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[Le domande degli studenti]


Confusa ci ha chiesto:Dovrei individuare la funzione centrale del mito dell'eterno ritorno nel pensiero di Nietzsche accennando anche alla differente immagine del tempo che avevano gli antichi greci rispetto al cristianesimo...da dove iniziare? allora, con il mito dell'eterno ritorno Nietzsche intendeva dirci che tutto prima o poi è destinato a ritornare, a manifestarsi nuovamente un numero infinito di volte.questo è "positivo", accettabile dal punto di vista del superuomo in quanto egli ama la vita e la accetta, negativo per "l'uomo"...più o meno dovrebbe essere così, no?ma in che senso posso riferirmi alla diversa concezione del tempo dei greci e più in generale del cristianesimo?può essere collegato al discorso della vita ultraterrena?e se si,il tutto si ricollega anche alla morale degli schiavi, giusto?che confusione! ah, un altro dubbio...sempre a proposito di Nietzsche...quando egli parla della storia fa la distinzione tra storia monumentale, antiquaria e critica individuandone "pregi" e "difetti"...ma riassumendo il tutto, solo l'ultima ritorna utile all'uomo in quanto gli fornisce dei modelli non legandolo però al passato ma anzi lasciandolo libero di criticarla in vista del futuro e, ancor prima del presente...è giusto?o all'uomo tornano utili tutti e tre i tipi?aiutatemi...sto nuotando nella confusione più totale!!!!!!!!!!!!!grazie in anticipo

Approfondimenti

L’eterno ritorno

Con "eterno ritorno dell’identico" s’intende un pensiero nietzscheano che appartiene alla fase matura della riflessione del filosofo. Gli studiosi sono unanimi nel giudicarlo enigmatico. Un interprete come Eugen Fink scrisse alcuni decenni fa nel suo La filosofia di Nietzsche: «L’“Eterno Ritorno dell’Uguale”, il pensiero più abissale della filosofia di Nietzsche, sta in una singolare penombra. Apparentemente manca di una precisa rielaborazione e impronta concettuale; è più simile a una oscura profezia, alla rivelazione divinatoria di un segreto, che a una rigorosa esposizione filosofica». Il significato di questo pensiero è legato, oltre che a motivi interni alla filosofia nietzscheana, a una concezione circolare e ciclica del tempo, propria anche di dottrine antiche, precristiane.

Gli stoici, filosofi dell’età ellenistica, furono tra quelli che sostennero l’idea della ripetizione della vicenda cosmica. Questa scuola filosofica sorse ad Atene ad opera di Zenone di Cizio, che fondò la Stoa verso il 301 a.C. L’origine dell’idea può essere babilonese. Variamente, in forme più o meno estese (dal cosmo alla storia umana), essa è presente in altri autori precedenti Zenone. L’idea zenoniana è quella di una indefinita ripetizione del ciclo del cosmo, in cui persino le individuali esistenze tornano a vivere la loro identica vita. «E torneranno ad esserci Socrate e Platone e ciascun uomo coi suoi amici e concittadini; le medesime cose ci convinceranno e delle medesime cose ci serviremo; ogni città e villaggio, ogni campo, risorgerà uguale. La rigenerazione del tutto non sarà un caso unico, ma si ripeterà più volte: o meglio, le stesse cose si susseguiranno indefinitamente senza sosta» ([B.f] 625). Quali conseguenze potesse avere questa concezione del cosmo sulla vita dell’uomo e sul problema etico è questione che Zenone sembra non aver avvertito, ma non così presumibilmente Crisippo, visto che Origene, nel suo Contra Celsum, dà una versione “attenuata” di quella ciclicità, dicendo che soltanto simili, benché “somigliantissimi”, ma non proprio identici, saranno Socrate, Santippe e altri. 

In Nietzsche il pensiero dell’eterno ritorno compare per la prima volta nella Gaia scienza [341], del 1882, dove è presentato come l’annuncio di un demone: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!»

Come Nietzsche stesso racconterà in Ecce homo (1887), questa idea lo colse nell’agosto del 1881 e costituisce, sempre secondo il medesimo racconto, la “concezione basilare” del Così parlò Zarathustra (1883-85), dove ad essa si fa riferimento nella terza parte dell’opera. Il linguaggio dello Zarathustra è notoriamente difficile, e in particolare proprio questo pensiero rappresenta uno dei punti più discussi e complicati. I due testi in cui dell’eterno ritorno in esso si parla sono La visione e l’enigma e Il convalescente.

La diversa concezione del tempo che l’eterno ritorno implica ha a che fare con un altro elemento della filosofia nietzscheana di questo periodo e cioè con l’amor fati, il sì alla vita, che Nietzsche “teorizza” come sostanziale accettazione dell’insensatezza del divenire. Il pensiero dell’eterno ritorno è duro da sopportare e tuttavia è un punto di svolta nell’esistenza. Quando, ne La visione e l’enigma, il pastore morde e sputa lontano da sé la testa del serpente che gli era strisciato in bocca (il serpente simboleggia la circolarità), egli apparirà: «Non più pastore, non più uomo, - un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!» Solo in quanto ogni attimo abbia il suo senso interamente in sé e non in ciò che segue o in ciò che è stato, può essere voluto eternamente. La concezione lineare del tempo e la mentalità cristiana tolgono senso alle cose: ogni cosa, ogni attimo se ha senso lo ha solo perché conduce a qualcos’altro, solo perché ha un fine a cui tende. L’eterno ritorno significa il rifiuto di ogni teleologia: l’universo non ha alcuno scopo, il divenire è innocente.

Vale la pena notare che per quanto stravagante possa sembrare l’idea di un eterno ritorno delle stesse cose, essa si lega al dibattito scientifico dell’epoca. In questo senso diminuisce di significato il presunto legame con antiche dottrine. Scrive Ferraris: «per quale motivo Nietzsche avrebbe dovuto legare il più abissale dei suoi pensieri a una vecchia credenza, orientale o greca? […] Il paradosso non apparirà tale, tuttavia, se si vorrà considerare che non è a una generica e remota credenza, ma a un dibattito ben attuale nella scienza e nella filosofia dell’età di Nietzsche, che questi faceva riferimento nell’affacciare l’ipotesi ciclica». 

Certo Nietzsche presenta la sua come un’intuizione personale, una “scoperta” autonoma, ma esiste traccia nei suoi taccuini della lettura di alcuni testi scientifici in cui l’ipotesi ciclica è presente. È stato segnalato fra altri il libro di Auguste Blanqui, L’eternité par les astres (1872), che Nietzsche lesse presumibilmente dopo aver già avuto l’idea dell’eterno ritorno (è annotato in un taccuino del 1883). Tuttavia, al di là della precisa collocazione cronologica delle letture scientifiche di Nietzsche, esse testimoniano il suo interesse a trovare anche nella scienza una conferma della sua “visione”.

 

Prof. Valter Oneili


Materiali di approfondimento dell'EMSF su Nietzsche

Percorso didattico su F. Nietzsche


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