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Interviste

Vittorio Hösle

Da Kant a Hegel

20/12/1992
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  • - Il passaggio da Kant a Hegel è stato spesso interpretato come uno sviluppo. Vuole tratteggiare i passi salienti e i motivi determinanti che condussero ad una tale transizione?  (1)
  • - Un altro problema lasciato irrisolto da Kant è quello costituito dalla cosa in sé. L'idealismo trascendentale da una parte insegna che la nostra conoscenza degli oggetti è fenomenica, non afferra cioè la loro vera essenza, dall'altra parte Kant insegna però che questi oggetti esistono, che esistono quindi dei noumena inaccessibili. Come è stato affrontato questo problema dall'idealismo tedesco? (2)

    - Nei suoi scritti Kant presuppone sempre la validità di qualche cosa: nella prima critica si presuppone come incontrovertibile la validità della scienza, nella seconda la validità della morale, nella terza infine la validità dei giudizi estetici. Qual è stato l'atteggiamento degli idealisti tedeschi nei confronti di queste presupposizioni kantiane? (3)

    - In tale contesto, Professore, come caratterizzerebbe il contributo di Hegel? (4)

    - Lei sottolinea il ritorno in Hegel di una ispirazione teoretica di origine kantiana, ci vuole tratteggiare il complesso rapporto che lega Hegel a Kant? In che misura si tratta di posizioni analoghe o, invece, alternative tra di loro? (5)

    - Un'altra importante differenza tra la posizione di Hegel e quella di Kant riguarda il problema della capacità della ragione. Può illustrarci questo aspetto? (6)
  • - Quali sono le acquisizioni che la filosofia classica tedesca ha reso possibili e che Le sembrano tuttora valide, quali dei problemi da essa sollevati mantengono intatta la loro attualità? (7)

 

1. Il passaggio da Kant a Hegel è stato spesso interpretato come uno sviluppo. Vuole tratteggiare i passi salienti e i motivi determinanti che condussero ad una tale transizione?

Immanuel KantUno dei grandi problemi rimasti irrisolti in Kant è quello che può essere definito come il problema del dualismo che caratterizza tutta la sua filosofia. Kant è convinto che ci siano varie radici del nostro sapere non riducibili ad un unico ceppo e ciò vale soprattutto per il dualismo tra ragione teoretica e ragione pratica. Kant è convinto che le proposizioni normative, le quali ci prescrivono che cosa dobbiamo fare, non seguano affatto le proposizioni descrittive, che ci dicono come il mondo è. Ma qui si pone il problema: come mai possiamo agire nel mondo empirico in maniera etica, cioè corrispondentemente non a ciò che è, ma a ciò che deve essere, e come mai viceversa il mondo empirico è permeabile ad azioni ispirate a principî normativi?

 Kant ha dedicato a questo problema l'ultima parte della terza critica, la Critica del Giudizio. Ma Kant cerca di superare questo dualismo sempre ex post, a posteriori, la sua filosofia non è infatti costruita in maniera tale da presentare fin dall'inizio una base che permetta l'eliminazione di un tale dualismo. In una recensione di Jena, Hegel scrive che è importante ritornare a quell'atteggiamento filosofico in voga nel Seicento che collocava Dio all'inizio della filosofia e non alla fine come in Kant. Dio viene, sì, reintrodotto in Kant nella seconda parte della Critica della ragion pratica e poi alla fine della Critica del Giudizio come quel principio che può garantire una possibile armonia tra ragione teoretica e ragion pratica, ma il proposito dell'idealismo tedesco fu quello di collocare questo principio ontologico anche all'inizio.

L'altro grande dualismo presente in Kant è quello che si trova all'interno della filosofia teoretica come dualismo tra concetto ed intuizione, Kant è convinto infatti che non sia possibile ridurre uno all'altro. Ma se la nostra esperienza si fonda su questi due fattori, come mai la nostra ragione può farli interagire tra loro, se essi sono del tutto eterogenei? A partire da una questione simile prenderà le mosse la riflessione dell'idealismo tedesco.

 

2. Un altro problema lasciato irrisolto da Kant è quello costituito dalla cosa in sé. L'idealismo trascendentale da una parte insegna che la nostra conoscenza degli oggetti è fenomenica, non afferra cioè la loro vera essenza, dall'altra parte Kant insegna però che questi oggetti esistono, che esistono quindi dei noumena inaccessibili. Come è stato affrontato questo problema dall'idealismo tedesco?

