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Questioni di Filosofia (15/3/1998)

Piergiorgio Solinas

Il viaggio etnologico

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CATUCCI - Parliamo di viaggi antropologici. Forse bisogna dimenticare l’idea romantica del viaggio di scoperta, c’è ancora qualcosa da scoprire nei viaggi oppure oggi che abbiamo occhi mobili come quelli della televisione, dei documentari, del cinema, il viaggio è diventato una necessità secondaria?

SOLINAS - Ma secondo me no! II viaggio non è una necessità secondaria, ma non va pensato nel senso di svelare un mistero, una popolazione ignota o una terra incognita.

CATUCCI – Forse i viaggi interstellari sarebbero un’altra cosa.

SOLINAS - Certo! E chi lo sa cosa c’è poi al di là... Del resto Lèvi-Strauss in un passaggio interessante dice che l’antropologo assomiglia a un astronomo perché studia le costellazioni umane. Parla di un astronomo non di un viaggiatore degli spazi siderali; vuol dire che guarda molto da lontano. Ma l’antropologo invece va a vedere da vicino e questo Lèvi-Strauss lo fa, lo ha fatto e lo esige, però dice: "Guardare anche da lontano". Da scoprire c’è il fatto che nonostante la permeabilità ormai raggiunta in tutte le parti del mondo, per la comunicazione, il contatto e lo sviluppo, la trasformazione delle società aldilà dei nostri confini ha generato situazioni nuove, di cui forse, chi vive nel perimetro del benessere della civiltà (non ho paura di adoperare questo termine), non ha completa percezione.

Voglio dire che le cose sono cambiate e noi ci siamo abituati alla nostra complessità a tal punto da non percepire più la diversità degli altri, non perché c’è una stranezza che non comprendiamo, ma perché presumiamo che tutto sta diventato uguale.

CATUCCI - Insomma il viaggio, se non capisco male quello che lei sta proponendo, sarebbe anche un modo di rimettersi a confronto con dei conflitti reali, con delle differenze reali. Questa idea di omologazione che può influenzare la nostra visione, per cosi dire "documentaristica" che va abbandonata. Quindi il viaggio ritorna come esperienza di differenza.

Piergiorgio Solinas - Sì. Certo! Vede nel corso della trasmissione "Il Grillo", una ragazza di diciassette - diciotto anni, della seconda liceo, mi ha posto questa domanda: "Ma non pensa lei che con la globalizzazione (il fenomeno del villaggio globale) una comunicazione che non ha limiti né vuoti, ormai la differenza, la diversità e l’ignoto, lo sconosciuto ormai non abbiano più senso?" Bene! La mia risposta è: "La globalizzazione: i satelliti che mandano messaggi da un capo all’altro del mondo, la comunicazioni avviene in termini reali, in tempi reali, Internet consente di dialogare ecc. ... Ma ci sono larghe parti del mondo, come spazi e anche come società, forse la maggior parte, che non sono raggiunte da questo tessuto di relazioni. Non ne sono raggiunte, non perché ci sono ostacoli fisici: oceani, foreste, deserti che impediscono l’accesso. L’accesso è possibile, è fattibile e chi lo vuole lo oltrepassa. Semplicemente sono zone che non hanno interesse da diversi punti di vista: turistico, economico, per la bellezza. Insomma nessuno ci va. La povertà è tale per cui si preferisce evitarle. Le malattie queste sono delle barriere: la povertà economica, l’arretratezza sociale, l’esiguità di mezzi a disposizione, le difficoltà igieniche, gli impedimenti alimentari, queste sono barriere che agiscono, per così dire, passivamente. Noi viviamo ripeto, entro il perimetro, e se non dentro il perimetro entro l’isolato mentale e spaziale di una civiltà che è contenta di sé stessa e che tesse i suoi rapporti all’esterno con il presupposto che è quasi una convenzione comune tacita da tutti, di associare le unità che hanno la stessa complessità urbana: voglio dire New York, Roma naturalmente ma anche Sidney, Buenos Aires, perché no, Città del Capo e così via. Fra l’uno e l’altro di queste città ci sono grandi vuoti che sono la nuova Terra Incognita: è la terra incognita perché sono piene di popoli di cui al massimo la televisione, il telegiornale ci danno informazioni quando succede qualcosa. Ma andare a vedere, toccare anche, quando questo è possibile, osservare, cercare di viverci in questi luoghi è ancora un’impresa piuttosto complessa, non solo "essere stati là" come direbbe Geertz. Ma anche cercare di capire come la si vive o forse come io vivrei se fossi uno di loro.

CATUCCI - La cosa mi pare interessante Solinas, anche perché credo che sia un po’ il sogno di molti viaggiatori, non antropologi quello di confondersi con i modi di vita dei luoghi nei quali ci si sposta. Le volevo chiedere appunto questo.

Dal punto di vista dei rapporti fra viaggiatori (si sa che ci sono viaggiatori che quando si incontrano si guardano con un po’ di diffidenza): il turista, l’antropologo, il giornalista che è spesso una persona che interviene portando un bagaglio magari di necessità immediate, di necessità di comunicare qualcosa di urgente, che spesso si scontra con le esigenze di studiosi che tendono magari a sottolineare di più certe differenze, certe particolarità locali. Il rapporto fra questi viaggiatori com’è? Se l’antropologo dovesse descrivermi che cosa pensa del viaggiare del turista, che cosa pensa del viaggiare dell’uomo d’affari, rispetto a quella che è la sua esperienza invece.

SOLINAS - Devo fare una sorta di confessione professionale: l’etnologo è un viaggiatore un po’ maniaco. E’ un turista esigentissimo, se è possibile evita il contatto con altri viaggiatori che non abbiano le stesse motivazioni e magari anche quando trova quelli che hanno le sue stesse motivazioni diventa, se non altro, un pochino geloso. Lo devo dire è una cosa importante. Talvolta questo sospetto, questo atteggiamento un pochino esclusivista ha dei motivi: il turismo è a seconda dei casi, a seconda delle dimensioni, a seconda delle motivazioni, una cosa sicuramente molto salutare, molto importante. C’è un turismo serio senza dubbio. La curiosità del vedere e del conoscere anche non professionale è sacrosanta. Io non esito a dire che il buon turismo ha una sua motivazione più che fondata, ma il viaggio del collezionista di immagini o di sensazioni rischia di essere qualcosa di poco rispettoso. Parlo dell’India: io vedo questi aerei che sono carichi di gruppi, di comitive o di gitanti, qualche volta aziendali, dopolavoristici o lo dico con un po’ di precauzione naturalmente, si avverte non per questo disprezzo naturalmente, ma sento talvolta che le motivazioni sono proprio quelle di chi è alla ricerca di sensazioni. Da aggiungere magari a quelle che ha potuto collezionare quando è stato in America Latina, quando è stato che ne so in Australia, quando è stato in Africa e ci mette anche un pezzetto di India. A volte perfino la sofferenza umana diventa un motivo come dire di sensazioni psicologiche, un turismo emotivo. Ahimè molto spesso sono esperienze effimere e consentono di dare anche la sensazione rassicurante di quello che prima dicevo e cioè: io torno nella mia cittadella protetta e così nella memoria si perdono i ricordi di queste sofferenze reali. L’immagine del dolore, della povertà e cosi via, ma insomma questa è una cosa che serve un pochino a pacificare la coscienza e niente di più. Questo è uno degli aspetti. Il giornalismo è una cosa ancora diversa ed è sicuramente altamente apprezzabile. Ci sono delle stupende esperienze, ricordo il servizio credo per il Corriere della Sera che Moravia fece sulla Cina, negli anni ’30 che è un capolavoro di esperienza di viaggio professionale da giornalista cognitivamente consistente. Credo che oggi un reportage televisivo, una corrispondenza televisiva, una corrispondenza informativa, che non sia accurata, documentaristica e attenta ma che sia l’informazione su quel che accade abbia spesso dei rischi in questo senso. Ritorno sempre all’India: taluni dei servizi che hanno accompagnato questa straordinaria esperienza che Sonia Ghandi ha fatto nel corso delle ultime elezioni nazionali - politiche in India erano di una stupefacente superficialità talvolta. Erano due immagini da una strada di Bombay, qualche ragazzino mendicante, quando ci si spingeva oltre si arrivava fino a Calcutta a riprendere gli uomini in risciò,. ma tutto questo serviva a far colore insomma e a circondare di una cornice d’attrattiva quasi d’avventura o di eroismo la figura di una persona, di una donna sicuramente di grandissima personalità ma con quale poi effettivo frutto per percorre quel ponte che c’è fra noi e loro. Loro in questo caso sono dei loro piuttosto complessi, moderni con una programmatica politica spaventosamente densa di impegnativi e interrogativi anche per noi. Si dice la più grande democrazia del mondo e lo è. L’India insomma.

