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Questioni di Filosofia (11/1/1998)

Vincenzo Vitiello

Fede e ragione

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STEFANO CATUCCI: - Accanto a me c’è Vincenzo Vitiello. Buonasera innanzitutto. E benvenuto qui a Radio Tre suite dove la domenica sera mescoliamo un di musica e filosofia e quant’altro, assieme a questo programma le Questioni di filosofia che fa parte del progetto coordinato tra Radio Tre Suite e Rai Educational. Vi ricordo qual’ il funzionamento della Giostra multimediale che ha una settimana sulla televisione dal lunedì al venerdì su Rai tre, tra le tredici e le tredici e trenta con il programma "Il Grillo" che affronta con vari ospiti un tema monografico che viene poi ripreso alla domenica alla Radio per il nostro dibattito. C’è poi la ripresa sulla carta stampata sull’Unità che pubblica i materiali della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche con interviste ai pensatori più illustri del nostro tempo. E poi c’è il sito Internet che ospita le trascrizioni di tutti questi programmi.

Il tema trattato in televisione questa settimana con vari ospiti era il rapporto tra fede e filosofia, un tema delicato e che coinvolge se non proprio la nascita della Filosofia una gran parte della sua instaurazione moderna. Ed è un tema sul quale Vincenzo Vitiello ha lavorato intensamente. Vitiello insegna all’Università di Salerno. Tra le ultime pubblicazioni quelle che ricordo sono Topologia del moderno che in realtà è già di qualche anno fa, uscito per Marietti. Poi c’è Cristianesimo senza redenzione un titolo che già ci avvicina verso il tema. L’ultimo libro che io conosco di Vitiello è Non dividere il sì dal no, un libro di Laterza che porta come sottotitolo Tra filosofia e letteratura, in cui gli autori trattati sono appunto Heidegger, Borges, Celan. Però già in questo Non dividere il sì dal no è possibile intravedere qualche cosa che ci porta verso la famosa scommessa pascaliana: il famoso dilemma a cui non si può forse rispondere positivamente ma che bisogna continuare a coltivare e a sviluppare con tutte le domande che può suscitare.

VINCENZO VITIELLO: - Credo proprio di sì e anzi forse senza neppure forzare il titolo, è opportuno che io lo dica subito: questo titolo è un verso di Celan, quindi vorrei dire che non dividere il dal no è titolo non solo per indicare il rapporto tra ciò che la filosofia è e ciò che filosofia non è, tra la letteratura e la filosofia, indicando come tema fondamentale della filosofia l’altro dalla filosofia. Questo perchè la filosofia si nutre di altro. Ma il non dividere il sì dal no vuole anche indicare che oggi forse il problema del rapporto tra fede e filosofia, tra fede e ragione, si prospetta in maniera radicalmente diversa. Non dividere il sì dal no significa anche che il mondo delle certezze non c’è più, che dobbiamo imparare a vivere nelle inquietudini che e la fede e la ragione ci danno, quella inquietudine che significa stare tra il sì e il no, che non significa non credere o non ragionare ma significa credere sfidando sempre l’assenza di fede, significa ragionare sfidando sempre l’antiragione. Ecco questo è il tema di fondo così come oggi mi sembra si ponga il rapporto tra fede e ragione, tra fede e filosofia o, diciamo più generalmente, tra la filosofia e ciò che non è filosofia: ossia l’altro dalla filosofia.

CATUCCI: - Per la verità quando noi parliamo di una critica della filosofia o della razionalità alla religione abbiamo sempre in mente la grande polemica illuministica contro una religione fatta di superstizioni. Rispetto a questa si potrebbe dire che la fede sia in qualche modo fonte di inquietudine. Non è un’affermazione che si comprende da sola. Io le chiederei di dirci qualcosa di più su questo: perché la fede dovrebbe essere o potrebbe essere fonte di inquietudine e non invece proprio di quelle certezze che mancano?

VITIELLO: - Direi che la polemica illuministica nei confronti della fede ha fatto già da molto tempo, da troppo tempo direi, il suo percorso, ed è un tema superato. Perché la fede è fonte di inquietudine? Io direi che da sempre la fede è stata fonte di inquietudine anche nell’età in cui la fede era al centro, ossia nel Medioevo, della grande filosofia, del grande pensiero medioevale. La fede era proprio alla ricerca dell’intelletto. La fede è inquietudine perché la fede è il rapporto dell’uomo con ciò che è altro dall’uomo. La fede è inquietudine perché l’inquietudine è religione, che è un religio è il legamen il legame con ciò che è altro. E ciò che è altro dall’uomo è ciò che inquieta. Direi che soltanto coloro i quali si trovano - come dire? - a casa propria in questo mondo, coloro i quali non sanno sfidare gli imprevisti del futuro, non sanno sfidare le scommesse le grandi scommesse del passato e tutto quanto la tradizione ci impone di pensare e ripensare continuamente, soltanto costoro possono riposare in una fede che non è fede come in una ragione che non è ragione. Ma la fede proprio perché è il rapporto con l’altro è profondamente inquietudine. Direi che il rapporto tra la fede e la filosofia è quel rapporto in cui i due si devono continuamente distinguere e continuamente tenere insieme. Una fede che è incapace di problematizzarsi razionalmente, è una fede che ha paura della propria inquietudine, una fede che rinunzia ad essere tale. Come una ragione che è incapace di affrontare l’altro, una ragione che si piega solo su sé medesima, è una ragione in verità che troppo spesso il pensiero illuministico ha fatto questo: è una ragione incapace di essere ragione, una ragione che rinunzia alle motivazioni profonde di se stessa. La ragione deve sempre ragionare su altro, lo stesso cogito cartesiano non è mai un cogitare sul cogito, ma è un cogitare sul sum. Il sum come altro dal pensare. La filosofia è cosa seria perché riflette sulla vita, e la vita è cosa seria perché si rimette alla riflessione, alla riflessione del pensiero, ed entrambe sono cose serie perché sono in rapporto con l’altro.

CATUCCI: - Le chiederei, professor Vitiello, di dirci qualche altra cosa sul modo in cui lei intende il termine fede, perché da questo punto di vista sarebbe bene conoscere meglio qual è il rapporto che lei intravede tra fede e religione, perché da come lei ha impostato il tema, lei ha detto appunto: la ragione quando si apre all’altro, quando si apre a qualcosa che non è semplicemente il suo modo di argomentare, quando esce diciamo dal suo mutismo, dal suo autismo, la ragione si trova necessariamente implicata come un legame con altri, che significa anche subito affrontare il problema della fede. Ma quale problema della fede? Ci sono diversi problemi di fede? Sono tutti problemi legati alla religione? Oppure veramente si può pensare all’ideale sempre illuministico, di una religione per l’umanità che non sia una religione fatta di credenze, fatta di verità?

