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Questioni di Filosofia (21/12/1997)

Luigi Maria Lombardi-Satriani

La mafia

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STEFANO CATUCCI: - Professor Luigi Maria Lombardi Satriani, etnologo, antropologo, insegna Etnologia all’Università di Roma "La Sapienza" ed ha pubblicato molte opere di carattere scientifico. I suoi ultimi libri si intitolano Uno nel labirinto, uscito l’anno scorso; e La stanza degli specchi, uscito due anni fa, entrambi pubblicati dall’editore Meltemi. Il libro che più si avvicina ai temi che affronteremo in questa sede e` Un villaggio nella memoria, un’opera concepita e scritta con Mariano Meligrana e uscita dai tipi di Cangemi diversi anni fa.

Parliamo della mafia come problema antropologico. Lei, in quanto studioso, quando ha scoperto la mafia? Quanto ha influito l’essere nato in Calabria sull’esito delle Sue ricerche?

SATRIANI: - Il fenomeno, nella mia regione d’origine, ha un nome diverso - vale a dire ‘ndrangheta‘ - anche se si è soliti indicare sotto "mafia" non solo il fenomeno criminale organizzato in Sicilia ma la stessa "ndrangheta", ossia l’organizzazione criminale calabrese, o la camorra, localizzata in Campania: a causa dei media, molte volte mafia finisce per essere un’espressione generica che comprende altre specificità criminali.

Per quanto mi riguarda ho scoperto la mafia, ovvero la ndrangheta, molto tempo prima di farne un oggetto della mia riflessione. Chi vive in queste regioni - la Sicilia, la Calabria o la Campania - ha avuto più volte occasione di vederla agire, perché la mafia non è distaccata dalla società, non è qualcosa di oscuro, esoterico e misterioso, di cui non si capisce né l’origine né le modalità di comportamento. Questa, se mi e` lecito esprimermi cosi`, è una visione fumettistica nella quale molte volte cadono anche grossi intellettuali: Moravia dopo l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, scrisse sul Corriere della Sera un pessimo articolo, almeno dal mio punto di vista, parlando del 'mistero' e dell’inconoscibilità della mafia..

La mafia è anche costituita da una serie di comportamenti: vivendo in un paese calabrese credo di poter dire di avere avuto modo di incontrarla e di vederla in azione. In seguito, in veste di antropologo, ho iniziato a studiarla. Penso che un antropologo finisca sempre col fare un’operazione autobiografica, cercando di capire le ragioni del proprio essere nel mondo, oltre che del proprio stare in società con altri uomini. Anche quando studia cose apparentemente lontane, la domanda alla quale uno studioso risponde nasce sempre all’interno della propria esperienza.

Ad ogni modo ho scoperto la "mafia" nella mia esistenza e nella realtà associata in cui ho vissuto; ne ho visti gli effetti di devastazione, e ne ho fatto un oggetto di riflessione perché convinto che, per stroncare questo fenomeno, non sia sufficiente il ricorso a mezzi di repressione quali la polizia, come se si trattasse di una missione da sceriffo. Si pensi ai luoghi comuni del tipo: "basta uno sceriffo efficiente, basta un efficiente commissario di polizia, ed il problema sarà risolto"! Se fosse così sarebbe molto bello: in poco tempo, avendo a disposizione energici commissari di polizia, si potrebbero rapidamente debellare questi fenomeni.

Invece tali problemi nascono da un insieme complesso di fattori economici, sociali e culturali; dico questo non per giustificarli, ma per capire in che modo una lotta agli effetti sia anche una lotta alle cause. Conoscere non è un vezzo intellettualistico: conoscere, in questo caso, è un mezzo indispensabile per operare.

CATUCCI: - Qual è, secondo Lei, la profondità storica del fenomeno mafia?

SATRIANI: - Riterrei che la misura di qualche secolo potrebbe già offrirci lo spessore diacronico del fenomeno; la mafia nasce principalmente come fatto sociale di una categoria intermedia tra i lavoratori della terra e i grandi proprietari. La gestione delle terre e la conseguente pressione sui contadini veniva condotta proprio da questa categoria, i gabbellotti, che consegnava ai grandi proprietari solo una parte delle rendite. I gabbellotti riuscivano così ad ampliare la propria ricchezza con la loro influenza e il loro potere ed usavano mezzi spietati che incutevano terrore nei contadini: in tal modo la categoria si costituì storicamente come mafia. All’inizio fu una mafia essenzialmente agricola ma naturalmente, data la sua duttilità e la sua capacità di seguire tutte le attività economiche, raggiunse ben presto la città e invase l’area dell’edilizia, dei lavori pubblici e così via. Anche ai giorni nostri non c’è settore economico in cui la mafia non intervenga grazie a questa sua notevolissima capacità imprenditoriale.

La mafia non è il fenomeno oscuro già polemizzato prima, ma non è neppure un fenomeno di 'arcaicità'. Questa seconda visione, anch’essa cinematografica e spettacolare, non è a sua volta veritiera: suggerisce che la mafia consista solo nel collocare in assolate campagne siciliane qualche rara persona con una coppola in testa la quale, da dietro un fico d’India, sia pronta a sparare con un fucile a canne mozze.

La mafia ha invece una sua capacità di adeguare le proprie attività alle esigenze del mercato; ha una dimensione multinazionale: i collegamenti Palermo - New York sono per la mafia un modello di efficienza. Ci sono tante 'mafie', che si collegano spartendosi zone di influenze e settori di attività o scambiandosi servizi.

CATUCCI: - C’è uno scrittore americano - molto divertente - che dice che, se il successo dipende dall’organizzazione, è bene augurarsi che gli angeli siano organizzati un po’ come la mafia, forse perché è il modo migliore per assicurarsi solidità e fedeltà..

SATRIANI: - Purtroppo io credo che nel Sud la multinazionale maggiormente efficiente sia proprio la mafia.

