno differenti rispetto a quelli dei propri colleghi. Ci saranno sicuramente delle difformità e tuttavia in quanto l'indagine si appella a dei fatti pubblici che siano sperimentalmente verificabili da chiunque, alla lunga le opinioni di tutti questi ricercatori impegnati a determinare il valore della velocità della luce è destinato a confluire in un dato unitario, in un dato finale di accordo. Da un certo punto di vista si potrebbe credere quindi che Peirce sia un tipico esponente della filosofia della scienza fine Ottocento, un tipico esponente del positivismo, ma le cose non stanno esattamente così. Sulla base del metodo della scienza, della teoria pragmatica del significato, in quanto la massima pragmatica affida il significato logico all'analisi delle risposte pratiche, Peirce elaborò una sua personale maniera di intendere la logica, il ragionamento razionale, l'inferenza logica.

 

5. Peirce è noto anche per i suoi interessi di semiotica. Che relazione sussiste nel suo pensiero tra semiotica, logica e scienza?

Oltre ad essere il padre del pragmatismo americano, Peirce è anche stato uno dei pionieri nella ricerca della logica formale e della logica delle relazioni, uno dei più grandi iniziatori di questa disciplina. Egli è stato addirittura l'inventore della semiotica, della teoria dei segni. e ha inteso logica, semiotica, e teoria dei segni come un unico campo di ricerca al quale ha in realtà dedicato gran parte della sua vita. Di che si tratta? Il problema per Peirce è quello di concordare in un'opinione la quale non sia, come si esprimeva, "né mia, né tua, né sua", ma sia l'opinione destinata dell'intera comunità razionale umana. Si può camminare verso questo risultato di accordo delle menti e quindi verso questa realizzazione pratica della verità solo accettando il rischio della interpretazione, cioè solo comprendendo che il comportamento umano, la prassi, la pratica alla quale viene affidato il compito di rivelare il significato logico, è sempre una interpretazione della realtà. 

L'uomo non è mai di fronte alla realtà in una maniera immediata, intuitiva; in alcuni saggi celeberrimi Peirce ha completamente criticato e io direi dissolto la tradizionale teoria della intuizione. Non solo l'uomo non è in grado di intuire sul piano intellettuale, ma neanche su quello sensibile; ogni rapporto che l'uomo ha con il mondo, con le cose, con l'ambiente, con gli altri uomini, è sempre frutto di una interpretazione. Non accade un travaso immediato della cosa nella mente che resta inspiegato, inspiegabile e misterioso, accade piuttosto un processo di accomodamento, di interpretazione, di inferenza. Questo significa allora - e qui vediamo un Peirce che va bene al di là dei limiti positivistici del suo tempo - che non bisogna pensare alla realtà come ad un "che" di materiale, di fronte al quale starebbe un soggetto spirituale, ossia l'uomo. Nella visione di Peirce questo dualismo viene completamente rifiutato, questo cartesianesimo viene completamene messo da parte. La natura della realtà è di essere un segno, una provocazione per una riposta. In ogni situazione data in ogni contesto d'azione pratico sia quello quotidiano più banale, sia quello più alto della scienza, in ogni contesto pratico di vita, agiscono sempre tre elementi e questi tre elementi sono quelli che fondano la teoria dei segni o la semiotica secondo Peirce.

 

6. Quali sono i tre elementi che stanno alla base della teoria semiotica di Peirce?

In primo luogo vi è la presenza stessa della cosa che, tuttavia, non è lì come cosa a se stessa, a se stante, ma è lì come segno di se stessa; le cose che ci circondano sono segni che inducono a rispondere, noi siamo continuamente provocati alla risposta dalla presenza delle cose che quindi funzionano come segni. Peirce chiamava ciò "representamen"; le cose sono rappresentazioni. Ma in quanto le cose funzionano come segni, esse rinviano al loro significato, cioè rinviano a ciò che esse significano in quanto oggetto, ma questi due elementi il segno e l'oggetto, non potrebbero essere messi tra di loro in relazione se non vi fosse un terzo elemento che è quello più importante e decisivo e che Peirce chiamava "interpretante". 