VITIELLO: - Il tema è particolarmente complesso e io cercherò di parlarne evitando qualsiasi tecnicismo. La prima cosa che dobbiamo fare è quella di distinguere la fede da una determinata fede confessionale, questa o quella non interessa qui precisare. E, quindi, se volessimo usare proprio delle distinzioni dovremmo dire che una cosa è religione, altro è religiosità anche se questa espressioni mi lasciano particolarmente perplesso perché non c’è religiosità senza religione, così come non vi è una religione della umanità che non sia una determinata religione particolare. Voglio dire anche una religione storica, una religione legata ad un particolare credo, una religione particolarmente legata a questo o quella confessione, risulta sempre un qualcosa dotato di un contenuto preciso. Questo è comunque necessario. Come dire? Riconoscerlo è il presupposto di qualsiasi discussione sulla religione. D’altra parte però la ragione è tale quando riesce anche a superare questa condizione come dire? Di determinatezza nella quale si trova. Cioè noi siamo sempre all’interno di una determinata religione preciso, di una religione, di una confessione storica determinata sia essa il cristianesimo sia l’ebraismo sia la religione islamica. Ora come è possibile un dialogo interreligioso, diciamo meglio: un rapporto tra le varie fedi e tra le varie religioni? Fino a quando noi ci muoviamo all’interno della Parola, all’interno cioè del verbo confessato, del verbo espresso, io credo che l’unico rapporto che si instaura è quello di un reciproco tentativo di persuasione, di convincimento. È un tentativo di apostolato nel senso migliore della parola. E questo significa che le varie religioni, ciascuna sostenendo la propria verità, evidentemente non possono che entrare in conflitto. Ed allora il problema è di riconoscere che questo è anche il senso inquietante della fede, della filosofia o ragione e del loro rapporto. E in qualche modo la ragione, facendo propria quella fede, deve anche riconoscere che quella fede con le sue credenze, i suoi dettami, i suoi dogmi, le sue proposizioni di verità, tutte queste cose sono soltanto una parvenza, un’apparenza della religione. La vera religione implica un legame più profondo che supera la stessa parola. Voglio dire ciò con tutta la brutalità che l’importanza della questione esige: se siamo veramente religiosi, se riconosciamo che tutte le nostre preghiere, le nostre più alte preghiere sono tutte blasfeme nei confronti di Dio. Se noi tutti riconosciamo questa nostra profonda lontananza da Dio, se noi riconosciamo che non è vero che Dio è la Parola perché Dio è sempre al di là della Parola, forse potremmo instaurare una comunicazione dialogica tra le varie religioni per cui ciascuno riconosca non solo la propria verità, ma le proprie menzogne rispetto al più profondo senso del religioso. E questo implica che siamo tutti deficienti di Dio, e in questo esser deficienti di Dio possiamo noi riconoscerci in un rapporto, in rapporto di fratellanza molto più profondo che non è quello delle parole ma quello del sentimento del legamen effettivo.

INTERVISTATORE: - Questo è un discorso molto affascinante, anche perché mi ha fatto tornare in mente l’immagine di Meister Eckhart, l’immagine di un mistico in cui, tutto sommato, questo problema dell’oltrepassamento della parola è ben presente. Le parole sono sempre in qualche modo un tradimento di questo rapporto con la fede, con la religione, con la divinità e con la verità. Bisogna rendersi conto che la parola è sempre un po’ menzogna. Tutto questo fa parte di una tradizione mistica che la Chiesa, storicamente, spesso ha contestato, una tradizione che io trovo molto importante. Ma mi viene in mente che nel suo libro appunto Non dividere il sì dal no lei assegna alla filosofia anche un compito di considerazione critica nei confronti di questo misticismo. E’ un po’ come se lei dicesse: attenzione! La filosofia deve salvaguardare il senso di certe domande. Per esempio: anche della domanda sull’alternativa tra fede e ragione, ma senza scivolare sul misticismo.

VITIELLO: - Certo. Il fatto è che il misticismo è una cosa troppo seria per poter ritenere veramente che possa fare a meno della parola. Ed allora dico subito qualcosa in maniera provocatoria: ogni nostra preghiera dicevo prima, è una bestemmia se si pretende che essa raggiunga Dio. D’altra parte non abbiamo nessun altro tipo di rapporto se non attraverso questa preghiera blasfema, questo è il punto. Ed allora resta il misticismo. Ma che cosa significa misticismo? Misticismo significa incenerire le parole, se vogliamo. Ma per incenerire le parole, queste ultime le dobbiamo pure avere. Ossia non c’è nessuna possibilità di espressione di sentimento, non c’è nessuna mistica se non all’interno di un discorso razionale. Ecco il difficile equilibrio tra fede e ragione: va bene la mistica, purché sia una mistica capace però di essere matematica, una matematica capace di essere mistica. Ecco dobbiamo realizzare questo. E’ nella parola, è attraverso la parola che noi possiamo incenerire la parola.

CATUCCI: - A Vincenzo Vitiello vorrei chiedere un paio di cose, prima di cominciare a parlare con gli ascoltatori perché il suo è un discorso che mi riempie di domande e almeno qualcuna vorrei fargliela. Per esempio: la famosa questione della scommessa pascaliana, sembrerebbe dal suo discorso, completamente superata come problema per l’esperienza contemporanea del rapporto tra fede e ragione. Non si tratta più di gettare il dado da una parte e dall’altra, ma si tratta invece di vivere una specie di convivenza inevitabile.

