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Questioni di Filosofia (7/12/1997)

Salvatore Natoli

I valori

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STEFANO CATUCCI- Ci accingiamo a parlare con Salvatore Natoli della cosiddetta "questione dei valori". La prima cosa che può, banalmente, saltare in mente, a chiunque si interroghi su questo problema potrebbe essere: "è vero che in questo momento storico stiamo attraversando, e assistendo a , come membri della società umana, una vera e propria crisi di valori?". Quando si parla di "valori" il primo concetto che potremmo associare a questa parola (attraverso una percezione del contesto nel quale viviamo attualmente) è la parola crisi, assieme alle parole incertezza, ed insicurezza. Nell’insicurezza poi può accadere di vedere gli avversari ed i problemi moltiplicarsi e questo può far si` che anche la nostra percezione della crisi si faccia più acuta, più drammatica. Questo concetto, "crisi dei valori" per chi si occupa di valori in senso professionale, è un qualcosa che può spaventare, una proposizione di senso comune da cui bisogna prescindere, oppure è un sentimento condiviso anche da un filosofo?

NATOLI: - Direi che la crisi dei valori sia un fenomeno esistente. Direi, inoltre, che questa percezione comune è più chiara alla dimensione della crisi, nel senso che mancano l’orientamento, i motivi, le ragioni delle scelte etiche, che sono sempre permutabili tra di loro, e quindi l’insicurezza e l’equivalenza tendono a caratterizzare diciamo, lo stato d’animo di chi, alla fine, deve comunque poter decidere come comportarsi nella propria vita. Molto meno chiaro è, invece, il concetto di valore. Perché, tutto sommato, "valore" è una parola di derivazione abbastanza tarda, e su questo si riflette poco. "Valore" è una parola che proviene dall’Economia Politica. E` un qualcosa che si può scambiare, (per esempio, in economia, si parla di "scambio tra valori"): e quindi e` un termine che implica concetti come valenza, valutazione, e con ciò la "dimensione del valore" è così poco assoluta nella sua stessa provenienza etimologica che è paradossale anche poter parlare di crisi, perché il valore è relativo nella sua stessa origine. In tempi antichi, nella cultura medievale, nella società cristiana, i termini erano ben altri, erano: bene e male. C’era l’oggettività del bene che si presentava evidente, assoluta, indiscutibile, non valutabile. Infatti era una società dell’obbedienza. Tommaso diceva: Bonus est facendum (ossia: "il bene è da farsi") e Malum est vitandum: (il male è da evitarsi). Ma non c’era confusione tra bene e male. Perché il bene si sottraeva alla valutazione, era il principio dell’azione, e perciò si sottraeva alla valutazione stessa. Per cui ci sono stati mondi storici in cui la nozione di valore non esisteva affatto. Sarebbe interessante, riflettendo sul concetto di crisi, soffermarsi anche sul fatto che una crisi semantica si trova proprio nella stessa parola valore.

CATUCCI:- Quindi ci troviamo di fronte al valore come annullamento di posizioni oggettive , come qualcosa che non fa altro che rimettere in discussione il prezzo e l’importanza delle cose, di qualsiasi cosa. E tutto questo all’interno di una sorta di mercato dei giudizi...

NATOLI: - Io direi che il concetto odierno è un qualcosa che rimette in gioco la soggettivazione del giudizio. Il buono, in fondo, è un qualcosa di deciso - dal -soggetto, il quale non si sente più vincolato a un bene oggettivo. E’ chiaro che questo passaggio nella storia è stato lento, tormentato o, per molti versi, anche fecondo, Quando io compio questo tipo di ragionamento non intendo dire, automaticamente, che l’elemento della soggettivazione abbia costituito di per sé un fatto negativo. Esso ha potenziato anche la libertà umana rispetto a una dimensione fissa del bene che era un qualcosa di pesante come un macigno. Però, accanto alle dimensioni di emancipazione, esistono pure delle tendenze alla perdita dell’identità del bene.