Si tratta di colui che concretamente, interpretando, collega i due primi poli e dice: questo è segno di quello, questo significa quest'altro. Secondo un esempio che talvolta Peirce fa, si potrebbe dire: il rossore sulle guance è il segno della febbre per il medico. Ecco i tre poli: il "representamen" è il rossore, l'oggetto è la febbre, per un sapere, il sapere medico che lo interpreta come tale. Il problema allora si impone a livello di interpretante cioè si pone logicamente con la questione: "come fa l'interpretante a mettere in relazione il segno con la cosa cioè col significato che questo segno avrebbe appunto per colui che lo interpreta?". Interpretante anzitutto deve essere inteso non tanto come questo singolo interprete o l'altro singolo interprete; certamente l'interpretante si incarna nelle risposte di ognuno di noi, e certamente nelle risposte di ognuno di noi si manifesta appunto il nostro modo di interpretare, cioè quali opinioni noi coltiviamo più o meno consapevolmente. Ma per "interpretante" Peirce intende piuttosto un sistema costituito di segni, una cultura definita, non tanto io, tu o lui, ma noi in quanto incarniamo un modo, un abito, un comportamento che è proprio del nostro tempo, della nostra razza, della nostra cultura, della nostra civiltà, in quanto modo di interpretare le cose e quindi di metterci in contatto col mondo, di dare senso al mondo.

 

7. Peirce dissolve alcuni capisaldi della logica tradizionale. In che cosa consiste la sua critica all'induzione e alla deduzione?

Qui entriamo proprio nell'analisi della inferenza logica che è uno dei capisaldi della dottrina di Peirce, una delle sue creazioni più originali. Secondo la dottrina tradizionale, la logica tradizionale, i modi classici dell'inferenza cioè del ragionamento sono l'induzione e la deduzione. L'induzione è quel tipo di inferenza, quel tipo di ragionamento che consiste nell'assumere ciò che è vero per alcuni casi e nell'estenderlo statisticamente a tutti i casi. L'induzione parte dall'esperienza cioè cerca nell'esperienza alcune caratteristiche e le conferma. Con il crescere di questa conferma, l'induzione aumenta statisticamente il suo valore di verità. Naturalmente l'inferenza induttiva è un tipo di inferenza che non può mai pervenire a una certezza assoluta perchè appunto non ha mai di fronte a sé la totalità dei casi. La deduzione è il procedimento contrario, è il procedimento che invece parte da una premessa già totale e ne ricava le conclusioni. Due esempi di questo modo di ragionare, che anche Peirce usa possono essere i seguenti: se tutti i cigni che conosco sono bianchi, per induzione dirò che tutti i cigni sono bianchi. Questa naturalmente è valida sino a che non incontro un cigno nero che fa cadere la verità di questa induzione e mi induce piuttosto ad un ragionamento statistico: ce ne sono il 90% bianchi, e il 10% neri e così via. Invece un esempio del ragionamento deduttivo è quello classico che possiamo qui richiamare, è quello già fissato nell'argomento apodittico aristotelico che "tutti gli uomini sono mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale". Ora Peirce - e qui sta la sua originalità - sostiene che questi due modi di interpretare, di ragionare e di inferire, quindi di esercitare la figura dell'interpretante che dà senso razionale al mondo, non sono affatto sufficienti e anzi non sono fondamentali. Essi si possono esercitare, costituiscono un modo meccanico di inferenza solo nel momento in cui noi abbiamo scoperto come effettivamente la mente ragiona.

 