VITIELLO: - Sì e no. Se la scommessa significa essere portati di necessità alla decisione, alla scelta ebbene: io dico no a questa scommessa. Dico questa scommessa è oggi al di sotto delle nostre aspettative e del nostro modo di vivere la religione. Ma se fare a meno della scommessa significa accettare con indifferenza il sì e il no, questo proprio non mi va. Ricorderei qui di nuovo Celan : "Parla anche tu, parla. Prima di dire non dividere il sì dal no. Parla, e poi dicci: dì la tua verità ma non toglierle l’ombra", ma questo significa che noi siamo all’interno della differenza radicale del sì e del no. Il fatto che noi affermiamo quasi come un imperativo: non dividere il sì dal no, vuole significare il riconoscimento della nostra finitezza, il carattere creaturale delle nostre affermazioni, e in quanto tali noi non possiamo pretendere neppure con la scommessa di fare questa separazione. Noi siamo all’interno di questa indecisione, ma questa indecisione ci fa soffrire, questa indecisione è il nostro dramma, questa indecisione è il carattere tragico della nostra esistenza e la tragedia del rapporto tra fede e ragione. La tragedia, io direi che questo è già un elemento oltremodo tragico perché la tragedia in qualche modo, con la morte dell’eroe ricompone l’ordine etico infranto dalla vicenda tragica, tanto per ripetere Hegel. E noi invece questa ricomposizione non l’abbiamo effettuata. "Cristianesimo senza redenzione" vuole anche significare questo: che non v’è mai la possibilità di un’assoluta certezza. Io non potrò mai dire che Dio non è risorto. Che Cristo non è risorto. Non posso però neppure costringere il Dio Padre all’amore, all’amore per l’umanità. Dio Padre ama l’umanità e non posso negarlo! Non posso però costringerlo alla necessità dell’amore: Dio è anche oltre l’amore.

CATUCCI: - Non dimentichiamo che appunto Vincenzo Vitiello, che ci sta dicendo queste cose, è un filosofo. Dunque queste parole in cui echeggiano termini come Dio, Amore, Cristo.. non sono pure espressioni di forma confessionale. Abbiamo già detto prima che non sono niente di tutto questo, che si sta parlando di problemi forti per la filosofia contemporanea. Io però vorrei sentire su questo tema l’opinione di Vittorio Messori che abbiamo al telefono e che abbiamo invitato a partecipare a questa trasmissione, ci sta ascoltando da casa. Vittorio Messori ha pubblicato da poco Qualche ragione per credere è ormai da parecchi anni un po’ un militante della questione del rapporto tra fede e ragione che ha affrontato in molti libri. Buonasera Messori. Io vorrei proprio sapere questo, ecco: Vitiello ha detto due cose sul senso della scommessa. Per un certo verso questa scommessa è al di sotto della nostra aspettative. Oggi non abbiamo più il problema di porci la questione di credere o non credere nei termini in cui se la poneva l’uomo del Seicento, non possiamo più giocarla con l’escamotage pascaliano. D’altra parte, se abbandonare la scommessa significa semplicemente rinunciare al giocare e significa indifferenza allora no: teniamoci forti il senso del fatto che una scommessa in qualche modo va fatta, una parte in qualche modo va presa, una parola va detta. Io vorrei sapere: su questo qual è la sua opinione, Vittorio Messori?

VITTORIO MESSORI: - Devo precisare innanzitutto che ho ascoltato con molta attenzione quanto diceva il professor Vincenzo Vitiello cui va la mia stima ma anche una sorta di ammirato sgomento perché da filosofo di professione qual è, ci trascina tutti in un gorgo dove noi profani in qualche modo rischiamo di rimanere un po’ storditi.

Io devo precisare che nonostante ormai i remoti studi universitari, ho fatto anch’io l’Università come tutti o quasi tutti in questo paese, e nonostante abbia cercato di continuare a frequentare gli studi continuo a considerarmi malgrado tutto un semplice cronista, ossia una persona che si confronta con i temi quotidiani ai quali cerca di dare un significato, ai quali cerca di dare una direzione. Per cui devo dire, e mi rendo conto con qualche vergogna o con qualche pudore di sembrare piuttosto banale e piuttosto superficiale, che anch’io sto con Pascal, ma sto con Pascal e cerco di dimostrarlo anche in questo ultimo libro in queste Qualche ragioni per credere. Sto con Pascal quando dice di individuare lo snodo, il rapporto tra fede e ragione e quando dico fede, ci ritorneremo sopra naturalmente, non intendo quella in un qualche Dio indeterminato, ma nel Dio di Gesù Cristo. Ebbene Pascal individua questo snodo con la frase famosa e a mio avviso ancora illuminante che dice il nostro vecchio Blaise: "l’ultimo passo della ragione è riconoscere che vi è un’infinità di cose che la superano". Io sto, da uomo concreto, da uomo pratico, da non-filosofo, al mio quotidiano, al mio vissuto. Anche a me è successo di avere una formazione diciamo da razionalista. Secondo appunto quell’Illuminismo che certamente il professor Vincenzo Vitiello considerava ormai defunto ma che non era tale all’università di Torino degli anni Sessanta che mi ha formato (o, secondo alcuni, deformato). Sono stato abituato non soltanto all’università ma prima ancora in una sorta di santuario del pensiero laico se non laicista a confrontarmi sempre e comunque con la ragione e a cercare di esaurirne tutte le possibilità. E per me la fede è stata una scoperta adulta. La mia giovinezza è passata appunto attraverso questi studi molto laici, molto razionali, se non razionalisti. E’ stata una scoperta adulta quando mi sono reso conto appunto, secondo la sintesi pascaliana, che la ragione se spinta fin alle estreme conseguenze a un certo punto mi poneva di fronte ad una scelta drammatica: o torni indietro, oppure ti fidi. Salti, fai la famosa scommessa. Ossia accetti che ci sia qualche cosa che va al di là della ragione, non contro la ragione stessa ma che va al di là della ragione. Questo al di là della ragione è per me la fede e così ho cercato, come dire? Di accoglierla, di accettarla così in tanti libri che hanno preceduto quest’ultimo. Ho cercato di proporla timidamente anche ad altri. Per me le cose si sono svolte così. Io faccio appello e credo in questo contribuire all’equilibrio della trasmissione in qualche modo, l’equilibrio di questo dibattito, faccio appello appunto soprattutto al dato empirico. Ecco io ho da proporre questo tipo di esperienza e su questo sono lieto di potermi confrontare.

CATUCCI: - Grazie Vittorio Messori. Intanto io cerco di contribuire anche per parte mia all’equilibrio spezzando una lancia nei confronti del povero Illuminismo di cui poi trattiamo sempre come se la critica alla religione fatta dall’Illuminismo fosse una critica esclusivamente basata sui contenuti superstiziosi della religione. L’esperienza di Messori io credo che ci sarà molto utile anche più avanti, perché torneremo a sollecitarlo.

