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Interviste

Gabriele Giannantoni

La dottrina dell'Essere da Parmenide ad Aristotele

13/3/1990
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  • - Professor Giannantoni, vorremmo ora ripercorrere alcuni nodi concettuali che stanno alla base della nascita e dell'elaborazione delle dottrine aristoteliche, sia logiche che ontologiche. Potremmo partire dalla dottrina parmenidea, quale viene sviluppata nella polemica di Zenone contro i concetti di molteplicità e di movimento? (1)
  • - In che modo le variazioni apportate da Melisso alla dottrina parmenidea influenzano gli sviluppi posteriori della storia della metafisica? (2)
  • - Qual è l'atteggiamento della sofistica nei confronti della problematica eleatica? (3)
  • - Il Sofista di Platone rappresenta una svolta decisiva in questo percorso. Ci può parlare del cosiddetto "parricidio" nei confronti di Parmenide? (4)
  • - Quali critiche rivolge Aristotele alla filosofia di Parmenide? (5)
  • - Quali sono i tratti fondamentali della concezione aristotelica dell'Essere? (6)

 

1. Professor Giannantoni, vorremmo ora ripercorrere alcuni nodi concettuali che stanno alla base della nascita e dell'elaborazione delle dottrine aristoteliche, sia logiche che ontologiche. Potremmo partire dalla dottrina parmenidea, quale viene sviluppata nella polemica di Zenone contro i concetti di molteplicità e di movimento?

Nel Parmenide di Platone, Zenone appare come un discepolo, autore di un libro dedicato alla difesa della dottrina del maestro da alcune conseguenze assurde che i suoi avversari ne ricavavano. Gli antichi dossografi e biografi ci raccontano che, di fronte alla recitazione del libro di Parmenide, si obiettava non già a parole, ma, per esempio, alzandocisi e mettendocisi a camminare, per dimostrare in questo modo che il movimento non era un'apparenza ma una realtà. Da Platone possiamo desumere che Zenone avesse lo scopo di dimostrare che, anche se dalle dottrine di Parmenide potevano scaturire conseguenze apparentemente assurde, certamente ancora più assurde erano le conseguenze che scaturivano dalle dottrine opposte. Siamo anche informati, per esempio dalla Fisica di Aristotele, sui quattro argomenti di Zenone contro il movimento. Il più famoso è quello di Achille e della tartaruga: Achille non raggiungerà mai la tartaruga, perché, se questa parte con un piccolo vantaggio, prima di raggiungerla Achille dovrà arrivare al punto da cui si è messa in movimento; ma, quando avrà raggiunto quel punto, la tartaruga avrà compiuto un piccolo spostamento. Se si concepiscono lo spazio ed il tempo come divisibili all'infinito, Achille non colmerà mai la distanza che lo divide dalla tartaruga. Ci è giunto anche un frammento autentico di Zenone, diretto, però, non tanto contro il movimento, quanto contro il molteplice. Zenone segue un procedimento che poi Aristotele definirà dialettico, dimostrando come, ammessa l'ipotesi dell'esistenza del molteplice, ne scaturiscano conseguenze contraddittorie. A Zenone è attribuita non solo la riconferma della teoria dell'ente parmenideo, ma anche una sua progressiva trasformazione in una dottrina dell'unità. Zenone avrebbe sostenuto, proprio in base alla sua polemica contro il molteplice, che l'Essere è uno. In questo senso il suo contributo allo sviluppo della problematica eleatica è certamente dialettico, ma, nel suo intento confutatorio, opera anche una trasformazione positiva dell'Essere parmenideo.

 

2. In che modo le variazioni apportate da Melisso alla dottrina parmenidea influenzano gli sviluppi posteriori della storia della metafisica?