CATUCCI: - Lei a un certo punto ha chiarito che quel bene oggettivo, o quel male oggettivo non dovrebbero mai essere intesi come qualcosa di assolutamente migliore, in termini morali, di un sistema etico completamente soggettivistico che possa smarrire l’identita` del bene o del male. Anche perché, in fondo, con questa nuova dimensione del valore abbiamo anche rinforzato la nostra libertà. Ecco la parola libertà fa subito pensare effettivamente a un valore che sembra poco interscambiabile, a un valore che sembra in qualche modo sempre incrementabile. Si può avere, o meglio, si può tendere, a una maggiore libertà senza per questo dover contrattare delle contropartite. Ecco la libertà effettivamente, che cos’è? Un valore residuale? E` qualcosa di vuoto? Oppure è un valore pieno? E quando si afferma? In che modo?

NATOLI: - Direi che nel modello classico di libertà la caratteristica principale di essa è data dal fatto che il soggetto era completamente titolare dell’azione nel senso che poteva sempre scegliere liberamente, ossia senza una coazione nel suo agire. Ma nella concezione classica il soggetto non poteva scegliere che il bene divenisse male, e che il male divenisse bene. Con la soggettivazione c’è stata una sorta di mutazione del concetto di libertà che si e` scoperto essere non più il puro poter decidere fra il bene e il male, ma il decidere che cos’è il bene e che cos’è il male. Libertà che si è rivelata essere non più qualcosa di soggetta ad un vincolo, il vincolo oggettivo del bene, ma come qualcosa che potesse essere essa stessa titolare del vincolo. Allora, e qui compio un passaggio fondamentale, la libertà in quanto possibilità di decidere, è diventata sempre più importante quanto più tramontava questo bene oggettivo, e quindi quanto più era il soggetto che, dovendo surrogare le certezze dell’Età Classica, si metteva alla ricerca di soluzioni. E questo è il concetto moderno di emancipazione: il soggetto che diventa titolare di valori, ossia che sa bene che senza valutare non si può vivere. Ora nella valutazione esiste l’elemento della libertà, ma accanto all’elemento della libertà c’è anche l’elemento del vincolo. Cioè possiamo essere liberi ma solo sotto certe condizioni, perché se fossimo liberi in assoluto saremmo liberi per il nulla. Allora la libertà, dalla modernità ad oggi, ha preso questa curvatura. Da una libertà che sceglie il vincolo, e che quindi si vincola (perché sa che senza il vincolo c’è solo delirio), a una dimensione in cui la libertà non vuole vivere solo di se stessa. In questo caso c’è l’anomia, c’è l’attimo, c’è la perdita del tempo. Perché la temporalità è impegno, la temporalità è misura della nostra finitezza. Noi siamo legati a ciò che ci precede, siamo legati all’appuntamento, con ciò che succederà dopo; il tempo implica responsabilità. Infatti nella nostra società questa istanza di libertà ha annullato il tempo. Si vive nell’attimo. Si pensi alle stragi del sabato sera….

CATUCCI: - Lei prima parlava, appunto, di questa relatività già insita nel concetto di valore, e mi sembra che anche l’origine economica, a cui era riportato il termine, sia qualcosa di molto evidente, perché in realtà si può pensare all’Economia come una sorta di branca separata del sapere, quando invece l’epoca dell’Economia classica è l’epoca in cui un po’ tutto il sapere si è rimodellato intorno a questa nozione di scambio, di patto, di accordo intorno a qualche cosa che non aveva più un valore in sé, non aveva più altra ragione e misura se non quella stabilita dallo scambio. Che significa anche porre dei limiti tra i rapporti; decidere di volta in volta, ricontrattare, ripatteggiare. Ma allora questo vuol dire che quando Nietzsche parlava del rovesciamento di tutti i valori, in realtà stava compiendo un’operazione assai più coerente con la natura stessa del valore.

