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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]


Fabio ci ha chiesto: Vorrei avere qualche informazione circa le diverse concezioni dell'utopia da Tommaso Moro in poi? Chi può darmi una mano?

..........E se morisse l’Utopia

UniversoMolti già sanno che il termine utopia che letteralmente equivale a “NON LUOGO” (ou’ tòpos) fu inventato in età moderna da Tommaso Moro il quale se ne servì per indicare e descrivere un’isola immaginaria, appunto Utopia il luogo che non c’è. Nell’isola che Moro tratteggia gli uomini sono felici perché vivono in pace in una comunità tollerante, dove tutto è improntato ai valori del bene e della giustizia, dove nessuno soffre la fame e perciò non esiste l’invidia e la prevaricazione.

Quando Moro sottolinea l’assetto istituzionale di Utopia come repubblica aristocratica egli riconosce esplicitamente come punto di riferimento la Repubblica di Platone, il testo originario cui tutti gli utopisti hanno attinto per costruire modelli ideali di Stato. C’è da dire che Platone era convinto che lo Stato ideale e perfetto non è mai esistito, forse non esisterà mai e tuttavia è necessario inseguirlo, tendere ad esso, essere attivi nel promuovere la trasformazione, guardare la realtà non sub specie temporis, ma sub specie aeternatis.

Quest’idea della perfettibilità è connaturata alla letteratura utopica quasi in tutti i tempi. E se in alcuni momenti della storia sono risultate prevalenti le trattazioni esclusivamente teoriche, costruite dagli addetti ai lavori senza immediate finalità pratiche, è pur vero che già a partire dalla metà del ‘700 con l’affermarsi della concezione progressista della storia, l’utopia assume la valenza di pensiero rivoluzionario. Per tutti basti pensare all’esempio di Babeuf e alla Congiura degli Eguali in cui emergono i motivi ispiratori di gran parte dei movimenti rivoluzionari del secolo successivo. L’Ottocento, mi si potrebbe obiettare, è stato per la questione che ci interessa un secolo bifronte: da un lato i grandi tentavi dei filantropi di costruire in luoghi precisi comunità di vita e di lavoro (si guardi a R. Owen e al suo esperimento di New Lanark in America), dall’altro la critica feroce ai caratteri oppressivi di queste stesse comunità ideali. In sostanza se ne attaccavano i fondatori considerati o megalomani, o schiavi delle loro illusioni, o nuovi oppressori di uomini schiacciati da modelli rigidi, da coazioni a ripetere. Dunque già nell’ottocento si palesavano i limiti delle costruzioni teoriche e Marx riconobbe in tal senso il valore negativo delle astrattezze ideologiche di quei socialisti utopisti assolutamente incapaci di un’analisi scientifica delle condizioni reali delle società esistenti e perciò incapaci di individuare gli strumenti idonei a modificarle.

Certo anche a Marx non fu estranea l’idea della progettazione per il futuro, anche lui che è stato il filosofo della prassi rivoluzionaria ha poi delineato i caratteri di una società post-rivoluzionaria. Voglio significare che l’utopia in quanto progetto costruttivo non è una fantasticheria vuota. Dico spesso ai miei studenti: che nessuno uccida le vostre utopie, coltivate l’utopia perché senza impegnarsi per modificare in meglio il mondo, non c’è futuro per nessuno. Io credo nella spinta propulsiva dell’azione trasformatrice, anche se temo, anzi ho terrore di ogni modello assoluto che si presenti come un sistema chiuso dove tutto è regolato in modo rigido perché si presume che qualcuno o pochi possiedano il segreto della perfezione. In questo senso faccio mia la lezione di Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici un testo scritto nel 1944/45, eppure mai come oggi tanto attuale proprio perché l’autore rifiuta gli schemi rigidi, i sistemi pre-costruiti, in una parola gli archetipi. E forse proprio perché mi sono nutrita di questi pensieri guardo con dolore alla società in cui vivo, una società aperta solo in apparenza, un mondo in cui si afferma la legge del più forte come se fosse la più naturale delle soluzioni, in cui la sopraffazione e l’ingiustizia producono guerre e lutti senza fine.

Esistono certo intellettuali, uomini comuni, gente di buona volontà che si interroga non per proporre nuovi disegni di civiltà e di società, ma per promuovere un’analisi critica dell’esistente, per vedere se ci siano o si debbano ricostruire le condizioni di una perfettibilità, se sia possibile un progresso senza l’emarginazione dei più. Mi torna alla mente il concetto di fine dell’utopia così come lo aveva proposto H.Marcuse negli anni ’60. Si trattava, allora, per il filosofo francofortese di dare forza e concretezza ai movimenti giovanili. Oggi, forse, si tratta di trasformare in azione politica concreta le istanze che provengono non solo dai giovani consapevoli, ma da tutti quei movimenti che pongono al centro delle rivendicazioni i problemi reali del sottosviluppo e dell’emarginazione.

La storia, diceva Salvemini, è fatta dalle minoranze consapevoli ed attive che smuovono le moltitudini inerti e le costringono ad agire.
Che queste benedette minoranze siano davvero il sale del mondo, che diventino maggioranze coraggiose senza pretendere mai di possedere o predicare verità assolute cosicché non sia utopistico coltivare ed alimentare in questa direzione il sogno di una democrazia compiuta.

Roma, 10 Aprile 2002
LICIA FIERRO
Prof.ssa di Storia e Filosofia del Liceo Orazio di Roma


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