VITIELLO: - Innanzitutto vorrei dire due cose: Primo: Messori tutto è tranne che profano di filosofia, lo voglio dire, e per altro anche la questione principale che ha posto sul tappeto sulla quale io mi dichiaro totalmente d’accordo con Messori, è quella che la ragione giunge all’estremo quando riconosce che vi è qualcosa al di là di sé. Ecco. Ora il mio problema, che propongo anche a Messori, come tema di riflessione, è questo: la ragione che giunge all’estremo di se stessa e che è portata da sé innanzitutto a riconoscere che non può dimostrare tutto, perché non può dimostrare perché lei stessa è costretta a dimostrare, a giungere ad affermare le ragioni di sé medesima. Infine essa si avvolge in un circolo vizioso, un regresso all’infinito. Ecco questa ragione deve riconoscere la sua finitezza non solo in relazione a se stessa ma anche in relazione all’altro. A me sembra che intanto siamo veramente uomini di fede, e veramente riconosciamo l’alterità della fede rispetto alla ragione, se questa medesima fede noi la riconosciamo attraverso la ragione, e non vedo in quale altro modo la si possa riconoscere, noi questa fede la teniamo all’interno della nostra finitezza creaturale. Quello che mi preoccupa è portare il racconto della fede, e quando dico racconto voglio dire ciò che la ragione non riesce a provare a dimostrare, all’interno di una necessità che poi è soltanto l’altra faccia della ragione, ossia una forma in cui la ragione surrettiziamente prende il posto della fede, e pretende di dimostrare. Ecco la mia preoccupazione. Mi dispiace dello sgomento. Ma dico a Messori proprio per la grande stima che ho di lui, che ci possiamo trovare d’accordo in un discorso comune se riusciamo a vincere la ibris della ragione in ogni sua manifestazione anche quando pretende di imporsi alla fede, dando al racconto della fede l’andamento di una necessità. In questo, purtroppo sta tutta l’arroganza della ragione illuministica. l’Illuminismo è stato anche questo, non dobbiamo dimenticarlo. l’Illuminismo non è mai defunto, non è mai tramontato. È tramontato quell’Illuminismo che pretendeva di mantenere una finitezza che poi proprio perché imponendosi come assoluta, nega la sua stessa affermazione.

MESSORI: - Certo, ma io vorrei in qualche modo provocatoriamente scavalcare quella che, malgrado tutto, rischia di restare una teoria. E dico questo poiché provo una certa insofferenza pascaliana, riassumibile nel famoso detto "Tout’entiere la Philosophie n’est pas une heure de peine": "tutta intera la filosofia non vale un’ora di fatica", un’insofferenza della quale Pascal, fosse vissuto più a lungo, credo si sarebbe in qualche modo pentito. Ma io vorrei scavalcare anche questa insofferenza ponendo la questione ancora una volta sul piano proprio dell’esperienza, del vissuto. In un modo un po’ impudico se si vuole. Ma (per tornare a Pascal), io capisco bene l’esclamazione drammatica e così profonda soprattutto per le vibrazioni che crea nel cuore del credente la frase del famoso Memorial che, come tutti sappiamo, il filosofo francese portò cucito fino alla morte nel suo giustacuore; la frase di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non dei filosofi e degli scienziati. Al di là della provocatorietà di questa affermazione sta una verità che chiunque abbia conosciuto per via d’esperienza soltanto la fede può solo confermare. Ossia: prima ancora che lo sforzo della ragione, prima ancora che il confronto così serrato con il mio ammirato sgomento per la filosofia, prima ancora di questo sta la consapevolezza del credente che è colui che ha provato; exspertus potest credere. E’ colui che ha provato che può sapere e può credere. In questo sta la consapevolezza che la fede è un incontro. Per questo la fede cristiana a mio avviso è fuori norma, è fuori serie, poco o nulla ha a che fare con le altre fedi. In quanto non esiste il cristianesimo; esiste il Cristo. Non esiste nell’uomo religioso (nel senso cristiano) la speculazione sulle verità dogmatiche. Esiste l’incontro con una persona, è l’incontro di una persona con un’altra persona. E allora questo incontro, questo toccare una persona, (non dimentichiamo la scandalosa materialità di quell’incontro che la fede cristiana vede nell’eucarestia, in questa vera carne, in questo vero sangue), prima ancora che un fatto di parole è un fatto di carne e di sangue. È un fatto di esperienza. E’ tutto questo che brucia in qualche modo lo schema, che brucia in qualche modo la riflessione in qualche modo troppo approfondita oserei dire. E che fa sì che il cristianesimo sia una sorta di credo ut intelligam. Per prima cosa io incontro (questo significa credere nel senso cristiano), prima tocco, prima ho questa esperienza, io in quanto persona con una persona con la "P maiuscola". Per la fede e il Cristo. Dopodiché su quest’esperienza comincio a riflettere.

CATUCCI: - Mi scusi Vittorio Messori.. mi sembra che poi questo sia anche un po’ il senso della testimonianza propria di ogni credente. Il fatto che poi il credente è sempre un testimone nella religione cristiana, ossia uno che testimonia di aver toccato in qualche modo.

MESSORI: - "Testimone" che in greco si traduce con la parola che corrisponde all’italiano martire.

ASCOLTATORE: - Dopo una conversazione come quella che ho appena ascoltato mi sento un po’ intimidito. Io ho cinquantaquattro anni e sono un fisioterapista in pensione. Vorrei porre un quesito e lo pongo purtroppo da non credente, poiché non ho ancora questo dono, non ne sono ancora stato toccato. Sentendo la conversazione mi è venuto anche un altro dubbio perché questi discorsi sulla parola e sul dubbio della parola mi hanno fatto tornare in mente il Vangelo secondo Giovanni quando dice che all’inizio era il verbo, ossia la parola, e che la parola era con Dio. E senza la parola nulla si sarebbe potuto creare. All’ascolto di queste parole mi viene ancora più confusione in testa. In ogni modo provo a porre il mio quesito che probabilmente, a questo punto, potrebbe sembrare un po’ banale; io mi chiedo: come può Dio dirsi onnipotente e preveggente e quindi dotato di poteri che gli avrebbero potuto permettere di evitare tutto il male che si è verificato nella storia, (per esempio la ribellione di Lucifero) con tutta la sua prescienza del divenire dell’Universo e quindi dell’umanità, e, contemporaneamente, voler darci da intendere che con il male, col demonio, non ha nulla a che fare, e che noi ci dobbiamo considerare liberi? Allora io chiedo: certo noi possiamo dirci liberi per noi e liberi anche per lui, per Dio. Ma il dubbio che mi prende è questo: ma lui, lui è libero nei confronti del male? E nei confronti di se stesso come si pone un Simile Essere? Forse conoscendo bene i nostri destini al tempo stesso egli finge di averci donato la libertà di depistare la sua infinita preveggenza? Dio ci ha rivelato chi è lui per noi, ma lui per lui medesimo chi è? Chi è quando, nel più profondo della propria infinita coscienza, può chiedersi a che gioco ha giocato nel rapporto fra lui Creatore e noi creature?