NATOLI: - Sì, perché la posizione nietzscheiana radicalizzava questa opposizione estrema. Se prendessimo Nietzsche, metaforicamente, come un estremo (non voglio approfondire un discorso su di lui che ci porterebbe lontano, ma prendiamolo come uno snodo) allora il ribaltamento di tutti i valori potrebbe significare l’annullamento del valore come tale. Questo può essere un esito dell’argomentazione. Ed è quello cui accennavo prima. Ma la pura libertà senza vincolo non esiste, neanche come libertà. Allora il codice "al di là del bene e del male" non vuol dire, non può voler dire che noi possiamo vivere senza la distinzione tra il bene e il male, ma vuol dire che: non esiste un qualcosa di dogmaticamente dato come bene o male. Ma dobbiamo di volta in volta costruirlo, vale a dire: di volta in volta dobbiamo autolimitarci. Perché? Perché siamo finiti. Non accettare la misura del limite vuol dire sostanzialmente cadere nell’assurdo, nella invivibilità, nel proseguimento della stessa vita, nell’equivalenza incondizionata, e quindi proprio nella cecità. Perché la perdita della valutazione è una forma di accecamento.

CATUCCI: - Professore, questa sua insistenza sul termine del vincolo mi sembra molto importante. Mi fa venire un mente un apologo kafkiano che è quel racconto che si chiama Una relazione per l’Accademia, in cui si parla di una scimmia molto "umanizzata" che narra la sua esperienza di primate e racconta del periodo in cui era confinata in una gabbia dentro una nave che la portava dall’Africa all’Europa, dicendo: "Io non pensavo affatto alla libertà, io pensavo solo a una via di uscita". Come a voler dire: qui siamo di fronte a un concetto molto diverso da quello classico, perché la "via di uscita" effettivamente mantiene almeno nella sua idea portante tutti quei vincoli, tutta quella presenza di limitazioni, che invece la libertà vorrebbe superare.

NATOLI: - La libertà portata al suo limite estremo, cioè liberata dal limite, può diventare la volontà- -per- il - nulla, e quindi il puro nichilismo.

CATUCCI: - Prima di mandare in onda la prima telefonata in linea vorrei coinvolgere nella nostra discussione il professore Alberto Cirese, professore di Antropologia Culturale, che abbiamo in linea, e che abbiamo invitato a questa trasmissione. Volevo chiedere al Professor Cirese: la dimensione, nella quale ci ha portato Salvatore Natoli, di questa relatività congenita dei valori (il valore concepibile come elemento di scambio, mai come fattore oggettivo) nella sua esperienza di antropologo ha delle corrispondenze?

CIRESE: - Nell’esperienza di studio di situazioni culturali diverse dalla nostra, indubbiamente ci si accorge che i valori possono essere diversi, e soprattutto possono essere gerarchizzati diversamente. E ci siamo accorti, attraverso questa esperienza di lavoro, che forse avremmo dovuto includere nel quadro dei nostri valori alcuni che in precedenza non esistevano, rigettandone altri che in precedenza c’erano già, e abbiamo compiuto anche quella grande esperienza (con esiti a mio giudizio negativi), dell’analisi del concetto di relativizzazione di tutti i valori, e di tutte le culture. Ora la preoccupazione che mi sorge, o meglio l’attenzione che portavo (seguendo le interessantissime considerazioni del professor Natoli), alla discussione era tutta incentrata su questa relativizzazione che può arrivare addirittura al capovolgimento totale di tutti i valori. Ossia: tutto quello che è bene per noi potrebbe diventare male e viceversa. Ebbene, vorrei dire che è qualcosa che se fosse di possibile attuazione, a mio avviso, sarebbe da evitare perché potremmo trovarci a dover mettere in carcere il bambino violentato e fatto a pezzi, e mettere sugli altari il suo violentatore. Questo potrebbe significare, banalmente, e quotidianamente, il rovesciamento dei valori.

CATUCCI: - Ma questa è un’osservazione un po’ dostoevskijana, che ricorda i problemi interiori del protagonista di "Delitto e castigo". Ossia se questa è la libertà umana, allora tutto è permesso.