CATUCCI - Supponendo che molti non sono antropologi ma siano invece animati da questa curiosità che lei diceva essere l’elemento ancora da valorizzare nel viaggio. Quest’attraversamento del ponte fra noi e loro, fra il proprio territorio di appartenenza e invece l’incontro che si va facendo, lei come lo attrezzerebbe per un non antropologo? Quali sono secondo lei, non dico i trucchi, ma almeno le precauzioni quasi professionali che si possono prendere nel viaggiare?

SOLINAS - La prima è disporsi a capire, cercare di andare in profondità. Il maggior grado possibile di profondità in questo lavoro di comprensione. Si tratta di un lavoro curioso perché implica, sì porre domande, cercare di intendere le particolarità di chi gestisce la sua vita, la sua persona e forse ha un concetto di sé così diverso da quello che io ho: cosa mangi, come ti lavi, perché mangi con le mani? E non semplicemente dire: "Guarda un popolo che mangia con le mani". Ha un senso questo: e questo si può chiedere e talora è meglio non chiederlo e cercare di osservare attentamente mentre nello stesso tempo ci si mostra e ci si rivela perché la curiosità é anche dall’altra parte. Questo è un incontro. L’esperienza del contatto è un incontro che significa la messa in comunicazione di due linguaggi che devono trovare una possibilità di traduzione e ogni volta è un esperimento naturalmente. Cercare di capirsi, mettere a confronto dei sistemi mentali che possono avere espressione nel religioso, nel filosofico, nel quotidiano, nella gestione dello spazio, nel pensare se stessi nei rapporti tra uomo e donna, nei rapporti con i bambini, nei rapporti con le generazioni precedenti e nei rapporti politici. Dunque è un lavoro che implica due parti complementari e in ogni situazione. Secondo me occorre questa sensibilità verso l’esterno, questa sorta di "esosensibilità", questa disponibilità epidermica d’avvertire, forse prima ancora che il linguaggio si articoli nella vera e propria formulazione di domande e risposte. Questa sensibilità a percepire se e come posso capire: questo è un lavoro simmetrico. A chi arriva spetta un po’ il compito di provocarlo; ma non dubito del fatto che quasi sempre già l’essere visibili e mettersi in vista rispetto a chi ti riceve, presso coloro dove tu sei ospite, produce una situazione di richiesta spesso molto pressante dall’altra parte. Ma voi come siete? Tante volte quando io faccio interviste, faccio domande, perché questo, perché quello, quando è la festa, che cosa si mangia, come si sacrifica .…dopo casomai qualche ora di conversazione o nel frattempo, se si crea una pausa dico, loro stessi mi chiedono "E lei? E voi che cosa mangiate? Che cosa si coltiva in Europa? Si mangia il Maiale, si mangia la Mucca? E’ sempre una domanda a trabocchetto questa.

Il lavoro antropologico non è mai l’ispezione di tipo naturalistico - oggettivista o positivista al microscopio, che si fa quando l’oggetto d’osservazione è inerte. Questa era forse una concezione che in passato, sia gli antropologi evoluzionisti, positivisti ma anche i funzionalisti inglesi o francesi che fossero, avevano quando andavano ad osservare i costumi, dovevano catalogarli, oggettivizzarli farne quasi dei fenomeni di descrizione da sottoporre alle norme consuete della classificazione della definizione per tratti e credo che in questo caso nel caso del viaggio moderno, dell’esperienza contemporanea questa metodologia, questa mentalità non esista più o non possa più esistere.

CATUCCI - Lei ricordava dunque il modo in cui anche l’antropologo si espone sia il modo in cui interloquisce con le persone che incontra sia nella maniera in cui racconta poi le sue esperienze di viaggio. Io dalla messe d’interviste che l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche ha a sua disposizione le proporrei un estratto di un intervento di Clifford Geertz che in qualche modo prende di mira proprio questo aspetto cioè la maniera in cui l’antropologo racconta la sua presenza di testimoni, dunque cerca di allontanarsi da questo modo naturalistico per cui lo sguardo dello studioso avrebbe da cogliere quasi un paesaggio naturale, un paesaggio oggettivo in cui lo sguardo dell’osservatore in fondo è lo sguardo di tutti coloro che leggono e invece cerca di mettere più al centro la propria soggettività di interpreti, di tramite direi.

Intervista a Geertz – Malinowski tentava di arrivare alla realtà con un metodo che coinvolge il lettore nel testo molto più di quanto accada con Lèvi-Strauss o Evans-Pritchard: sia l’uno che l’altro in modi diversi si trovano fuori del teso. In realtà Lévi-Strauss in Tristi Tropici è nel testo ma non come persona. E’ solo un narratore che ci guida attraverso il testo. Evans-Pritchard invece non è mai presente nel testo tranne forse che occasionalmente nelle prefazioni. Malinowski al contrario descrive le reazioni, le sensazioni che prova, in modo particolare nel suo diario, ma anche altrove. Ancora una volta ci troviamo di fronte al fondatore di un nuovo modo di scrivere oltre che ad un autore: ha dato inizio a tutta una tradizione che vede il nome centrale nella capacità dell’antropologo di reagire di fronte ad una cultura diversa. Ciò che importa non è più l’approccio mitologico - filosofico - descrittivo, ma sono le reazioni personali che si hanno una volta in contatto con quella gente. Nell’antropologia moderna ci ha favorito la tendenza a parlare di quello che Renato Rosaldo definisce l’osservatore situato, l’osservatore insito, la persona che si trova sul posto e lo studia, quello che proviene da una determinata cultura e si trasferisce in un luogo diverso per cercare di capirlo.

Gli antropologi non si limitano ad andare in giro a distribuire questionari, ma vivono in mezzo alla gente. Io ho vissuto due anni in mezzo alle periferie di un villaggio a Giava insieme ad un operaio delle ferrovie. Questo fatto non posso descriverlo come se io mi fossi trovato in un altro posto e mi fossi limitato ad osservare la scena dall’esterno. Io ero li! E secondo me era proprio questo il punto: l’iniziatore è stato Maninoskij* e come ho detto, è ancora oggi un approccio molto complesso e alcuni tentativi che in questo senso si sono rivelati davvero disastrosi ma altri sono invece riusciti e sono sempre di più gli studiosi che scelgono di percorrere questa strada.