8. Come funziona per Peirce il ragionamento scientifico, la razionalità umana?

La mente effettivamente non ragiona al suo inizio né induttivamente né deduttivamente. Anzi, se ragionasse così, non si spiegherebbe come noi possiamo dar luogo a inferenze vere, cioè a inferenze che il più delle volte per nostra fortuna hanno successo. Il caso della deduzione era già noto agli antichi, cioè la deduzione funziona se io ho nella premessa maggiore di questo ragionamento una totalità dispiegata di casi. Ma io non ho mai una totalità dispiegata, devo raggiungerla attraverso l'induzione. Siamo di fronte a un classico esempio di circolo vizioso: ho bisogno dell'induzione per fondare la deduzione e ho bisogno della deduzione per rendere rigorosa l'induzione. Ma anche l'induzione sulla quale si fondava la tradizione empiristica inglese, in generale la opinione della scienza moderna, anche l'induzione - dice Peirce - in realtà non funzionerebbe presa da sola. Egli porta un esempio molto chiaro: supponiamo di non avere la benché minima idea di quale fattore determini la nascita di un maschio o di una femmina nella specie umana. Se io non ho nessuna idea di partenza, se qualunque cosa può essere segno di questa differenza o causa di questa differenza, allora io non potrò neanche organizzare un'induzione. Posso pensare infatti che sia causa di questa differenza qual si voglia evento che accada qui, che accada agli antipodi, posso pensare che sia lo starnuto di un cinese a determinare la nascita di un maschio o di una femmina, così come la direzione del vento o qualsiasi altra cosa. Per poter fare un'inferenza induttiva ho bisogno di raccogliere una serie di ipotesi plausibili, devo avere davanti agli occhi una serie di possibilità da sottoporre a verifica e dopo certamente userò l'induzione, ma una volta che ho stabilito un campo di probabilità entro le quali è ragionevole aspettarsi che si trovi la causa del fenomeno indagato. 

Ma allora l'intelligenza umana ha la sua grandiosa forza e la sua originaria potenza miracolosa nello stabilire che cosa è plausibile, che cosa è ragionevole, che cosa è probabile. Il vero ragionamento fondamentale e la vera inferenza essenziale non né quella induttiva né quella deduttiva, è quella che Peirce chiama "abduttiva", cioè la capacità di formulare delle ipotesi plausibili, la capacità di avanzare delle istanze probabili, e l'abduzione procede, come segue, secondo un esempio di Peirce: si va non dal presente alle conseguenze come nella induzione ma anzi si va dall'antecedente alle conseguenze. L'abduzione, la probabilità del ragionamento probabile, procede supponendo uno stato di cose antecedente non osservabile che spiega uno stato di cose presente osservabile. Faccio un esempio semplicissimo: se c'è del fumo deve esserci stato del fuoco, se c'è della cenere deve esserci stato un incendio, o, nella più elaborata versione di Peirce, che ragionava con i sacchi di fagioli e l'estrazione dei fagioli per vedere se sono bianchi neri, secondo la sua esemplificazione: se su questo tavolo ci sono fagioli bianchi, se nella stanza ci sono vari sacchi di fagioli ma uno solo contiene fagioli bianchi allora io ne devo "abdurre" devo trarne l'ipotesi che questi fagioli bianchi sono stati tratti da quel sacco anche se io non ho osservato questa realtà; non sono stato presente a questo fenomeno. 

Così secondo Peirce ragiona l'uomo. Per questa via l'uomo ottiene successo nelle sue inferenze razionali e su questa base è impiantabile un metodo della ricerca scientifica che ha nell'induzione certo la sua verifica, ma ha nell'abduzione la sua fondazione.

 

9. La logica, però, non costituisce l'approdo ultimo della riflessione di Peirce, il quale, formulando ulteriori problemi, elabora una più generale dottrina cosmologica e teologica. Di che cosa si tratta?