CIRESE: - Diciamo, però, che uno degli esiti dello studio delle diverse culture umane è che tutte le culture si sono costruite dicendo dei e dicendo dei no. Escludendo alcune tra tutte le intere possibilità. Le possibilità fonetiche umane che noi conosciamo sono poste all’interno di un continuum, come nella corda del violino, ma nelle lingue noi abbiamo, ad un certo momento dell’evoluzione umana, selezionato, fra tante diverse possibilità, soltanto alcuni dei valori sonori esistenti in potenza, per poter parlare le nostre lingue. Noi infatti non possiamo avere la "erre" francese, cosi` come i cinesi non hanno certi suoni nella loro lingua, e noi non possediamo tanti suoni dei loro perché nel continuum che va dallo zero all’uno noi abbiamo sezionato solo alcune cose, alcune le abbiamo accettate per poi continuare a praticarne l’uso. E questi non erano, certamente, giudizi di valore. Ogni società si è costruita selezionando nell’ambito di tutto l’intero arco delle possibilità umane solo alcune possibilità di agire e collocandole nel quadro dei valori e collocando delle altre nel quadro di quello che un tempo chiamavamo il male, non so come dovremmo chiamarlo in opposizione a valori; forse l’ambito dei disvalori. Accettarli tutti simultaneamente significherebbe l’entropia totale, cioè l’impossibilità di vivere. Per questi motivi, pur condividendo l’importanza storica della soggettivazione, per usare il termine impiegato dal professor Natoli, e la conseguente relativizzazione dei valori, resto dell’idea che una base stabile, anche se non assoluta, su cui effettuare questa valutazione dell’agire, deve poter pur rimanere a portata di mano. La libertà è, e resta, un valore irrinunciabile ma fermo restante, come vincolo di base, il contenuto del famoso detto: "la mia libertà finisce dove comincia la tua"...

CATUCCI: - Professor Natoli effettivamente questo invito del professor Alberto Cirese a fissare dei vincoli appare lo stesso che Lei poneva prima relativamente al problema del relativismo..

NATOLI: - Se fosse possibile una libertà incondizionata allora noi potremmo mettere in carcere il bambino violentato e non il contrario. Io dico che questo non è possibile, e per questo io contesto la posizione di Dostoevskij cosi` come espressa dalla formula: "se Dio non esiste tutto diventa possibile" poiché l’uomo è strutturalmente finito, ossia naturalmente selettivo, non può essere mai elevarsi al livello di Dio. Laddove si dissolve ogni vincolo, si dissolve la realtà, e quindi questa dimensione è più una follia della volontà, è un delirio di onnipotenza che non ha possibilità storica.

CATUCCI: - Cosa significa: "l’uomo è strutturalmente finito"?

NATOLI:- Non è solo un essere strutturalmente finito, perché la dimensione della finitezza è legata poi a quella dell’alterità. E per portare un esempio lessicale (si parlava di parole), per esempio in greco la parola libertà si dice eleutherìa, e viene da un’antica radice indo - europea leud da cui poi in antico tedesco viene, per esempio, loidde e il verbo lindern cioè affrancare, liberare. La libertà intesa come la condotta di un gruppo di persone, di una stirpe. Cioè non si può essere liberi da soli, e essere liberi vuol dire che la libertà si forma attraverso una comunità. E in questo senso per esempio la parola freuhat in tedesco, free in inglese, si lega a freunde ossia amicizia. Quindi, quando si identifica la libertà, si identifica la condotta di un gruppo rispetto a un altro. Ossia non può esistere una libertà incondizionata e "L’Unico" di Stirner è un’espressione dell’impossibile.