Leggendo i pochi frammenti rimasti di Melisso, è possibile constatare uno spostamento di prospettiva assai importante rispetto a Parmenide, ed anche una profondità di riflessione che ci induce a rifiutare il giudizio di Aristotele, il quale considerava Melisso un filosofo di scarso valore. Melisso parte da una considerazione diversa da quella presa come base da Parmenide. Egli afferma, in sostanza, che ciò che è, per essere veramente reale, deve essere anche esistito nel passato e deve continuare ad esistere nel futuro. Non si ha più quell'Essere atemporale, o completamente risolto nella dimensione del presente, proprio della concezione parmenidea. In quest'ultima, l'Essere è soltanto nella dimensione del presente, perché se dico che l'Essere era, sono costretto ad ammettere anche che non è, o, se dico che sarà, è come se dicessi che non è ancora. E poiché Parmenide invitava a guardarsi dal mescolare l'Essere e il Non-Essere, dell'Essere si poteva dire soltanto che è. Questo motivo sembra invece venir meno in Melisso. 

Esiste un altro aspetto importante: la caratteristica fondamentale dell'Essere, per Melisso, diviene il suo permanere eternamente identico a se stesso. Infatti, la molteplicità del mondo sensibile, quello che per Parmenide era il mondo della dóxa, dell'apparenza o dell'opinione, è irreale per Melisso, non già perché contraddittorio, ma perché nel mondo dell'esperienza non è possibile rintracciare nulla che rimanga eternamente identico a se stesso. Melisso cita il famoso esempio dell'anello, che è duro, e che tuttavia si consuma a contatto del dito, che è molle. Egli ammette, in linea d'ipotesi, che se qualcuno degli esseri sensibili rimanesse eternamente identico a se stesso, sarebbe altrettanto vero quanto l'Essere in sé. In questo modo Melisso riteneva di rimanere fedele all'insegnamento parmenideo, proprio perché riteneva che il mondo dell'esperienza non offrisse casi di permanenza. Tuttavia, si apriva così la strada a ricerche come quelle condotte dai filosofi pluralisti. Infatti, le "omeomerie" di Anassagora, le radici o rhizómata di Empedocle e gli atomi di Democrito hanno la caratteristica di essere eternamente identici a se stessi, e quindi veri, indipendentemente dal fatto che siano molti. Dunque la contraddittorietà del molteplice non è più un elemento tale da implicare necessariamente la sua non-verità. In questo senso mi pare che Melisso occupi un posto di notevole rilievo nella storia della metafisica greca.

3. Qual è l'atteggiamento della sofistica nei confronti della problematica eleatica?

Questo è un aspetto che il progresso degli studi sui sofisti ha reso sempre più chiaro ed evidente. Non c'è dubbio che i sofisti dovessero reagire con forza al divieto parmenideo di pronunciare lógoi, discorsi, diversi da quell'unico discorso che dice "è". Un oratore che può dire soltanto "è" non fa molta strada. I sofisti, che sono impegnati sul terreno dell'oratoria, della politica, delle varie arti che allora cominciavano a definirsi nel mondo greco, assumono pertanto, nei confronti della problematica eleatica, un atteggiamento di dissoluzione ironica. Non ne criticano positivamente i presupposti filosofici, ma, in qualche modo, la ironizzano, facendone vedere l'intima insostenibilità sul piano della vita sociale, politica e culturale. Noi non possediamo più l'opera di Gorgia intitolata Sull'Essere, che certamente doveva contenere una polemica anti-eleatica, ma ce ne sono rimaste due parafrasi, una di Sesto Empirico, ed una di un aristotelico, inclusa nel Corpus aristotelicum e compresa in un testo, intitolato De Melisso, Xenophane et Gorgia. In quest'opera Gorgia sosteneva tre tesi: niente esiste, se anche qualcosa esistesse noi non potremmo conoscerla, e se anche la potessimo conoscere non potremmo comunicarla ad altri. Sono, ovviamente, tre tesi paradossali, dello stesso tipo di paradossalità che Gorgia usava quando difendeva Elena e Palamede, i prototipi del tradimento per la coscienza comune dei Greci, ma che colpivano questa volta le tesi parmenidee. Da buon sofista e da buon avvocato, Gorgia mostra come la tesi esattamente opposta a quella di Parmenide e di Zenone possa essere difesa con altrettanta brillantezza e altrettanto successo. Un atteggiamento di antagonismo nei confronti della problematica eleatica si ritrova più o meno in tutti i sofisti, perché, in fondo, anche, la sinonimica di Prodico ha questo fondo anti-eleatico. Nonostante la critica sofistica non fosse propriamente filosofica, essa rappresenta un momento importante nella storia della dissoluzione della problematica eleatica.

