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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]


Silver ci ha chiesto: Chi ha letto o sa darmi un giudizio sulle opere di Kierkegaard? (per esempio su "Timore e tremore" o su "Diario di un seduttore")

 

Timore e tremore

Diario di un seduttore


 

DIARIO DEL SEDUTTORE

Søren Aabye KierkegaardCom’è noto, gli scritti di Kierkegaard possono essere raggruppati in tre sezioni, seguendo lo stesso succedersi delle opere: 1. il ciclo di Regina; 2. l’intermezzo filosofico; 3. il ciclo della cristianità.

Aut-aut (di cui il Diario del seduttore costituisce la prima parte che prospetta l’alternativa estetica ) e Timore e tremore sono del 1843 e possono essere attribuiti al ciclo di Regina.

Il Diario del seduttore rappresenta il programma dello “stadio estetico”, contrapposto a quello etico e a quello religioso. Nell’opera, appare il motivo fondamentale del pensiero kierkegaardiano, quello dell’interiorità. Già in questo motivo vi è una esplicita polemica con l’affermazione hegeliana, secondo cui das Äussere ist das Innere (l’esterno è l’interno). In un passo del Diario del seduttore T.W. Adorno individua la chiave di tutta la sua opera: «le cose circostanti e la cornice di un quadro sono di grande importanza, perché si imprimono nella memoria e in tutta l’anima profondamente … e vi rimangono indimenticabili. Per quanto m’inoltrerò negli anni mai mi potrò raffigurare Cordelia altrove che in questa piccola stanza … davanti a noi sta la tavola da tè, coperta di un bel drappo che discende in ricche pieghe fino al suolo. Sopra la tavola c’è una lampada a forma di fiore … la forma della lampada mi ricorda la flora dell’Oriente…». Qui l’interno borghese appare natura eterna, immutabile. Si formano immagini della natura organica, come quella del fiore, si richiama l’Oriente, luogo perduto della nostalgia, il mare, la stessa eternità.

«La parvenza d’eternità di questo interno borghese riflette l’eterna fugacità di ogni apparenza.» (Adorno). Tutto lo spazio si contrae in quel punto, tutta l’eternità in quell’istante. È in questo quieto interno borghese che si delineano i contorni dell’esistenza kierkegaardiana: il suo ideale di singola vita umana concreta e il suo incubo dell’inferno, che angoscia e disperazione arredano in un quadro immoto e silenzioso.

Le persone fondamentali del Diario sono tre: Giovanni (è appena il caso di ricordare che a Don Giovanni e al suo mito musicato da Mozart, Kierkegaard dedica osservazioni di notevole spessore), Cordelia (il cui nome è accostato esplicitamente alla Cordelia del re Lear ) e Edoardo rivale-specchio etico di Giovanni.

Nella vita estetica del protagonista riecheggiano lo Streben e la Sehnsucht romantici, rivolti non alla ricerca della quantità e della ripetizione del piacere, ma al godimento dell’attimo, fuggevole e irripetibile. Giovanni vive in uno stato di ebbrezza intellettuale continua, in cui immaginazione e riflessione creano una realtà cangiante e luminosa e in cui non c’è spazio per il banale e il quotidiano: «sotto il cielo dell’estetica tutto è bello, pieno di grazia, alato: ma dove entra l’etica il mondo si fa squallido, brutto e indicibilmente noioso». È questo il motivo che lo induce ad abbandonare Cordelia, dopo averla sedotta. Ad esso si aggiunge un sottile, freddo senso di noia e di disperazione: «bello è l’amore solo finché durano contrasto e desiderio, dopo tutto diviene debolezza e abitudine».

Giovanni cerca in Cordelia l’infinito e l’eterno: «chi io sia nulla importa. Spariscono nell’oblio il finito e il mortale, rimane solo l’eterno…»; ma il conflitto finito-infinito non ha portato a una sintesi come nel pensiero hegeliano; ne è scaturito invece uno scacco: l’irrimediabile allontanarsi dell’infinito e il suo palesarsi come illusione. Angoscia e disperazione si allungano come ombra a coprire la luce della vita estetica.