ASCOLTATORE: - Volevo sottoporre questo mio pensiero al professor Natoli. Mi sembra che i valori siano qualcosa che esiste dentro di noi, e che essi vadano risvegliati attraverso l’educazione. Essi si possono acquisire soltanto gradualmente e quindi non è qualcosa che si possa apprendere o attraverso enunciati, ossia in modo scolastico, o attraverso l’esperienza, l’esperienza della collaborazione con gli altri laddove si possa arrivare ad una maturità intellettuale. Per questo motivo io identifico i valori con le virtù. Saint - Simon parlava approfonditamente dell’amicizia nella sua bozza di Costituzione della Rivoluzione Francese, e il suo amico Comte parlava di religione positiva per arrivare al concetto di metanoia, inteso come qualche cosa che si raggiunge intellettualmente, con una certa maturità, dove l’educazione è fondamentale.

NATOLI: - Certamente l’educazione è un modo attraverso cui si costruisce il senso del valore, perché nella educazione si costruisce anche la figura della relazione. In fondo educare significa donare questa dimensione del trarre fuori. Ora tutte le forme di etica, se ci pensiamo bene, in ogni società, sono sempre state strategie di realizzazione della società nel suo complesso, e sono state sempre strategie di raggiungimento della felicità. Ha ragione il professor Cirese, quando dice che ogni mondo storico ha elaborato regole di condotta per la riuscita collettiva, per la convivenza della comunità. È chiaro, d’altra parte, che nei tempi storici, nei passaggi d’epoca e di civiltà, i campi della condotta vadano sempre ristrutturandosi. Però se Lei pensa al semplice fatto che un individuo, un singolo, quando "gli va bene" può vivere fino a ottanta anni, rispetto all’epoca a cui appartiene, ebbene, che cos’è, allora, la sua vita? È un respiro! Quindi bisogna stabilire una connessione tra vite e epoche. E allora non solo c’è un apprendere ma c’è anche un appartenere. Ovvero: si apprende all’interno di un’appartenenza. C’è qualcosa che ci precede e che ci costituisce, e c’è qualcosa che ci impegna perché ci sta davanti. Allora la struttura dell’essere umano è questo raccogliere la sua provenienza e relazionarsi con ciò che gli sta accanto per realizzarsi, perché da solo non ce la può fare.

ASCOLTATORE: - Volevo innanzitutto fare i complimenti al professor Natoli che ho ascoltato in televisione durante la settimana, e volevo senz’altro dirgli che in lui sicuramente nessuna passione è spenta perché è molto caloroso quando parla e cerca di essere convincente. Vorrei riportare alcune affermazioni rilasciate del professore durante la trasmissione televisiva de "Il Grillo". Affermazioni come: "a mio avviso i valori non sono mai esistiti nel passato, non esistono neppure oggi e forse potranno esistere domani se si affronterà la vita con un altro modo di agire ed essendo abbastanza convinti di quello che si fa". Sono perfettamente d’accordo. Mi spiego un po’ meglio: Pasolini diceva, per esempio, pur condannando il suo momento storico, la società in cui viveva, di considerarsi un uomo del passato per cui solo nella tradizione era la sua speranza. Io penso che Pasolini fosse ottimista nel dire queste parole, perché questi valori nel passato non sono mai esistiti. Se posso fare un esempio, prendiamo la famiglia. Penso di essere stato chiaro. I valori non sono mai esistiti.

CATUCCI: - Lei e` un nichilista speranzoso.

ASCOLTATORE: - La penso così, perché una speranza all’umanità bisogna pur darla. Non è la speranza di cui parlo solo io ma anche quella di cui parlano filosofi come la Heller, la quale parla di una responsabilità personale che permetta di acquisire certi valori. Si spera che questa etica della responsabilità personale possa almeno (lo spero io come lo spera la Heller), diffondersi gradualmente con l’educazione, l’istruzione e la cultura.