CATUCCI - Spero si sia capito l’elemento importante, cioè Malinowski dice Geertz: "Come iniziatore di un tipo di racconto nel quale anche la posizione del viaggiatore interviene attivamente sulla scena della narrazione scientifica".

 

Piergiorgio Solinas - Sì! Questo è un tema davvero molto complicato. Io direi questo: "Le reazioni dell’antropologo, dell’etnologo quando è in situazioni e descrive, vive e descrive e quindi l’ispezione della sua soggettività e l’esibizione della sua soggettività. Esibizione a chi, questo poi lo diremo... Ma insomma questi elementi: le mie reazioni, la mia esperienza soggettiva, la dimensione psicologica della mia interazione... Io sono d’accordo con Geertz ci sono e sono parte costitutiva del lavoro. Sono una dimensione ineliminabile della situazione professionale, della macchina professionale che è messa in moto. Resto però dell’opinione che questa è comunque la parte non visibile della macchina (del resto a Geertz l’analogia non dispiacerebbe visto che si è occupato di teatro). E’ come se nella messa in scena di un dramma noi dicessimo la parte più importante è il dispositivo di carrucole, sostegni, laboratori di sartoria, costumi, maquillage ecc. ... Che sta dietro la scena. Il prodotto è la scena e soprattutto come se noi dicessimo, la tecnica performativa, la costruzione performativa del professionista del dramma sulla scena che è l’attore, come se noi dicessimo: "Questa è la vera parte principale del lavoro e dell’atto drammatico che si sta compiendo". Sarebbe un pochino strano, dire questo. La soggettività dell’esperienza etnologica è sicuramente costitutiva. Senza questa è difficile immaginare che i risultati di quella simmetria di comprensioni da cui prende origine la novità conoscitiva che sono in grado di produrre. Questo non può essere se non il frutto di un lavoro complementare, di un lavoro che unisce e che ha due dimensioni soggettive, non una, ha la mia e quella dell’altro. Il frutto qual è? Sono andato fin là direi a Clifford Geertz: "Sono andato fin la per parlare di me o per conoscere qualcosa che prima non conoscevo e che gli altri non conoscevano".

CATUCCI - Io vorrei far notare che questa cosa che lei dice è una domanda che vedo scritta lì sul video e che ci arriva dal Professore Alberto Maria Cirese che ha telefonato. Ha lasciato un appunto. Questo ponte di cui anche lei parlava prima, è un ponte che ci porta a scoprire altri da sé oppure è sempre un modo per parlare di sé, per scoprire altre forme del proprio sé?

 

Piergiorgio Solinas - Io credo che la domanda di Cirese... leggo l’appunto….. Dice Alberto Cirese: "Quel ponte di cui Solinas parla porta ad altri da sé o ci fa scoprire solo altri sé?"

Credo che questi altri sé non sia un altro se stesso antropologo, una copia del sé dell’antropologo o una versione dell’antropologo che magari lui non conosceva o si rivela in questa esperienza, ma altre persone che sono pure esse dei sé.

CATUCCI - Lei quindi la vede come la soggettività differente, non vede come se fosse il problema invece che aveva trovato lavorando sul testo di Geertz?

SOLINAS - Sì, credo che, il problema sia: noi raggiungiamo questa comprensione, noi raggiungiamo i nostri interlocutori riusciamo (lei aveva detto prima "confondersi" con i modi di vita e con le soggettività altrui). Riusciamo a confonderci con queste e poi distaccarci da questa confusione avendo capito come sono fatti gli altri, come è fatto il sé degli altri; avere conquistato la percezione di una alterità anch’essa soggettiva di soggetti altri di soggetti altrui che è un arricchimento per me che me lo porto dietro ma è anche per chi potrà da me, sentendo raccontare, o con lo sforzo che riuscirò a fare per renderne conto, percepire questa novità anche per lui questa novità. Io sono d’accordo su questo. Direi però che anche la prima parte della domanda "conoscere altro da sé" non è da buttare via questo obiettivo, conoscere altro da sé perché questi altri sé sono per un verso comunicanti nel senso: io posso pensarli perché posso pensare quel sé dentro me stesso. Come se creassi una specie di fiction intellettuale; nel mio panorama intellettuale io non sono un Indù, ma riesco a capire come ragiona un Indù. Non sono un Santàl ma riesco a capire come ragiona un Santàl. Insomma perché un Santàl per ottenere la grazia di una guarigione promette un gallo a Maramburuu (il suo Dio), e se guarisce lo porta dal sacerdote perché lo sacrifichi e versando il sangue.

Posso rendere intelligibile nella mia mente quella procedura razionale - simbolica - religiosa che io non posseggo di per me. Nel mio codice se escludo il codice del sacrificio della messa che è molto mediato, mi è difficile fare la traduzione, ma se vedo qualcuno che lo fa e chiedo e vivo in un certo senso quest’esperienza... Forse sì, forse a questa condizione, la comprensione simmetrica mi consente di produrre questa novità. E questa novità è nella mia mente, ma non sono andato lì per ottenere una trasformazione della mia mente, della mia soggettività: sono andato per conoscere quella. In questo senso conosco altro da me, cioè un altro sé.

CATUCCI - Mi pare che abbiamo messo sotto osservazione almeno tre tipi di esperienza che sono tutte molto importanti. Io vorrei coinvolgere nella discussione un altro viaggiatore e studioso di esperienze di comunicazione che riguardano anche il viaggio che è Predrag Matvejevic’

che abbiamo raggiunto al telefono a Parigi. Lui insegna letteratura slava a Roma all’università La Sapienza. Lei ha scritto un libro che si chiama Mediterraneo. Vorrei che mi raccontasse un po’ appunto anche in base a ciò che ha ascoltato adesso che cosa ha significato il viaggio proprio nel Mediterraneo come forma di comunicazione.

Matvejevic’ Innanzitutto vorrei aggiungere alcune cose a quello che è stato detto. Che cosa c’è da scoprire? Naturalmente c’è da scoprire se stesso e c’è da scoprire l’altro. Per quanto riguarda uno scrittore io mi metto in questa posizione: lo scrittore deve parlare di sé e di quello che ha visto, della sua soggettività, del suo sguardo soggettivo, parlando nello stesso tempo dell’altro come soggettività e come una specie di oggettività altrui. Qui c’è un altro modo forse di guardare le cose: quello che vorrei dire prima di raggiungere il Mediterraneo. Siamo messi a confronto con una visibilità che fino ad ora non esisteva. Adesso possiamo avvicinarci al Mediterraneo, nella tradizione letteraria e culturale del Mediterraneo si sono confusi, si sono assimilati alcuni tipi di viaggio. I Greci facevano alcune distinzioni abbastanza precise: sulla terra ferma il viaggio è l’Anabasi di Senofonte. Sul mare è il periplo per esempio i famosi peripli di Squillace, di Carianda*. Però adesso non abbiamo queste differenze. Ci sono ancora dei viaggiatori strani, diversi che fanno queste crociere straordinarie rischiose. Rimane nel nostro bagaglio culturale questa distinzione, ma naturalmente ci sono altri tipi di viaggio di cui alcuni rimangono molto attuali, molto presenti. Viaggio di ricerca, viaggio di avventura, viaggio di liberazione (forse il più comune), viaggio cambiamento e scambio, viaggio per scoperta, scopriamo di meno in meno, viaggio iniziatico, infatti adesso si fa in altri modi. C’è Internet. Il viaggio iniziatico è diventato molto ridotto. Viaggio e pellegrinaggio. Mi sembra che in Italia, forse a Roma in questo momento, alla vigilia dell’anno duemila dove salveranno quante decine di milioni turisti, pellegrini. Questo rapporto tra viaggio e pellegrinaggio va problematizzato. Ma dal punto di vistas di uno scrittore, quello che è un viaggio più profittabile è il viaggio interiore. In questa divisione in cui c’è viaggio esteriore, viaggio verso il fuori e il viaggio verso il dentro. In questo viaggio verso il dentro, rimane ancora con grande attualità, con una grande importanza, impegno. Il viaggio interiore e su questo dirò alcune cose.

