Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Interviste

Giovanni Gasparini

Il tema del tempo nelle scienze sociali

29/10/1993
Documenti correlati

Vai all'abstract

 

  • - Professor Gasparini, Lei insegna all'Università Cattolica di Milano e lavora da anni, come sociologo, sul tema del tempo. Vuol dirci che cosa significa occuparsi del tempo in una prospettiva sociologica? (1)
  • - Come e da che cosa nasce l'idea e l'esperienza di un tempo sociale? (2)
  • - Come si manifesta la dialettica natura-cultura in una prospettiva sociologica e, in generale, nell'ambito delle scienze sociali? (3)
  • - Passiamo ai temi della vita individuale. Che rilevanza hanno genere e età dell'individuo in quanto attore sociale? Questa percezione sociale del tempo, per es., cambia a seconda del sesso? (4)
  • - Dovremmo dunque concludere che i vincoli naturali, nel loro impatto sui tempi individuali e sociali, possono essere superati nella nostra società, ma solo entro certi limiti? (5)
  • - Passiamo ora a un tema che è di altro genere, ma rilevantissimo: il potere. Il potere è una delle dimensioni ed espressioni chiave di ogni società. Può illustrarci in che modo il problema del potere si collega al problema del tempo sociale? (6)
  • - Il problema vero, oggi, secondo Lei, è dunque quello della regolazione del tempo: chi regola il tempo? Chi è il padrone del tempo? Chi è il signore del tempo oggi? (7)
  • - Che posto occupa la realtà della città, la realtà urbana o metropolitana, in questo processo? (8)
  • - Per ricapitolare, potrebbe dirci cosa si deve intendere esattamente con "cultura temporale"? (9)

    - Può darci una classificazione del concetto di tempo nella cultura occidentale? (10)

    - Dal Suo punto di vista, quali valori sono in gioco nella analisi dei tempi sociali? (11)

 

1. Professor Gasparini, Lei insegna all'Università Cattolica di Milano e lavora da anni, come sociologo, sul tema del tempo. Vuol dirci che cosa significa occuparsi del tempo in una prospettiva sociologica?

Direi che il tempo è un tipico tema di frontiera tra discipline diverse, da affrontare in un'ottica interdisciplinare, e che è un tema che è stato affrontato ormai da molto tempo, dalla filosofia da un lato e dalle scienze fisiche dall'altro. Da un punto di vista sociologico, dal punto di vista delle scienze sociali, occuparsi di questo tema credo significhi riconoscere che il tempo è, insieme ad altre prospettive, un'istituzione sociale e culturale; non è soltanto il tempo astronomico, il tempo fisico, è un'espressione fondamentale della vita sociale, che non sempre corrisponde, appunto, a quello che è il tempo nella concezione fisica o astronomica. Direi che il tempo viene costruito socialmente, è oggetto di un processo di costruzione sociale della realtà in cui entrano anche altri elementi; ma il tempo, come lo spazio, come altre categorie generali, è appunto un elemento fondamentale della nostra vita sociale. Al limite potremmo dire che ogni società, ogni sistema sociale, tende a costruire la propria temporalità, i propri quadri temporali, e cioè elementi globali che danno senso alla vita dell'uomo e dei sistemi sociali all'interno di una prospettiva temporale.

Ogni società tende a costruire una certa cultura del tempo, e cioè dei modelli condivisi di comportamento riguardo, per es., alla percezione del passato, del presente, del futuro. Ogni società, inoltre, tende a costruire una certa organizzazione sociale del tempo: il processo di divisione del lavoro sociale, per es., passa anche attraverso l'organizzazione del tempo all'interno di un sistema sociale. Si tratta comunque di un argomento vastissimo, e direi anche affascinante, che, dopo alcuni spunti offerti dalla teoria sociologica dei classici all'inizio del Novecento, è stato abbandonato per diversi decenni. Era stata soprattutto la scuola francese di inizio secolo, con E. Durkheim e i suoi allievi, a occuparsi di questa problematica; successivamente, il tema è rimasto un po' latente per alcuni decenni, mentre oggi, da alcuni anni, i sociologi, gli scienziati sociali, quindi anche gli antropologi, gli etnoantropologi, gli economisti, gli psicologi sociali e, ovviamente, gli storici hanno ripreso ad occuparsene con risultati e prospettive che considero interessanti. Nel corso di questa intervista, cercherò di presentare una sintesi di queste ricerche, di queste riflessioni, una sintesi che non potrà essere esaustiva, ma che mi auguro possa dare un'idea di cosa vuol dire, appunto, occuparsi del tempo nella prospettiva sociologica, in una prospettiva di scienze sociali.

 

2. Come e da che cosa nasce l'idea e l'esperienza di un tempo sociale?

Questa è una domanda importante. Direi che possiamo usare uno schema abbastanza semplice per capire come nasce e come si afferma questa idea del tempo sociale, questa esigenza di dare al tempo una connotazione che sia anche di tipo sociale. Ebbene, partiamo dalla distinzione fra tempo naturale e tempo individuale; poi passeremo al tempo sociale. Abbiamo da un lato il tempo naturale, che è il tempo delle ere geologiche, il tempo cosmico, astronomico, che è forse l'aspetto più immediato in tutte le culture, in tutte le civiltà antiche, anche se soltanto da poco, da pochissimi secoli potremmo dire, abbiamo una percezione realistica di quelli che sono stati i tempi della natura precedenti alla presenza umana nella storia. 