NATOLI: - La questione è immensa. C’è un aspetto per cui possiamo dire che i valori non sono mai esistiti? C’è un aspetto per cui posso condividere questa formulazione? Forse nel senso che nelle società in cui la differenza tra il bene e il male era considerata oggettiva l’elemento della valutazione soggettiva nella costituzione della scelta era meno importante. L’intervento dell’ascoltatore registra la sofferenza del passaggio di questa crisi di valori di cui stiamo parlando. Però noi oggi possiamo pensare i valori in termini diversi che nel passato e uso due parole-chiave: laddove c’era l’oggettività del bene il sistema della valutazione era centrato sull’applicazione di quel bene nella vita, (la parola applicazione la possiamo tradurre con obbedienza: erano le società dell’obbedienza). Con la soggettivazione noi siamo nella società della responsabilità. Ma "responsabilità" deriva dal verbo latino respondeo cioè "rispondo a un altro". Ecco, allora, come nella costituzione del valore per quanto io lo possa istituire nella parzialità, ho sempre il mio vincolo con un altro, e quindi finitezza e alterità sono gli elementi attraverso cui si possono praticare i valori. Ma finitezza e alterità vogliono dire comunità.

CIRESE: - Vorrei obbiettare sul fatto che i valori non sono mai esistiti. Io credo che siano esistiti, eccome, ma come diceva prima il professor Natoli, in altra forma e che siano stati gestiti, spesso, in forme diverse dalla nostra, ma pur sempre in forme che implicavano l’assunto tacito in base al quale non tutto è permesso. Non tutto è permesso in relazione ad un fatto che noi, forse, dimentichiamo, qualche volta. Non sto parlando di Dio, ma di un valore universale, come il valore della conservazione della specie. Perché ci preoccupiamo ora di rimediare a certe cose? Perché le generazioni prossime rischieranno di non averne piu` a disposizione di queste cose! E, se vogliamo, possiamo dire: ma chi se ne infischia delle generazioni prossime. Facciamo dunque le cose oggi così come vanno a nostro piacimento perché, comunque, non ci importa nulla del futuro. Ma siamo o non siamo proiettati verso il futuro? Ossia: abbiamo a nostro fondamento l’istinto della conservazione della specie? Ed è evidente, altresì, che esiste una serie di fattori che non consentirebbero affatto il conseguimento di questa conservazione. Perché, e faccio solo un esempio, tutte le società sono diverse tra loro, ogni società fa le sue scelte e le possibilità sono finite. Se fossero infinite in primis io non raggiungerei mai la comprensione di una società diversa dalla mia perché dovrei compiere infiniti passi. E questa è la prima considerazione. La seconda è che tra queste scelte io potrei mettere, per esempio, quella dell’autofagìa (ossia: alimentarsi con il proprio corpo), il che significa che la mattina mangerò un mignolo, a mezzogiorno il medio... ma quanto potrebbe durare una società di questo genere. Una società sceglie di mangiare e di non riprodursi. Quanto dura? Una generazione. Una società sceglie di riprodursi e di non mangiare; quanto dura? Questo è un tipo di esperimento immaginario, uno degli strumenti di lavoro nel campo teorico dell’antropologia. Ecco allora che abbiamo di fronte a noi delle scelte limitate ed e` l’ambito limitato da ciò che non si può fare, il limite per la sopravvivenza, che a un certo punto diviene il fondamento di quei valori che rimangono universali anche quando siamo passati dall’obbedienza alla responsabilità.

NATOLI: - Certo. La dimensione della finitezza è questa: noi non possiamo essere titolari di scelte infinite perché siamo una quantità di potenza finita. E volevo sviluppare un altro Suo pensiero, professor Cirese, che mi pare importante: c’è la tendenza biologica alla riproduzione e alla conservazione della specie, ma molte volte nel nostro delirio di onnipotenza operiamo passi contro natura. Però esiste anche una componente psicologica e interpretativa del nostro comportamento che è quella del prossimo come "colui che mi sta accanto". Molte volte gli uomini non pensano all’umanità futura in generale perché non gli verrebbe mai in mente di fare un simile ragionamento, ma pensano al proprio figlio. C’è un bellissimo racconto ebraico, un midrash, in cui si pianta "l’albero per il prossimo", in cui riscontriamo una nozione di prossimità che è tangibile, viva, diretta, affettiva, che pur non evocando la generalità della specie ce la fa sentire nella quotidianità...