Questo è stato uno dei grandi problemi dell'idealismo tedesco: ci si è chiesti infatti che senso abbia introdurre il concetto di qualcosa che in linea di principio non può essere conosciuta. Uno dei propositi teoretici di Fichte fu proprio quello di eliminare un tale concetto. Fichte lo fece radicalizzando l'idealismo soggettivo di Kant e paradossalmente, nell'eliminare il residuo ontologico della cosa in sé, Fichte ha preparato la via a un realismo sui generis, quello che sarà detto l'idealismo oggettivo di Schelling e di Hegel: se infatti è eliminato il resto ontologico di una cosa in sé, allora non c'è ragione di non interpretare in maniera oggettiva ciò che è dato alla conoscenza. Come Wittgenstein scriverà poi nel Tractatus, l'idealismo estremo e il realismo si toccano, e ciò risulta confermato nel passaggio da Fichte a Schelling e poi a Hegel.

 

3. Nei suoi scritti Kant presuppone sempre la validità di qualche cosa: nella prima critica si presuppone come incontrovertibile la validità della scienza, nella seconda la validità della morale, nella terza infine la validità dei giudizi estetici. Qual è stato l'atteggiamento degli idealisti tedeschi nei confronti di queste presupposizioni kantiane?

Il punto che lei ha sollevato è di estrema importanza per lo sviluppo dell'idealismo tedesco. Il problema centrale, infatti, è se sia veramente necessario presumere questa validità. Penso che Kant abbia indubbiamente ragione a sostenere che, se non esistessero proposizioni sintetiche a priori, non potrebbe darsi una morale oggettiva. Ma perché mai dovrebbe poi darsi una morale oggettiva? Uno degli scopi centrali dell'idealismo ficthiano fu proprio quello di trovare una fondazione per un'assunzione del genere. 

Qui vediamo inoltre con chiarezza qual è la differenza essenziale tra filosofia trascendentale irriflessa e filosofia trascendentale riflessiva. Kant riflette sulle condizioni della possibilità di qualcos'altro, della scienza, della morale, dell'estetica, mentre Fichte intende riflettere sulle condizioni della possibilità di ogni atto di riflessione, sulle condizioni della possibilità in quanto tale. E questo è un punto che non può essere negato da nessuna riflessione scettica, perché, se può essere lecito mettere in dubbio che esista una morale oggettiva, non lo è altrettanto negare il fatto che noi possiamo pensare, giacché questo atto di negazione è esso stesso già un pensiero. L'innegabilità dell'autocoscienza diventa così il punto di partenza di Fichte, la struttura dalla quale non si può uscire, perché ogni tentativo di uscirne la presuppone e la riafferma: questa fu la sua scoperta geniale. Sebbene il giovane Fichte sia nel suo idealismo molto più vicino a Kant di quanto non lo saranno in seguito Schelling e Hegel, è importante sottolineare come si abbia senz'altro una maggiore continuità tra Fichte, Schelling e Hegel che non tra Kant e Fichte, visto che quest'ultimo si preoccupò in particolare di strutture fondative riflessive, problema del tutto inesistente in Kant. Fichte parte dal presupposto che la filosofia, prima ancora di fondare la scienza e la morale, deve fondare innanzitutto se stessa, e questo resterà un tema comune a tutto l'idealismo tedesco. Si può certo ritenere che un proposito del genere non sia legittimo, giacché si tratterebbe dell'espressione di una sopravalutazione della ragione, ma in ogni caso si deve riconoscere che esso può caratterizzare da solo il momento storico dell'idealismo tedesco.

Rispetto a Fichte, Schelling ebbe il merito di avere introdotto nella discussione filosofica la filosofia della natura, egli era convinto del fatto che la costruzione della natura da parte del soggetto fosse soltanto un aspetto del problema e che l'altro aspetto, altrettanto necessario e complementare al primo, fosse la costruzione dello spirito a partire dalla natura. Nel Sistema dell'idealismo trascendentale Schelling sviluppa questi due approcci come i due lati dell'intera filosofia.

