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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]

Dovrei preparare un esame di filosofia morale, e avrei bisogno di avere qualche riferimento sulla nascita del contratto sociale, quindi da Hobbes (più o meno), nonchè sulle ripercussioni del pensiero di Spinoza sull'etica del seicento e successiva.


Sul contrattualismo

Iniziatore di questa "corrente" di pensiero in epoca moderna è riconosciuto Johannes Althusius (1557-1638). I rappresentanti più noti di essa, e diversi tra loro nello svolgimento delle rispettive dottrine, sono Hobbes, Spinoza, Locke, Rousseau e Kant.
Il contrattualismo non implica un comune indirizzo politico. Entro una concezione contrattualistica dello stato stanno infatti sia l'assolutismo di Hobbes sia il liberalismo di Locke sia la democrazia di Rousseau.
Il termine indica in generale l'origine pattizia del potere statale, prodotto di un accordo esplicito o implicito fra individui, che segna il passaggio da uno stato puramente naturale a uno stato propriamente politico.
Il riferimento allo stato di natura non contempla necessariamente una sua precisa collocazione storico-fattuale. È anzi in più casi inteso come ipotesi logica.


Così come lo stato politico, anche lo stato di natura ha, negli autori che ad esso fanno riferimento, caratterizzazioni diverse. Ma al di là delle differenze in quest'ordine di considerazioni, in tutti i "contrattualisti" è presente l'idea che lo Stato è oltre e altro rispetto allo stato di natura. Di qui il comune carattere "artificiale", e appunto non naturale, del potere politico. Questa costruzione nasce da una scelta razionale che porta gli individui a fuoriuscire dalla loro condizione naturale.
In Hobbes questo avviene perché l'osservanza della prima legge di natura, che è un dettame della ragione, di cercare la pace (per conservare la vita) è insidiata proprio dall'esercizio di quel diritto naturale a tutto e su tutto che è all'origine di uno stato di guerra potenziale omnium contra omnes. Il patto col quale gli uomini si uniscono in società (pactum unionis) è anche il patto col quale si sottomettono a una comune autorità (pactum subiectionis), la quale "può usare delle forze e delle facoltà dei singoli, per la pace e la difesa comune" (De Cive, V, 9). Scopo del patto è perciò la sicurezza, alla quale si deve provvedere "con le pene". E l'unico diritto che gli individui conservano è proprio soltanto quello alla sopravvivenza. Ogni altro diritto, avendo rinunciato al diritto naturale a tutto, è istituito dallo Stato.


Non così in Locke, che ritiene lo stato di natura un luogo in cui alcuni diritti (alla sicurezza, alla libertà e alla proprietà) si costituiscono e che lo stato politico deve riconoscere e garantire. Lo stato di natura non è di per sé uno stato insocievole e belluino, anzi è dallo stato di guerra tanto lontano "quanto uno stato di pace, benevolenza, assistenza e difesa reciproca è lontano da uno stato di inimicizia, malvagità, violenza e reciproco sterminio" (Secondo trattato sul governo III, 19). Ciascuno in esso può lavorare e appropriarsi dei beni della natura con il suo lavoro: la "natura ha ben fissato la misura della proprietà in proporzione al lavoro degli uomini e ai beni d'uso della vita" (Secondo trattato sul governo V, 36). L'accumulazione che poi il denaro rese possibile, consentì che "la terra fosse posseduta in modo sproporzionato e ineguale, avendo con un tacito e volontario consenso escogitato il modo in cui uno può legittimamente possedere più terra di quella di cui può usare il prodotto […] Questa divisione dei beni, nella diseguaglianza della proprietà privata, gli uomini l'hanno resa attuabile al di fuori della società e senza un patto" (Secondo trattato sul governo V, 50). Tuttavia la difesa di questi diritti, in una condizione in cui non esiste una legge civile, imporrebbe l'uso individuale della forza contro la loro eventuale violazione. La Stato assolve essenzialmente a questa esigenza di difesa e garanzia dei diritti naturalmente maturati. Esso si può dire dunque che è preceduto dalla società economica e il patto di sottomissione è fondamentalmente limitato al solo diritto di farsi giustizia da sé.


In Spinoza nello stato di natura tutto è di tutti e affinché "gli uomini possano vivere in concordia ed essere di aiuto reciproco gli uni agli altri, bisogna che rinunzino al loro diritto naturale" (Etica IV, Pr. XXXVII Sc. II). Infatti "coloro che vivono barbaramente senza organizzazione politica […] conducono una vita infelice e quasi bestiale" (Trattato teologico-politico V), poiché il "diritto naturale di ciascun uomo è […] determinato e definito non da una saggia razionalità, bensì dalla propria cupidigia e dalle proprie possibilità" (T. t.-p. XVI). Ciò non impedisce che qualcuno informi "il suo vivere a criteri di razionalità", ma egli esercita un diritto sovrano quanto coloro che vivono "secondo le sole leggi dell'appetito", sicché nello "stato naturale non vi è nulla che possa dirsi giusto o ingiusto" (Etica IV, Pr. XXXVII, Sc. II). Ora, poiché "nessun affetto può essere ostacolato se non da un affetto più forte e contrario a quello da ostacolare, e [poiché] ognuno si astiene dal recar danno per il timore di un danno maggiore […] la Società potrà consolidarsi a patto che essa rivendichi a sé il diritto che ciascuno ha di vendicarsi e di giudicare del bene e del male, ed abbia, quindi, il potere di prescrivere un comune sistema di vita, di stabilire leggi e di tutelarle, non appellandosi alla ragione che non può vincere gli affetti, ma con le minacce" (Etica IV, Pr. XXXVII, Sc. II).

"Un così inteso diritto esercitato dalla società intera è detto "democrazia": regime politico definibile appunto come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere" (T. t.-p. XVI). Perché la democrazia? Perché un regime democratico, dice Spinoza, "mi sembra quello che più si accosta all'ordinamento naturale e che meglio corrisponde a quella libertà che la natura concede a ciascuno. In regime democratico, infatti, nessun individuo aliena il proprio diritto a favore di un altro, in modo da precludersi la facoltà di prendere nuove decisioni, bensì aliena il suo diritto a favore della totalità del corpo sociale di cui egli costituisce una parte. Ed è appunto perciò che tutti gli individui restano uguali, come lo erano prima nello stato di natura" (T. t.-p. XVI). Scopo dello Stato è la libertà.

Valter Oneili


 

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