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Interviste

Adriaan Theodor Peperzak

Lo Spirito nella filosofia di G. W. F. Hegel

23/4/1987
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  • - Professor Peperzak, in che senso nelle Lezioni sulla filosofia della religione Hegel presenta il cristianesimo come la religione suprema, come il culmine dello sviluppo avvennuto all'interno della storia delle religioni? (1)
  • - Questa simmetria tra la teologia cristiana e le grandi strutture filosofiche, questa riformulazione originale del problema teologico e di quello metafisico, rappresenta, a Suo parere, un passo in avanti rispetto alla filosofia critica kantiana, che aveva ridotto le capacità conoscitive umane nell'ambito ristretto dell'esperienza? O si rischia invece di regredire alle metafisiche precritiche? (2)
  • - Che cosa intende Hegel con il termine "spirito"? Lo spirito trova le sue manifestazioni più alte nell'arte, nella religione e nella filosofia. Ma l'arte è in questa triade al gradino più basso, mentre per Schelling l'arte era invece l'organo stesso della filosofia. Qual è la differenza tra queste due posizioni, tra lo Schelling che esalta l'arte e uno Hegel che la pone, sì, nell'ambito dello spirito, ma al suo gradino più basso? E poi, perché mai l'arte meriterebbe proprio il gradino più basso? (3)
  • - Il secondo momento è la religione, e a questo proposito Hegel entra in forte polemica con Schleiermacher. Per Schleiermacher, infatti, la religione era soprattutto sentimento fideistico, mentre per Hegel la religione è in qualche modo un fatto razionale: Dio stesso è oggetto di conoscenza, e non semplicemente di uno slancio sentimentale. Qual è la differenza tra la religiosità di Schleiermacher e il concetto di religione in Hegel? Perché Hegel è così aspro nella sua polemica? (4)
  • - Il culmine dello spirito si trova invece piuttosto nella filosofia. Lei si è soffermato anche sul concetto di autocoscienza: si può dire che la filosofia è il culmine dello sviluppo dello spirito in quanto è la coscienza che lo spirito ha di se stesso? (5)
  • - Si può sostenere allora che per Hegel lo spirito, l'assoluto, diventa trasparente a sé attraverso la consapevolezza degli uomini e in particolare attraverso la lucidità concettuale dei filosofi? Abbiamo già considerato i contrasti di Hegel con Schleiermacher, con Kant, con Schelling, ma in effetti in Hegel la filosofia coincide con la storia della filosofia ed egli stesso recupera tutto il pensiero precedente, e forse questo è precisamente uno dei motivi che determinano la difficoltà della sua posizione di pensiero. In che senso per Hegel filosofia e storia della filosofia coincidono e niente va perso della storia della filosofia? (6)
  • - Hegel si vede un po' come il termine di un processo. É finito davvero il pensiero filosofico dopo Hegel? In che senso poi la filosofia è per Hegel qualche cosa di estremamente rigoroso, una scienza? (7)

 

1. Professor Peperzak, in che senso nelle Lezioni sulla filosofia della religione Hegel presenta il cristianesimo come la religione suprema, come il culmine dello sviluppo avvennuto all'interno della storia delle religioni?

Innanzitutto occorre considerare il fatto che Hegel si dichiara un vero luterano, il quale riteneva che la religione in cui si era formato studiando per cinque anni al collegio teologico di Tubinga era la vera religione. Secondo questa teologia e secondo la fede che Hegel aveva fatto propria, risultava del tutto ovvio che le altre religioni non avessero la completezza del cristianesimo e che il cristianesimo dell'epoca fosse invece il compimento delle altre religioni. Questa era una convinzione comune e, tutto sommato, esteriore.

Ma al di là dei suoi studi teologici e dell'influenza che essi hanno avuto nella sua formazione, come filosofo Hegel individua nel cristianesimo le stesse strutture logiche che aveva riconosciuto come strutture necessarie della realtà. C'è dunque, per così dire, un movimento convergente dal lato della formazione teologica e da quello della ricerca teoretica e quest'incontro di fede cristiana e logica filosofica ha portato a tradurre in termini logici il nocciolo stesso del cristianesimo, ossia l'unità e trinità di Dio: il Padre diviene allora il fondamento, l'origine, l'assoluto che sviluppa se stesso; il Figlio risulta l'espressione di quest'origine, e cioè la natura materiale, lo spirito finito dell'uomo, la cultura; lo Spirito Santo realizza infine il ritorno del Padre a se stesso attraverso il Figlio. Hegel traduce dunque le metafore, le rappresentazioni e i racconti della religione in un linguaggio speculativo, ritenendo che alla fine la verità eterna della religione coincida con la verità dell'assoluto formulato nel suo sistema.