CATUCCI: - Mi sembra una domanda tutt’altro che "banale" ma vedo già Vitiello impegnato a meditare una risposta. Grazie molte, a presto.

VITIELLO: - Io rispondo precisando che a queste domande le uniche vere risposte sono quelle che riescono a farle sentire come domande ancora più autentiche e profonde: non ci sono risposte definitive a queste domande. Lei pone una questione: lui per sé stesso chi è? Le chiedo: non crede che questa domanda sia una pretesa troppo alta, se vogliamo riconoscerci nella nostra finitudo creaturale? Vogliamo noi proprio pretendere di parlare e interrrogarci al posto di Dio? Ecco: questo io temo. Temo coloro che non hanno il dono della fede, che lei dice di non avere, coloro in cui mi riconosco anch’io, se per fede si ritiene l’appartenenza ad una determinata confessione religiosa, e che pure vorrebbero azzardare simili quesiti in questi termini. Insomma, per dirla rapidamente: non ho la fede di Messori, ecco, questo mi preoccupa, e sia per coloro che non hanno la fede che per coloro che ce l’hanno porsi dalla parte di Dio è un azzardo tremendo. Poi lei descrive Dio come onniveggente, onnipotente. E giustamente si chiede: come può Egli ammettere il male? Vi è una teoria ebraica detta dello Shim Shum secondo la quale Dio nella sua onnipotenza, in quanto onnipotente, si è ritirato, ha concesso agli altri la libertà proprio per evitare che la sua onnipotenza impedisse agli altri di essere. E impedire agli altri di essere significa impedire agli altri di essere liberi. Io so che questa teoria pone più problemi di quanto non ne risolva. In ogni caso può essere una indicazione. Io qui mi fermo, penso che Messori abbia certamente molto da dire.

MESSORI: - Innanzitutto devo confermare che, in fondo più che una sorta di midrash della tradizione ebraica, questo ritirarsi di Dio è nel cuore stesso di quello che i cristiani chiamano l’Antico Testamento, ossia il corpo e il cuore delle Scritture ebraiche. Non dimentichiamoci il profeta Isaia quando verso il Dio di Israele esclama: "davvero Tu sei un Dio misterioso (ossia: nascosto)"! Un Dio che si cela. Un Dio quindi che in qualche modo si ritira. Un Dio che ama il chiaro/scuro. Un Dio che proprio perché ha voluto avere dei figli e non dei servi, parlo naturalmente sempre nella prospettiva della mia fede, ha fatto di tutto per salvaguardare la libertà delle sue creature. E quindi anche il grande problema, l’eterno problema del male che l’ascoltatore intervenuto ora poneva, trova un inizio di soluzione proprio nel fatto che Dio avrebbe potuto certamente impedire il male ma non avrebbe creato così un terra lasciata liberamente alle sue creature bensì una sorta di campo di concentramento. Egli non ci ha voluto prigionieri in un lager, ci ha voluto appunto persone che hanno una loro autonomia, possono usare la loro libertà. E infatti, buona parte del male che devasta il mondo è un portato diretto di questa libertà di fare il bene o di fare il male che ogni uomo ha.

ASCOLTATORE: - I professori si dovrebbero rendere conto che quando parlano in questa maniera non possono conservare sempre lo stesso strumento linguistico descrittivo, pena il dare, l’offrire una semplice espressione oratoria e non una vera descrizione dei problemi in questione, non una teoria ma una poetica, un mito; possono affermare di avere belle esperienze, sensazioni al di sopra e al di là di ogni concetto. Ma parlarne e descriverle implica la loro classificazione scientifica. La quale non è sempre possibile, perché le risposte proponibili potrebbero non essere verificabili dall’esperienza o se non dall’esperienza diretta, da conferme comunque gradualmente crescenti. Come si fa ad avere conferma di una cosa soprannaturale che è posta oltre la natura? Qui si parla soltanto di immaginazione, fantasia e sentimento e poi di illusione. Di fatto coloro che si cimentano con simili problematiche sono degli illusi, ma in senso buono. Senza l’illusione, d’altra parte, la vita che cosa sarebbe?

VITIELLO: - Brevissimamente. Io non so se sono un illuso. Immagino di esserlo per molti aspetti della mia vita, della mia ragione, non rinunzio a questo aspetto della mia finitezza. Debbo dire, però, che limitare la funzione della ragione alla prova dell’esperienza, è qualcosa che non è assolutamente giustificabile dal punto di vista razionale. Mi spiego: immagino che il nostro ascoltatore sia ben consapevole del principio di falsificazione di Popper. Il principio di falsificazione di Popper, come principio assoluto di qualsiasi ragionevolezza sperimentale si sottrae, esso stesso, ad ogni possibilità di falsificazione. Il principio di falsificazione è, quindi, ciò che di per sé contrasta l'ipotesi di ridurre tutto la ragione a opera di falsificazione di verità.

ASCOLTATORE: - Io ho seguito con molta attenzione la vostra trasmissione però diciamo che io forse credo che il concetto di fede ne risulti alquanto falsato, perché purtroppo la fede non può provenire dalla semplice religione, perché ogni religione possiede la propria particolare confessione di fede. La fede è un dono che viene donato da Dio all’uomo. La fede è un’esperienza vera di ciò che si crede, non soltanto un’emozione, un’appartenenza a un gruppo religioso. Quando noi crediamo veramente riceviamo da parte di Dio stesso la conferma in quello che abbiamo creduto. Non è un qualcosa che si può spiegare con le nostre parole, non è un convincimento mentale, non è una ragione, perché la fede è credere nelle cose che non si vedono ma che si sperano, cioè è una speranza radicata nel cuore dell’uomo da parte di Dio. Ora le religioni ci hanno tramandato le seguenti verità: il Dio è assoluto, il Dio è la verità e ne esiste una sola. Tutte le altre sono menzogne. Ovviamente ogni religione predica la propria verità e queste verità non fanno altro che dividere l’uomo, invece la verità che procede da Dio porta l’uomo a un rapporto unico e diretto verso Dio. Questo rapporto poi viene confermato anche dall’opera di Dio che è un’opera trascendentale, è un’opera soprannaturale. Il vero credente è un testimone, ma testimone di che cosa? Non di dell’appartenenza ad un gruppo religioso, ma testimone della potenza dell’opera di Dio manifestata nel cuore del credente. Ecco perché la filosofia non può vagliare l’opera di Dio.