4. Il Sofista di Platone rappresenta una svolta decisiva in questo percorso. Ci può parlare del cosiddetto "parricidio" nei confronti di Parmenide?

"Parricidio" (patraloías, Sofista, 241 d), è il termine che usa Platone quando affronta la questione che gli sta a cuore, la teoria della realtà e della conoscenza. Platone dimostra che questa problematica non è risolubile, se non si fanno i conti fino in fondo con la filosofia di Parmenide. C'è già un sentore di questo problema nel dialogo intitolato Parmenide, in cui il filosofo eleate avanza una serie di obiezioni contro la teoria platonica delle idee. E questo è del tutto comprensibile: se Parmenide avesse potuto leggere i dialoghi di Platone, certamente avrebbe riproposto, contro la dottrina delle idee, le sue obiezioni sull'ineliminabile contraddittorietà, e quindi falsità, di ogni molteplice, sia pure costituito da idee. Nel Parmenide Platone non risponde direttamente a queste obiezioni. Si limita a riprendere, ironicamente, il metodo zenoniano, tentando di dimostrare che, se scaturiscono conseguenze assurde dalla dottrina delle idee, conseguenze ancora più assurde scaturiranno dall'ammettere l'Uno zenoniano e parmenideo. Ma Platone fa propriamente i conti con Parmenide nel Sofista. In quest'opera egli si propone di definire che cos'è un sofista, e la nozione gli evoca immediatamente il concetto di apparenza. Ma com'è spiegabile l'apparenza, se essa è ciò che non è propriamente, e tuttavia in quanto apparenza, è? In altri termini, nel concetto di apparenza riscontriamo proprio quello stretto legame di Essere e Non-Essere che Parmenide aveva indicato come segno dell'irrealtà e della falsità. Ecco dunque che, nel Sofista, Platone intraprende una discussione assai approfondita sui concetti di Non-Essere e di Essere. La soluzione consiste nell'osservare che, quando uso l'espressione verbale "non-essere", in realtà affermo soltanto una diversità. Se dico che il tavolo non è la sedia, intendo dire che il tavolo è diverso dalla sedia. Quindi, il concetto di Non-Essere si risolve completamente nel concetto di alterità. La conseguenza è che, se dico che il tavolo è il tavolo, ed è diverso dalla sedia, non pronuncio più l'espressione "non è", che per Parmenide era il segno della falsità del molteplice, ma mi muovo sempre sul piano dell'Essere. L'essere è affermato, per ogni cosa, nella sua identità e, sempre per quella cosa, nella sua diversità da tutte le altre. Dunque, si rimane sempre sul piano del positivo, senza mai portarsi su quello del negativo. È per questo che la dialettica, il rapporto tra identità e diversità, assume un'importanza enorme. Se il Non-Essere è completamente risolto nell'alterità, è chiaro che Parmenide non può più replicare in base alla contraddittorietà. Potrebbe ancora replicare in base alla molteplicità: dicendo che il tavolo è diverso dalla sedia, affermo la realtà di due cose, ma il molteplice è, in quanto tale, illusorio. Tuttavia Platone ha alle sue spalle Melisso, il quale aveva detto che anche il molteplice, se permanesse eternamente identico a se stesso, sarebbe altrettanto vero dell'Essere: e la caratteristica delle idee platoniche è proprio quella di rimanere eternamente identiche a se stesse. Inoltre, questo molteplice delle idee non è più autocontraddittorio, ma i rapporti tra le idee, ovvero la loro dialettica, si giocano sempre sul piano dell'identità e della diversità. L'idea di giustizia è diversa da quella di coraggio, ma tutte e due, pur nella loro diversità, sono enti, realtà. In questo senso Platone dà un contributo essenziale alla dissoluzione della problematica eleatica.