Ancora nel Settecento, un filosofo come John Locke riteneva che la terra avesse un'età non superiore ai cinque-seimila anni; ci si basava su una interpretazione letterale del racconto biblico, e si aveva una percezione assolutamente non realistica, non scientifica, di quella che è stata la durata dei tempi naturali e cosmici. Abbiamo dunque, da un lato, questo tempo cosmico naturale, dall'altro, in tutte le civiltà, in tutte le culture, in tutte le esperienze umane, una percezione individuale del tempo: il tempo come esperienza della finitezza umana, come espressione di un attributo fondamentale, di una condizione fondamentale della vita di ciascun uomo, di ciascuna essere, di ciascuna persona. 

Il tempo sociale, e qui riprendo e approfondisco un'intuizione molto bella del filosofo francese Paul Ricoeur, può essere il ponte fra questo tempo cosmico che noi sappiamo oggi essere lunghissimo (i miliardi di anni che sono intercorsi dal Big bang o dalla comparsa della vita sulla terra), un tempo che ha dimensioni di grandiosità da un lato, e dall'altro questo tempo finito, limitato, il tempo della vita di un uomo sulla terra, che per quanto possa essere lungo non può superare alcune decine di anni. Ecco quindi che il tempo sociale può essere ritenuto l'elemento che unisce, il "trait d'union" fra questo tempo cosmico ultralungo, che è un tempo sostanzialmente quantitativo, ed il tempo finito, limitato, connotato invece da elementi qualitativi, che è il tempo individuale, il tempo della vita individuale. 

Perché il tempo sociale può rappresentare questo ponte? Perché il tempo sociale serve per addomesticare il tempo: il tempo viene regolato, viene sottoposto ad una operazione di determinazione di alcuni elementi fondamentali. Per esempio, si stabilisce un punto zero, il punto da cui si ritiene inizi il tempo, che può essere un tempo mitico, come avviene in molte civiltà e culture antiche, e si stabiliscono delle scansioni, dei ritmi che si ripetono più volte, o che sono analoghi ai ritmi cosmici, ai ritmi naturali come il giorno, l'alternanza luce-tenebra, il mese con i cicli lunari, l'anno con l'alternanza delle stagioni. Conosciamo l'importanza straordinaria che la determinazione di certi momenti topici dell'anno, il solstizio d'estate per esempio, o l'equinozio di primavera, hanno avuto in molte popolazioni antiche: si pensi a certi straordinari strumenti o osservatori astronomici, come Stonehenge in Inghilterra, o come altri in Cina, dove queste costruzioni avevano lo scopo, appunto, di cogliere esattamente il momento del verificarsi di certi eventi astronomici, nei confronti dei quali l'uomo che vive nel sistema sociale doveva trovarsi in sintonia. Ecco allora che il calendario esprime questo addomesticamento del tempo, questo processo per cui, in questa landa desolata e uniforme del tempo assoluto e del tempo che scorre, l'uomo come attore sociale fissa dei punti di riferimento, delle scansioni. Questa funzione del tempo sociale è molto importante anche per il legame con l'idea del tempo ciclico, tipico delle società tradizionali, delle società antiche, e cioè di un tempo che ritorna, quello che, come suona il titolo di una sua famosa opera uscita nel 1949, Mircea Eliade chiama Il mito dell'eterno ritorno, del tempo che si rinnova ad ogni anno; ecco quindi l'importanza di cogliere esattamente certi momenti topici dell'anno per trovarsi in sintonia con la manifestazione o le manifestazioni della divinità. In tutte le civiltà antiche, anche nelle cosiddette culture primitive, i calendari sono un elemento molto importante, perché esprimono questo ponte fra l'esperienza individuale del tempo e la percezione di un tempo cosmico, di un tempo naturale che va ben al di là delle possibilità dell'uomo. Del resto, direi che i calendari sono molto importanti anche oggi, perché i sistemi calendariali vengono poi corroborati, diciamo così, dagli orari, dai sistemi degli orari, che sono molto importanti, come ben sappiamo, nella società contemporanea: gli orari, di solito, sono stabiliti sulla base della giornata, mentre i calendari riguardano scansioni più lunghe, di solito di un anno; ma calendari e orari, insieme, sono elementi fondamentali della vita sociale anche oggi, e anzi forse soprattutto oggi, in una società come la nostra. Vorrei dire un'altra cosa, pensando per esempio al calendario ebraico: i calendari come quello ebraico sono interessanti perché assumono come base degli eventi naturali le primizie, le messi, il raccolto in autunno di certi frutti, l'uva in particolare, ma reinterpretano questi eventi naturali alla luce di una storia della salvezza. La Pasqua non è solo la celebrazione degli azimi, delle primizie primaverili, ma è appunto il momento del passaggio del mar Rosso, quindi la liberazione degli ebrei dal giogo dell'Egitto. Queste dinamica, questa dialettica tra eventi naturali e interpretazione sociale, in questo caso in chiave religiosa, che si esprime nei è calendari sicuramente molto interessante.

 

3. Come si manifesta la dialettica natura-cultura in una prospettiva sociologica e, in generale, nell'ambito delle scienze sociali?

Proprio l'esempio del calendario ebraico che stavo facendo mi sembra che possa essere pertinente a questo riguardo. Ma possiamo trovare molti altri esempi; questa dialettica natura-cultura è un tema interessante, e direi un tema chiave della riflessione delle scienze sociali sul tempo. Si pensi ad esempio alla settimana, questa creazione ormai così diffusa a livello universale, di cui ci serviamo continuamente. In fondo noi non pensiamo tanto in funzione dei mesi o degli anni, ma pensiamo soprattutto in funzione delle settimane, quando organizziamo la nostra vita, quando pensiamo all'organizzazione sociale del tempo nella nostra vita quotidiana; quindi la settimana è un elemento importantissimo, ed è sostanzialmente un'invenzione sociale, una costruzione artificiale delle società, che troviamo tra l'altro in moltissime culture, anche se non sempre troviamo la settimana di sette giorni come nel mondo ebraico-cristiano o anche musulmano, caratterizzata da un giorno chiave, un giorno topico, e altri sei giorni feriali. La settimana è un esempio interessante perché probabilmente alla sua origine c'è l'osservazione di scansioni naturali, i quattro cicli lunari, il mese lunare diviso in quattro parti; ma questo riferimento naturale o naturalistico si è poi perso nell'uso, nei secoli, e soprattutto si è creato ex novo l'aspetto del giorno topico, il giorno chiave, il giorno cruciale, che per gli ebrei era il Shabath, e ancora oggi il sabato. Sappiamo tutti come il sabato sia importante nella società israeliana, proprio dal punto di vista sociale, dal punto di vista della organizzazione dei tempi. Nel mondo cristiano, il giorno chiave diventa la domenica, il giorno del Signore, mentre il venerdì lo diventa nel mondo musulmano. Ma è soprattutto la domenica ad essere diventata anche nel mondo non cristiano un riferimento temporale importantissimo a livello universale.