VITIELLO: - Lei ha totalmente ragione. Guai se la religione o la filosofia volessero avere la superbia di giudicare Dio. Io posso confortarla con una citazione niente di meno di San Paolo: o de dikaios ekpisteos zesedai . "Il giusto vivrà per la fede". E questa fede non è la fede umana ma è la fedeltà di Dio all’alleanza non con Israele ma con l’uomo. Quindi come vede almeno per metà del percorso questa strada sta proprio al suo fianco. C’è però l’altra metà di questa fede di cui noi parliamo, ne parlo io ma ne parla anche lei, e qui c’è ben poco da fare: ci dobbiamo convincere che le sue parole o le mie parole o le parole di Messori o le parole di altri, sono tutte parole umane: umane troppo umane.

ASCOLTATORE: - Se rimangono umane non servono a nulla.

VITIELLO: - Se però si pretende che la sua parola non è la sua parola ma è parola di Dio ebbene, questo credo che sia proprio un atto di superbia..

ASCOLTATORE: - Io non sto pretendendo questo. So soltanto che Dio quando manda la sua parola la conferma e la mantiene proprio perché Egli è Dio.

CATUCCI: - Intanto la questione è stata posta in modo chiaro. Grazie molte.

ASCOLTATORE: - A molte domande o argomenti di possibile conversazione ho avuto già tante risposte dal prosieguo del dibattito quindi non le riproporrò. Ecco. Io non sono un arrogante razionalista e tuttavia credo di ispirare la mia ricerca personale alla ragione. Mi è sempre sembrata, la fede, qualcosa che avvilisce l’uomo. Naturalmente questo non significa che io non sia aperto alle istanze religiose. Ecco su questo punto il professor Vitiello potrebbe dirmi qualche cosa dal suo punto di vista. Secondo argomento che riguarda soprattutto me: io sento molto in senso profondo, spirituale, se vogliamo anche poetico, il sacrificio di Cristo; trovo del tutto prosaico, invece, la Resurrezione di Cristo. Probabilmente il professor Vitiello declinerà queste espressioni forse infelici, (sono forse metaforiche?). E vado spesso in chiesa. E quando entro in concomitanza con la Settimana Santa. Qualche amico sacerdote mi ha detto: ma guarda che oltre la morte del Cristo c’è la Resurrezione del Cristo. Io capivo bene che cosa volesse indicarmi, però io ho lasciato sempre intendere che la Resurrezione del Cristo è un fatto che mi tocca poco e che quasi non lo sento, e quasi mi dà fastidio che sia risorto. Voi che ne pensate?

VITIELLO: - Dunque: la fede avvilisce l’uomo nei limiti in cui essa pretende di togliere ogni inquietudine, o di dare delle certezze assolute. Quando ritiene di porre l’uomo in un luogo privilegiato dove è tutto già accaduto, dove l’incontro è già avvenuto ed esso non ha avuto bisogno di continue, necessarie riconferme. Ecco: questa fede avvilisce l’uomo non certamente quella fede che è la necessità del rapporto all’altro. Quello che lei dice del sacrificio di Cristo io ho cercato di esprimerlo in un libro, che è stato prima gentilmente ricordato dal nostro conduttore ossia Cristianesimo senza Redenzione. In questo libro, parlando di questo cristianesimo senza redenzione io ho affermato che noi dobbiamo innanzitutto fermarci a meditare sul grido dell’Ora Nona e ovvero Eli, Eli, lamma Sabactani " Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato", e queste parole vengono dette dal Cristo dopo che lui si è rimesso completamente alla volontà del Padre, dopo la preghiera nel Getsemani, dopo che per tre volte ha invocato la volontà del Padre e si è completamente spogliato della sua volontà, si è rimesso completamente al Padre. E poi c’è il grido, il grido finale! Ecco: questo momento finale noi lo dobbiamo intendere in tutta la sua forza. Non dobbiamo assolutamente sminuirlo, perché altrimenti il tema della Resurrezione diventa soltanto consolatorio, e qui io capisco perché a lei dia fastidio. Può diventare solo consolatorio: significa piegare Dio ai bisogni umani. E nulla è più irreligioso di questo.

Religione significa innanzitutto rispetto di Dio. Significa non piegare Dio ai bisogni dell’uomo, questo credo sia il pericolo di una posizione del genere. Cristianesimo senza redenzione è una posizione estremamente difficile, perché guai se questo cristianesimo pronunziasse con certezza contro la Resurrezione. Noi non possiamo affermare né la Resurrezione né l’altro dalla Resurrezione. Ecco che significa non dividere il sì dal no.

MESSORI: - Io sto ascoltando ovviamente con molta attenzione e vorrei semplicemente richiamare l’attenzione sul fatto che non vorrei che si pensasse ancora una volta (ponendomi sul piano delle esperienze personali) che il credente sia un tranquillo borghese un po’ farisaico che appunto ha espunto dalla sua vita ogni inquietudine e se ne sta tranquillo, e ha risolto tutti i suoi problemi.

VITIELLO: - Messori, lei sa che io non sono di questo avviso.

MESSORI: - No, Professor Vitiello, per carità, io non sto certamente banalizzando o volgarizzando così la sua posizione che è estremamente articolata e raffinata, e che rispetto in pieno. Ma in qualche intervento di qualche amico ascoltatore, mi è sembrato che aleggiasse questo sospetto, che d’altro canto è un sospetto che, come sa, attraversa un po’ la storia della Cultura Occidentale. Il sospetto che il credente come persona sia soddisfatta di sé, credendo che tutti i problemi derivino da altro. Ma insomma basta dire la letteratura cristiana nasce in fondo con il libro dell’inquietudine somma e al contempo della fede più radicale, ossia le Confessioni di Sant’Agostino. Le Confessioni di Sant’Agostino sono certamente un libro attraversato da un’inquietudine al contrario. Direi anzitutto un filone di cristianesimo drammatico, quello nel quale io mi riconosco e che non a caso vede in Agostino un caposcuola. Come cattolico oso addirittura (perché no?) fare il nome di Martin Lutero, tr agli appartenenti a questo filone. Confesso appunto che amo molto Agostino proprio per la sua inquietudine. Basterebbe fare i nomi di un Kierkegaard, di un Dostoevskij, tanto per annoverare altri suoi, ideali, epigoni. Vorrei dire innanzitutto: ci terrei a precisare che credere non significa come dire? Adagiarsi in una appagante tranquillità molto borghese. Significa, probabilmente, crearsi ulteriori problemi.