La domanda che Peirce si pose può essere riassunta nei seguenti termini : "in base a che cosa noi stabiliamo inferenze probabili? Dobbiamo forse fondare la logica su una teologia?". Peirce non era molto lontano dal pensare qualcosa del genere, e tuttavia non era questa esattamente la sua risposta. Egli si espresse in proposito molto efficacemente quando, commentando una frase nella quale si affermava che ogni inferenza umana è un miracolo, disse: "io sono d'accordo su questa risposta nella misura in cui essa mostra di aver compreso la profondità del problema di come l'uomo possa ragionare con successo nei confronti delle cose che lo circondano non avendo mai cognizione della totalità di queste cose ma solo di una esigua sfera di esperienza". Il vero problema era quello che già poneva Kant: "come sono possibili giudizi sintetici a priori?" ossia "come posso inferire cose che non osservo da quello che osservo e avere successo in questa inferenza". Dire che l'inferenza umana è un miracolo significa aver compreso la profondità del problema. Tuttavia questa risposta è insufficiente perchè affidando il successo dell'inferenza al miracolo ce ne preclude ogni comprensione. Peirce sostenne con molta coerenza che una teoria dell'intelligenza, della inferenza logica, dei segni, una comprensione semiotica dell'universo e una chiarificazione quindi delle nostre idee e dei nostri comportamenti pratici sono questioni che non possono fermarsi all'uomo. Come egli era solito ripetere: "ogni logica ha dentro di sé una teoria generale dell'universo che lo sappia o no. Ogni logica ha in sé in sostanza una cosmologia implicita e per la filosofia si tratta di rendere esplicita questa cosmologia, cioè si tratta di mostrare quale concezione dell'universo è implicata in una teoria come quella del pragmatismo, della massima pragmatica, dell'inferenza e della semiotica". Ed è questo l'aspetto più speculativo, più metafisico di tutta la indagine di Peirce, quello al quale egli dedicò in fondo gli sforzi più rilevanti e che è testimoniato dalla maggior parte dei suoi famosi manoscritti. Ora l'opinione di Peirce consiste nel fato che noi dobbiamo capovolgere la concezione tradizionale che ci siamo fatti della natura, del mondo, dell'uomo e della mente dell'uomo; solitamente pensiamo che la logica stia nel cervello dell'uomo, che il pensiero sia un fatto privato dell'uomo, che sia una questione psicologica o antropologica o al massimo sociologica, cioè che sia un modo di comportamento della società umana che per motivi di sopravvivenza tenderebbe ad adattarsi al mondo circostante. Non dobbiamo dimenticare che Peirce visse in prima persona gli anni della grande rivoluzione darwiniana, con tutte le polemiche che ne seguirono, con tutte le conseguenze che si ebbero nel campo dello studio della biologia, ma anche della filosofia, della sociologia. 

Ora Peirce ammirò certamente la teoria di Darwin ma disse sempre che Darwin e i darwiniani non avevano compreso ciò che era al fondo della loro stessa ipotesi, della loro stessa teoria e delle scoperte che più o meno la suffragavano. Non si tratta di una evoluzione della mente umana basata sul semplice principio dell'utile e dell'adattamento, ma piuttosto di una evoluzione di carattere cosmico. L'evoluzione dell'uomo non fa che rispecchiare l'evoluzione stessa della realtà e allora, capovolgendo un luogo comune della tradizione filosofica, non bisogna pensare che il pensiero stia dentro la testa dell'uomo, ma piuttosto bisogna pensare al contrario che l'uomo stia nel pensiero. Peirce quindi, che in prima battuta, ci sembrerebbe molto vicino alle dottrine del positivismo del suo tempo, rivela un'altra faccia, che si potrebbe definire neoplatonica o addirittura hegeliana o schellinghiana.

 

10. Peirce, dunque, sembra rifiutare una fondazione puramente psicologica e antropologica della logica. Che cosa significa che non è la ragione a stare nell'uomo, ma l'uomo nella ragione?

Significa che se noi assumiamo il criterio della verità pragmatica cioè il principio della massima pragmatica, noi non dobbiamo limitarci a dire che la verità, il significato logico delle nostre credenze, è in cammino attraverso i nostri comportamenti pratici e che è destino di questi comportamenti in un futuro infinitamente lontano trovare un accordo pubblico nel quale convengono tutte le menti impegnate nella ricerca. A questo bisogna aggiungere che ciò che abbiamo detto designa una teoria del significato logico, ma allo stesso tempo ciò che noi intendiamo per realtà. Vale a dire la realtà non è una presenza inerte che se ne sta ferma fuori di noi, rispetto alla quale noi opereremmo con maggiore o minore successo le nostre inferenze. 