 

4. In tale contesto, Professore, come caratterizzerebbe il contributo di Hegel?

In un certo senso Hegel sintetizzò le posizioni di Fichte e Schelling. Con Schelling egli era convinto che la filosofia necessitasse di una riflessione sulla natura, cui dovesse essere attribuito un posto preciso nel sistema completo della filosofia, ma a differenza di Schelling, Hegel sviluppò all'interno della Scienza della logica una teoria esplicita dell'assoluto che precede la scissione in natura e spirito, articolando così il sistema in tre parti: logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito. Se in Schelling la filosofia della natura e la filosofia dello spirito erano due parti della filosofia reale di pari rango, Hegel attribuì invece una certa preponderanza alla filosofia dello spirito, proprio perché era convinto che solo lo spirito riuscisse a ritornare in maniera riflessiva, esplicita ed argomentativa alla struttura che fonda sia la natura che lo spirito. Si può dire pertanto che attraverso una fase di pensiero che ha posto la parità tra natura e spirito con Schelling, l'idealismo oggettivo di Hegel ritornò alla superiorità del principio soggettivo che era stato fatto proprio da Kant e Fichte, ma sulla base di un riconoscimento del proprio essere naturale e sulla base della forza fondativa della struttura riflessiva scoperta da Fichte, che divenne in Hegel non più semplicemente e soltanto l'autocoscienza umana, ma una ragione che pensa se stessa, un pensiero divino che pensa se stesso e che ha creato sia la natura che lo spirito finito.

 

5. Lei sottolinea il ritorno in Hegel di una ispirazione teoretica di origine kantiana, ci vuole tratteggiare il complesso rapporto che lega Hegel a Kant? In che misura si tratta di posizioni analoghe o, invece, alternative tra di loro?

Hegel ha sempre avuto una profonda ammirazione per Kant e non ha mai negato che questi fosse stato il filosofo più originale dell'epoca moderna. Nonostante ciò, o magari proprio in seguito alla vicinanza rispetto ai motivi più caratteristici della sua riflessione, Hegel ha criticato a fondo la posizione kantiana, sia per quanto riguarda i suoi aspetti teoretici, sia relativamente all'ambito pratico. Le due posizioni di pensiero sono in realtà affatto diverse tra loro.

Innanzitutto Hegel crede che la critica debba essere parte della metafisica, mentre in Kant la critica è una sorta di preambolo alla filosofia vera e propria, come risulterà dal titolo stesso di una sua opera, i celebri Prolegomeni ad ogni metafisica che vorrà presentarsi come scienza, Hegel al contrario integra le cognizioni kantiane sulla metodologia della filosofia nella parte fondante della suo sistema, e cioè nella Scienza della logica. In secondo luogo Kant è convinto che la natura non possegga una vera realtà, una vera esistenza indipendentemente dalla nostra esperienza, mentre Hegel intende garantire una dignità ontologica alla natura. Un'altra grande differenza tra Kant e Hegel ha a che vedere col problema del dualismo tra essere e dover essere. Kant è convinto che il dover essere non può ridursi all'essere. Hegel in un certo senso concorda con Kant nel sostenere che l'essere non possa esser ridotto al dover essere, sembra però assumere che l'essere abbia esso stesso le proprie radici in una sfera ideale e che perciò la realtà non sia così lontana dal dover essere come Kant aveva sostenuto, per esempio Hegel è convinto che nella realtà storica si manifesti una ragione e che le istituzioni si ispirino a criteri di razionalità. Nell'ambito della filosofia pratica Kant ha posto al centro della sua riflessione la decisione del singolo individuo di essere morale, Hegel invece è convinto che questa decisione dell'individuo di essere morale è esso stesso un fatto sociale di grande rilevanza. Da un lato ciò può elevare la cultura del tempo, innalzando il livello di eticità presente nelle istituzioni, d'altro canto però Hegel ha intravisto il pericolo insito nell'attitudine morale ed implicito nella capacità di riflettersi fuori dal mondo reale, il che può condurre all'arroganza di una soggettività la cui attività rischia di diventare terroristica. Hegel ha capito che qualcosa di analogo era già accaduto nella Rivoluzione francese. Se Kant e Fichte rimasero fedeli fino alla fine ai valori della Rivoluzione francese, Hegel, che pure ha sempre continuato a considerarla come un evento fondamentale, non ha mancato di analizzare filosoficamente la logica del terrore e il suo riferimento alla morale astratta nella Fenomenologia dello spirito, dandone così la prima interpretazione non semplicemente politologica, come per esempio aveva fatto precedentemente Burke.

 

6. Un'altra importante differenza tra la posizione di Hegel e quella di Kant riguarda il problema della capacità della ragione. Può illustrarci questo aspetto?