Io devo dire per esempio, per rifarmi ancora una volta così al mio piccolo e insignificante vissuto, che la scoperta di questa Atlantide cristiana, sino ad allora non solo a me sconosciuta ma in qualche modo a me ripugnante, di questa Atlantide della fede ha significato un tentativo di riposta al problema con la P maiuscola: il problema del significato della vita, del senso dell’esistenza. Ma ha significato anche la creazione di tutta una serie, una nuvola, di problemi con la p minuscola che mi hanno reso la vita, tutto sommato forse più scomoda di quanto non fosse prima. Per quello che riguarda le prospettive differenti dalla mia, io posso rispettare ovviamente le prospettive e i gusti personali. Ma l’idea di fermarsi al Venerdì Santo, senza cogliere la gioia e la speranza che nasce dall’Alba della Domenica, dall’Alba di Resurrezione. Francamente questa è, come dire? Una sensibilità che mi sfugge. Posso capire appunto che possa attrarre nella sua drammaticità la Passione, ma, francamente, se mi fermassi alla Passione io non potrei dirmi cristiano. Metterei la figura di Gesù tra le figure dei grandi moralisti sfortunati. La metterei tra i maestri di pensiero e di morale. Ma, francamente, non potrei riversare in Lui tutta la mia speranza.

ASCOLTATORE: - E’ molto difficile intervenire sulle parole dei filosofi e con tutte le cognizioni scientifiche che loro hanno. Volevo soltanto esprimere la mia maniera di affrontare questo problema e io l’affronto con una parola sola: col fascino; col fascino dell’infinito in cui la filosofia non è altro che un aliante che mi aiuta ad andare avanti e scoprire le tappe dove sono arrivati gli altri per andare avanti. E’ questo che mi aiuta. Io non ho ancora una fede, e non so se prima di morire riuscirò ad averla, però quello che mi affascina è questa ricerca, questo volo con l’aiuto della filosofia capendo l’infinità del problema. Oppure con la magnificenza della matematica o con la cosmologia. Tutto questo mi entusiasma, mi affascina, ed è quello sul quale io mi poso. Può essere anche un’idea filosofica, un’idea matematica. Comunque il mio viaggio nella ricerca di Dio o dell’Infinito è questo fascino che mi porta, che mi trascina in avanti.

CATUCCI: - Mi sembra molto chiaro anche il suo intervento. Io credo che anche su questo elemento della meraviglia bisognerebbe insistere un po’. Intanto la ringrazio molto. Vitiello forse lei ha qualcosa da dire.

VITIELLO: - Mi piace il modo in cui lei intende il senso della filosofia. Sì questo fascino dell’infinito. Tenendo conto, però, di questa osservazione: infinito significa non finito, ossia il fascino che il finito avverte per ciò che non è mai del tutto ripiegato in sé stesso; e questo è la filosofia.

CATUCCI: - Intanto vedo che la regia mi comunica che ci sono un po’ di ascoltatori che stanno accusando la trasmissione di mandare in onda una conventicola di cattolici. Immagino che queste siano le solite reazioni impulsive di chi, in qualche modo, sente un attentato al laicismo ogni volta che si parla di fede. State in ascolto insomma partecipate, se avete qualcosa da dire ditela, anche se certo non potremo mandare in onda tutte le telefonate. Ma soprattutto cerchiamo di capire perché tra fede e ragione oggi è possibile anche cogliere questo terreno comune di confronto. Prego.

ASCOLTATORE: - Io volevo in qualche modo spostare un po’ il baricentro del problema e lanciare una piccola provocazione. Premetto che non sono credente, nel senso che ho molta difficoltà ad accettare l’idea di un Dio Padre e Creatore. E non sono collegato direttamente al discorso che vorrei proporvi in un modo pratico. Questa dicotomia fra fede e ragione non è un po’ un retaggio, una caratteristica della cultura occidentale? Nel senso che in taluni filoni di pensiero orientale, parlo del buddhismo, per fare un esempio pratico, questa dicotomia praticamente non esiste. In quelle religioni e in quelle culture è come se non ci sia una divisione netta fra la ricerca del principio primo tra l’atto di fede totale e la ricerca del principio razionale che ci permette di riordinare il caos.

VITIELLO: - Credo che lei abbia ragione. Posso opporle soltanto questo: che noi che apparteniamo all’area occidentale siamo tutti figli di Platone. Che Platone è il nostro presente nell’orizzonte nel quale noi ci muoviamo. Io credo che noi abbiamo grande difficoltà a capire il pensiero orientale. Grande difficoltà significa esattamente questo: riusciamo davvero a capirlo? Riusciamo noi a portarci al di fuori della ragione e di tutte le contrapposizioni che la ragione ha instaurato? Riusciamo noi a muoverci in un luogo diverso da quello nel quale siamo nati, educati? Questo luogo è noi stessi. Ho molta difficoltà io a rispondere a una domanda come la sua.

MESSORI: - Se mi è permesso faccio appello alla storia e cioè riconosco che ci sono certamente queste difficoltà, queste formazioni radicalmente diverse. E però al contempo mi permetto ricordare che il cristianesimo è il solo messaggio religioso che si sia diffuso in tutti i continenti senza alcuna eccezione. E la missione cristiana (prima ancora dei tentativi di inculturazione, quando ancora i gesuiti partivano e annunciavano in qualche modo una teologia romana, in latino, una dogmatica del tutto occidentale, e non soltanto i gesuiti, ma tutti gli altri gli ordini missionari) è riuscita a convincere a questa fede, e in modo non superficiale (come abbiamo poi visto perché questa fede continua, si espande e ha avuto anche una folla di martiri, di gente appunto che piuttosto che rinunciarvi ha preferito dare la vita). E’ vero che esistono questi problemi, ma questi problemi evidentemente non sono stati tali da impedire la comprensione del Vangelo anche a popoli diversissimi da noi per cultura e magari per struttura psicologica.

CATUCCI: - Ecco Messori, credo però che su questo i filosofi abbiamo qualche remora a seguire il discorso del credente..

MESSORI: - E’ un semplice appello ad alcune evidenze storiche.

VITIELLO: - Lo so’. Ma io ho paura, caro Messori, di questi appelli alla storia perché la storia ha anche - come dire? - imposto il cristianesimo. E non sto a ricordare a lei come lo ha imposto nell’America Latina. Si pensi solo, per esempio, a quello che hanno fatto i francescani con i messicani.