2. Questa simmetria tra la teologia cristiana e le grandi strutture filosofiche, questa riformulazione originale del problema teologico e di quello metafisico, rappresenta, a Suo parere, un passo in avanti rispetto alla filosofia critica kantiana, che aveva ridotto le capacità conoscitive umane nell'ambito ristretto dell'esperienza? O si rischia invece di regredire alle metafisiche precritiche?

É una questione assai complessa, anche perché ripropone il tema del rapporto di Hegel a Kant, che tuttora può infiammare gli animi. Una volta a Boston, in America, mi è capitato di discutere molto animatamente con un collega proprio su questo tema, all'interno di un dibattito addirittura drammatico in cui lui aveva preso le difese di Hegel ed io vestivo i panni di Kant, naturalmente per quanto potevamo essere all'altezza di un tale contenzioso.

In fondo Hegel è un grande filosofo proprio in quanto ha messo insieme l'intera cultura moderna, ma anche la cultura greca ed ellenistica, ripensandole all'interno di un sistema coerente _ anche se non sempre inconfutabile _ in cui noi riconosciamo la nostra storia, la nostra cultura, il nostro passato. Per questo è così avvincente: perché in fondo noi siamo sempre gli stessi uomini e non abbiamo ancora formulato un'altra grande cultura al di là delle esperienze dell'antichità e del mondo moderno. Qui è la grandezza di Hegel e credo non lo si potrà trascurare fino a quando considereremo questo passato ormai plurimillenario come una grande eredità. Hegel è colui che ha compiuto la grande sintesi, anche se ciò non significa che non ci siano altre possibilità di spiegare e riassumere la nostra storia, ma in ogni caso Hegel è stato certamente il più grande nel suo tentativo di comprensione storica, o comunque uno dei più grandi. Kant, al contrario, non può essere considerato come un tipico sintetizzatore, nonostante abbia discusso quasi tutti i temi importanti della filosofia e della cultura. Ma quel che è grande in Kant è piuttosto la sua grande disciplina, il suo modo quasi prosaico, ma assolutamente rigoroso di distinguere un tema dall'altro, procedendo senza fretta, con attenzione e con garbo anche sui punti più controversi e spinosi. In Hegel abbiamo sintesi talvolta troppo frettolose che costringono poi a revisioni successive, in Kant invece si ha sempre l'impressione che tutto proceda lentamente, con molta cautela, tanto più che ci si trova a misurarsi con problemi di fronte ai quali dobbiamo arrestarci, anche se non possiamo fare a meno di pensarli e di proporli come problemi.

Trovo assai significativo il fatto che Kant tenti di tracciare una linea di separazione fra ciò che possiamo comprendere - ovvero studiare nel quadro di una vera scienza quale la matematica, la logica e anche una certa metafisica che si limiti ai fenomeni che possiamo percepire - e quello che invece va oltre la nostra possibilità di conoscenza e verso cui non possiamo quindi procedere. Sono le questioni che investono gli aspetti più importanti della nostra vita, e cioè: siamo liberi? che cosa significa il fatto che siamo liberi? qual è veramente il nostro destino? possiamo concepire la totalità dei fenomeni, ovvero il mondo in quanto totalità? che senso ha? ne possiamo parlare? che cosa sappiamo di Dio? che cosa ne possiamo sperare? Si tratta di domande che hanno sempre a che fare col senso stesso della vita. Diversamente da Hegel, Kant ha affermato che dobbiamo avere una fede -il che non significa credere in un'autorità-dobbiamo postulare, vale a dire ritenere come certo e vero il fatto che siamo liberi, che abbiamo dei doveri, che siamo destinati al bene, che c'è un Dio che si preoccupa che il mondo non sia privo di senso, anche se non possiamo comprendere tutto ciò, perché si tratta di un altro tipo di sapere, che pure Kant ha tratteggiato con molta precisione. Per Hegel o si tratta di conoscenze che già si hanno-anche se si tratta di questioni difficili, che si possono comprendere in quanto pensieri -oppure si tratta soltanto di opinioni. Kant afferma che al di là della conoscenza c'è un sapere di altro tipo che è sicuro, anche se noi siamo troppo finiti per accedervi e dobbiamo pertanto accettare i nostri limiti.