CATUCCI: - Quando però si parla di mafia, si ha l’impressione che sotto il profilo culturale ci si esponga a una serie di rischi. Uno di questi rischi è quello di portare avanti lo stesso discorso di alcuni mafiosi, si pensi al caso di Buscetta.

Buscetta è stato il primo grande pentito di mafia ed ha sempre cercato di porre una sorta di solco fra due epoche della mafia: l’epoca di una mafia di valori - che probabilmente era semplicemente l’epoca di una mafia che si occupava di edilizia e che aveva appena cominciato a mettersi sul mercato della droga - nella quale sussistevano valori di fedeltà, di lealtà e di dignità tra le persone che appartenevano allo stesso clan e, di contro, l’epoca del tutti contro tutti, o l’epoca di una mafia cinica che ha perduto i valori tradizionali della cultura mafiosa.

Il Suo punto di vista di antropologo riguardo a questo aspetto?

SATRIANI: - Naturalmente l’antropologia non può limitarsi a territori netti, definiti, ma deve rischiare la contaminazione, deve avventurarsi negli ‘inferni’. L’antropologia non è una scienza pacata che sollecita e induce rasserenamenti, deve invece assumere la contraddittorietà del reale per cercare di spiegarla, o almeno per fornirne alcune chiavi interpretative.

Ciò che Lei dice è indubbiamente vero: molte volte i vecchi mafiosi tendono a legittimare la mafia della propria giovinezza presentandola - in maniera del tutto improbabile - come retta da valori condivisibili da tutti.

Ma il valore, in senso antropologico, non ha una connotazione necessariamente positiva: un gruppo nazista ha un insieme di valori, così come un gruppo di tagliatori di teste, e se si formasse una società di sadici, questa avrebbe dei valori; ciò significa che qualsiasi gruppo umano che elabori alcune mete culturali ha dei valori.

Se così stanno le cose, "valori" in quanto mete culturali sono una caratteristica sia della vecchia mafia che della nuova mafia: ambedue ricorrevano e ricorrono alla violenza in modo tale che non si può legittimare una mafia arcaica, retta da valori positivi autentici, a discapito di una mafia contemporanea, preda del cinismo e della conflittualità assoluta; entrambe le organizzazioni sono protagoniste di episodi di morte e di sopraffazione e tutte e due hanno una rete di valori che può variare nel tempo.

Ad esempio la collocazione della donna o il rispetto per i bambini nelle operazioni e nelle uccisioni mafiose può rappresentare una diversificazione tra la mafia tradizionale e la mafia nella sua versione contemporanea. Ma in tal caso parlerei di differenze da un punto di vista diacronico tra una vecchia mafia e una nuova mafia solo per cogliere i cambiamenti nel loro divenire, e non per legittimare una infierendo sull’altra. Ambedue sono organizzazioni inaccettabili e violente e non esistono valori buoni che siano anche mafiosi.

CATUCCI: - L’altro rischio a cui credo un discorso antropologico sulla mafia possa andare incontro è quello di etichettare questo tipo di fenomeni - la "ndrangheta", la "camorra", la "mafia" - come delle forme culturali tipiche del meridione italiano. Si potrebbe pensare che il tipo di coesione sociale e persino la forma economica più avanzata che il meridione abbia mai creato sia quella dei sodalizi mafiosi; questi ultimi formano una sorta di antistato che si oppone all’avanzamento civile del paese. E' allora giusto che il Paese argini questo fenomeno ponendo una frontiera tra le regioni sane e le regioni ‘contaminate’?

 

SATRIANI: - E' da qualche anno, purtroppo, che sulla base di un disagio reale di alcune zone del paese - vale a dire il Nord-Est – ci scontriamo con un discorso di tipo leghistico che considera la mafia il portato essenziale di una sorta di meridionalità geneticamente intesa. Questa visione, affiancata da luoghi comuni 'internazionali', è indubbiamente un modo di pensare pericoloso perché porta a ghettizzazioni ed a deresponsabilizzazioni.

La mafia possiede collegamenti con il tessuto economico e sociale di un intero paese. Da parte sua, la mafia meridionale ha delle connessioni e delle complicità a livello nazionale e non: c'è una mafia a Milano, c’è una mafia a New York e c’è una mafia albanese; esistono organizzazioni criminali mafiose in diversi paesi: siamo quindi ben al di là di un’esclusiva connotazione meridionale. Vorrei però aggiungere che vi è una peculiarità culturale connessa alla "ndrangheta" e alle altre organizzazioni criminali del meridione: queste sono infatti il risultato di processi economici realizzatisi nel Mezzogiorno e di diversi tipi di emarginazione sociale che si sono incontrati con fenomeni culturali.

La cultura di un paese è il suo tessuto connettivo, nel bene e nel male. A volte può dare un precipitato perverso, come in questo caso, ma bisogna avere il coraggio di assumere la specificità culturale, che di per sé non è né una colpa né un merito bensì un dato storico e modificabile; inoltre le diversità culturali, anche quelle rapportabili alla mafia o ad altri fenomeni degeneri, costituiscono in parte la ricchezza di un paese. Ciò significa che, in una società multietnica e multiculturale, bisogna individuare quali valori sono tali da potere essere condivisi da tutti nel senso proprio di guida per l’azione - di meta culturale - e quali devono invece essere combattuti perché negativi, portatori di morte e di sopraffazione, ostacoli permanenti alla vita associata.

CATUCCI: - Da quanto Lei ha detto si ha l’impressione che ci sia un legame molto stretto tra i fenomeni culturali che si producono, i luoghi nei quali si producono e le comunità che li producono.

Da un punto di vista strettamente locativo, la mafia è solo quel fenomeno che viene esportato verso le città del Nord dal Sud, oppure ha anche delle sue forme nelle diverse realtà urbane e nei diversi paesi?