E’ stato molto interessante il discorso di Solinas. Che cosa è l’inventario? C’è un bagaglio; in questo bagaglio c’è un viatico, non a caso via e viaggio hanno la stessa radice. Ci sono mezzi, ci sono scopi, ci sono finalità. Dunque, vedendo da una parte questo inventario, d’altra parte questi elementi culturali possiamo infatti riesaminare quale viaggio sarebbe ancora possibile nella nostra epoca, quali viaggi sono diversi e spariti. E’ stato detto che essere stati in un luogo è purtroppo il tipo di viaggio più banale. Tantissime persone ricche che si possono permettere viaggi che i professori delle università riescono difficilmente a fare: "Sono stato in un luogo". Si può opporre a questo atteggiamento: aver visto e aver vissuto, aver avuto esperienza invece del solo esser solo stati. Poi il cammino verso il centro rimane ancora una esigenza importante. Aggiungerei a questo le cose che rimangono nella cultura e che spingono talvolta il viaggio ricerca di una terra promessa Trovare un paese della cuccagna è un viaggio molto lucrativo e infatti bisogna differenziare viaggi con compenso e senza altro compenso che coscienza che esperienza. Viaggi alcuni dei quali sono spariti: viaggio ad Eldorado, viaggio alla ricerca del Vello d’Oro. Comunque rimane il pellegrinaggio per la salute, il pellegrinaggio per la preghiera in cui possiamo riconoscere alcune cose che io credo gli antropologi possano facilmente definire in loro modo: ci rimane qualche cosa nella nostra cultura di questo grande viaggio collettivo, massiccio la Fuga dall’Egitto; questo "esodo". La traversata del deserto che ha un senso simbolico, la traversata del Mar Rosso, per quanto riguarda noi altri cristiani bisogna dire che abbiamo ereditato una tradizione Giudaico - Cristiana che è abbastanza antimarittima. Mosè col popolo che lo ha eletto non naviga sul mare, ma il mare si apre e ci si cammina in questo viaggio. Per quanto riguarda il senso simbolico del viaggio, della traversata del deserto, questo mi sembra per uno scrittore, importantissimo.

CATUCCI - Lei ha citato non solo una tipologia ma ci ha richiamato alcune figure archetipe, del viaggio. Io la pregherei di rimanere in linea con noi perché adesso parliamo con alcuni ascoltatori nella nostra trasmissione e cercheremo caso mai di coinvolgerla nelle risposte che loro chiederanno. Solinas io direi che possiamo passare direttamente agli ascoltatori.

Ascoltatore: Io ho sentito come l’antropologo moderno serve e vive la società che studia. Volevo chiedere a Solinas come reagisce la popolazione studiata? Come vive questa specie di "invasione" che l’antropologo fa nei propri momenti di vita, nelle proprie usanze?

Piergiorgio Solinas - Questa è una domanda allo stesso tempo molto interessante e anche molto frequente perché è quella che si pone sia chi fa l’esperienza nel momento in cui riflette sul lavoro che sta compiendo, sia chi non la fa. L’atteggiamento non è univoco perché c’è nello stesso tempo sia una sorta di attenzione verso se stessi che verso le comunità verso le quali ci si muove o nelle quali si cerca di immergersi. Credo che nel mio caso, nel caso della popolazione dei Santàl, o per lo meno in questo territorio, un distretto piuttosto marginale dello Stato del Bengala Occidentale nel quale io vado, la mia presenza e credo l’unica nella storia recente che i miei interlocutori abbiano vissuto e dunque per loro è una novità significa, ripeto, attenzione: ci si sente nello stesso tempo impegnati a custodire, nel senso di una sorta di precisione filologica della loro identità di proprietà e di cultura, cioè esattamente loro fanno così. Il secondo atteggiamento è una sorta dunque di valorizzazione. Spesso si legge nei libri di etnologia, contrariamente a quanto si può pensare, che l’intervistato si pone delle domande così curiose: "come mai queste cose banali nella vita quotidiana possono interessare a tal punto da muovere, da far muovere uno straniero da così lunga distanza per venire a sapere come faccio io a cuocere il riso? a come faccio a raccogliere la legna? " Una specie di stupore.

Io questo non lo osservo come non osservo in me stesso lo shock, il cosiddetto shock culturale, la sorpresa, lo sgomento che pare così frequente. Ma io devo dire, non ho sperimentato l’incidenza di questo schock. E negli altri? Ugualmente! Non c’è lo shock la percezione della stranezza; certo un occidentale che gira in bicicletta con questo corpaccione (io non sono particolarmente robusto, ma le persone che ho di fronte sono veramente minute, leggere) . Noi abbiamo sempre questa figura, c’è la sensazione che questi occidentali siano forti. A parte questo, poi per il resto viene conquistata poco a poco una sorta di pienezza della comunicazione. Queste sono due, le due cose che osservo, ma forse ci si potrà tornare perché è ancora un pochino complicata più la cosa.

CATUCCI - Un altro ascoltatore Prego.

Ascoltatore: Io sono un medico di provincia, conduco una vita provinciale e viaggio molto poco. Però mi hanno colpito le considerazioni del prof. Solinas sul rischio che l’uomo occidentale abbia un modo di viaggiare "viziato" dalla propria forma mentale, dalle proprie abitudini in cui anche il turismo diventa un’esigenza che costruisce a casa propria e quindi chissà qual è la motivazione che ci spinge a curiosare fuori di casa nostra. Allora mi sono detto: "l’unico personaggio che ha il passaporto in regola per fare del turismo è l’artista". Faccio un esempio: poniamo un pittore; in fondo lui è interessato alla autenticità della emozione che cerca e in quella autenticità probabilmente c’è tutto di quello che lui scopre. Come si presenta questa persona il suo aspetto fisico, com’è vestito, il modo di sorridere, la società che scopre... Penso che questo tipo di curiosità forse l’artista ce l’ha; forse chi non è artista rischia di aver perduto questa capacità o per lo meno di averla molto più contenuta. Chissà se l’arte può essere il linguaggio per poter visitare in modo autentico chi non conosciamo?. Questa è la mia domanda.

