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Da
"Il Grillo":
Da
"Aforismi":
Testi on
line:
| Dalla
biblioteca digitale di Liberliber (www.liberliber.it):
- Cesare Beccaria:
"Dei
delitti e delle pene" (1764 - cap. 28 "Sulla
pena di Morte")
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Da
"Aforismi"
CARLO AUGUSTO
VIANO:
"BENTHAM E LE LEGGI EFFICACI"
Bentham non credeva né alle
leggi divine né al contratto sociale però aveva un criterio che
consisteva proprio nel rapporto legge-pena. Qui arriviamo al
cuore, che è tutto sommato abbastanza semplice, della dottrina
utilitaristica: ogni bene coincide con l'utilità e l'utilità
coincide con il piacere che si prova. Una legge collegata a una
pena è allora un apparato per produrre del dolore a chi
trasgredisce quella legge. Se, ad esempio, rubo qualcosa vengo
messo in prigione e la prigione mi provoca un certo dolore.
Naturalmente le leggi provocano dolore attraverso la pena, ma
anche attraverso la loro prescrizione. Se io sono un fanatico di
automobili e vedo una bella automobile vicino al marciapiede il
prenderla sarebbe un grosso piacere per me. Se la legge mi
proibisce di prendere la macchina che non è mia io provo allora
un dolore. Può accadere allora che io, per avere il piacere del
possesso della macchina, trasgredisco la legge e così ho una
bella soddisfazione. A questo punto la legge diventa efficace: un
poliziotto, dopo avermi fatto fare un bel giro con l'automobile,
di cui io sono tutto contento mi mette in prigione. Bisogna
naturalmente che la pena della prigione sia più grossa del
piacere che io provo prendendo l'automobile; è tutta una
questione di proporzione, di pesi tra piaceri e dolori. Le leggi
devono introdurre delle afflizioni non troppo forti, altrimenti le
persone trasgrediscono alle leggi; per rendere attendibili quelle
afflizioni devono introdurre delle pene, in maniera che la gente
non ha la tentazione di violare la legge per avere una
soddisfazione un poco più grande; la pena costituisce un freno da
questo punto di vista.
Quali sono le leggi giuste? Questo è il teorema forte degli
utilitaristi: sono le leggi efficaci, cioè le leggi che applicate
tutte insieme danno delle pene, ma producono delle soddisfazioni
più grosse delle pene che producono. Io posso allora ragionare
così: se mi prendo l'automobile del mio vicino sono molto
contento, ma la legge mi impedisce di prenderla. Io sono triste,
però poi penso: io non prendo l'automobile del vicino, ma il
vicino non prende tutti i beni che ho io. La piccola afflizione di
rinunciare al giro sulla sua automobile vale i grossi piaceri che
l'insieme delle leggi mi dà; allora le leggi nel loro complesso
devono essere afflittive, ma non troppo. Questo innesca
un'importante discussione, un'importante teoria che riguarda in
maniera precipua le pene: le pene devono essere afflittive, ma
anche in questo caso giustamente afflittive. Se la pena è troppo
afflittiva finisce con l'essere inefficace o perché i giudici non
la applicano o perché il corpo sociale tende a non applicarla
perché il dolore diffuso è troppo grande. Le pene efficaci sono
le pene proporzionate al reato, devono essere soprattutto sicure e
prevedibili. Adesso si parla molto e se ne legge tutti i giorni
sui giornali del problema della certezza del diritto. Questo tema
si è fatto strada nella nostra cultura attraverso molti percorsi,
ma certamente uno dei percorsi attraverso i quali è emerso è
stato quello aperto dagli utilitaristi. |
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Maximilien Robespierre:
"DISCORSO CONTRO LA PENA DI MORTE"
Ascoltate la voce della giustizia e della ragione; essa grida che mai il
giudizio dell’uomo è tanto certo da far sì che la società possa dare la
morte a un uomo condannato da altri uomini soggetti a sbagliare. Provate a
immaginarvi il più perfetto ordinamento giudiziario; provate a trovare i
giudici più onesti e più illuminati, resterà sempre un margine di errore o di
prevenzione. Perché togliervi la possibilità di ripararli? Perché condannarvi
all’impossibilità di soccorrere l’innocenza oppressa? Che importanza hanno
questi rimpianti sterili, questi rimedi illusori che concedete a un’ombra
vana, a cenere insensibile: non sono altro che la triste testimonianza della
temerarietà incivile delle vostre leggi penali. Togliete all’uomo la
possibilità di espiare il suo peccato col pentimento o col compiere azioni
virtuose, precludergli senza pietà il ritorno alla virtù, alla stima di se
stesso, affrettarsi a farlo, per così dire, scendere nella tomba ancora
marchiato del suo crimine, rappresenta ai miei occhi la più orrenda
raffinatezza della crudeltà.
Il primo dovere di un Legislatore è di forgiare e conservare i costumi
pubblici, fonte di ogni libertà, di ogni benessere sociale; egli commette
l’errore più grossolano e funesto, per arrivare a uno scopo particolare, si
allontana da quello generale ed essenziale. Bisogna dunque che la legge
rappresenti sempre per i popoli il modello più puro della giustizia e della
ragione. Se le leggi, invece di caratterizzarsi per un’efficace, calma,
moderata severità, offrono il destro alla collera e alla vendetta, se fanno
scorrere sangue che dovrebbero invece risparmiare e che comunque non hanno il
diritto di spargere, se offrono allo sguardo del popolo scene crudeli e cadaveri
straziati dalle torture, allora esse confondono nella mente dei cittadini il
concetto del giusto e dell’ingiusto e fanno nascere in seno alla società
feroci pregiudizi che a loro volta ne producono altri. L’uomo non è più per
l’uomo una cosa così sacra; si ha un concetto meno alto della dignità umana
quando la pubblica autorità si fa gioco della vita. L’idea dell’assassinio
ispira molto meno orrore quando è la stessa legge a darne spettacolo ed
esempio; l’orrore del crimine diminuisce poiché essa lo punisce con un altro
crimine. State molto attenti a non confondere l’efficacia delle pene con
l’eccesso di severità: l’una è assolutamente l’opposto dell’altra.
Tutto è fecondo nelle leggi equilibrate, tutto cospira contro leggi crudeli.
30 maggio 1791
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