 

SATRIANI: - Io non vorrei chiamare mafia qualsiasi attività criminale perché altrimenti sarebbe presente in tutto il mondo.

Lasciando una specificità al termine, la mafia è un fenomeno prevalentemente meridionale che ha spesso delle connessioni con diverse frange di criminalità: a Milano c’è una mafia che non è riducibile solo alla presenza dei meridionali. Assumere, anche in buona fede, che questo fenomeno sia solo opera di gente del Sud rivela il desiderio di sentirsi innocenti: la mafia è "cosa loro", riguarda i meridionali. Sarebbe bene espellerli o costruirvi intorno un enorme recinto, di modo che il resto della vita economica del paese possa scorrere in maniera limpida.

Ma come tutte le affermazioni di purezza anche questa copre il timore di essere radicalmente contaminati.

In quanto membro della Commissione Parlamentare Antimafia, ho avuto modo di collaborare a delle audizioni in cui alcuni esponenti del mondo economico milanese hanno dichiarato, un po’ troppo facilmente, di non essere a conoscenza di alcuna forma di attività mafiosa nel loro territorio e nel loro ambito. Questo chiamarsi fuori da un fenomeno che è presente in tutta Italia - con effetti devastanti - mi sembra rivelatore di un bisogno quasi nevrotico di tale purezza.

Il fenomeno ha purtroppo notevolissime implicazioni a livello nazionale ed internazionale. E' quindi da respingere la sua localizzazione solo nel Sud d’Italia.

CATUCCI: - Se dovessimo sforzarci di determinare le coordinate strutturali e le specifiche del fenomeno mafioso che l’antropologo individua, Lei quali indicherebbe?

SATRIANI: - La presentazione di sé in termini di persona tesa al mantenimento dell’onore, del rispetto e della dignità, oltre a una forte presenza di un preciso codice culturale.

Vi sono delle norme rigide che vincolano strettamente gli appartenenti alla mafia: aderire ad essa significa accettare questo codice e accettare che sia spietatamente applicato. In senso antropologico vi è una vera e propria cultura, ossia un insieme di valori, di modelli e di temi di comportamento che formano uno scenario simbolico.

Sussistono anche delle differenze, come quelle tra mafia, ndrangheta e camorra: mentre la mafia è fortemente piramidale, la camorra napoletana, che pure ha blocchi di coesione ma è molto più diffusa sul territorio, può anche concretizzarsi a livello diffuso e non gerarchizzato.

Un altro elemento tipico è l’indifferenza alle ideologie: la mafia e la camorra non sono connotabili politicamente. Certo, di volta in volta si sono alleate con quei movimenti politici che erano al potere per ricavarne vantaggi e protezione, ma non vi è una reale propensione per l’uno o per l’altro schieramento di partito. Tendenzialmente si accompagnerebbe - e storicamente si è accompagnata - a qualsiasi formazione politica, perché ciò che vuole realizzare non è un obiettivo politico ma il raggiungimento di un maggiore potere economico e di un maggiore prestigio.

ASCOLTATRICE: - Vorrei delle delucidazioni riguardo a quelli che possono essere i rapporti tra una cultura mafiosa diffusa al livello della popolazione e il fenomeno mafioso in senso stretto. Più precisamente, come interpretare l’atteggiamento del cittadino comune che si rivolge al mafioso piuttosto che all’Istituzione statale? In termini di semplice omertà o di una radicale assenza dello Stato? Considerando questo tipo di fatti, si dovrebbe parlare di una sorta di rassegnazione gattopardesca della popolazione al fenomeno, oppure di condivisione di un certo schema, di un certo atteggiamento e di una certa politica?

SATRIANI: - Spesso c’è stata rassegnazione di fronte al potere onnipervasivo della mafia: nelle regioni in cui lo Stato o è ufficialmente assente a livello sostanziale, o è stato presente negli aspetti più repressivi, la mafia tende a infiltrarsi in tutti gli ambiti sociali. Molte volte ha costituito l'unico passaggio obbligato per ottenere un lavoro. A Mariano Meligrana e a me, mentre facevano un’inchiesta radiofonica per la Rai in Calabria, una donna disse di aver raccomandato il figlio alla mafia per farlo lavorare al costruendo centro siderurgico di Gioia Tauro - non più portato a termine – e si domandava: "che dovevo fare? Doveva diventare delinquente?". Questo vuol dire che la mediazione mafiosa era necessaria per trovare lavoro e ciò ha rappresentato un tragico risultato del processo di rassegnazione all’esistente.

Debbo però dire che questi fatti sono stati e sono tuttora solo una parte della storia del rapporto popolazioni meridionali/mafia: negli ultimi anni sono sopravvenute delle forti reazioni, quali la "rivolta dei lenzuoli" dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, e la tenace presa di coscienza di buona parte della popolazione palermitana contro il potere onnipervasivo della mafia. Pensiamo anche alle associazioni di donne contro la mafia e a quanti commercianti hanno cominciato a rifiutare di pagare il "pizzo". Alcuni sono stati uccisi per questo e hanno pagato a caro prezzo la loro coraggiosa scelta civica.

C’è una consapevolezza maggiore e c’è un maggiore senso della necessità di opporsi al fenomeno a livello di società civile. Tale tendenza viene spesso segnalata in maniera retorica e predicatoria, ma bisogna comunque sottolineare la presenza di questi momenti e di questi nuclei di aggregazione, allo stesso modo in cui ci rendiamo conto dei mali a cui essi si oppongono.

ASCOLTATORE: - Vorrei chiedere al professore se può essere corretto intendere la mafia come una guerra civile. Ovviamente si tratterebbe di una guerriglia di tipo particolare, non dichiarata 'canonicamente' allo stesso modo in cui si firmano le dichiarazioni di guerra tra stati o si combatte una guerriglia di tipo partigiano.