In fondo in ogni discussione di un certo peso ci imbattiamo sempre in questi due grandi e spesso non sappiamo scegliere. Il nostro problema più scottante continua ad essere quello su cui si sono interrogati Kant e Hegel: c'è certamente un sapere effettivo circa il senso della vita, un sapere necessario, ma in che rapporti sta questo sapere con la conoscenza che possiamo chiamare scientifica e che possiamo controllare con una logica?

 

3. Che cosa intende Hegel con il termine "spirito"? Lo spirito trova le sue manifestazioni più alte nell'arte, nella religione e nella filosofia. Ma l'arte è in questa triade al gradino più basso, mentre per Schelling l'arte era invece l'organo stesso della filosofia. Qual è la differenza tra queste due posizioni, tra lo Schelling che esalta l'arte e uno Hegel che la pone, sì, nell'ambito dello spirito, ma al suo gradino più basso? E poi, perché mai l'arte meriterebbe proprio il gradino più basso?

Per Hegel "spirito"è il termine che meglio si adatta all'assoluto. L'assoluto, come abbiamo detto, è il fondamento unitario, l'origine da cui deriva tutto e che tutto fa nascere da sé affinché si dispieghi e possa essere di nuovo accolto nell'assoluto, in una sorta di pulsazione, di movimento di inspirazione ed espirazione del tutto: questo inspirare ed espirare è appunto lo spirito. Lo spirito è caratterizzato come razionale, vale a dire è uno spirito che vuole, ama, pensa, si realizza, e in questa autorealizzazione lascia sussistere noi uomini come spiriti individuali, che a loro volta si realizzano nella natura e nella cultura, vengono in possesso di se stessi, al punto da essere ciò che sono diventati.

In Hegel l'arte occupa il gradino più basso perché il concetto, ossia la visione pienamente chiara, è il punto più alto tra le possibilità dell'uomo e dello spirito in generale, mentre per Schelling la conoscenza non è tanto estesa quanto la realtà -il che deve essere inteso anche in rapporto a Kant. Con la realtà abbiamo, secondo Schelling, diversi tipi di contatto: col comprendere acquisiamo una conoscenza, e in tal modo la realtà ci si manifesta in una maniera bella ed elevata, ma la realtà più profonda è un mistero che si rivela non certo nel concetto -non siamo capaci infatti di arrivare a tanto -bensì in immagini, in simboli e in metafore. Ciò significa che la nostra conoscenza contiene sempre una parte di supposizione, dobbiamo dunque interrogarci sempre di nuovo e non otteniamo mai una risposta esauriente. Ma attraverso i simboli e i racconti, attraverso l'arte e le rappresentazioni, che ci prendono anche se non sappiamo dire esattamente che cosa ci attragga nell'esperienza estetica, entriamo nel mondo dell'assoluto, perciò alla fine si ha in Schelling una contrapposizione tra il comprendere e l'immergersi nell'intuizione.

4. Il secondo momento è la religione, e a questo proposito Hegel entra in forte polemica con Schleiermacher. Per Schleiermacher, infatti, la religione era soprattutto sentimento fideistico, mentre per Hegel la religione è in qualche modo un fatto razionale: Dio stesso è oggetto di conoscenza, e non semplicemente di uno slancio sentimentale. Qual è la differenza tra la religiosità di Schleiermacher e il concetto di religione in Hegel? Perché Hegel è così aspro nella sua polemica?