TIMORE E TREMORE

La figura centrale di “Timore e tremore”, scritto anch’esso nel 1843, è quella di Abramo. È nella sua persona che appare il rifiuto radicale della lettura della religione in termini morali, propria di parte dell’Illuminismo e di Kant in particolare. Il peccato per Kierkegaard non è infatti trasgressione alla legge morale, come la fede non è certo il presupposto dell’impegno morale.

È vero che il rispetto della legge etica osservata da Abramo per tutta la vita viene ricompensato da Dio con il miracolo della nascita di Isacco da una moglie ormai anziana; ma è altrettanto vero che Dio chiede in sacrificio quello stesso Isacco, domanda/ordina cioè la trasgressione di quella stessa morale apparentemente premiata. Dunque l’obbedienza alla volontà divina viola le regole etiche, senza offrire a sua volta significati, speranze o salvezza; anzi, lasciando il singolo nella condizione angosciosa di assenza di qualsiasi certezza fuorché quella della propria definitiva inadeguatezza circa la sorte che lo attende. Di conseguenza la vita religiosa non offre al singolo alcun vantaggio rispetto a quella estetica o a quella etica. La salvezza non consiste sempre nel perfezionamento interiore: contro ogni socratismo Kierkegaard è convinto che ogni verità ci è estranea: la fede è una resa totale, ben diversa dalla condizione propria dell’eroe tragico: «l’eroe tragico rimane ancora dentro la sfera etica… diversa è la situazione di Abramo. Egli ha cancellato con la sua azione tutta l’etica… non per salvare il popolo, non per affermare l’idea dello Stato, non per placare l’ira degli dei Abramo lo fa…lo fa in nome di Dio, perché Dio esige questa prova della sua fede; lo fa in nome proprio, per portare questa prova.» La tesi di Johannes de Silentio, lo pseudonimo sotto il quale è composto Timore e tremore è che la fede comincia dove finisce la ragione. Il gran torto dello hegelismo è stato per Kierkegaard quello di credere che fosse possibile sorpassare la fede. Ma Dio, come dice uno dei più lucidi commentatori di Kierkegaard, è la “regola dell’individuale”, l’eccezione assoluta, colui per il quale tutte le categorie sono sospese.

O forse ne vale una sola: quella del paradosso, del “salto mortale” della ragione. Abramo ama Isacco: e perciò deve ucciderlo. Come il Tritone ama Agnese: e perciò deve ingannarla e abbandonarla. L’angoscia è la sola certezza. Quel che giustifica Abramo non è la legge morale, ma l’angoscia. Chi può comprendere Abramo il cavaliere della fede che come il cavaliere di Dürer va lontano da tutti col suo fardello di morte, in nome di Dio, cioè della vita? E come può la fede, che illumina il singolo nell’attimo fuori dal tempo, esplicarsi nel tempo? E come può colui che non muta, revocare la sua decisione?

E dunque in Timore e tremore, appaiono i temi fondanti di tutto il pensiero di Kierkegaard: anzitutto la trascendenza della verità, contro l’immanenza idealistica; poi il concetto di soggettività come separazione insuperabile, contrapposto all’identità di soggetto e oggetto propria dello hegelismo; e infine la contestazione della dialettica hegeliana e dell’identità reale-razionale: la realtà va accettata perché Dio esiste e perché è possibilità-che-non.  Affermazione che si troverà poi rovesciata nel pensiero di Nietzsche, il quale dice sí alla realtà proprio perché Dio non esiste.

Prof. Giuseppe Chiesa


Materiali di approfondimento dell'EMSF su Kierkegaard

"Fede e sapere nel pensiero di Kierkegaard" di Cornelio Fabro


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