Oltre alla settimana, è l'orologio a rappresentare un altro importante esempio del rapporto, della dialettica fra natura e cultura, che l'uomo, i sistemi sociali hanno costituito. L'invenzione dell'orologio è una di quelle grandi invenzioni umane e sociali che sono rimaste anonime, ma che hanno cambiato veramente il corso della storia, il corso della vita sociale, della vita degli attori nelle società. Quest'invenzione anonima (che risale a qualche geniale artigiano, probabilmente italiano o francese, ma comunque europeo, che tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento costruisce i primi grandi orologi da campanile) ha dato vita alla grande storia dell'orologio meccanico, che dura sette secoli e che arriva fino a noi. Gli orologi meccanici si producono ancora oggi, anche se negli ultimi decenni sono stati soppiantati dall'orologio al quarzo e dai segnatempo al quarzo e quindi dagli orologi atomici al cesio, caratterizzati da una precisione assolutamente al di fuori della nostra capacità di comprensione. L'orologio è uno strumento che sicuramente rappresenta una creazione, quindi un intervento artificiale dell'uomo sul tempo, ma che è interessante proprio perché separa o almeno tende a separare il tempo concreto, il tempo della vita quotidiana, il tempo che governa, attraverso l'alternanza di giorno e notte, la vita dell'uomo, da quello che è un tempo astratto, un tempo che diviene sempre più il tempo quantitativo, il tempo ormai separato dalla vita dell'uomo e dalle scansioni della sua vita quotidiana, un tempo che diventa sempre di più una costruzione umana e sociale, un tempo che porta avanti una sua logica, che è la logica del tempo lineare, del tempo quantitativo, del tempo omogeneo, del tempo astratto, il tempo matematico-fisico che sarà poi newtoniano, e quindi anche, se vogliamo, einsteiniano.

 

4. Passiamo ai temi della vita individuale. Che rilevanza hanno genere e età dell'individuo in quanto attore sociale? Questa percezione sociale del tempo, per es., cambia a seconda del sesso?

Incontriamo qui un'altra dinamica molto interessante fra natura e cultura, in particolare se pensiamo alla condizione femminile: il tempo cambia a seconda del sesso e dell'età. Effettivamente, se consideriamo il problema del genere, ci sono degli aspetti molto importanti di cui è impossibile non tenere conto: pensiamo, per esempio, all'esperienza biologica della ciclicità che sperimenta in sé la donna, pensiamo a certe esperienze che sono negate all'uomo, che sono la gravidanza, il parto, anche l'allattamento, con il suo significato paradigmatico di cura dell'attore individuale e sociale appena nato; si tratta anche della durata di vita mediamente più lunga della donna, che denota ormai, in base alle ricerche, una maggiore resistenza biologica rispetto all'uomo. Si tratta di elementi, di insiemi di vincoli e di opportunità, che vanno tenuti presenti e di cui occorre tenere conto quando si parla di dinamiche culturali concernenti il tempo.

Da un lato, dunque, abbiamo, o almeno siamo portati ad avere, una visione abbastanza unitaria sul tempo, la visione imperante nella nostra società occidentale, con una prevalenza del tempo quantitativo, astratto, lineare. Ma dall'altro abbiamo anche delle differenze fra attori. A questo livello, appunto, le differenze di genere sono importanti, perché certe esperienze di vita che riguardano la ciclicità o altri aspetti a cui ho accennato sono esperienze differenziate a seconda dei sessi, esattamente come l'età differenzia in maniera rilevante la percezione del rapporto fra presente, passato e futuro. A questo proposito, pensiamo a come cambia l'orizzonte temporale, l'orizzonte di vita, la progettualità, a seconda dell'età; la progettualità, in fondo, è uno dei tratti fondamentali della nostra cultura temporale. C'è poi un altro aspetto rivalutato oggi dalla cronobiologia, questa scienza recentissima che ha ripreso a considerare gli esseri viventi, in particolare gli esseri umani, come degli organismi biologici che sono anche degli orologi biologici; ci sono dei ritmi circadiani, che si ripetono ogni ventiquattr'ore circa, a cui il nostro fisico, il nostro organismo, è soggetto. 

Degli indicatori molto precisi dell'esistenza di questi ritmi circadiani sono, per esempio, certi disagi a cui andiamo incontro quando siamo indotti a non tenerne conto, per esigenze della nostra vita sociale ed economica, come nel lavoro notturno: ormai è dimostrato che il lavoro notturno è un'esperienza che può essere assunta in modo adattivo e positivo da una parte dei lavoratori, ma che per la gran parte di loro rappresenta un'esperienza di disagio, non solo sociale, perché comporta delle sfasature di tempi rispetto alla grande maggioranza della popolazione, ma anche in termini di adattamento psicofisico. Questo dipende proprio da questi regolatori del tempo, da questi, come li chiamano i cronobiologi, "Zeitgeber", questi sincronizzatori del tempo, che sono sostanzialmente dati dalla luce diurna e dall'alternanza luce-tenebre; non tener conto di questo può essere evidentemente una scelta, può essere una necessità, ma è qualche cosa che dà origine a delle conseguenze. Un'altra conseguenza molto comune e nota è il "jet lag", cioè quel disagio che avvertiamo quando facciamo un viaggio aereo intercontinentale.