É molto interessante sottolineare che il giovane Hegel, sul quale si è concentrata la mia tesi di dottorato, era egli stesso più o meno una sorta di Schleiermacher. Nei manoscritti giovanili, rimasti inediti fino al nostro secolo, egli sosteneva che la filosofia ha un ampio raggio d'azione, che però non arriva a cogliere l'infinito, e cioè la verità stessa. Perciò bisogna ricorrere alla religione, che è il contatto sentimentale con l'infinito, il sentimento dell'infinito. La filosofia è invece, già per il giovane Hegel, soprattutto riflessione, e nella riflessione resta sempre una certa distanza tra me e la realtà. Inoltre la riflessione è analitica e, nel suddividere la realtà, non può darci la vera relazione che cerchiamo quando aspiriamo ad un'unità ultima e onnicomprendente. Ancora nel 1800 la riflessione hegeliana era attestata su queste posizioni. Nel 1801 egli divenne professore di filosofia a Jena, dove era in stretto rapporto intellettuale con Schelling. A partire dagli anni di Jena egli si collocherà su posizioni del tutto diverse, sostenendo per esempio che il sentimento, nonostante tutti i suoi meriti, non è la dimensione più alta, perché, oltre al sentire, c'è anche e soprattutto la necessità di capire, di comprendere. Successivamente egli polemizzerà, spesso aspramente, con coloro che sostenevano quelle tesi che lui stesso aveva difeso prima della sua esperienza intellettuale jenese, per esempio polemizzerà con Schleiermacher, con Jacobi, Fries ed altri ancora. Ma, al di là dell'irritazione che caratterizza queste polemiche e che getta qualche lume anche sul carattere di Hegel, occorrerà chiedersi perché, a suo parere, il sentimento non è sufficiente e perché il destino degli uomini è altrove, in particolare nella razionalità.

Per Hegel il sentimento non è un qualcosa di negativo, ma piuttosto un che di "popolare", che tutti hanno, mentre un uomo colto e che voglia veramente adempiere il proprio compito, deve comprendere quello che fa, le proprie esperienze e i propri sentimenti. Per quanto ne so, Hegel non ha mai tematizzato esplicitamente la differenza fra il sentire quale egli stesso lo descrive, questo contatto "sentimentale" con la realtà, e il "sentimento" di Schleiermacher, lo stesso che si ritrova anche nei grandi testi mistici, in cui si afferma l'esistenza di un livello superiore rispetto al lavoro intellettuale, e quindi al di là del comprendere. E' una dimensione ulteriore presente non solo nei mistici, ma anche in Platone, per esempio nel Fedro, oppure, in maniera molto chiara, in Plotino, che attraverso lo Pseudo-Dionigi e Sant'Agostino ha esercitato una grande influenza sulla mistica occidentale. Ma per Hegel questo innalzamento estatico non sembra essere diverso dagli altri sentimenti, anzi si tratterebbe comunque della stessa esperienza sentimentale.

5. Il culmine dello spirito si trova invece piuttosto nella filosofia. Lei si è soffermato anche sul concetto di autocoscienza: si può dire che la filosofia è il culmine dello sviluppo dello spirito in quanto è la coscienza che lo spirito ha di se stesso?

Lo spirito, l'assoluto che deve autorealizzarsi può essere paragonato ad un uomo che si pone un interrogativo sul senso della propria vita. La risposta più immediata è che non si può semplicemente sopravvivere, ma bisogna anche realizzarsi nel lavoro, nel dialogo, nel commercio con gli altri uomini, e questa realizzazione nel contatto con gli altri è anche il compimento di ogni uomo. Dunque questo paradigma, già presente nelle meditazioni di Aristotele sulla prassi, e cioè il tema dell'autorealizzazione, viene accolto da Hegel per tematizzare lo spirito, giacché anche lo spirito può essere se stesso soltanto nella misura in cui si sviluppa in altro. Dunque lo spirito si esteriorizza per potersi costituire, per giungere al compimento di se stesso, a ciò che può essere, e solo così diventa "assoluto". In questo movimento da sé a se stesso la coscienza, ovvero ciò che nell'uomo è in prima istanza la consapevolezza, costituisce un momento necessario per rappresentare Dio in se stesso, se si vuole usare l'immagine hegeliana. Quando facciamo esperienza e riflettiamo su di essa, quando ci dedichiamo all'arte, alla religione o alla filosofia, questo è un autosviluppo che causa modificazioni nella nostra autocoscienza, e questo dispiegamento della coscienza, questa scoperta della verità, della bellezza, della prassi è un momento necessario: Dio ha bisogno degli uomini per essere se stesso, ha bisogno della loro cultura, del compimento dei loro doveri etici e politici. Questo è il modo in cui Hegel traduce il bisogno degli uomini da parte di Dio, bisogno affermato dalla religione. Ma non credo che la religione cristiana potrebbe accettare una tesi del genere, in fondo il Dio di Hegel è, per così dire, dipendente dagli uomini, una prospettiva che certo non si ritroverà nella religione.