MESSORI: - Ma io sto pensando, per esempio, a quell’Asia, che è sempre stata in qualche modo il vero e proprio buco nero del cristianesimo, ma che non ha impedito l’esempio assolutamente straordinario del Giappone in cui le decine di migliaia di giapponesi che nel Seicento, grazie alla predicazione dei gesuiti, passarono al cristianesimo non solo ottennero il battesimo, ma lo vissero fino in fondo, quando l’imperatore scatenò una persecuzione sanguinaria e ne fece, come è noto, crocifiggere a centinaia. In qualche modo la fede che non era stata in nessun modo imposta. Anzi tutto l’ambiente era ostile, la fede davanti alla persecuzione entrò in sonno e resistette nelle catacombe per almeno due secoli e riemerse con vigore quando appunto persecuzioni non ce ne furono più.

CATUCCI: - Professore io credo, però, che si stia scivolando su un altro discorso. Io chiamerei intanto altri ascoltatori a intervenire. Però la tematica da lei sollevata magari sarà il tema di un’altra trasmissione. Credo appunto che l’appello alla storia ci possa far pensare anche a brutte esperienze storiche, come il Gott mitt uns il "Dio è con noi" a cui inneggiavano i nazisti.

MESSORI: - Non stava scritto sulle bandiere cristiane, ma sul cinturone di altri personaggi che ben conosciamo.

ASCOLTATORE: - Io sto ascoltando con molto interesse le affermazioni di Vittori Messori. Tra l’altro un ascoltatore, poco fa, parlava della fede nella croce. C’è un libro bellissimo di Sergio Quinzio Il silenzio di Dio, preceduto da una prefazione di Vittorio Messori, che ho letto recentemente e che mi ha veramente entusiasmato, che a mio parere andrebbe ricordato all’interno di questo dibattito.Volevo dire che il rapporto tra la fede e la religione in fondo tra la fede e la ragione è un rapporto che marcia su uno stesso binario, perché c’è un modo sbagliato di intendere la ragione e c’è un modo sbagliato di intendere la fede. Diciamo che in mille e cinquecento anni di storia (forse pure duemila), spesso questo errore è stato commesso ed anche ad altissimo livello, perché io credo che la filosofia non sia una scienza che possa darci delle risposte. Io credo che la filosofia nel suo momento più alto, penso per esempio a Socrate, sia stata una scienza in grado di ricordarci quanto siamo ignoranti. Ovvero una scienza che ci dà delle domande non delle risposte.

CATUCCI: - Credo Domenico Dori che lei trovi in Vincenzo Vitiello proprio un compagno di strada.

VITIELLO: - Sono totalmente d’accordo.

ASCOLTATORE: - La filosofia ci propone delle domande, e nient’altro. Tant’è vero che quando la filosofia ha preteso di dare delle risposte ha fatto un grosso errore e lo stiamo vivendo in questo momento, in questo bisogno del sacro. Questo bisogno del sacro c’è perché abbiamo cercato delle risposte nella tecnologia, nella scienza, nei viaggi spaziali, nel computer, nelle cose meravigliose che ci venivano proposte. Sembrava che questo fosse il toccasana di tutti i nostri bisogni, di tutte le nostre domande. Ci siamo trovati invece di fronte ad un grandissimo vuoto. E quindi anche nella filosofia c’è quasi un atteggiamento religioso. Bisogna quindi cercare di recuperare questo stupore di cui si parlava prima, ossia la meraviglia di fronte alla conoscenza. Di fronte al mondo dobbiamo avere questo stupore che è lo stesso stupore della fede.

Vitiello - Brevissimamente dico che stupore in greco la meraviglia, lo stupore, si dice taumazein il meravigliarsi. Essi sono, per Platone e anche per Aristotele, all’origine della filosofia stessa.

CATUCCI: - Il gentile ascoltatore ha evocato il nome di Sergio Quinzio, un amico che ci manca molto in questo momento. Io proporrei, visto che l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche ha diverse ore di interviste, tra cui una molto interessante a Sergio Quinzio, alla regia di mandare in onda un breve contributo che riguarda proprio il modo in cui Quinzio vedeva la famosa questione della contraddizione nella fede e nella Bibbia. Sentiamo.

SERGIO QUINZIO: - La cosa che a me ha colpito di più quando ho cominciato a leggere la Bibbia è la sua contraddittorietà. Quasi ad ogni pagina della Bibbia ci si imbatte in contraddizioni. Per esempio nella prima presentazione di Dio Egli è un Dio clemente, misericordioso, Dio di pietà, di tenerezza ecc. però anche un Dio degli eserciti, il vendicatore, quello che rende giustizia, quello che punisce, che fa espiare le colpe dei padri fino alla terza e alla quarta generazione dei figli. Quindi il pensiero ebraico si costruisce, per interpretazioni successive, ma per interpretazioni successive che danno luogo a conflitti dialettici fra di loro. Ma, e torno a dire la cosa che a me sembra più importante, non è, questa, una dialettica che ha un suo superamento immanente, perché in effetti, successivamente, questa dialettica viene risolta ma viene risolta messianicamente, nei nuovi cieli e nella nuova terra. C’è una coscienza tragica che l’uomo, fin quando è nella condizione premessianica, una condizione del figlio si dirà poi, non può prevenire in nessuna sintesi compiuta. In questo, quindi l’uomo è condannato a continue interpretazioni che spesso sfociano in continui scontri dialettici.

CATUCCI: - Ecco questa è la condizione dell’uomo, secondo Quinzio. Condizione tragica, però anche vitale mi pare? Cosa ne pensa Vincenzo Vitiello?

VITIELLO: - Aggiungerei soltanto una cosa - che tra l’altro nelle mie discussioni con Quinzio ho avuto molte volte il modo di fare, - che non solo non vi è un superamento immanente di questa dialettica e di questa contraddizione, ma la stessa affermazione di un superamento trascendente, escatologico, nei limiti in cui questa affermazione fatta oggi hinc et nunc noi non possiamo affermarla con totale certezza. Vorrei qui ricordare che proprio nelle Confessioni Agostino dice: "Esser qui, cioè in questo mondo, significa: posso ma non voglio. Esser lì, cioè nel luogo della verità, significa: voglio ma non posso". E termina questo stupendo periodo con queste parole "miser utrique": "misero lì e qui". Ecco se togliamo questa condizione esistenziale di miseria creaturale credo che ci portiamo al di là della fede, così come al di là della ragione o della filosofia.

CATUCCI: - Bene. Io ringrazio molto Vincenzo Vitiello. Il nostro spazio è ormai giunto alla sua conclusione. Ringrazio anche molto Vittorio Messori per la sua pazienza. Ricordo il suo libro Qualche ragione per credere uscito da Mondadori proprio recentemente, scritto assieme a Michele Brambilla. Grazie a tutti coloro che sono intervenuti e a quelli che non sono potuti intervenire. Buonasera.


Biografia di Vincenzo Vitiello

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