Kant può essere considerato un formalista, perché, pur essendo convinto che la ragione debba trascendere la logica formale, connette le capacità della ragione alle condizioni di possibilità dell'esperienza, ciò significa che quanto trascende l'esperienza e la logica resta pur sempre legato alle condizioni di possibilità dell'esperienza, ad esempio il principio di causalità è per Kant valido anche se trascende l'esperienza, giacché è una condizione necessaria per avere un'esperienza del mondo. Anche se nelle opere successive alle tre critiche Kant ha tentato di misurarsi con il problema di una metafisica, per esempio della natura o dei costumi, gli restarono però del tutto alieni i vasti propositi metafisici che ispirarono al contrario il pensiero di Hegel. Quest'ultimo tentò di basare la conoscenza della realtà su un autosviluppo del principio generante della ragione, da lui chiamato 'concetto', uno sviluppo che viene articolato dialetticamente. In Kant la dialettica è piuttosto la dottrina della parvenza, che deve insegnarci a tenere a bada alcuni errori, quali paralogismi, antinomie, e via dicendo, in Hegel invece la dialettica è quella disciplina che analizza la struttura creatrice dei contenuti materiali che sono alla base del mondo.

Io sono convinto che il progetto di filosofia di Hegel sia molto più ambizioso di quello di Kant e ritengo anche che in molti punti Hegel abbia ragione, anche se talvolta il gusto della speculazione lo allontana dal rigore argomentativo e metodologico di Kant. Perciò Kant rimane, come suol dire in tedesco, il 'pane nero', che bisogna aver masticato per molti anni, prima di potersi abbandonare al progetto hegeliano senza rischiare di cadere in uno speculativismo a buon mercato. Credo inoltre che, per quanto concerne il problema della normatività e della descrittività, Hegel sia rimasto assai più oscuro rispetto a Kant. Talvolta Hegel sembra suggerire che non ci sarà più storia perché ormai il normativo e il descrittivo sarebbero giunti a una coincidenza completa, ma evidentemente questa posizione è inaccettabile ed anzi risulta estremamente importante continuare a distinguere tra l'ordine descrittivo e quello normativo.

Naturalmente esistono problemi assai scottanti per il pensiero contemporaneo che non hanno giocato alcun ruolo davvero importante né in Hegel né in Kant, come per esempio il problema del rapporto tra anima e corpo, praticamente ignorato nell'idealismo tedesco, anche perché l'approccio idealista impediva affatto di porre il problema. Certamente all'interno del sistema hegeliano, caratterizzato da un certo realismo, il tema è posto, ma d'altro canto il livello di riflessione sviluppato in proposito nel Seicento sembra svanire quasi completamente al confonto. Negli ultimi trenta-quarant'anni del nostro secolo il problema del rapporto tra anima e corpo è stato riproposto, soprattutto grazie alla filosofia analitica, ma anche da pensatori quali Hans Jonas, che pure non sono riusciti in genere ad ottenere risultati soddisfacenti

 

7. Quali sono le acquisizioni che la filosofia classica tedesca ha reso possibili e che Le sembrano tuttora valide, quali dei problemi da essa sollevati mantengono intatta la loro attualità?

Credo che uno dei meriti più importanti della riflessione idealista sia la scoperta del mondo intersoggettivo, ossia del mondo sociale e storico, temi che in Kant e in Fichte sono solo sbozzati e che risultano invece ampiamente sviluppati in Hegel. La filosofia cartesiana e tutta la metafisica che ne è scaturita si basano in fondo sulla dualità delle categorie di soggetto e oggetto, ma non è facile dire a quale di queste categorie appartenga per esempio il mondo delle istituzioni, perché evidentemente le istituzioni non sono solo modi della res cogitans, non sono solo fatti soggettivi, ma hanno una loro esistenza nello spazio ed un'essenza che trascende i singoli soggetti, d'altro canto però le istituzioni non sono evidentemente neanche degli oggetti naturali, essendo il risultato di un travaglio dello spirito.

Ritengo che uno dei tratti più importanti della riflessione hegeliana consista nell'abbozzo di una teoria, o meglio di una ontologia delle istituzioni. Ma a mio parere, come ho cercato di dimostrare nel mio libro sul sistema hegeliano, Hegel non è riuscito ad articolare sistematicamente e metafisicamente la sua scoperta del mondo intersoggettivo, da lui analizzato nella cosiddetta "filosofia reale", soprattutto nella filosofia dello spirito oggettivo e in quella dello spirito assoluto. La metafisica di Hegel, come tutta la metafisica della modernità, resta infatti basata sulla dualità delle categorie di soggetto e oggetto, senza proporre una metafisica dell'intersoggettività, anche se in fondo tutta la filosofia post-hegeliana si è confrontata e ha tentato di risolvere il problema, mirando ad una fondazione più profonda dell'ambito intersoggettivo. Se il dualismo di soggetto e oggetto è il problema fondamentale della filosofia da Cartesio a Hegel, il problema dell'intersoggettività può essere considerato come la questione irrisolta che il pensiero hegeliano ha lasciato in eredità ai pensatori successivi.