5. Quali critiche rivolge Aristotele alla filosofia di Parmenide?

Aristotele, secondo me, rivolge una critica conclusiva alla filosofia dell'Essere di Parmenide. Nonostante ciò che si è sostenuto in varie epoche storiche, sono assolutamente convinto che la storia della metafisica cominci con Parmenide e finisca con Aristotele, nel senso che, dopo Aristotele, il problema dell'Essere perde senso. In Platone abbiamo visto che dell'Essere si può parlare in almeno due modi, come identico e come diverso. In Aristotele, dell'Essere si parla "in molti modi", tò òn légetai pollachôs. A questo proposito è stata spesso invocata la distinzione tra essere esistenziale ed essere copulativo: se, per esempio, dico che "Socrate è", ne affermo l'esistenza, mentre, se dico che "la Chimera è un mostro mitologico", non intendo affermarne l'esistenza. In questo secondo caso il verbo essere ha soltanto la funzione di copulare, di unire il soggetto e il predicato, ma non implica l'affermazione dell'esistenza. Forse possiamo trovare la prima esplicitazione della differenza tra essere esistenziale e essere copulativo nel Sofista di Platone. Ma Aristotele va molto oltre. 

Contro la concezione parmenidea, elenca dieci modi in cui si può parlare dell'essere, detti categorie: come sostanza (ousía), come qualità (poión), come quantità (posón), come relazione ( prós ti), come luogo  (poû), come tempo (póte), come agire ( poieîn), come patire ( páschein), come avere (échein), come giacere (cheîsthai). 

La teoria delle categorie di Aristotele è dunque il punto di approdo della critica all'essere parmenideo iniziata da Platone. Si può dire anche qualche cosa di più, nel senso che le categorie sono, nella loro genesi, le classificazioni possibili delle risposte che possono essere date alla domanda socratica "che cos'è?". È chiaro che, da questo punto di vista, dopo Aristotele il problema dell'Essere non ha più senso, perché diventa profondamente equivoco, nel senso più proprio del termine: un problema che, come tale, non ha ragion d'essere, se non si specifica l'ambito all'interno del quale è posto. Naturalmente Aristotele non mette tutte le categorie sullo stesso piano, perché quando domando "che cos'è?", la risposta prima e più appropriata è quella che riguarda la sostanza. D'altra parte, la teoria che dell'Essere si parla in molti sensi sta alla base non solo della metafisica, ma anche della logica aristotelica. La teoria della predicazione di Aristotele non potrebbe essere compresa prescindendo da questa risposta anti-parmenidea.

6 Quali sono i tratti fondamentali della concezione aristotelica dell'Essere?

I tratti fondamentali sono racchiusi in quella che va, comunemente, sotto il nome di teoria della sostanza, sviluppata soprattutto nei libri centrali della Metafisica. Quando Aristotele parla di sostanza ha in mente un'idea di sapere particolare. Egli ripartisce le scienze in teoretiche, pratiche e poietiche, e, nell'ambito delle prime, distingue la matematica, la fisica, e la filosofia prima. Infatti, il termine metafisica non è di Aristotele, ma dei suoi commentatori, in particolare di Andronico di Rodi, un erudito alessandrino vissuto nel I secolo d. C., i quali collocarono i libri sulla "filosofia prima" dopo quelli sulla fisica, quindi (metà tà physiká). La distinzione fra le scienze è stabilita sulla base degli oggetti studiati: la matematica studia oggetti non sensibili e non in movimento, la fisica studia oggetti sensibili e in movimento, e infine la filosofia prima studia le realtà più alte. In questo senso esiste una gerarchia degli oggetti e delle scienze. Tuttavia, si può guardare la metafisica anche da un'altra prospettiva, quella per cui ogni realtà può essere definita una sostanza, qualcosa che è, determinata da tutte le sue qualificazioni. Pertanto è possibile distinguere tra le sostanze: sostanza è il bue, sostanza è l'uomo, ma ovviamente tra il bue e l'uomo c'è una differenza data dalle determinazioni della sostanza, e lo studio di queste determinazioni appartiene propriamente alle scienze. Ma al di là delle differenze tra gli oggetti delle varie scienze, e tra gli oggetti all'interno di una stessa scienza, Aristotele rintraccia degli aspetti e delle determinazioni comuni a tutte le sostanze. In questo senso la dottrina della sostanza di Aristotele è comprensibile solo alla luce delle critiche mosse alla dottrina delle idee di Platone. 