Un'altra osservazione: in tutte le rappresentazioni ‘narrative’ della mafia - mi riferisco al cinema, alla televisione e forse anche ai romanzi - ho sempre l’impressione che sotto la superficiale funzione di denuncia pedagogica e didascalica, scorra una sorta di fascinazione che la mafia potrebbe esercitare. In questo modo lo scopo primario viene eluso, con il risultato di accrescere il potere di attrazione della stessa.

Volevo inoltre chiedere se il ricorrere alla minaccia di morte da parte della mafia abbia solo una funzione terroristica e minatoria, volta al raggiungimento di determinati scopi, oppure se vi siano altri significati culturali.

SATRIANI: - Se intendiamo sottolineare la pari drammaticità della guerriglia come della guerra di mafia, potremmo in effetti fare l'equiparazione che Lei propone. Vi sono però delle fondamentali differenze: la guerriglia o la guerra vedono contrapposti due gruppi - uno minoritario e uno più ampio - che tendono a sovvertire il sistema di valori e di norme dominanti; la mafia non vuole affatto sovvertire i valori dominanti, tende piuttosto - ricorrendo a forme di violenza, di sopraffazione e di intimidazione - ad acquisire dei valori già presenti nella nostra società e condivisi dai più. Molti, infatti, sono coloro che vogliono arricchirsi, e il valore economico, così come il prestigio, sono importanti tanto nella nostra società quanto in quella mafiosa. Quest’ultima ha in più il fatto di volerli acquisire e mantenere attraverso il ricorso sistematico alla violenza

Una condizione di guerra o di guerriglia conduce a una sospensione della norma e a una contrapposizione alle regole dominanti, ma non così la mafia.

Per quanto concerne l'omicidio, vorrei sottolineare che si tratta dell’ultima azione possibile: la mafia tende infatti a intimidire senza ricorrervi. L'omicidio è quindi l’extrema ratio di cui essa si serva per affermare il proprio indiscutibile potere.

Parlando invece di strategia, la repressione militare combatterebbe solo gli effetti - essendo la mafia l’esito di un progresso socio - economico e culturale -, e la legalità che si verrebbe a creare sarebbe temporanea. Non potrebbe quindi costituire una risposta istituzionale: istituzionalmente bisogna combattere la mafia anche con una magistratura adatta a celebrare rapidamente i processi, oltre che con una articolata strategia pedagogica che promuova quella rigenerazione culturale orientata verso la legalità di cui parlavo prima.

C’è, nella mafia, una certa volontà di gestire i rituali della morte. E’ significativo che in alcuni paesi calabresi, in occasione dell’uccisione di un boss mafioso, essa abbia imposto la chiusura a tutti i negozi in segno di lutto. Recentemente è avvenuto che, prima di disputare una partita di calcio, sia stato fatto osservare un minuto di silenzio in onore della morte di un mafioso che era parente stretto di uno dei calciatori. In questo atteggiamento si scorge il tentativo di padroneggiare i rituali della morte per affermarsi come signori della vita.

ASCOLTATORE: - La mafia di cui si sta parlando pare quasi sia un fenomeno distaccato dalla società. Ritrovo invece la mafia - intesa non nel senso strettamente storico-antropologico del termine - nei casi in cui lo stesso agire quotidiano diventa adeguamento a certi criteri sociali che hanno lo scopo preciso di detenere il potere.

In una società come la nostra, nella quale coesistono tanti filoni che possiamo non necessariamente identificare come politici ma più propriamente come industriali, per conseguire un determinato fine si cercano degli accordi - bonariamente definiti "di sindacato" - che in realtà hanno scopi di tipo essenzialmente mafioso. Se ciò che ho detto corrisponde a verità, allora la lotta non può essere effettuata solo a livello socio-intellettuale ed esclusivamente in determinate aree, ma deve investire tutta la società italiana e quella occidentale in genere.

SATRIANI: - Sono molto d’accordo nel non considerare la mafia un fenomeno localistico da trattare esaustivamente all’interno di piccole comunità o di alcune regioni, sarei però propenso a mantenere la specificità della mafia. Se estendiamo questo concetto fino a comprendere qualsiasi attività, azione, o atteggiamento che, eludendo le norme etiche, tenda ad acquisire potere, finiamo per creare una indeterminatezza tale da rendere la mafia non più nettamente individuabile e contrastabile.

Quando un gruppo politico tende ad avere un’ulteriore legittimazione da parte dell’elettorato, o una parte sociale cerca, attraverso la contrattazione, di avere per i propri aderenti le migliori condizioni possibili di lavoro e di pagamento del lavoro, viene resa operativa la tipica dialettica di una società democratica, la quale deve sottostare ad alcune regole e che spesso vede al suo interno interessi contrapposti.

Altro è quando si tenta di conseguire i propri scopi attraverso tattiche di intimidazione mafiosa. Se in una contrattazione sindacale una parte mette una bomba a casa dell’altra, in modo che le trattative siano condizionate dal timore, o se si va a rapire il figlio di un industriale prima di siglare un accordo sindacale, si è di fronte ad un’attività mafiosa. Nonostante questo non tutto il comportamento illegale eticamente riprovevole è definibile come mafia.

Abbiamo il dovere di essere antimafiosi e, per le stesse ragioni etico-politiche, di contrastare tutti quegli altri atteggiamenti che non rientrano nella norma del rispetto reciproco e del rispetto delle regole che ci siamo dati.