Può infine essere interessante accennare, anche se brevemente, a certe prospettive che alcuni sociologi, in particolare in America, sostengono: per esempio, la prospettiva di una società "incessante", come viene detta, di una società permanentemente attiva, dove tutte le organizzazioni economiche, sociali, civili, funzionano continuativamente ventiquattr'ore al giorno e trecentosessantacinque giorni all'anno, evidentemente con la conseguenza di richiedere, sia pure con una logica di turni, una prestazione professionale e lavorativa a tutti gli attori, a tutti i soggetti, a tutti i membri del sistema, prestazione che può essere indifferentemente richiesta e svolta di giorno, di notte, di sabato, di domenica. In questa prospettiva, alcuni affermano addirittura che il fatto di dormire di notte è un dato puramente culturale; personalmente ritengo che questa tesi non sia fondata, anche alla luce delle esperienze cronobiologiche e di queste scansioni socio-culturali che l'uomo si è dato, soprattutto nei sistemi occidentali; pensiamo alla scansione della domenica, anche al di là del riferimento religioso che può avere e che continua ad avere per i credenti, o alla scansione giorno-notte. Direi che ci sono dei problemi molto importanti e molto interessanti a questo riguardo; e si pongono anche delle scelte sociali, si pone la prospettiva di politiche dei tempi sociali diverse: un conto è, per esempio, una società dove tutto sia funzionante, tutti i negozi siano aperti senza nessuna limitazione tutti i giorni della settimana, magari anche di sera, di notte; la società americana è, in parte, su questa strada. Un altro conto è invece una società in cui certe scansioni temporali vengono marcate, per assegnare a certe fasce temporali il significato di riposo, di astensione generalizzata dalla attività professionale lavorativa.

 

5. Dovremmo dunque concludere che i vincoli naturali, nel loro impatto sui tempi individuali e sociali, possono essere superati nella nostra società, ma solo entro certi limiti?

Penso di sì; penso che ogni società decide quale soluzione dare a questa dialettica fra elementi biologico-naturali e elementi culturali, e in ogni caso ogni società rielabora i vincoli naturali, i dati di base di tipo biologico-naturale. Ogni società, per esempio, rielabora il concetto di età, i ruoli connessi all'età o i ruoli sessuali. Ritengo, però, che alcuni vincoli vadano accettati, nonostante tutto quello che oggi vediamo o immaginiamo potranno produrre l'ingegneria genetica o altre tecniche nell'ambito della procreazione artificiale, e credo che questo sia anche in linea con una accettazione di certi elementi fondamentali della nostra condizione umana, per esempio l'accettare la gradualità, il prodursi progressivo di certi eventi, di certi fenomeni, come la gravidanza, l'attesa di un figlio.

 

6. Passiamo ora a un tema che è di altro genere, ma rilevantissimo: il potere. Il potere è una delle dimensioni ed espressioni chiave di ogni società. Può illustrarci in che modo il problema del potere si collega al problema del tempo sociale?

I sociologi hanno sempre sostenuto, o almeno molti sociologi hanno sostenuto, che il potere è una delle dimensioni chiave della società, una delle fondamentali prospettive attraverso cui occorre guardare i sistemi sociali per capire che cosa si realizza, che cosa si verifica, che cosa accade al loro interno. Un aspetto che è stato un po' trascurato, ma che rientra appunto in questa prospettiva, è proprio quello del tempo; si tratta, cioè, di vedere come si esercita, come si realizza il potere sul tempo, il potere attraverso il tempo, il tempo inteso nel modo in cui ne stiamo parlando ora. Ebbene, molto schematicamente, direi che ci sono almeno tre modalità importanti nelle quali si realizza questo potere sul tempo. Una prima modalità è quella che riguarda ciò che chiamerei l'istituzione del tempo; una seconda modalità è la misurazione del tempo; una terza è quella che possiamo chiamare la regolazione del tempo.

La prima modalità è quella più generale, e anche più rara a verificarsi. Si verifica quando, come accadeva nella società antica, un imperatore, in Cina in particolare, decreta che il tempo riparta di nuovo. Con l'avvento al trono di un monarca, di un imperatore, il tempo riparte di nuovo da zero, viene ricreato, e tutti i riferimenti temporali ripartono. Pensiamo, per venire a esperienze storiche più vicine a noi, a come la Rivoluzione francese di due secoli fa abbia avuto fra i suoi obiettivi quello di riformare il tempo, di cambiare completamente i riferimenti temporali, tra l'altro proprio la settimana, che venne sostituita da una cadenza decadale, con il decadì al posto della domenica. In questo, c'era evidentemente l'obiettivo di combattere la religione cristiana, ma c'era anche l'obiettivo di uniformarsi ad una visione di razionalità, che è quella che viene espressa anche nel sistema metrico decimale; ma vi fu anche anche la creazione di nuovi nomi (non esistevano più lunedì, martedì, mercoledì, non c'era più gennaio, febbraio, marzo, ma c'erano nuovi nomi per i giorni e i mesi). Si trattava, quindi, di una logica di riforma del tempo, logica che tra l'altro fallì nel giro di pochi anni, nonostante tutto. 