La realtà è coinvolta nelle nostre inferenze, è essa stessa un processo di inferenze. Non si tratta di pervenire all'opinione sociale più idonea a esprimere quello che sarebbe il mondo, si tratta del fatto che il mondo stesso è in evoluzione attraverso le nostre opinioni, i due processi sono un medesimo processo. Questo significa che quando noi parliamo di teoria dei segni, di inferenze in Peirce non parliamo soltanto dell'aspetto psicologico della questione ma parliamo anche dell'aspetto cosmologico della questione. Entriamo insomma in quelle categorie del pensiero maturo di Peirce che hanno dato poi il dato titolo a una celebre raccolta di suoi scritti, la prima raccolta che impose il suo nome a livello internazionale, quando Peirce era già morto da diversi anni cioè Caso, amore e logica.. L'intero universo è attraversato da queste tre grandi categorie, deve essere concepito come una casualità donde l'aspetto di fallibilismo della scienza umana, aspetto per il quale in sede di epistemologia, di filosofia della scienza, si può dire tranquillamente che Peirce aveva già anticipato i concetti cardini che oggi sono così noti e che vanno sotto il nome di Popper. Certo Popper ha dedicato a tutto ciò una ricerca molto più analitica; ma il concetto fondamentale che la verità si accetta attraverso l'errore, attraverso il fallibilismo, è già pienamente dispiegata in Peirce. Ma questo errore, questo fallibilismo, non è solo della mente e del comportamento umano ma è dell'universo stesso. L'universo nasce da una caoticità e procede verso l'ordine. Quando prima dicevamo che ogni situazione determinata è tale per l'influenza di tre elementi, cioè di qualcosa che è segno di qualche cos'altro per un interpretante, non esprimevamo secondo Peirce soltanto la nostra personale situazione-collocazione nell'universo, ma il modo di muoversi dell'universo stesso. Che il rosso sia segno del fuoco è qualche cosa che diventa vero per la mente dell'uomo e che al tempo stesso diventa reale per l'universo attraverso una aggregazione di comportamenti i quali partendo dal caos tendono all'ordine, tendono alla legge. L'insieme della verità logica, così come l'insieme della realtà cosmologica, è sostanzialmente un processo che attraverso l'attrazione, l'amore, la spinta reciproca degli elementi a incontrarsi prima in maniera conflittuale e poi creando un'armonia, non è altro che l'insieme della realtà che è in cammino nella ricerca logica stessa.

 

11. Sulla base di quello che ha detto, sembra che la filosofia di Peirce approdi, in definitiva, ad una riflessione teologica di estrema suggestione ed originalità. Qual è la sua concezione di Dio?

Dicevo che tutto ciò in ultima analisi comporta una teologia. Peirce non si rifiutò di riflettere anche su questo tema, al quale dedicò alcune pagine che oggi cominciamo a conoscere, di estrema, singolare importanza, di estremo fascino. Bisogna dire che non ultima delle ragioni che potrebbero spiegare l'insuccesso di Peirce come professore, come uomo di cultura, era anche la sua estrema libertà in fatto di opinioni religiose cosa che al tempo suo era mal tollerata nelle università americane. L'opinione di Peirce è che sostanzialmente non possiamo parlare dell'universo e quindi di Dio in maniera monolitica, in maniera unitaria, in maniera ingenua, ma dobbiamo parlare di differenti ordini di realtà, di differenti ordini di universi possibili. C'è l'universo del caos come abbiamo visto, l'universo delle possibilità originarie, l'universo delle semplici qualità come anche talvolta si esprime Peirce e questa per Peirce è già una faccia di Dio. È il Dio sommo antecedente, il Dio della possibilità pura, della apertura infinita, dell'infinita libertà, dell'infinita individualità delle occasioni reali; poi vi è un universo dei fatti, un universo della secondalità. Quindi abbiamo un primo universo delle qualità potenziali possibili della infinita ricchezza multiforme e caotica. In secondo luogo abbiamo l'universo dei fatti, degli eventi concreti, delle situazioni che collidono fra di loro, e abbiamo il mondo dell'esistenza, quel mondo dell'esistenza nel quale siamo sempre continuamente immersi e che è un mondo di tensioni, di scontri, di dialettiche, opposizioni. In terzo luogo, attraverso questi scontri, abbiamo un terzo universo che è l'universo della legge possibile, dell'ordine possibile. Qui fatti originariamente irrelati tra di loro divengono tali per cui uno è segno dell'altro e questo è il Dio della risoluzione finale, il luogo nel quale noi incontriamo la possibilità realizzata di Dio, e cioè Dio come l'infinitamente futuro, come luogo della cristallizzazione dell'universo, come il luogo nel quale la trasparenza assoluta tra fatto e ragione, tra accidentalità e legge trova la sua compiuta manifestazione, fatto infinito che orla la possibilità stessa dell'universo. Dobbiamo allora parlare di Dio in due termini: c'è un Dio antecedente che è la possibilità della ragione e che è la realtà del caos, c'è un Dio susseguente che è la conclusione nell'armonia, ciò per cui dal caso attraverso l'amore che nasce dal contrasto si perviene a ciò che Peirce chiamava "logica".

