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Nella capitale
inglese era entrato in contatto con l'Istituto di
ricerca comparata per la storiografia e la metodologia dell’arte
- che in seguito verrà chiamato Warburg Institute - di cui era diventato
l'esponente di spicco e in seguito il direttore dal 1959 al 1976.
II nome di Gombrich
è legato soprattutto alla fama raggiunta da due sue opere: la "Storia
dell'arte" ( pubblicata per la prima volta nel 1950 e tradotta
in Italia con "La Storia dell'arte raccontata da E. Gombrich")
e "Arte e illusione", entrambi concepiti nella maturità
e divenuti grandissimi successi editoriali. In questi scritti, come
del resto in tutta la carriera del loro autore, emerge con forza
l'esigenza di avvicinare l'arte ai suoi fruitori, di indagare a
fondo i meccanismi storici, culturali, psicologici ed epistemologici
che caratterizzano il "guardare" l'opera d'arte. Cosa
si guarda quando ci si trova di fronte a un quadro o a una scultura?
Cos'è che rende l'arte "indispensabile"?
Passando attraverso la distinzione tra "iconografia" e
"iconologia" operata da Warburg prima di lui e sviluppata
da Panofsky, Gombrich si emancipa dall'approccio prettamente filosofico
con cui l'arte era stata analizzata fino allora per intraprendere
una via più "pragmatica" di indagine storico-artistica,
non disdegnando incursioni in discipline apparentemente lontane
dalla critica d'arte e sviluppando un metodo di studio interdisciplinare.
In proposito fu fondamentale l'incontro con Ernst Kris, le cui teorie
psicoanalitiche contribuirono non poco alla maturazione della teoria
estetica di Gombrich, soprattutto per ciò che riguarda la tesi secondo
cui le idee inconsce sono comunicabili solo in base a strutture
formali preesistenti. Warburg era convinto che un determinato quadro
dovesse avere un certo significato che affondava le sue radici in
uno specifico ambito culturale pur rimanendone sostanzialmente indipendente:
alcuni elementi iconologici, dunque, potevano essere riscontrati
ovunque, a prescindere dalla tradizione culturale di provenienza.
Panofsky tentò di razionalizzare questa tesi indagando le fonti
letterarie e speculative di tale "riconoscimento", ma
Gombrich si spinse ancora oltre, teorizzando la specificità del
linguaggio artistico, l'impossibilità di fornire un giudizio univoco
nei confronti dell'opera d'arte e l'importanza del singolo individuo
nella strutturazione dei linguaggi artistici. In tal modo la produzione
artistica comincia ad oscillare tra la "convenzione" imposta
dall'ambiente culturale complessivo in cui si forma e la "correzione"
che di tale ambiente dà il singolo individuo; per citare le parole
dello stesso Gombrich: "Che rapporto ha l'arte con il sapere,
che senso ha parlare delle possibilità di comprendere un capolavoro?
Non sapremo mai che significato potesse avere per il suo creatore,
perché anche ammettendo che ce ne abbia parlato può essere che in
realtà fosse ignoto persino a lui. L'opera d'arte significa dunque
ciò che significa per noi, non c'è altro criterio".
Con Ernst Gombrich scompare uno degli ultimi grandi della storia
dell'arte, un ingegno sempre volto a dare risposte efficaci nei
confronti di una disciplina dai contenuti difficilmente identificabili
e un divulgatore costantemente preoccupato di risolvere i quesiti
riguardanti la spiegazione storico-artistica in ambito non specialistico. |
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