Uno dei motivi di questo fallimento sembra proprio il fatto che si rivelò impossibile scalzare dei riferimenti socio-culturali che erano così profondamente ancorati nella vita sociale. La settimana non ha un riferimento diciamo, di tipo cronobiologico; modificarla non è come scalzare il riferimento giorno-notte, luce-tenebre. Si tratta di un puro riferimento culturale, ma è un riferimento culturale talmente radicato e presente nei sistemi sociali che fu molto difficile, e alla fine risultò impossibile, scalzarlo e cambiarlo. Potrei fare altri esempi: se pensiamo al periodo tra le due guerre in Italia, un tentativo simile fu quello di introdurre la cosiddetta era fascista, indicata da un anno che doveva essere messo accanto all'anno domini, all'anno del calendario ufficiale, per indicare appunto che si era nell'anno quindicesimo o sedicesimo, espresso in numeri romani, dell'era del fascismo. Ma veniamo al secondo aspetto, quello della misura del tempo. Si può affermare che il potere in molte società, potremmo dire fino a ieri, si è espresso anche attraverso la misurazione del tempo; la misurazione del tempo era riservata ad una élite di scienziati, di artigiani, che erano a stretto contatto con il detentore del potere assoluto, l'imperatore, il re, o con la corte, e che quindi controllava, attraverso questa misurazione, le scansioni temporali. Naturalmente, questo tema si collega all'astronomia, alla creazione di strumenti astronomici. Abbiamo degli esempi in Cina, in Europa, di misurazione del tempo, e potrei citare anche episodi relativamente recenti. Riferendoci alla fine del Settecento, nel quadro della rivoluzione industriale inglese, un grande storico, Edward Thompson, riporta casi di imprenditori i quali, vedendo che gli operai usano i primi orologi per avere un proprio riscontro rispetto all'orologio dell'imprenditore, che di solito è esposto nel luogo di lavoro, glieli confiscano; è un episodio curioso, ma che mostra come fino a poco tempo fa (episodi simili si avevano, fino a venti-trenta anni fa, in ricerche fatte in America Latina, dove chi andava al lavoro con l'orologio se lo vedeva ritirare o riceveva delle sanzioni molto pesanti) si riteneva ancora che misurare il tempo fosse una prerogativa di chi detiene il potere, in questo caso dell'imprenditore, del padrone. Tutto questo, oggi, è sostanzialmente superato. Perché? Perché c'è stato un processo di democratizzazione della misura del tempo, che del resto, lo sappiamo benissimo, è funzionale a un certo tipo di cultura temporale, una cultura temporale centrata appunto sull'orologio, sulla precisione, sulla puntualità, sull'incontro, che richiede di avere l'accesso a strumenti segnatempo come sono gli orologi: in un certo senso, abbiamo avuto una banalizzazione della misura del tempo. Ma il vero problema, oggi, è il terzo elemento al quale accennavo, quello della regolazione del tempo. Oggi non si tratta più tanto di istituire o di formare il tempo in modo globale, non si tratta tanto di misurare il tempo, nel senso che questo, ormai, è un dato acquisito.

 

7. Il problema vero, oggi, secondo Lei, è dunque quello della regolazione del tempo: chi regola il tempo? Chi è il padrone del tempo? Chi è il signore del tempo oggi?

La risposta era molto più facile in altre epoche, in altre culture, in altri sistemi sociali. Oggi è più difficile, più complessa, perché ci troviamo di fronte ad una molteplicità di agenzie, di unità sociali, che regolano il tempo, che intendono regolare il tempo dei membri delle società, il tempo degli attori sociali. Quali sono queste unità sociali? Sono un insieme di unità sociali che sono sostanzialmente le grandi organizzazioni e istituzioni con cui conviviamo e all'interno delle quali viviamo nelle nostre società; pensiamo evidentemente alle organizzazioni produttive, alle organizzazioni lavorative. Il tempo rimane ancora un grande elemento coordinatore dell'attività umana e sociale nella nostra società; lo era ancora di più all'inizio dell'industrializzazione, evidentemente, ma lo è anche oggi, nonostante certi processi di flessibilità che si sono affermati. Pensiamo alle organizzazioni formative, come la scuola: sin dai primi anni il giovane attore sociale, il bambino, riceve dei messaggi che sono fortemente orientati ad una socializzazione temporale, all'associazione a un certo tipo di tempo che è il tempo della società industrializzata, il tempo quantitativo, il tempo scandito dall'orologio. Ancora oggi, nelle nostre società uno dei meccanismi di colpevolizzazione più diffusi che scatta nei confronti dei bambini che frequentano la scuola è quello del ritardo: ci sono addirittura delle sanzioni, simboliche, culturali, evidentemente non fisiche, ma che non sono per questo meno importanti e che hanno proprio lo scopo di favorire una socializzazione precoce, forse addirittura eccessiva, nei confronti del tempo nelle nostre società, nei nostri sistemi sociali. Il problema oggi è di capire chi regola il tempo, e di capirlo attraverso questa molteplicità, questa rete molto complessa e molto varia di organizzazioni e di istituzioni; ho citato l'azienda, la scuola, ma possiamo andare avanti, citare la pubblica amministrazione, con tutti i vincoli di orari e di sequenze temporali, di regolarità temporali che impone ai membri di una società; pensiamo a tutti i servizi in generale, al sistema dei trasporti e a come sono rigidi i vincoli temporali nei trasporti. Se non rispettiamo gli orari siamo penalizzati, perché non possiamo salire su un mezzo di trasporto, e i mezzi di trasporto sono delle espressioni fondamentali della nostra vita di attori che vivono in società in questa fase storica e in questo contesto.