Piergiorgio Solinas - Io la ringrazio molto di questa domanda. In tanto le dico subito che sono d’accordo. Nonostante le mie considerazioni precedenti circa una sorta di precauzione di controllo sull’attività e così via, però mi convince quello che lei dice, intanto per delle ragioni storiche. Non starò a citare Gaugin o altri casi così illustri ma anche in Italia esistono delle esperienze storiche sia pure poco conosciute o nobilitate da altri usi, penso per esempio a certe esperienze... I pittori italiani che nell’ottocento hanno compiuto viaggi esotici molto importanti per loro ma poco valorizzati. Per esempio, nell’america Latina che sono stati ripescati perché i ritratti, la curiosità per il tatuaggio, penso al lavoro di Voggiani *e l’impiego che ne è stato fatto. E’ una sorta di privilegio effettivamente, che gli artisti hanno; quello di poter vedere con occhio che non ha bisogno di scienza o per lo meno che con l’innocenza dell’esperienza sensibile, estetica raggiunge un livello di comunicazione diretta nel vedere, nel cantare, nello scambio estetico, voglio dire musicale, ecc. ... Naturalmente bisogna che tutto questo sia davvero e intenso, serio e poi guardi anche nell’altro senso, cioè da loro a noi, possiamo chiederci e ce lo chiediamo e spieghiamoci perché, che so io, la cosiddetta World Music, la musica etnica riesce a penetrare, a fare in pochi anni quello che altri linguaggi, altri mezzi di messaggio non sono riusciti a fare cioè portare un po’ di cultura esotica dentro di noi. Oggi l’impiego dell’aggettivo "etnico" è sfupefacente, sorprendente. Noi usiamo l’espressione etnico per dire... Perfino i giornali di moda, una gonna etnica, un tessuto etnico o la musica etnica, intendendo con questo certo con molta sommarietà, con molta libertà questa risonanza di sensazioni. Ed è quello che effettivamente accade. Del resto anche talora molti etnologi diventano o si improvvisano artisti. Nel senso che per lo meno prima che ci fosse la fotografia dovevano prendere appunti per quanto riguarda che ne so i costumi, le acconciature o la manipolazione esteriore del corpo, dovevano basarsi sul disegno. E anche la fotografia per chi la sa fare, e anche per chi non la sa fare, diventa occasione di messa alla prova di capacità sensibili che a quel punto sì, hanno una base scientifica ma c’è molto di immediato, di assorbimento... Voglio dire estetico e perdonatemi la parola, l’irriverenza in senso kantiano estetico cioè di percezione sensibile. Le condizioni preliminari della percezione in sostanza.

CATUCCI - Io vorrei sentire se questo è anche il parere di Matvejevic’.

Matvejevic’ - Ho seguito... Io continuo un po’ su questi aspetti culturali. Sono d’accordo che c’è da liberarsi di un bagaglio, anche di un bagaglio culturale, liberare la propria mentalità per poter affrontare l’altro per poter inseguire, indagare l’alterità. Nel nostro bagaglio culturale ci sono delle cose che possono servirci. I grandi viaggi. Siamo tutti pieni di immagini. Il nostro immaginario comporta i viaggi che noi talvolta imitiamo, talvolta perseguiamo in qualche modo ci sono figure, modelli di quest’immaginario: c’è Ulisse, c’è Enea, c’è il viaggio di Dante. Poi ci sono i viaggi post - mortem in tutte le civiltà, libri dei morti, da egiziani, tibetani e vari altri. Poi nella nostra cultura diciamo critica i viaggi di Gulliver, di Swift, il viaggio del Pantagruele comico e ironico e i viaggi picareschi che noi non sappiamo più fare perché i nostri viaggi sono troppo organizzati e direi ancora: "Diario di viaggio", che talvolta facciamo come gli antropologi adesso servendoci della camera, e c’è viaggio senza diario che rimane così nella memoria e che rimane un viaggio puro. Direi ancora una volta che nel viaggio c’è una prova della solitudine. Cioè una volontà di snudarsi in qualche modo. C’è un’afèsi. Ho letto un capitolo di un nuovo libro che sto scrivendo così le note di un grande viaggiatore interiore: Hibnarabi, che ... Una luce ... In arabo, alla ricerca dello zolfo rosso, che è incandescenza che è santità. E andare così in questi deserti che come si dice nella Bibbia, in terra non si semina... E questo è il punto di vista di uno scrittore. Si vedono tante cose diverse da un antropologo. Possiamo comunque comunicare e interagire l’uno con l’altro e le vorrei dire di come io ho fatto un viaggio. Mio padre era di origine russa: nel mio ultimo libro Tra Asilo ed Esilio e vi racconto in dieci parole che cosa ho visto durante un viaggio scoprendo proprio la terra. Innanzi tutto vedendo l’immensità degli spazi russi: dal Mar Baltico al Caspio, dal Mar Nero al Mar Bianco. Mi viene così una idea di uno storico russo che dice: "Rimanendo a lungo e percepire davanti a se un rilievo che non si faccia notare, il viaggiatore cessa di cogliere la differenza". Poi la pianura dopo la pianura. Victor Hugo immaginava come era la ritirata della grande armata di Napoleone. Diceva: "Dopo la pianura bianca, un’altra pianura bianca". E queste pianure così simili tra loro che non si sapeva dove una finiva e dove iniziava l’altra, e quale era più larga, quale sia la più lunga. E così la nozione di larghezza e quella di lunghezza vi si perdono e l’orizzonte è uguale da una parte e all’altra. Questa esperienza che conclude Cechov con una bella idea dice: "l’uomo in Occidente soffoca tanto si sente stretto. In Russia invece è tormentato dall’immensità dello spazio". Ecco un’esperienza dello scrittore, dell’artista di cui si è parlato. Infatti viaggiando attraverso il Mediterraneo, quando scrivevo Breviario Mediterraneo cercavo proprio gli strumenti più adeguati per percepire.

CATUCCI - Grazie molte di questo intervento.

C’è un altro ascoltatore. Buonasera. Prego.

Ascoltatore: Io mi ricollego al discorso della soggettività, del lato umano dello studioso. Mi chiedevo se l’antropologo, l’etnologo che entra in contatto con civiltà che presentano problemi di sopravvivenza, non so civiltà povere, afflitte da malattie ecc. ... Istintivamente non rischia di perdere la propria oggettività per mettersi in gioco per fornire aiuto a coloro che dovrebbero essere invece l’oggetto dello suo studio. E’ presente questo istinto e se riesce a prevalere come può lo studioso assecondare se stesso, nella sua opera di soccorso senza imporsi oppure snaturare la cultura con cui è in contatto?.

Piergiorgio Solinas -. Grazie perché la questione è davvero sostanziale. Mi chiedi in sostanza: "l’etnologo va lì per studiare..." Qualcosa che non è fatto per essere studiato, la gente vive! Non esibisce la sua vita. Mangia, si riunisce, parla ecc. ... Perché sono i bisogni elementari, umani o le attività comunemente, largamente umane che tutti i popoli hanno. Su questa base di comprensione, su questa base minima di comprensione, io credo che dobbiamo fare una sorta di patto preliminare, di accesso. Dobbiamo trovare la chiave comune. Tu mi chiedi: "Si va ad osservare queste cose e si trovano gravi condizioni di mancanza, di difficoltà, di malattie, ma anche qualcosa di meno drammatico apparentemente come l’insufficiente scolarizzazione. Là dove io vado una parte dei bambini possono andare a scuola una gran parte non possono andare a scuola. Per certi versi non possono andare a scuola: perché la scuola è distante ecc. ... Per altri versi non vanno a scuola per il costume, non si è ancora creata la civiltà della scolarizzazione. I genitori non hanno sufficiente sensibilità. Mi chiedi che fa l’etnologo? Si limita a osservare o dice per esempio "Perché non mandate questo bambino a scuola?".

Perché non si creano le condizione di fare un lavoro di educazione (educazione è una parola un po’ presuntuosa), ma di convinzione, di persuasione affinché questo bambino non vada a custodire i bufali, ma quelle ore della mattinata in cui è impiegato secondo noi diciamo così, non profittevolmente per la sua formazione, venga invece avviato. Farlo sarebbe opera benefica! Ma sarebbe anche forse andare avanti in questo lavoro di, non voglio usare il termine di "corruzione", perché sarebbe di modificazione, di alterazione, ma certo si introduce o si contribuisce ad introdurre un elemento di mutamento.