CATUCCI: - Prima un ascoltatore citava le rappresentazioni cinematografiche e televisive della mafia. Questo è un aspetto importante del fenomeno, almeno delle sue manifestazioni d’oltreoceano: per riaffermare i propri legami d’origine con l’Italia la mafia italo-americana ha sviluppato una specie di culto sacrale verso il melodramma. Abbiamo ben presenti certe immagini di De Niro o di altri attori intenti ad ascoltare Caruso, oppure a piangere calde lacrime su Vesti la giubba in un palco del Metropolitan…

SATRIANI: - Ciò rientra in parte in quella forma di spettacolarizzazione della mafia che ha spesso contribuito alla diffusione di luoghi comuni e di cliché intorno al discorso antimafioso. Io non sono per i roghi dei libri o delle pellicole: possiamo ascoltare e vedere di tutto, l'importante è che si abbiano le coordinate critiche per capire dove ci vogliono portare quelle musiche o quei cliché.

ASCOLTATORE: - Quante mafie sono a Lei note? Pensa che nel fenomeno ci sia qualcosa di occulto? Io credo che in effetti sia così e che la parte oscura sia relativa alla politica e al potere.

Ed inoltre: ritiene possibile la fine della mafia per mano di valori etici e morali tanto forti e socialmente diffusi da riuscire a circoscrivere questo fenomeno?

SATRIANI: - Vorrei prima sottolineare un fatto.

Il bisogno di identificazione con l’Italia da parte dei nostri emigrati ha avuto anche un risvolto di drammaticità: una cosa è la manipolazione in chiave spettacolare di questo 'bisogno di italianità' - una risposta distorta e suggerita da logiche consumistiche – e una cosa è il bisogno reale.

E’ difficilissimo separare con l’accetta bene e male, perché nella realtà bene e male si compenetrano in modo molto complesso. Spesso negli Stati Uniti l’organizzazione mafiosa di una parte degli emigrati meridionali, è stata una risposta storica a condizioni di sopraffazione e di emarginazione: i sindacati del porto, i sindacati omicidi, ecc. sono reazioni sbagliate e inaccettabili, ma emigrare negli U.S.A. dal Sud Italia molte volte significava lasciare una situazione di povertà per entrare in una situazione di ulteriore povertà - pensiamo agli Anastasia che partono da Parghelia, un piccolo paese calabrese, e giungono a New York.

Questa mafia italo-americana risponde in maniera violenta a una situazione drammatica di emarginazione e povertà, costituendosi come contropotere omicida.

Per tornare alle risposte sollecitate dall’ascoltatore, credo che la mafia sia comunque localizzabile nel Sud d’Italia ma che abbia ramificazioni nazionali e internazionali notevolissime.

Conosco molte mafie: pensiamo alla grande espansione delle mafie nei paesi ex socialisti, al tragico mercato dell’emigrazione clandestina gestito dalla mafia albanese, ai collegamenti tra mafia albanese e Sacra Corona Unita, e pensiamo infine al semplice contrabbando di sigarette. Vi sono perfino settori specializzati tra Sacra Corona Unita pugliese e Camorra napoletana a cui vengono delegati determinati compiti e servizi.

Coesistono sicuramente una dimensione esplicita e una dimensione attualmente occulta del fenomeno mafioso: sottolineo attualmente perché nulla è in sé occulto o è destinato a restare tale: tutto ciò che è occulto in un dato momento storico può in seguito diventare esplicito, se lo si vuole.

Tornando alle domande, vorrei confermare che certamente il rapporto tra mafia e politica è un rapporto che va individuato e smascherato. La mafia ha potuto proliferare e raggiungere questo livello di pervasività anche grazie a protezioni da parte dei detentori del potere politico; abbiamo infiltrazioni della mafia nella pubblica amministrazione e in apparati dello stato; questi ‘piccoli aiuti’ non avvengono in maniera innocente, ma fanno parte di un tutto strutturato in forma di scambio di servizi – uno scambio che molte volte è servito a controllare il voto, a canalizzare un consenso elettorale estorto e ad incoraggiare protezioni e connivenze. Tali deviazioni devono diventare oggetto di studio approfondito: se lasceremo santuari inesplorati o argomenti non sufficientemente indagati ricreeremo il fenomeno. Io credo profondamente in questo approccio globale approfondito, relativo a tutti i settori e orientato verso la ricerca delle responsabilità specifiche.

E' allora possibile, come dice il nostro ascoltatore, mettersi d’accordo su alcuni valori etici e in nome di questi avallare una cultura del rispetto di ciascuno?

Io lo spero. Ma e’ un processo che non deve essere compiuto solo dai politici, dai professori o dagli intellettuali. Questo meccanismo di rigenerazione della società civile e del suo tessuto connettivo è compito di ciascuno di noi, di tutti coloro che ritengono inaccettabile questo tipo di violenza e che aspirano ad una società diversa, basata su modelli alternativi di comportamento.

ASCOLTATORE: - Se la mafia nasce da una determinata struttura socio-economica e riesce a mettere radici nel tessuto culturale; se, quindi, non è un fenomeno di semplice importazione, quali sono le analogie di strutture e di tessuti culturali che rendono possibili le mafie a New York, a Milano, in Cina o in Russia? Quali sono i meccanismi capaci di dar vita a un fenomeno così diffuso a livello internazionale?

SATRIANI: - L’analogia tra queste diverse mafie è negli obiettivi di fondo che, ripeto ancora una volta, sono sintetizzabili nella ricerca esasperata di ricchezza e di mantenimento della ricchezza, così come nel desiderio di potere e di mantenimento del potere e del prestigio; si tratta di valori in senso antropologico, caratterizzati dall'essere cumulabili: chi ha più ricchezza ha più possibilità di avere potere e prestigio e chi ha più potere ha maggiore possibilità di avere ricchezza. Tutto questo avviene tramite il ricorso spietato a forme di intimidazione e di violenza, tramite l'individuazione di alcuni obiettivi e di mezzi per realizzarli che eludano le norme e infine tramite il rifiuto di sottostare agli ordinamenti giuridici e alle regole del gioco, imponendo altre regole del gioco.