Per Aristotele, Platone ha sbagliato ad introdurre delle idee separate dalle cose sensibili, perché questa separazione rende incomprensibile il rapporto tra idee e cose sensibili, mentre - per usare un'espressione aristotelica molto acuta - non è raddoppiando le realtà che si risolvono i problemi. Nei libri centrali della Metafisica Aristotele elabora una dottrina della sostanza fondamentalmente concentrata sulle idee di potenza e atto e di materia e forma. Il binomio di potenza ed atto è elaborato in funzione della soluzione del problema del cambiamento e del movimento. Ogni cosa è in atto ciò che aveva la possibilità di essere; in questo senso l'atto è sempre precedente alla potenza, e ne costituisce la realizzazione fondamentale. Il binomio materia e forma è elaborato da Aristotele per rispondere al problema della separazione tra idee e cose sensibili sollevato da Platone. Naturalmente, sia i concetti di potenza e di atto, sia quelli di materia e di forma, hanno varie formulazioni, dato che vengono introdotti per definire problemi di tipo diverso. Ma l'oscillazione fondamentale mi pare questa: da un lato, Aristotele concepisce la sostanza come individuo, come una stretta unità di materia e forma: l'espressione che usa è "sinolo", in greco (synolon). Dall'altro lato, questa concezione, che diventa plausibile in polemica con il platonismo, entra in conflitto con un'altra convinzione altrettanto fondamentale per Aristotele: quella per cui la scienza è solo scienza dell'universale. Per Aristotele sarebbe difficile ammettere che la scienza non è scienza delle sostanze: tuttavia, accanto alla concezione della sostanza come sinolo, egli mette in luce anche la dualità di sostrato e accidente, in base alla quale il sostrato funge da soggetto, mentre gli accidenti sono i predicati di quelle proposizioni in cui si esprime il sapere scientifico. È evidente che in questa dualità di sostrato e accidenti, più che nell'idea di sinolo, è possibile rintracciare l'influenza platonica. Comunque nel difficile equilibrio tra le due prospettive sta proprio la ricchezza dell'analisi e della riflessione aristotelica. Per concludere vorrei insistere su un punto. La dottrina della sostanza di Aristotele non è una teoria dell'Essere, ma è piuttosto una teoria che serve a distinguere i modi in cui si parla dell'Essere. Da questo punto di vista ogni ritorno a Parmenide e ogni tentativo di richiamarsi alla sua sapienza recondita, o a quella della grecità classica, che Platone e Aristotele avrebbero distrutto, francamente mi appare privo di senso. Con Platone e Aristotele non si esce dalla sapienza arcaica, ma ne viene criticato a fondo il presupposto. Quindi, se vogliamo essere moderni dobbiamo andare più avanti di Aristotele, non più indietro.


Abstract

Nel delineare la storia del pensiero eleatico, Giannantoni prende in esame i noti argomenti di Zenone contro il molteplice e il movimento , le profonde modifiche apportate da Melisso all’ontologia parmenidea con la prima formulazione dell’eternità dell’essere , e infine il contributo importante della sofistica alla dissoluzione dell’eleatismo . Questo processo trova il suo culmine e il suo punto d’approdo nel Sofista, in cui Platone risolve il non-essere nel concetto di alterità, preparando la critica conclusiva di Aristotele all’univocità dell’ontologia parmenidea: Aristotele distinguerà, con la dottrina delle categorie, i molteplici sensi dell’essere. Nella metafisica aristotelica, Giannantoni rileva un’oscillazione tra due concezioni della sostanza: come individualità determinata, o sinolo, e come dualità di sostrato e accidenti; in quest’ultima concezione è possibile rintracciare l’eredità del platonismo.


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Biografia di Gabriele Giannantoni

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