Facciamo qualche esempio più estremo: uno dei sistemi più tradizionali di coltivazione si basava su una pratica distruttiva sicuramente non raccomandabile ed ecologicamente condannabile che era quella della combustione. Il cosiddetto sistema "taglia e brucia": si prende un pezzetto di foresta, si tagliano gli alberi, le si bruciano e le ceneri che ne risultano possono servire sia pure temporaneamente come fertilizzante. Dunque in questo lasso di tempo che può durare qualche anno, quella comunità può contare su di un raccolto relativamente abbondante. Il frutto è risultato immediato e benefico e quello a lungo termine è sempre senza dubbio distruttivo, dannoso. Cosa si fa? Si converte questa popolazione ad un uso più oculato ma non culturalmente noto, non culturalmente radicato dell’uso del territorio oppure si dice no! Non mettiamo le mani, non modifichiamo questa situazione. Bene! Io credo che ancora una volta le condizioni del lavoro dell’etnologo debbano richiedere molta prudenza in questo senso. Forse la parola può servire,. però l’antropologo non è un operatore di sviluppo. Non è uno che fa intervento. E’ un uomo fra altri uomini e i limiti di rispetto che egli deve osservare nel rapporto con gli altri secondo me gli impongono comunque una regola di contenimento in questo; non di rinuncia al proprio diritto di libertà e di espressione. Io a questo tengo molto! Anche dire apparentemente qualcosa che può offendere se è ragionevolmente fondato nelle tue convinzioni naturalmente. Questo è un segno di rispetto, non di prevaricazione. Questo filologismo, no! Non sono d’accordo. I bisogni sono comuni ed è partendo da questa comune radice umana che ci si può capire e recuperandola. Se non ci si riesce in questo sforzo allora l’impresa è fallita. Quindi direi: "Intervenire no, parlare si!"

CATUCCI – un altro ascoltatore

Ascoltatore: Volevo chiedere come possiamo conoscere effettivamente un uomo di un’altra cultura se le nostre categorie di pensiero sono differenti all’altro e quindi se per noi, per le nostre categorie il bello, il brutto, giustizia e ingiustizia, opinione e verità non corrispondono alle altre?

Piergiorgio Solinas - Il problema è grosso, grossissimo ed è posto con una sinteticità così secca, naturalmente fa venire un po’ come dire? La paura di affacciarsi su un abisso. Ora il problema è: le categorie di pensiero sono davvero così diverse? In che misura sono diverse? Ce ne sono di più diverse e di meno diverse secondo me. Prendiamo quelle di base, quelle fondamentali: sarà difficile riuscire a dimostrare o a trovare una popolazione che sia la dimostrazione del fatto che l’alto e il basso sono ordinati in un modo opposto presso la nostra cultura rispetto alla modalità di ordinamento di quell’altra cultura. Cioè è difficile dire che si trovi una società nella quale se riesco a far capire che prima verrò e poi parlerò gli altri capiranno il contrario, e cioè che il prima viene dopo il poi. Questo non è possibile. Voglio dire che ci sono alcune nozioni generali del tempo; adopero di proposito questo esempio perché su questa categoria di tempo che è una delle più importanti di quelle preliminari. Si dice per esempio che "i primitivi" (virgolettiamo, stravirgolettiamo questa espressione non più attuale naturalmente), avevano hanno una percezione se non addirittura una strutturazione della categoria di tempo che non è come la nostra. Per esempio non vale il discorso del tempo irreversibile. I primitivi hanno una percezione del tempo che è circolare, ciclica. Dopo il poi continua a ritornare il prima, finisce la vita e la morte segna un passaggio tra l’essere presenti e l’essere vitali, non esserlo più ma anche ad un rinascere. Gli antenati rinascono sotto forma di neonati. Ritornano all’esistenza quasi compissero una sorta di orbita dall’altra parte della luna, si riaffacciassero all’alba per ricominciare il tragitto. Ora questo non è falso naturalmente. Il problema è se questa nozione del tempo ciclico e’ vera, pregiudica l’altra che sempre gli stessi primitivi praticano quando agiscono come se il passato non potesse tornare? Portano a maturazione un raccolto, lo mangiano e quello che hanno consumato non lo possono più recuperare. Questo è altrettanto radicato e altrettanto elementare. Secondo me si tratta di fare un lavoro minuzioso, certamente, non sempre destinato a successo devo dire di riconduzione delle opposizioni categoriali a quel tanto di comunemente codificabile.

Matvejevic’ - Vorrei aggiungere: io non direi solo le categorie del pensiero, non solo le categorie di concetti e nozioni, ma anche le mentalità in senso più largo di escatologia, di percezione, di sensibilità. Qui venuti con una sensibilità non possiamo integrarci, essere immersi in quest’altra realtà. Dunque Montaigne era uno fra i primi a dire che in viaggio non si devono applicare delle categorie, i criteri del mio paese e delle mie abitudini alle altre. Questo è un primo modo per affrontare l’alterità e aggiungo una cosa: una specie di oblio del dimenticare quei grandi viaggiatori che ci hanno aperto le vie, che erano i primi antropologi, commercianti ecc. ... Ho fatto una piccola analisi da quando vivo in Italia chiedendo: "Ma avete mai sentito parlare dei nomi (mi riferisco a quelli che hanno fatto grandi viaggi nel mediterraneo, nell’oriente) Odorico da Pordenone (solo la gente di Pordenone lo sa) Bartolomeo di Cremona, Ciriaco di Ancona... Di Santo... Che era il commerciante umanista che trascrisse manoscrisse ...ricoprì monumenti dell’antichità... Frà Maringoli dell’ordine dei frati minori e via dicendo, chiedevo agli amici ebrei: "Ma conoscete il rabbino Beniamino di Tudela che recitò la diaspora ebraica, ne prese cura? Nessuno! E questo mi sembra anche una mancanza della nostra cultura, della cultura del viaggio. Forse con questi inventari potremmo andare più oltre.

CATUCCI - Io invece mi ricollego a quello che dice Solinas, perché mi piaceva questo riferimento ad una soglia minima di comunicazione che in fondo serve a rompere la barriera della relatività. Un filosofo a me molto caro che viaggiava pochissimo Husserl ne parlava ... La soglia minima dell’empatia, la soglia minima del modo in cui ci si comprende anche senza parlare. Credo che questo sia un modo molto discreto di opporsi all’idea dilagante invece di un relativismo che a quel punto ci farebbe un po’ compartimentare in recinti poi difficilmente superabili, dove poi anche la comunicazione e la cooperazione sarebbe altamente difficoltosa.

Solinas - Non è difficile trovare esempi o nodi molto convincenti in questo settore. Lèvi-Strauss fa l’esempio classico della esogamia e della proibizione dell’incesto (non esiste cultura nella quale sia assente questa regola di base, non esiste società nella quale le unioni siano perfettamente consentite in tutte le direzioni). C’è sempre io direi ancor più elementarmente, ma chiediamoci perché mai è cosi ricorrente, universale l’opposizione riso e pianto. Perché tutti gli uomini? Da qualunque parte noi andiamo hanno il riso, il riso codificato, il riso espressivo, la risata ecc. ... Perché dall’altra parte il pianto? Perché il lutto è sempre accompagnato dal pianto? Non gliel’hanno insegnato gli antropologi, né gliel’ha insegnato i sacerdoti, né gliel’ha insegnato (almeno io così credo), un messaggio o una rivelazione extra umana. Esistono delle condizioni di base che sono minime sì, perché noi diciamo che sono comuni, sono il minimo comun denominatore, ma sono massime. E quanto sono massime perché riguardano il più profondo livello della esistenza nostra e degli altri.

