cc
vai al sito dell'EMSF
La Cittą del Pensiero
Il Cammino della Filosofia
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
.
Le biografie
.
I brani antologici
.
Le puntate de Il Grillo
Aforismi
.
RAI Educational
SAT
Trasmissioni
radiofoniche
Articoli a stampa
.

vai al sito di RAI Educational

 

 

 

 

 

 

 

[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]


Luca ci ha chiesto: Sono uno studente del III anno del liceo classico. Ho letto che una delle funzioni dell'idea platonica è la "stabilizzazione" del pensare che conferisce ad esso identità. Non mi è chiaro cosa significa "identità del pensiero". Gentilmente vi chiedo qualche chirimento.

In tutta l'opera platonica, forse i dialoghi decisivi per quanto riguarda la dottrina delle idee sono il Teeteto, il Parmenide e il Sofista. Nel Teeteto la tesi di Protagora per cui l'uomo è misura di tutte le cose viene identificata con quella dei discepoli di Eraclito (Cratilo in particolare), secondo cui tutto fluisce; questa identificazione porterebbe ad affermare che tutto è sensazione: ma se questo fosse vero sarebbe preclusa ogni conoscenza, poiché non vi sarebbe più distinzione tra soggetto e oggetto, e quindi neppure coscienza di sentire; tutto si ridurrebbe a un divenire cieco e caotico.


Tuttavia, la stessa unificazione dei cinque sensi in una sola percezione non può essere dovuta a un senso ulteriore, ma a una facoltà eterogenea e contrapposta al mondo sensibile, a "un principio che è in noi, unico e sempre uguale a se stesso, col quale riusciamo a cogliere mediante gli occhi ciò che è bianco e ciò che è nero, mediante gli altri organi certe altre qualità" (Teeteto, 184 d-e). Il soggetto della conoscenza non è dunque l'individuo sensibile ma l'essere razionale, l'anima (Teeteto 185 c-e): e l'oggetto del pensiero non può esser costituito da un magma in continuo divenire, ma dall'introduzione di un ordine, di una misura e di una identità all'interno di quel caos. Come un libro a prima vista è solo un insieme molteplice e disarticolato di segni, e solo con il pensiero ne possiamo cogliere l'unità interna, la ragion d'essere, ben diversa dal suo aspetto sensibile, così il mondo fisico molteplice e disarticolato acquista significato e ordine solo se e quando il pensiero ne individua le forme, le idee, che ne costituiscono la trama fondante (Fedone, 65c- 66a), e gli danno identità e unità. Filosofo è "colui che per mezzo del pensiero in se stesso e per se stesso e senza mescolanza indaga gli enti" (Fedone, 66a).

Che poi le idee siano pure ipotesi, come sostiene la scuola di Marburgo, o abbiano valore esclusivamente etico, come afferma lo Stenzel, o invece funzione essenzialmente epistemologica, secondo l'interpretazione del Cherniss, è questione da risolvere; ma rimane ferma la loro essenza stabilizzatrice che conferisce appunto identità e unità al pensiero, che solo per mezzo loro potrà aspirare a costruire una scienza dell'essere. Questa esigenza di unità e identità appare evidente fin dalle opere giovanili di Platone: già nel Lachete Socrate domanda, riguardo alle diverse circostanze in cui si può aver coraggio: "qual è la cosa che, essendo in tutte queste cose, permane la stessa?" (Lachete, 191e); e, nell'Eutifrone, a proposito dell'empietà, afferma: "non è tutto ciò che deve essere empio identico a se stesso avendo, come empietà, un'unica forma (idea)?" (Eutifrone 5d 1-5). E, molto più tardi, nel Cratilo, Platone scriverà: "le cose hanno un'essenza stabile propria, indipendente da noi [...]" (Cratilo, 386 d8-e4).

Aristotele, poi, riferendosi alle dottrine non scritte di Platone, sottolinea che i principi delle idee sono, secondo il maestro, l'unità e il grande e il piccolo (Aristotele, Metafisica, 987a 1 - b 10); teoria forse adombrata nei quattro generi massimi del Filebo, l'illimitato, il limite, la mescolanza e la causa (evidenti i riferimenti alla scuola pitagorica), e preceduta, già nel Sofista, da quella dei cinque generi sommi intorno ai quali si articolano le idee: essere, identità, alterità, moto, quiete.

La conclusione più corretta riguardo a queste schematiche osservazioni si può forse trovare nel famoso passo platonico che chiude il mito della caverna: "[...] il vertice del mondo intellegibile viene raggiunto nella discussione filosofica da chi aspiri, per mezzo del discorso della ragione senza l'aiuto di alcuno dei sensi, a giungere in ogni caso alla realtà essenziale, e non desiste finché non ha afferrato per mezzo dell'intelligenza pura la natura del Bene in sé [...] questo viaggio è ciò che noi chiamiamo dialettica" (Repubblica, 532 a 6 - b 6).

 

Torna all'indice delle domande