La mafia albanese ha certamente delle analogie con la mafia del Sud d’Italia ma questa analogia non può essere spinta sino a postulare un'identità, perché la cultura albanese ha delle sue specificità. Un elemento in comune potrebbe essere individuato nella forte presenza del valore della famiglia: il potere delle famiglie e del capo famiglia nella cultura albanese è assoluto. Anche la società meridionale tradizionale è retta prevalentemente da valori familistico: spesso la mafia e la ndrangheta creano la loro prima aggregazione attraverso la dimensione dei nuclei familiari con la conseguente creazione di localizzazioni territoriali e di una "famiglia" come consorteria criminale. Questo fenomeno è caratteristico a molte mafie, ma di volta in volta si dovrà descriverlo facendo ricorso all’analisi storiografica e antropologica.

ASCOLTATORE: - Sono molto divertito dal taglio logico-filosofico di questo dibattito.

Credo che la mafia non possa essere trattata come qualsiasi altro fenomeno di criminalità comune e si debba invece ricorrere a deterrenti più efficaci. E ritengo che, se veramente le si vuole dichiarare guerra, allora bisogna cercare di evitare tante lungaggini: nell'attimo in cui si ha la certezza di essere di fronte a un mafioso - o per sua ammissione o per prove incontestabili - lo si deve prendere e sbattere dentro fino a che la guerra non è finita. Dal momento che la mafia ha come codice interno anche la soppressione dell’individuo, non credo che il semplice stato carcerario possa intimidire i mafiosi. Ma se ogni mafioso viene catturato e incarcerato fino a che la guerra non è finita - come avviene solitamente fra due stati che si combattono - in quanto dotato di uno statuto simile a quello dei prigionieri di guerra, non potrebbe essere sottoposto a processo e sarebbe lasciato in cella fino alla fine dello scontro.

Non penso che ci sia altro modo di trattare questi criminali.

SATRIANI: - Comprendo la Sua indignazione e capisco che la prospettiva di sospendere le regole e di applicare comunque la detenzione a qualsiasi persona che venga individuata come mafioso possa sembrare il mezzo più efficace.

Ma in tal modo pagheremmo un prezzo altissimo: rinunceremmo alla nostra civiltà giuridica.

Sappiamo bene che i camorristi mafiosi spesso gestiscono la loro attività dal carcere: si pensi alla potenza della nuova camorra, all'efficienza e all’organizzazione di Cutolo, ad alcuni clan della ndrangheta calabrese che erano ancora capitanati dal boss in carcere. Non per questo ci si deve esimere dal portare avanti i processi di mafia. L'ordinamento giuridico ordinario è il nostro codice e non abbiamo bisogno di leggi eccezionali: una società che ricorre a una legislazione d’emergenza rivela una profonda debolezza.

Bisogna comunque escogitare ulteriori strumenti efficaci. Sono contento che Lei sia divertito dall’approccio antropologico-filosofico, ma tenga conto che tale approccio cerca di individuare i mezzi adeguati alla lotta studiando le modalità culturali dell’universo mafioso. Il mafioso tende alla ricchezza, quindi la confisca dei beni potrebbe essere uno dei mezzi per colpirlo. Non solo: in seguito si potrebbero utilizzare questi patrimoni per realizzare opere collettive.

A nulla varrebbe l’applicazione della legge del taglione o la sospensione delle garanzie, soprattutto perché la nostra civiltà giuridica si ispira a principi diversi da quelli a cui si ispirano i mafiosi.

E non sono neanche d’accordo con l’immagine di una guerra tra due gruppi contrapposti: da una parte criminali che non sottostanno alle norme dello Stato, e dall'altra tutti coloro che si identificano con lo Stato e devono ridurre i primi all’accettazione delle regole.

CATUCCI: - Oltre alla cultura mafiosa nel meridione è molto salda anche la cultura della legalità: ho l’impressione che vi sia, ad esempio, una magistratura con dei cromosomi particolarmente resistenti – si pensi ai vari Falcone e Borsellino - e che tanti commissari o ispettori di polizia capaci siano profondamente radicati in quei territori - non tenendo conto del fatto che gran parte dei poliziotti sono di estrazione meridionale.

Questo fatto attesterebbe una forma di reazione all'illegalità del fronte mafioso.

SATRIANI: - Sarebbe ingiusto, storicamente, pensare che i mafiosi siano meridionali e chi combatte i mafiosi non sia meridionale. Molta gente del Sud ha lottato contro la mafia anche a costo della vita: oltre a Falcone e Borsellino ricordiamo Chinnici, i sindacalisti e Carnevale.

Si tratta di una galleria di martiri; il ricorso a questa espressione non deve sembrare retorico: la mafia è un male tremendo che affligge prevalentemente il meridione, ma è sempre nel meridione che sono sviluppati gli anticorpi contro questo male.

INTERVISTATORE: - Compresi gli studi di antropologia..

SATRIANI: - ... compresi gli studi di antropologia e il forte impegno etico-politico di alcuni sindacalisti e operatori politici.

Sono d’accordo con l’idea che i politici che hanno condiviso la strategia mafiosa per i propri interessi vadano individuati e messi alla gogna, ma non dobbiamo correre il rischio di fare demagogia antipolitica: bisogna ricordare che molti esponenti della politica meridionale hanno combattuto la mafia e talvolta ne sono rimasti uccisi - pensiamo a Pio La Torre o a tanti altri, di qualsiasi schieramento politico. Accanto a loro ci sono stati anche dei politici uccisi dalla mafia perché suoi ex compari, ma molti di piu’ sono stati i suoi avversari

INTERVISTATORE: - Vorrei ora introdurre nel dibattito il dottor Pippo Micalizio. Attualmente è alla direzione dei Servizi Antidroga e precedentemente è stato vice direttore operativo della DIA.. Dott. Micalizio, che impressione Le ha fatto questo discorso antropologico sulla cultura della mafia?