CATUCCI - Abbiamo un altro ascoltatore in linea Egi Volterrani.

Egi Volterrani: - Volevo fare una doppia domanda perché è rivolta sia * che a Solinas: "C’è nella tradizione letteraria di viaggio e l’ho anche sperimentata personalmente nei viaggi che ho fatto (a me piace molto viaggiare da solo), un ruolo, una funzione particolare è l’ospitalità e la convivialità. L’ospite nel viaggio, l’ospite attivo e l’ospite passivo hanno degli scambi particolari e tra l’altro mi pare che ne ha parlato... Nell’ospitalità anche la donna ha un ruolo particolare nell’ospitalità intesa come accoglienza. Cibo, sesso hanno delle ritualità e delle sacralità che nel viaggio vengono in qualche modo esaltate." O no?

CATUCCI - Io la ringrazio. Tra l’altro Volterrani è traduttore di alcune opere di Matvejevic’in italiano. Io vorrei chiedere a tutti e due di rispondere a queste domande. Cominciamo da Solinas.

SOLINAS - Bene! L’ospitalità, è una situazione naturalmente classica, privilegiata e direi anche molto strutturata ed è formale. Nel senso che nel rapporto del ricevere - accogliere e onorare l’ospite e con ciò onorare sé stessi. Perché chi riceve l’ospite accresce il proprio valore in quanto riceve un ospite illustre e lo fa diventare illustre. E’ una relazione molto strutturata che come tale va osservata. Lei dice che in questa situazione la ritualità dello scambiare il cibo, quindi i segni dell’accoglienza, lei dice anche il sesso... Non so lei a cosa si riferisca, acquista un rilievo simbolico specifico ed è vero! Questo però non è solo del rapporto fra un uomo di una cultura estranea e la cultura indigena che lo riceve. Non accade solo in queste situazioni di "incrocio" tra esotici, tra rispettivi "alieni". Accade evidentemente anche da noi. Il té che si offre al visitatore che viene in circostanze specifiche, che si annuncia o si presenta o magari è sconosciuto e così via ha delle modalità di confezione, di esposizione, di offerta che non sono certo quelle che accompagnano la consumazione quotidiana della stessa bevanda in condizioni di domesticità ordinaria. Avviene una sorta di "potenziamento" e bisogna ben capire questo! Perché altrimenti si crea un effetto un po’ singolare. è tipico che si prendano queste sviste. Tutto, nei popoli primitivi tutto è rito, tutto è formalizzato, tutto è cerimonializzato, codificato ecc. ... Molto spesso questo dipende dal fatto che le situazioni per cui si osserva e si studia sono spesso situazioni nelle quali la codificazione, la cerimonializzazione dell’evento è parte inerente della relazione che si crea. Diciamo parte inerente della eccezionalità, talvolta, dell’incrocio di relazioni.

Matvejevic’- Per quanto riguarda questi simboli di accoglienza, proprio sto leggendo un bel libro che vorrei si traducesse in italiano di Deridda si chiama L’ospitalità. Un libro filosofico Deridda risponde alle domande di una giornalista...

Ci sono vari di questi simboli. Giù nella nostra civiltà un po’ più tradizionale, e soprattutto dagli slavi se c’è pane e sale che si offre quando si viene. Poi c’è la mano che offriamo... Non in tutte le civiltà talvolta, ci sono delle civiltà dove non si offre la mano. Un esempio che mi ha colpito quando ero giovane, riguarda una "comprensione reciproca": Puškin fece un viaggio nella Russia del sud, vicino Odessa, e passò alcuni mesi con degli zingari. Lo hanno tanto amato che uno dei capi di questi zingari voleva fare qualcosa per lui e gli offrì la sua figlia per sposarla. C’è questo modo, forse a questo pensava Volterrani quando diceva che anche il sesso va aldilà del cibo, aldilà dei gesti. Lo sanno gli antropologi meglio di noi altri, ci sono le civiltà, abitudini, rituali, cerimonie; ci offrono un programma, vari programmi. C’è scambio dei regali, e poi c’è il programma, ci si balla, ci si canta, ci si presenta uno spettacolo simbolico. Potrei parlare a lungo dei simboli marittimi... Quando una nave arriva come sarà accolta? In vari viaggi sono descritti questi modi di accoglienza. Vasco de Gama che va a Calcutta... Gli offrono riso con il burro, pesce e, l’equipaggio di Vasco de Gama offre il pane. Ci sono questi scambi che sono molto importanti. Questo che nominavo: il viatico e il bagaglio. In questo viatico e bagaglio c’è anche lo scambio.

CATUCCI - Cedo la parola ad un ascoltatrice. Buonasera.

ascoltatrice: -. Io faccio dei viaggi turistici che cerco di rendere un po’ meno banali... Nel corso di una permanenza nello Yucatan, ho fatto quest’esperienza un po’ per volta sono stata accolta e sono stata un po’ capita da questa comunità Maya. Ma anche loro hanno cambiato mentalità nel contatto con me. Allora questo non può essere una specie di perdita di autenticità? Questo scambio che può avere delle valenze positive sicuramente, però non può anche avere questa caduta negativa per cui in un certo senso c’è la famosa omologazione?

Solinas - Omologazione. In gran parte l’omologazione non è il frutto di questi innocenti scambi di conoscenza personale. Io non credo che nella sua esperienza di viaggio poi sia avvenuta effettivamente una trasformazione così sostanziale dei modi di pensare della comunità che l’accoglieva. Per produrre modificazioni sostanziali ci vuole un’opera piuttosto pressante, penetrante di condizionamento dall’esterno che talvolta può anche avere il carattere della costrizione. E’ vero che la purezza della incontaminazione (questo forse lei voleva dire quando diceva "una perdita di autenticità"). La purezza della incontaminazione, di chi vive da sempre, pensando di essere l’unica popolazione al mondo (sono molto rari per la verità i popoli che hanno questa convinzione), ma sono invece molto frequenti i popoli nei quali è radicata la convinzione d’essere se non i soli, i migliori al mondo. E che gli altri siano invece degli uomini di seconda categoria se non addirittura dei non-uomini. E’ vero che se una popolazione ha questa convinzione e la coltiva o non l’ha mai messa in discussione, veder arrivare qualcuno che si può permettere il lusso di arrivare, di raggiungere un posto lontano, ripartirsene con mezzi molto efficienti, di distribuire se vuole farlo ricchezze, o parole molto sapienti, o mezzi tecnici, esibisce mezzi tecnici di grandissima efficienza. Questo produce naturalmente un’impressione. Questo sì! Produce sensazioni di disorientamento culturale. Questo non è tanto un fatto di perdita di autenticità nel senso di un’usura; come dire? Lo smalto del bel reperto a furia di essere smerigliato dall’opera del vento si opacizza. Non è tanto questo quanto il fatto che i nostri "indigeni" avvertono come la sensazione di non essere più al centro dell’universo. Non siamo più i migliori... Gli autentici, non siamo più gli unici. C’è gente che ha più di noi e questo sì è comune. Secondo me è comune. Un complesso di inferiorità che è la sensazione talvolta rassegnata, talvolta sofferta e non raramente un pochino rabbiosa da essere ridotti ad una sorta di impotenza nel rapporto con l’altro.