Vorrei fare un accenno anche alla televisione, ai mass-media. Pensiamo a come, in fondo, la televisione stabilisce delle scansioni temporali, che molte volte sono degli appuntamenti giornalieri importanti per decine di milioni di persone, che diventano centinaia di milioni se pensiamo a livello mondiale. Per fare degli esempi più specifici, il telegiornale delle venti in Francia, ma anche in Italia, è probabilmente un regolatore di tempo, uno Zeitgeber, come dicono i tedeschi, cioè un sincronizzatore dei comportamenti temporali di moltissimi attori, di moltissime persone, di milioni di persone, così come lo possono essere certe telenovelas, certi appuntamenti settimanali, la "Domenica sportiva" o certi eventi che riguardano sports seguiti a livello di massa. Il modo con cui le organizzazioni regolano il tempo, comunque, è molto difficile da indicare in termini precisi, perché ciascuno di noi, ciascun attore, deve accordare i tempi individuali a questi tempi sociali, a questi calendari plurimi, in parte sovrapposti, in parte disarmonici l'uno nei confronti dell'altro, che sono appunto i calendari delle organizzazioni, delle istituzioni della nostra società.

 

8. Che posto occupa la realtà della città, la realtà urbana o metropolitana, in questo processo?

Direi che è proprio il punto di sbocco del nostro discorso. La città è il punto di focalizzazione più acuto di queste dinamiche, perché nella città intesa come realtà urbano-metropolitana, come agglomerazione, si esprimono nel modo più acuto, ed anche più teso, queste dinamiche, queste problematiche, questo accostamento che spesso è disarmonico, non coerente, fra calendari diversi, tra sistemi calendariali e di orari diversi con i quali l'attore, il cittadino, deve fare i conti. Pensiamo appunto al problema di conoscere esattamente gli orari di funzionamento dei vari servizi e di adeguarsi ad essi in funzione di quelle che sono le distanze, di quello che sono i trasporti. La città, dunque, è il punto più acuto della problematica di cui ci stiamo occupando, e lo è perché deve fare i conti con una serie di elementi che sono abbastanza ovvii, ma che vale la pena richiamare brevemente.

Innanzitutto, deve fare i conti con uno spazio limitato: la città, per definizione, è concentrazione nello spazio, quindi c'è uno spazio limitato. Per la stessa ragione, essa si caratterizza per la densità, per la concentrazione di attori sul territorio. Il terzo elemento, molto importante direi, è infine il carattere perdurante di centralità da essa rivestito. Nonostante tutte le esperienze urbanistiche di decentramento, di città diffuse, le città oggi, lo vediamo in particolare in Europa, in Italia, con queste stupende città che ci vengono da eredità molto antiche, di duemila e più anni, come anche dal Medioevo e dal Rinascimento, rimangono ancora centrali, e direi che a dimostrarlo è un indicatore forse banale, ma inoppugnabile: il traffico ormai opprimente, arrivato a livelli a volte insopportabili, che appunto grava sulla città. In tutte le città del mondo, credo ormai da quindici-vent'anni, si cerca di ovviare in modo abbastanza serio a questa situazione di oppressione in cui si trovano soprattutto i centri storici. Per un cittadino, per un attore sociale, si pone il problema di vivere nella città non soltanto in funzione degli spazi, ma anche in funzione dei tempi; c'è il problema di capire e di accordarsi con quelli che sono i tempi della città. In Italia, nell'ambito della legge 142 sulle amministrazioni locali, è stato approvato un articolo che prevede appunto che il sindaco delle aree urbane metropolitane abbia un potere di coordinamento degli orari della città. Non sappiamo ancora bene cosa vorrà dire, che cosa significherà, anche se vi sono già state alcune esperienze, soprattutto nel Nord Italia; è comunque significativo che si dica e si riconosca che occorre che il primo cittadino, il sindaco, si occupi in qualche modo di questo problema, che diventa sempre più acuto, che provoca disagi, carenze, dal punto di vista della qualità della vita, che è appunto il problema del rapporto fra tempi e spazi e fra tempi individuali e tempi sociali nella città. Pensiamo agli sprechi, ai disagi relativi alle perdite di tempo, pensiamo a quello che alcuni chiamano il "maltempo", nel senso appunto di una cattiva organizzazione del tempo, pensiamo alle incongruenze di certi orari - sto pensando in particolare, in Italia, alla limitazione degli orari e alla loro bizzarra conformazione nel settore pubblico, soprattutto in certi segmenti del settore pubblico, dove non sono stabiliti in funzione delle esigenze dei cittadini, ma in funzione di altre esigenze, o risentono di situazioni sociali, civili, politiche, economiche, che sono quelle di trenta, quaranta, cinquant'anni fa, e non di quella che è la situazione di una società industriale avanzata, nella quale ormai i servizi sono diventati una delle espressioni fondamentali della cittadinanza, non un "optional", ma un elemento fondamentale della vita sociale e civile.

 

9. Per ricapitolare, potrebbe dirci cosa si deve intendere esattamente con "cultura temporale"?

La cultura temporale tipica, o almeno dominante, delle nostre società si esprime appunto nei ritmi delle città, anche se nella città si pone non soltanto un problema di sincronizzazione degli attori, quindi di incontro nel tempo e nello spazio, ma anche un problema di desincronizzazione. Come accennavo, infatti, il problema del traffico ci dice che c'è un eccesso di sincronizzazione, ed ecco allora che una delle parole d'ordine delle amministrazioni delle grandi città, delle metropoli, è proprio la desincronizzazione. Che cosa ha a che fare tutto questo con la cosiddetta cultura temporale? Pensiamo al rapporto fra un attore e il sistema sociale così come si è venuto configurando nelle nostre società industriali avanzate occidentali. Direi che la cultura temporale generale è un insieme di concezioni e di rappresentazioni riguardo al tempo, che vengono condivise dagli attori, dai membri di un sistema; si pone pertanto il problema di cosa sia cultura temporale dominante rispetto ad altre subculture o controculture, un tema sul quale non penso di avere il tempo di entrare.