MICALIZIO: - Direi che vi ho trovato una notevole corrispondenza con quelle che sono le valutazioni tecniche correnti. Mi sento di condividere in pieno tutte le interpretazioni date dal professor Lombardi Satriani, soprattutto una: la mafia, le mafie, non si possono sconfiggere solo con mezzi di tipo militare.

Già durante il fascismo il prefetto Mori andò nel Mezzogiorno e applicò metodi sostanzialmente simili a quelli invocati dall’ascoltatore precedente: si ottenne qualcosa nell’immediato, ma l’effetto durò poco.

Occorre, come ha detto il professor Satriani, un approccio globale. Lo Stato non può limitarsi alla repressione: occorre fare processi e occorrono anche altri interventi.

E’ sicuramente presente una sorta di mitizzazione dei fenomeni mafiosi – anche grazie a rappresentazioni filmiche o romanzesche - dovuta in parte ai mezzi di informazione che, nella fretta di dare notizie, non riescono ad approfondire gli argomenti.

Si è inoltre parlato di mafia russa e di mafia albanese, ma esistono anche una mafia cinese e una mafia giapponese con tradizioni forse ancora più radicate della mafia italiana. L’altro aspetto che considero sicuramente importante è quello relativo al luogo comune che vede le mafie esclusivamente come problemi di alcune regioni del nostro paese: a Milano hanno vissuto e lavorato per anni banchieri, non cito i nomi, che avevano rapporti con le organizzazioni mafiose.

Non si può pensare che il fenomeno riguardi solo le regioni del Sud né si può pensare che riguardi solo il nostro paese: grazie al riciclaggio del denaro di provenienza illecita, che investe tantissime nazioni, i capitali mafiosi sono in grado di inquinare e di sovvertire qualsiasi economia.

Ci troviamo alle prese con un problema che ha dimensioni sicuramente transnazionali. In Colombia, ad esempio, c’è una vera e propria guerra tra i trafficanti e le istituzioni, con decine di morti al giorno: in questo paese il traffico della cocaina e delle altre sostanze stupefacenti è ancora oggi una delle attività predilette in quanto particolarmente lucrativo.

CATUCCI: – L’aspetto su cui insisteva il professor Satriani era, anche, il riconoscimento della specificità delle mafie locali, al fine di poterne combattere le radici culturali.

MICALIZIO: – C’e’ sicuramente una specificità, che deriva da quelli che il professor Satriani definiva fattori di carattere culturale.

Io sono siciliano, e da anni lavoro combattendo questo flagello nella quotidianità. E devo dire, da siciliano e da meridionale, che nonostante le significative reazioni di questi ultimi anni cui accennava il professore - la rivolta dei lenzuoli e l’associazione antiracket delle donne – ci vuole qualcosa in più: occorre che ci sia una presa di posizione precisa.

Non si può pensare che il problema riguardi da un lato i carabinieri, i magistrati, i poliziotti e i finanzieri e dall'altro i mafiosi. Vivere in certe regioni significa essere circondati dalla mafia; occorre un fortissimo recupero della cultura della legalità, bisogna fare di più - tanto da parte dello Stato quanto da parte dei singoli cittadini - nelle piccole cose quotidiane.

Fino a quando in certe regioni d’Italia ci saranno imprese - anche grandi imprese nazionali - che al momento di cominciare i lavori andranno a cercare il capo mafioso del luogo per pagare il pizzo ancor prima che gli venga richiesto; fino a quando in certe regioni del nostro paese una qualsiasi persona a cui venga scippato l’orologio, non si rivolgerà ai carabinieri ma "all’amico" più adatto a recuperarlo, la mafia non potrà essere mai sconfitta.

CATUCCI: - Volevo fare una domanda al professor Satriani: abbiamo parlato di famiglia, di dignità e di codici culturali ma abbiamo trascurato il legame con la religione.

Il discorso di Micalizio mi ha fatto riflettere sul fatto che se è vero che la Chiesa ha preso, in tempi recenti, forti posizioni contro la mafia, ci sono ancora realtà locali più piccole, più sperdute, nelle quali la connivenza o perlomeno il legame comunitario fra la cultura mafiosa e quella religiosa sembra ancora molto stretto. Lei cosa pensa di questo?

SATRIANI: - Il discorso è estremamente complesso.

Spesso i mafiosi , specialmente quelli tradizionali, mostrano una notevole religiosità e questo comportamento è stato sovente interpretato come manifestazione di assoluta ipocrisia. Abbiamo il bisogno di vedere il mafioso come un mostro, come il "lontano da noi", senza tener conto che in realtà ha interiorizzato la cultura del proprio paese di appartenenza: può essere in assoluta buona fede quando offre alla statua della Madonna del luogo una corona d’oro e, nel contempo, può essere perfettamente consapevole del diritto che si è attribuito uccidendo o intimidendo una persona. Ogni volta che mostra i segni della religiosità popolare è comunque "autentico".

Per altro verso esiste il problema del rapporto tra l’istituzione Chiesa e l’universo mafioso. Ricordo quando l’arcivescovo di Palermo Ruffini negava l’esistenza della mafia e affermava che tra i mali della Sicilia vi era il sociologo Danilo Dolce, colpevole di infangare il nome della regione; ma esiste anche il caso del cardinale Pappalardo, il quale, a causa della sua precisa posizione antimafiosa, si e’ ritrovato a celebrare messa all’Ucciardone nella totale assenza dei detenuti: chiaro segno, da parte dei mafiosi, della condanna alla sua crociata antimafia. Il clero meridionale rappresenta una realtà contraddittoria nella quale coesistono posizioni antimafiose e forti connivenze con il fenomeno. Devo però dire che rispetto a venti o trenta anni fa la situazione e’ piuttosto mutata e, dalle parole di Giovanni Paolo II come da quelle di tanti altri ecclesiastici, si scorge una sempre maggiore volonta’ di condanna al fenomeno mafia, che si e’ affiancata all’impegno pedagogico, culturale, politico ed etico. Credo che una presa di posizione netta e tenace contro qualsiasi comportamento mafioso da parte della Chiesa – un’organizzazione così pervasiva e capillare - potrebbe indebolire quella rete di consenso, quella zona grigia di accettazione verso le cosche.