6. Si può sostenere allora che per Hegel lo spirito, l'assoluto, diventa trasparente a sé attraverso la consapevolezza degli uomini e in particolare attraverso la lucidità concettuale dei filosofi? Abbiamo già considerato i contrasti di Hegel con Schleiermacher, con Kant, con Schelling, ma in effetti in Hegel la filosofia coincide con la storia della filosofia ed egli stesso recupera tutto il pensiero precedente, e forse questo è precisamente uno dei motivi che determinano la difficoltà della sua posizione di pensiero. In che senso per Hegel filosofia e storia della filosofia coincidono e niente va perso della storia della filosofia?

Hegel vede la storia della filosofia come il momento più alto e più comprensivo dell'autosviluppo dello spirito, come si è già visto in riferimento alla visione cristiana. Ma ciò significa che la storia della filosofia può essere letta ed interpretata come una manifestazione in cui il pensiero dell'origine, ovvero di Dio, si dispiega ulteriormente per l'uomo e attraverso di lui. Questa è la sua convinzione fondamentale, che egli sviluppa ed articola ulteriormente nella sua logica, e a partire da questo tipo di approccio egli legge i grandi classici, spesso grazie alla mediazione dei manuali del tempo, soprattutto nel caso del pensiero medievale.

A partire da questa prospettiva Platone, Aristotele, Plotino, Proclo, Cartesio e i moderni, insomma tutti i pensatori a partire da Parmenide, vengono visti come sviluppo di un unico pensiero. Tale processo prende inizio con Parmenide, si sviluppa in maniera completamente diversa in Eraclito, con Platone raggiunge una certa sintesi, che però non è reale, e così via attraverso opposizioni e sintesi sempre nuove. Hegel vede dunque le filosofie del nostro passato sotto forma di un unico albero con molti rami, ciò significa che i principî delle varie filosofie, se si considerano da questo punto di vista, rimandano ad un'unica totalità di cui essi sono elementi, parti di un più grande pensiero che li integra insieme. Perciò per Hegel la filosofia è veramente una sorta di percorso di formazione, in cui l'umanità intera -non uno studente o un uomo singolo -impara volta a volta che cos'è vero.

Che cosa ci sia poi in fondo al percorso e quanto sia lungo, questo resta un problema, in ogni caso tutto ciò che è compreso si colloca nel sistema che pensa se stesso e che ricompone ogni duplicità in un'unità armonica. Ogni pensatore è per Hegel come un artista che da tanti elementi ricostruisce un'unità, adattando i singoli elementi in un'armonia complessiva. Egli ha scelto i suoi classici- certo fra il 300 e il 1500 non c'è quasi nulla, la filosofia sembra non esistere affatto, visto che sembra darsi soltanto la riflessione teologica e la logica formale - ed è sorprendente come egli riesca a pensare insieme questi grandi testi della tradizione. C'è da domandarsi naturalmente se in un'operazione così grandiosa non si perda anche qualcosa. Ormai si hanno varî studi in proposito e si è notato come Hegel abbia trascurato specifici apporti o non li abbia affatto considerati.

7. Hegel si vede un po' come il termine di un processo. É finito davvero il pensiero filosofico dopo Hegel? In che senso poi la filosofia è per Hegel qualche cosa di estremamente rigoroso, una scienza?

Per quanto riguarda la prima questione, si tratta di un problema molto discusso ed altrettanto difficile, anche perché Hegel non è mai stato chiaro in proposito. Per esempio nella prefazione alla Scienza della logica ha scritto che quel libro avrebbe dovuto essere rivisto, riscritto e corretto settantasette volte e che per far questo non sarebbe bastata una vita intera. Che cosa voleva dire con questa immagine? Che la sua filosofia è il risultato di tutto quanto l'ha preceduta, che è un sistema veramente completo, e allora in verità non ci può essere niente di nuovo. Ci possono essere nuovi sviluppi in politica o in materia di religione ed essi dovrebbero allora venir ripensati in modo da adattarsi alla logica di Hegel, anche se io trovo assai impervia una prospettiva del genere. D'altronde non si può pretendere da Hegel una profezia sul futuro della filosofia o sulla verità definitiva.