 La cultura temporale, però, non consiste solo nel concepire il tempo in un certo modo, per esempio in modo quantitativo anziché qualitativo, poiché è anche fatta di esperienze concrete della temporalità. A titolo di esempio, basterà pensare al fatto di lavorare dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio - c'è un'espressione inglese che dice appunto "nine to fiver", "colui che lavora dalle nove alle cinque", che mostra come tale esperienza si sia cristallizzata nella cultura sociale, economica e civile del mondo anglosassone e del mondo occidentale in generale. Il fatto di lavorare dal lunedì al venerdì dalle nove alle cinque, avere un week-end libero, fa parte delle esperienze tipiche della temporalità, della cultura temporale delle nostre società; potremmo poi inserire nella cultura temporale in senso lato anche quello cui accennavo prima, l'organizzazione sociale del tempo.

 

10. Può darci una classificazione del concetto di tempo nella cultura occidentale?

In definitiva, volendo schematizzare, penso che vi siano quattro assi portanti della cultura temporale occidentale: il primo è la concezione quantitativa del tempo, una concezione che ci porta a vedere il tempo come espressione misurabile, che è anche l'esito di un processo storico che vede la preminenza del tempo fisico-matematico newtoniano e la grande importanza avuta dall'orologio meccanico nella società occidentale. Si tratta di un aspetto che mi sembra veramente importante e che ritroviamo in ogni momento. Infatti, quando pensiamo al tempo, la prima associazione che siamo portati a fare è quella dell'orologio, del tempo che fugge, del tempo misurato quantitativamente. 

La seconda dimensione, il secondo asse portante, credo che sia la considerazione efficientistica del tempo; è quello che, in un modo forse un po' riduttivo ma pur sempre espressivo, esprimeva Benjamin Franklin più di due secoli fa dicendo "il tempo è denaro". Si tratta di una mercificazione del tempo, in cui si vede il tempo come risorsa scarsa, come risorsa economica al pari di altre, che entra nei processi produttivi. 

Terzo asse, direi, è la valorizzazione della velocità: la velocità è una delle espressioni più tipiche della nostra cultura temporale, che pur essendo strettamente collegata al punto precedente ha una sua autonomia. La velocità, se vogliamo, ci porta a delle esperienze straordinarie che sono state negate a tutte le società ed ai sistemi sociali precedenti: esperienze di comunicazione simultanea, o quasi simultanea, anche a distanze rilevantissime; la possibilità di viaggiare con estrema facilità da un punto all'altro della terra. 

Quarto elemento, quarto asse portante della cultura temporale, è la programmazione del tempo: noi ci muoviamo all'interno di una cultura temporale nella quale la programmazione del tempo è fondamentale; si tratta di programmare il tempo per poterlo, si ritiene, usare meglio, per poter stabilire tutta una serie di scansioni che siano opportune; pensiamo a come la programmazione del tempo è presente sia a livello individuale sia a livello sociale, sia a livello di singole organizzazioni che a livello di macro-dinamiche, per esempio nella programmazione economica. La programmazione può essere globale, nel senso di prevedere che cosa sarà la nostra società di qui al duemila, di qui al duemilatrentacinque, ma può essere anche la semplice programmazione dei nostri tempi individuali, a cui siamo tutti molto affezionati: infatti, uno degli strumenti più tipici e forse più inseparabili dell'uomo contemporaneo è l'agenda personale, sulla quale organizza il suo futuro, o almeno ritiene di organizzare il suo futuro, perché sappiamo che non tutto il futuro è programmabile, ma ci sono degli eventi che sfuggono alla nostra capacità di programmazione. 

Volendo essere sintetici, per cogliere in modo globale questa cultura temporale possono essere usate due immagini, due aspetti, che sono apparentemente contraddittori ma che poi, credo, si ricompongono l'un l'altro: uno è quello della simultaneizzazione delle esperienze, quello che già trent'anni fa Herbert M. McLuhan chiamava "il villaggio globale", cioè la terra come un ambito globale ormai unico nel quale è possibile la comunicazione simultanea, l'onnipresenza della potenziale simultaneità a cui hanno dato un grande impulso alcune strumentazioni di tipo tecnico o tecnico-culturale, che spesso dimentichiamo, ma che sono state fondamentali. Mi riferisco in particolare alla creazione dei fusi orari, alla creazione di un tempo standard universale, che risale alla convenzione di Washington del 1884, perfezionata poi nel 1912 a Parigi. Quando finalmente a Parigi, nel 1912, la torre Eiffel lanciò per la prima volta il segnale orario a tutto il mondo, si è avuta una immagine e anche una realizzazione di questa unificazione del tempo, di questo tempo ormai simultaneo, universale, che ci congloba e ci abbraccia tutti. Accanto a questo aspetto, però, va ugualmente sottolineata un'altra tendenza culturale che si sta facendo strada e che apparentemente è in contrasto con la prima: la tendenza alla flessibilità temporale, a cui gli attori, molti attori, tengono in particolare: si tende a una flessibilizzazione del proprio stile di vita. Accanto o a fronte di questa pressione di un tempo standard, di un tempo universale, di un tempo globale, c'è la reazione o la tendenza, diciamo, a creare, da parte dell'attore, e anche da parte di certi microsistemi, dei tempi che sono diversi, sfasati, che servono per esempio ad aumentare o a realizzare la qualità della vita. Come già ho accennato, per esempio, la desincronizzazione può diventare uno strumento fondamentale per accedere a dei servizi o per realizzare degli obiettivi di migliore qualità della vita. Direi, dunque, che il problema è quello di tenere insieme tutti e due gli aspetti; apparentemente essi sono in contrasto, così come lo sono sincronicità e desincronicità, o come lo sono tempo lineare e tempo ciclico. In sostanza, si tratta di tenere insieme il tempo freddo, incolore, lineare, sempre uguale, della quantità e il tempo colorato, caldo, qualitativo, dell'esperienza di vita.