 

12. Professor Sini, in che cosa consiste, secondo lei, il contributo che Peirce ha dato al pensiero filosofico contemporaneo?

Questa concezione di Peirce è di una tale ricchezza, di una tale portata e ricchezza che noi oggi non possiamo dire di avere esaurito negli studi storici che gli si riferiscono. Vi sono gli spunti che probabilmente daranno luogo a conseguenze future come Peirce si esprimeva, daranno luogo ad una comprensione della universale multiformità di questo genio straordinario, dei contributi che egli nella più totale solitudine nell'isolamento ha dato, probabilmente consapevole della ricchezza e della altezza, delle ricerche che egli stava compiendo; ma anche mosso si potrebbe dire da un demone della ricerca che non gli ha mai consentito di raccogliere le sue idee in uno o più volumi compiuti conclusi. Non era questo il suo talento; chiunque studi Peirce si immette in un oceano di problemi che sono altamente formativi, di problemi più che di soluzioni, di domande più che di risposte. Non era il suo modo di fare filosofia un modo finalizzato alla elaborazione di risposte definite o di mode culturali o di libri conclusi. La filosofia era effettivamente per Peirce una ricerca incessante, un'incessante messa in pratica della massima pragmatica, cioè un'incessante interpretare, un infinito interpretare, che aveva il suo valore nel porsi in esercizio, nell'elaborare scritture attraverso le quali la scommessa della ragione consisteva nel tentativo di fissare su un foglio lo schema dell'universo. Si tratta di un tentativo che incontrava il proprio fallibilismo costitutivo e che tuttavia si rinnovava e si riapriva ogni volta in una pratica continuata del pensiero e della scrittura. In questo senso la verità per Peirce non è scissa dalla pratica, ma in questo senso nella pratica, nella pratica della filosofia, si incarna una idea della ragione, che ha il suo compimento all'infinito, e che costituisce l'esercizio filosofico in senso proprio.

 


Abstract

Dopo aver ricordato brevemente la vita di Charles Sanders Peirce , Carlo Sini definisce il filosofo americano come uno dei massimi pensatori della nostra epoca e come il fondatore del pragmatismo. Al centro della riflessione di Peirce sta la spiegazione dei modi attraverso cui gli uomini fissano le loro credenze. Sini rifiuta il tradizionale canone storiografico che vede in Peirce semplicemente un esponente del positivismo  e mette in evidenza il complesso intreccio di scienza, logica e semiotica nel pensiero di Peirce. Vengono ricordati i tre elementi che sono alla base di tale processo: il segno della cosa ("representamen"), il suo significato o "oggetto" e l'"interpretante". Con la sua teoria semiotica, Peirce, secondo Sini, ha dissolto i caposaldi della logica tradizionale e ha posto alla base dell'inferenza scientifica l'"abduzione". La filosofia di Peirce, secondo Sini, è approdata a una dottrina cosmologica e teologica che, contro il darwinismo imperante, ha posto l'evoluzione dell'uomo all'interno di una più vasta evoluzione dell'universo. Peirce ha inoltre rifiutato una fondazione psicologistica e antropologica della logica, per cui non è la ragione dentro l'uomo, ma l'uomo dentro la ragione. Il pensiero peirceano è sfociato in una originale teologia che concepisce Dio come la coincidenza di ragione e fatto, legge e accidentalità . Alla fine, Sini individua le molteplici direzioni verso le quali la riflessione di Peirce può essere fecondamente sviluppata .


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Biografia di Carlo Sini

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