L'operazione di Hegel è in fondo simile a quella di Parmenide: di Parmenide ci sono rimaste solo alcune pagine, in cui è espressa peraltro la verità, o meglio la verità della strada verace, e la possibilità dell'apparenza, e in ciò sarebbe già presente, nell'interpretazione di Hegel, l'intera totalità della filosofia. Anche Hegel è l'intero della filosofia, ma dopo Hegel la riflessione filosofica non si è fermata, come non si è fermata dopo Parmenide. Si deve allora riconoscere che Hegel non può essere considerato come un falso filosofo, ma deve essere piuttosto accettato, senza attribuirgli in anticipo quelli che saranno in seguito gli sviluppi della storia del mondo e del pensiero. Nei Lineamenti di filosofia del diritto Hegel insinua il dubbio che il vero Stato non esista ancora, talvolta nelle sue lezioni si riferì alla Russia e all'America come terre del futuro: anche alla luce di queste testimonianze mi sembra impossibile affermare che Hegel abbia pensato il suo tempo come un tempo della fine.

Per rispondere alla seconda domanda devo ricordare che Hegel è molto rigoroso nel distinguere, per esempio, l'opinione dalla filosofia. Come già in Platone, Hegel non trova cattiva l'opinione generale in quanto tale, ritiene semplicemente che si tratti solo di un'opinione, che può essere vera o falsa, certamente poi gli uomini più eccellenti hanno in generale buone opinioni, ma questo non è di per sé abbastanza. Quando percepisco qualcosa con i miei stessi occhi, o quando sono assolutamente sicuro di una convinzione, questa è una buona cosa, necessaria per la vita di ogni giorno, ma qualcosa può essere accolto solo se è compreso. Il vero problema è dunque chiedersi che cosa sia il concetto e quale ne sia il rigore su cui indaga la logica.

Secondo alcuni studiosi Hegel sarebbe confuso perché la sua dialettica non si atterrebbe alla logica formale. Conosciamo bene queste critiche, Hegel ricorda però con molta chiarezza -per esempio in quella sorta di relazione che scrisse nel 1822 per un ministro della pubblica istruzione circa l'insegnamento della filosofia al ginnasio - che, come propedeutica allo studio della filosofia sono assolutamente necessari l'approfondimento della logica formale, l'affinamento dell'analisi e dell'argomentazione, l'acquisizione della capacità di definizione e così via, senza una tale preparazione non è possibile a suo parere un accesso proficuo alla filosofia. Egli stesso afferma di aver studiato bene tutto ciò all'età di quattordici anni, di aver appreso per esempio tutte le forme del sillogismo. Oggi si direbbe che è necessaria la conoscenza della logica moderna, perché altrimenti non si può procedere, si fanno errori o comunque si cade nella confusione. Ma inoltre bisogna anche essere capaci di riconnettere tra di loro tutte queste distinzioni, categorie e rapporti, riconducendoli ad una unità e coerenza originaria, bisogna poi comprendere anche qual è la relazione tra la logica formale e la realtà a cui essa si applica. Questo è il motivo per cui egli sostiene l'importanza e la necessità della logica formale, insufficiente però da sola a farci cogliere l'unità del tutto nelle sue suddivisioni e partizioni, nell'unità e distinzione insieme.


Abstract

Secondo Peperzak Hegel vede nel cristianesimo la religione suprema perché presenta le stesse strutture logiche della realtà . La questione della simmetria tra la teologia cristiana e le grandi strutture filosofiche investe il rapporto tra Hegel e Kant . Seguono alcune riflessioni sul tema dello Spirito, che è nel sistema hegeliano l'assoluto stesso. Il gradino più basso dello Spirito coincide con l'arte, seguita dal sentimento religioso, ritenuto inferiore alla comprensione razionale. Per Hegel è nella storia della filosofia che lo Spirito raggiunge il culmine del suo sviluppo. Peperzak ricorda brevemente le tappe della storia della filosofia hegeliana, intesa come percorso di formazione. Secondo Peperzak Hegel non ha pensato al suo tempo come alla fine della filosofia. Bisogna infine ricordare che la filosofia per Hegel non è assimilabile all'opinione, ma presuppone il rigore del pensiero logico e ha il rigore della scienza.


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Biografia di Adriaan Theodor Peperzak

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