L'altro grande problema che l'idealismo tedesco propose, ma non riuscì a risolvere, fu quello del rapporto tra teoria e prassi. In Kant troviamo il dualismo terrificante tra essere e dover essere, che non riesce a spiegare come mai le nostre intenzioni, anche se buone, non corrispondono mai a ciò che deve essere, e neanche chiarisce come le nostre intenzioni morali possano inserirsi nella realtà, il che ha dato adito allo sviluppo di un utopismo astratto. Hegel ha fortemente condannato questo tipo di esito del pensiero kantiano, sviluppando una teoria che alcuni a torto hanno ritenuto riproponesse i modelli classici del pensiero greco. Hegel riconosce che nelle istituzioni dell'eticità è già presente la ragione, ma Hegel non sostiene mai, come farebbero ancora i filosofi pre-kantiani, che le istituzioni sono ragionevoli semplicemente per il fatto di esistere. Per Hegel al contrario è la ragione, ossia la sfera normativa a priori, a costituire il principio, e siccome questa ragione fonda anche la storia, possiamo aver fiducia che la ragione si trova anche nelle istituzioni reali: anche in Hegel insomma è il dover essere ad avere una priorità rispetto all'essere. Hegel sembra però aver assunto che la ragione abbia, per così dire, esaurito il suo compito incarnandosi nello Stato razionale che si è sviluppato dopo la Rivoluzione francese. Proprio questo è stato il problema maggiore per i filosofi post-hegeliani che, non vedendo più uno sbocco nella storia, si chiedevano se la loro vita e la loro riflessione avessero ancora un senso.


Abstract

Nel passaggio da Kant a Hegel, si tenta un superamento dei dualismi che caratterizzano il suo pensiero, per esempio quello tra ragione teoretica e pratica, tra normativo e descrittivo (con implicazioni etiche e con la complicazione di un Dio posto come istanza di conciliazione), tra concetto e intuizione, altro problema fondamentale è quello della cosa in sé, inconoscibile per principio, che Fichte eliminerà radicalizzando l'idealismo soggettivo: se Kant aveva dato per scontate la validità della scienza, della morale e dell'estetica, Fichte porrà un problema di fondazione, come del resto tutto l'idealismo tedesco, prendendo le mosse dall'innegabilità riflessiva dell'autocoscienza, Schelling conferirà invece una nuova centralità alla filosofia della natura, Hegel infine riformulerà il problema dell'assoluto nel sistema, dando largo spazio alla filosofia dello spirito e coronando così lo sviluppo postkantiano. Nonostante la profonda ammirazione per la sua opera, Hegel ha profondamente criticato Kant, per esempio riguardo al problema della critica e della metafisica. Per Hegel la critica deve essere parte integrante della filosofia, la natura ha dignità ontologica e l'essere stesso ha valenza ideale e non è pertanto contrapposto al dover essere, Hegel inoltre ha dato spessore etico alla sua filosofia pratica riflettendo sulle istituzioni e mettendo in guardia dai pericoli della moralità kantiana, analizzati in particolare nella logica del Terrore rivoluzionario; Hösle analizza quindi le principali differenze nella concezione della ragione tra Kant e Hegel, anche rispetto al problema dell'esperienza, rispetto alla concezione dell'autosviluppo del concetto in Hegel e alla diversa funzione della dialettica; Hegel non avrebbe però risolto a sufficienza il problema della normatività e descrittività; per finire Hösle ricorda che né Kant né l'idealismo tedesco avrebbero comunque risolto il problema del rapporto tra anima e corpo, tuttora di grande attualità. In Hegel si ha la scoperta del mondo intersoggettivo ed un'importante ontologia delle istituzioni, ma egli non sarebbe riuscito a conciliare tali prospettive con la sua metafisica, che, restando alla dualità di soggetto e oggetto, non fonda l'intersoggettività; altro problema irrisolto è quello del rapporto tra teoria e prassi: Hegel ha giustamente condannato il dover essere kantiano e i suoi rischi di utopismo astratto, d'altro canto ha ipotizzato una specie di esaurimento della funzione della ragione nello Stato postrivoluzionario.


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Biografia di Vittorio Hösle

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