ASCOLTATORE: A mio avviso ci sono due mafie: c’è quella di cui si è parlato in questa sede e quella che definirei dei comportamenti. L’altra sera in televisione - questo esempio mi serve per rendere più chiaro il concetto - c’era la signora Lucia Bosé la quale si lamentava del fatto che in uno dei suoi primi film non poté doppiare se stessa perché era presente una sorta di "mafia del doppiaggio".

Mi chiedo se questo tipo di mafia - una mafia, trasportata nei vari settori, nelle varie corporazioni, nei vari albi professionali, nelle varie aziende e così via - non sia altrettanto pericolosa di quella fin qui considerata e non possa essere vista come la radice culturale della prima in quanto causa scatenante di comportamenti sbagliati.

Per come la vedo io, quando la solidarietà interna a un determinato gruppo diventa tale da emarginare i non appartenenti alla propria organizzazione o alla propria categoria, si sfocia nell’omertà e ci si ritrova ad escludere deliberatamente gli altri a vantaggio della propria poltrona e dei propri privilegi.

SATRIANI: - L’insieme dei comportamenti e degli stati di cose da Lei descritti è mafia solo a livello terminologico.

L’atteggiamento di una categoria professionale che difende i propri vantaggi – anche in maniera inaccettabile e non condivisibile - non è necessariamente una mafia, perché manca il meccanismo dell’intimidazione violenta e dell’assoluta mancanza di scrupoli nel ricorrere a mezzi come l’omicidio o la strage per realizzare il proprio obiettivo; manterrei questa distinzione per evitare il pericolo di individuare come mafioso qualsiasi comportamento che trasgredisca una qualsivoglia norma – ad esempio quello di chi guida non rispettando le norme del codice stradale.

Vorrei anche aggiungere che spesso ci si dimentica della dimensione internazionale della mafia e del fatto che l’enorme rilevanza economica da essa acquisita in nuovi ambiti di attività - come quello dei rifiuti tossici riversati nelle discariche abusive del Mezzogiorno, gestito dalle eco-mafie -, costituisce uno degli aspetti su cui si hanno meno elementi d’indagine; come, d’altronde, pochi indizi sono stati acquisiti a proposito del traffico di organi ai fini di trapianti illegali.

Quando si parla di mafia non bisogna riferirsi esclusivamente allo scugnizzo napoletano che vende il pacchetto di sigarette di contrabbando, perché questo è solo l’anello più piccolo di una complessa catena di fatti, alcuni dei quali ancora insondati.

ASCOLTATORE: - Vorrei anzitutto eliminare una sorta di equivoco: le aziende operanti nel Sud ricercano la protezione della mafia perché essa ha già un potere diffuso e fuori discussione, e non sono le stesse aziende che, rivolgendosi ad essa, diventano la fonte del suo potere.

SATRIANI: – Direi che le aziende contribuiscono anche a rafforzarlo e non si limitano solo a subirlo. Ancora una volta si è vittime e carnefici...

ASCOLTATORE: - L’altro dato da non dimenticare è che nel meridione vi è, purtroppo, poca fiducia nello Stato, visto lontano ed inefficiente.

Questa sfiducia diventa terreno di cultura ideale per la mafia, la quale invece è vicina e potente e può far ottenere posti di lavoro, pensioni e così via.

Ma vorrei porre la mia e la Loro attenzione su un altro punto: la mafia colpisce a morte in tutta libertà, condanna ed esegue la sentenza senza appelli di cassazione, quindi il suo successo garantito. Come si può opporle, quindi, la mera pena detentiva, soggetta com’è a benevole interruzioni sospensioni e riduzioni? Se ciò che il mafioso cerca di più è il potere, il prestigio e la ricchezza, la prospettiva di non uscire più di carcere, vale a dire l’ergastolo, non potrebbe costituire un buon deterrente?

SATRIANI: – Comprendo ma non posso condividere questo ragionamento: lo Stato non può mai avere gli stessi valori e gli stessi modelli dei mafiosi, altrimenti perderebbe la sua legittimazione a combatterli. Lo Stato si deve muovere su un più alto livello di consapevolezza etica e giuridica. L’Italia, che si autodefinisce patria del Diritto, non può accettare né la pena di morte, né l’ergastolo, perché rinuncerebbe al principio della funzione rieducativa della pena che caratterizza la nostra civiltà giuridica.

MICALIZIO: - La mafia non è solo la mafia dei comportamenti a cui si accennava prima, la mafia è anche quella delle stragi del ‘92- 93. Nonostante questo, anche alla luce dei risultati che ci sono stati, sono convinto che condanne a morte o ergastoli non sarebbero sufficienti. Ciò che veramente serve è un forte impegno di tutti gli organi dello Stato ed in generale dei cittadini.

CATUCCI: - Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato.

Un’ultima cosa professor Satriani: il paroliere delle canzoni di Franco Battiato, il filosofo Manlio Sgalambro, ha detto di recente che forse per combattere culturalmente la mafia bisognerebbe tornare a dire che la mafia non esiste.

Lei cosa ne pensa?

SATRIANI: - E’ un paradosso. Ciò che possiamo realmente dire è questo: la mafia esiste, vorremmo che non esistesse e faremo di tutto perché non esista più...

Ma finché c’è, dobbiamo parlarne per poterci attrezzare a combatterla, ognuno nel proprio ambito e ognuno con le proprie categorie e i propri strumenti.


Biografia di Luigi Maria Lombardi-Satriani

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