ASCOLTATORE: - Oggi parliamo di valori perché abbiamo paura di utilizzare il termine idee, e io stesso durante le lezioni, a scuola - sono insegnante- utilizzo sempre il termine "valore" per sottolineare questo itinerario epistemologico che i professori hanno testé spiegato. Però ai ragazzi e soprattutto alle famiglie, sembra quasi che senza il mondo delle idee il mondo dei valori sia limitato e approssimato. Vorrei sapere cosa ne pensano. E vorrei porre anche un’ultima domanda. Mi sembra di capire che si parla di valori intesi come cose e sostanze che una società secerne, se mi passa il termine, in maniera storica. Ogni società, nella storia ogni gruppo dà vita a una serie di valori. La mia domanda è, facendo riferimento alla società in cui viviamo ma se vogliamo anche ad altre società in altre epoche: com’è possibile che esistano valori così totalmente diversi tra loro a mio avviso, (e parlo di denaro e solidarietà, parlo di arrivismo sfrenato e generosità disinteressata); come mai è possibile che ci siano delle persone che tendono ad apparire e basta, cioè a vivere solo nella cultura dell’immagine, dell’apparenza? Quindi la divisione netta che io noto è tra valori o comunque tra idee prettamente e nettamente materiali e idee prettamente e nettamente sentimentali se vogliamo. Com’è possibile che in una società come la nostra si verifichi questa coesistenza?

NATOLI: - Alla prima domanda, ossia a quella che sembrerebbe implicare che non ci sono valori se non ci sono idee, direi che si può rispondere facilmente. Perché se valore vuol dire valutazione e valutazione vuol dire "fenomeno in cui si valuta x" sempre secondo un’idea, allora il problema diviene: come si costituiscono le idee? Allora torno a quanto accennavo prima: nel contenuto si possono costruire idee diverse, possono nascere idee diverse anche a fronte dei problemi, perché molte volte le idee vengono in mente per risolvere un problema che non c’era prima, quindi l’idea non è un qualcosa di astratto, di eterno, di mistico. L’idea è un’invenzione per risolvere un problema. Ma cosa vuol dire risolvere un problema? Trovare una soluzione nel vincolo! E allora gli elementi pressoché costanti o di familiarità, come direbbe Wittgenstein, del vincolo, sono la dimensione della finitezza e dell’alterità, che ricorrono costantemente in ogni momento. Quando nelle operazioni strategiche di riuscita, si vuole raggiungere l’aporìa, si vuole trovare il sentiero, allora si trova questa dimensione di alleanza e di specularità con gli altri. Allora l’idea/valore è il modo in cui si sopporta la difficoltà e con cui si va avanti, con cui si condivide la comune gracilità umana. Il modello leopardiano della comunità umana, in fondo, era questo. Questo tipo di ragionamento noi lo dovremmo sempre tenere presente, perché in fondo, al di là di tutte le variazioni, direi che è quella costituzione, per molti versi ontologica, in cui noi siamo istituiti. Come dicevo poc’anzi noi siamo istituiti in qualcosa che ci anticipa, e siamo anticipati due volte: ci anticipa ciò che ci precede nel tempo, (poiché non ci siamo fatti da soli e quindi abbiamo un tempo rivolto verso il passato) ma ci anticipa anche ciò che non produciamo noi stessi e che ci rende responsabili. Si pensi al concepimento, e alla nascita di un bambino. Ci anticipa perché ci precede. Cioè la sua esistenza si impone a noi nella forma della responsabilità. E dinanzi a lui saremo "cattivi" se non lo riconosceremo o se lo denigreremo. Ma nell’ipotesi in cui negassimo tutto, negheremmo anche noi stessi.

CATUCCI: - Io credo che non ci sia più tempo per altre considerazioni. Però io vorrei strappare sia al signor Natoli, sia al professor Cirese e anche agli altri ascoltatori la promessa di riprendere il discorso. Non lo lasciamo qui. Torneremo a parlare di valori. Buonasera e grazie a tutti.


Biografia di Salvatore Natoli

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