Guardi: chi va in posti come questi anche solo con trecento dollari in tasca ha un immenso potere, al quale anche se lui non vuole, anche se cerca... (dico trecento dollari che per noi è una ricchezza che non basta per quattro giorni e con cui invece lì si camperebbe per sei mesi e non da soli)... Già solo questo fatto, questo poter comprare tutto quello che si vuole e avere tanti soldi da non trovare nelle poche botteghe che si trovano sul posto, abbastanza merce per poter spendere questi soldi. Questo crea un circuito perverso! Si sa che arriva il turista che ha molti soldi, ci si presenta per offrire delle merci e dei prodotti di artigianato e si aspetta che lo compri e si conferma con questo il disequilibrio, questo rapporto di disparità.

Ascoltatore: - Io vorrei prendere uno spunto da una forte suggestione dalle cose che ha detto il prof. Matvejevic’ e vorrei parlare anche temperie culturale che nel ‘500 prende il nome dal re del Portogallo, Sebastiano, che messo lì a guardare dalle alture di Lisbona il mare aperto, l’Oceano, prima delle scoperte geografiche, diede il nome appunto a questa temperie culturale che prende il nome di "Sebastianismo". La suggestione del prof. Matvejevic’ che distingue correttamente credo l’anabasi dal periplo cioè il viaggio come una meta visibile dal viaggio invece senza meta o perlomeno dove non si vede la meta, mi fa fare questa riflessione che vi propongo. Oggi, mi chiedo, è ancora possibile dare o negare, per dirla come la dice Dante, l’esperienza fondamentale del viaggio? Cioè è possibile appunto il viaggio concepito appunto come paura e al contempo esorcismo dell’ignoto? Qualcuno dice della morte. Ovvero è solo possibile per intenderci l’unica odissea quella di Leopoldo Blumm? Cioè verso cose già note ma che ci sfuggono cioè all’interno di noi stessi, a meno che non si voglia credere che l’unica odissea l’unico viaggio possibile è quello dell’altro grande poeta dei nostri tempi Stanley Kubric quello cioè in cui gli ordini di bordo sono perduti definitivamente e si va un po’ chissà dove. Ecco è possibile concepire ancora l’esperienza fondamentale dell’uomo, del viaggio ancora come esperienza di esorcismo dell’ignoto, della morte?...

CATUCCI - Grazie Io visto che sono proprio in chiusura farei intervenire anche gli altri due ascoltatori .

ASCOLTATORE: - Io vorrei chiedere se il turismo superficiale di cui si è parlato non nasconde intanto una buona dose di razzismo e un profondo senso di colpa ovvero notare anche che noi abbiamo molto più di loro e noi viviamo nel benessere, quelli vivono nella miseria più assoluta.

CATUCCI - Bene grazie, anche per la brevità dell’intervento. In linea ancora un’ascoltatrice.

ASCOLTATRICE: La mia domanda riguarda la motivazione del viaggio, il significato che può avere oggi per l’uomo post-moderno il viaggiare e a parte le solite significazioni: la curiosità, l’arricchimento che sono state dette. Io mi rifacevo in questa ricerca, e in questo concerne la mia domanda, al significato che aveva il Giubileo, il viaggio dei viaggi, che presto avremo di nuovo, che spostava già a quei tempi masse enorme di popolazioni. Nella legge ebraica la legge mosaica prescrive che il riposo della terra nel cinquantesimo anno quando insomma la terra doveva essere restituita a Dio era il significato e poi altro significato era che gli schiavi dovevano riavere la loro libertà. Ecco nel mondo cristiano il Giubileo invece ha significato l’indulgenza e la liberazione dal peccato. Domando: ancora oggi forse una motivazione universale, potrebbe essere il desiderio di essere liberi dal quotidiano magari dalla ripetitività del nostro modo di essere a volte che non ci soddisfa?

 

SOLINAS - Comincerei da quest’ultima domanda che è assai stimolante, già il nostro così cortese e così suggestivo interlocutore Matvejevic’ ha più volte sottolineato questa dimensione mistica, ascetica dell’esperienza del viaggiare, una dimensione che sicuramente esiste e che quando è solitaria singolare, lui un pochino di questo parlava, in sostanza è un po’ una metafora il perdersi il ritrovarsi da soli, il guardarsi il viaggiare dentro se stessi in condizioni di deserto. Non è questo credo il significato del pellegrinaggio. Anche lui parlava del pellegrinaggio ma lo ha solamente menzionato, il pellegrinaggio intanto è un fatto di massa, si fa in gruppo: è un atto religioso di gruppo anche se il singolo devoto è vero in quel momento compie un atto personale si sottopone a una prova personale che spesso è lo scioglimento di un voto e la conferma di un impegno nel quale insomma gli aspetti liturgici, gli aspetti di come dire? Di fedeltà ecco, di conferma della fede sono parte di un processo simbolico più impegnativo. Intanto è una sorta di sacrificio ed è curioso che in questo sacrificio c’è in forma commista l’andar fuori, il percorrere spesso a piedi lunghissime distanze, dunque faticare, esporsi a una dolorosa fatica ma c’è anche la gioia, insomma è una sorta di avvicinamento a Dio, perché ci si allontana si esce dalle condizioni consuete si percorrono questi spazi di sofferenza e credo che sia un significato religioso un po’ speciale che non so se verrà perso. Intanto non è solo della nostra religione come ha sottolineato anche la signora, ricordo il pellegrinaggio alla Mecca.

Matvejevic’: .... Io risponderei alla prima domanda. Che cosa è sparito di questi vecchi viaggi di una volta? : Non c’è più l’ansia che è stata descritta da dei viaggiatori, dei testimoni dei grandi viaggi.. Si andava verso lo sconosciuto, adesso si va piuttosto verso le cose che sappiamo, ci facciamo una idea di quello che dobbiamo vedere...

CATUCCI - Mi scusi se la interrompo, poi le ridò la parola, ma preferirei un attimo finire una panoramica su questa domanda perché siamo proprio in chiusura e allora vorrei chiedere a Solinas magari di essere rapido per rispondere agli altri due interlocutori..

SOLINAS - ... Per questa stessa domanda a cui rispondeva il nostro amico da Parigi, quella dell’ascoltatore che parlava del Portogallo. In due parole. "Esorcismo dell’ignoto e della morte". E’ vero viaggio e morte sono sempre spesso simbolicamente accostati, credo che stiamo arrivando a un punto, alla sfida decisiva in cui probabilmente il nodo si scioglie, in cui il viaggio si dissocia da questa assenza. Cioè è abbastanza sicuro il continuare a vivere, ecco l’assenza di chi è fuori per viaggio non è più così totale. Quell’altra questione: il turismo come razzismo è colpa? Io dico sì: sono i peggiori turisti, spero che le cose non stiano in questa maniera. Viva la curiosità in modo preciso e in modo consapevole, questo io lo vedo come una cosa sana.

CATUCCI - Abbiamo proprio trenta secondi.

Matvejevic’: Aggiungo solo questo stamane ho trovato una poesia in cui sono questi versi che possono concludere: "Amare e scienza si ricava dal viaggio, il mondo piccolo, monotono oggi come ieri e come domani sempre, ci mostra l’immagine nostra". Ecco una esperienza così poetica del viaggio da cui si ricava anche una esperienza amara."


Biografia di Piergiorgio Solinas

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