 

11. Dal Suo punto di vista, quali valori sono in gioco nella analisi dei tempi sociali?

Direi che è proprio il tema dei valori ad essere al centro della riflessione delle scienze sociali sul tempo, così come lo è nella filosofia e in altre discipline. Molto brevemente, alcuni grandi valori che sono connessi all'esperienza sociale del tempo, all'esperienza del tempo nella vita dei nostri sistemi sono i seguenti. Un primo valore è quello della libertà, e direi che questo emerge in modo abbastanza chiaro dalla tendenza che si manifesta negli attori e nei sistemi alla autogestione del tempo. Il tempo è vissuto come qualche cosa di cui l'attore si riappropria nel sistema sociale, attraverso delle sincronizzazioni opportune, attraverso esperienze di vita qualitativa, pur nel riconoscimento dei vincoli di questi numerosi e importanti calendari e orari, che sono quelli che danno il tempo a tutti i membri della società. L'autogestione del tempo, quella che i tedeschi chiamano la sovranità sul tempo, "Zeitsovranität", è dunque intimamente collegato col valore della libertà. Secondo elemento è l'uguaglianza: come tutti ben sanno, la libertà non può essere disgiunta dall'uguaglianza, quindi la libertà, intesa come autogestione del mio tempo, deve, in fondo, in qualche modo, tenere conto del fatto che convivo con milioni di altri attori, di altri cittadini, che hanno i miei stessi diritti. Qui c'è il problema, che è ancora inesplorato nelle scienze sociali, della stratificazione sociale riguardo al tempo, di un accesso discriminato o non discriminato al tempo, della fruizione del tempo in termini sia quantitativi che di densità, cioè di qualità del tempo; si tratta di capire che una fruizione del tempo corretta passa anche attraverso questo riconoscimento del valore dell'uguaglianza. Direi, inoltre, che un grande valore, accanto alla libertà ed all'uguaglianza, è quello della qualità della vita, cui ho già accennato. La qualità della vita sta a significare che il tempo va vissuto come una risorsa, come una opportunità, pur nell'accettazione dei vincoli socio-culturali, e anche naturali, che l'attore, l'individuo, la persona, si trova di fronte nei nostri sistemi, che sono sistemi sociali diversi da quelli del passato, diversi da quelli di altre società, di cui non abbiamo avuto modo di parlare, ma che sono evidentemente presenti sulla scena mondiale. Per concludere, direi che, soprattutto nel mondo occidentale, riconoscere il valore del tempo è fondamentale, visto che abbiamo il privilegio di avere alle spalle una storia di secoli che ci spinge in tal senso. Si pensi, per es., a San Benedetto, la cui famosa regola, in fondo, non è che una prima organizzazione del tempo, il tempo del monaco. Oppure pensiamo a Leon Battista Alberti, questo grande umanista del Rinascimento, che nel trattato Della famiglia afferma che "il tempo è cosa molto preziosissima". Secondo l'Alberti, accanto al corpo ed allo spirito, la terza cosa che possiede l'uomo, il terzo attributo fondamentale, è appunto il tempo, il tempo come cosa "molto preziosissima".


Abstract

Occuparsi del tempo in una prospettiva sociologica significa considerare il tempo come oggetto di un processo di costruzione sociale. Ogni società, infatti, tende a costruire una certa cultura temporale e una certa organizzazione del tempo. Se distinguiamo un tempo naturale e un tempo individuale, possiamo considerare il tempo sociale come un trait d'union tra i due. Il tempo sociale serve per addomesticare il tempo, attraverso i calendari, gli orari, le settimane . Giovanni Gasparini spiega come la percezione del tempo cambi a seconda dell'età e del genere dell'individuo, e accenna alla cronobiologia, una scienza che considera gli organismi anche come degli orologi biologici. Le politiche dei tempi sociali diversi devono tener conto dei limiti biologici dell'individuo, come ad esempio il ritmo di sogno-veglia . Infatti, alcuni vincoli naturali vanno accettati come tali perché sono elementi fondamentali della nostra condizione umana. Gasparini passa ad affrontare il tema del rapporto tra potere e tempo sociale, distinguendo tre modalità principali in cui si realizza il potere sul tempo: l'istituzione del tempo, la misurazione del tempo e la regolazione del tempo. È quest'ultimo a rappresentare il vero problema. Infatti chi regola il tempo oggi? . La città rappresenta il luogo in cui si esprimono in modo più acuto i problemi del tempo e dove diventa sempre più urgente sincronizzare e disincronizzare i tempi. Non a caso, la legge 142 sulle amministrazioni locali prevede che il sindaco delle aree urbane metropolitane abbia un potere di coordinamento degli orari della città.

Cosa vuol dire cultura temporale? Si tratta di quell'insieme di concezioni, di rappresentazioni e di esperienze concrete della temporalità che vengono condivise dagli attori sociali. Quattro sono gli elementi che caratterizzano la cultura temporale contemporanea: una concezione quantitativa del tempo, una considerazione efficientista del tempo, la valorizzazione della velocità, e la programmazione del tempo. A ciò si deve aggiungere una certa tendenza alla flessibilità temporale . L'analisi dei tempi sociali mette in gioco tre valori principali: la libertà di autogestione del tempo, l'uguaglianza di fruizione del tempo e, infine, la qualità della vita. Il tempo è una risorsa. Come scriveva Leon Battista Alberti: 'il tempo è cosa molto preziosissima'.


Vai all'intervista completa


Biografia di Giovanni Gasparini

Aforismi derivati da quest'intervista

Partecipa al forum "I contemporanei"

Tutti i diritti riservati