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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]

Gentilissima redazione sono una studentessa del 5° anno del liceo ed avrei bisogno di informazioni sull'importanza dell'Illuminismo negli anni '60. Faccio riferimento alla Scuola di Francoforte e al pensiero di Habermas. Ho scoperto che ci sono punti di collegamento con le manifestazioni sessantottine ed avrei bisogno di ulteriori informazioni al riguardo. Vi ringrazio e vi saluto, Lucrezia.

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Nel 1923 nasce a Francoforte l’"Institut für Sozialforschung" (Istituto per la ricerca sociale). Nel 1931, Max Horkheimer ne assume la direzione. Al centro delle ricerche dell’istituto sta quella che è detta una teoria critica della società. Gli autori di cui il progetto di essa si nutrirà furono Hegel, Marx e Freud. L’intenzione di questa teoria è la critica della società contemporanea in vista della sua trasformazione.

Con l’avvento del nazismo, il gruppo di studiosi che si erano raccolti intorno alla scuola (oltre Horkheimer, Adorno, Marcuse e altri) fu costretto ad emigrare, per giungere nel 1934, dopo un breve passaggio in Svizzera, a New York.

Nel 1947, Adorno e Horkheimer pubblicano la Dialettica dell’illuminismo, un libro scritto durante gli anni della guerra. Il termine qui usato sin dal titolo e oggetto delle considerazioni dei due autori non è però da identificarsi con l’Illuminismo in senso "classico", cioè col movimento culturale settecentesco. Il termine indica piuttosto una mentalità che in ogni tempo è stata presente tra gli uomini, al punto da identificarsi, l’illuminismo, con la stessa "storia universale". Esso è innanzitutto il tentativo dell’uomo di dominare la natura e "ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni". Ma questo proposito si è dialetticamente ribaltato nel risultato e l’esercizio "totalitario" della razionalità, anziché liberare l’uomo dalla paura, ha dato luogo ad una condizione alienata e al dominio dell’uomo sull’uomo: "la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura".

Tuttavia, la critica che dell’illuminismo è svolta non è contro la ragione e neanche contro l’illuminismo, bensì piuttosto contro il pericolo di autodistruzione che in esso è insito. Nella Premessa alla Dialettica dell’illuminismo, gli autori infatti scrivono: "Non abbiamo il minimo dubbio - ed è la nostra petizione di principio - che la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso, con altrettanta chiarezza, che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna".

Lo scopo dunque che gli autori si prefiggono è di uscir fuori dalla logica del puro dominio, al fine di salvare le istanze veramente critiche della ragione e dell’illuminismo. Poco dopo il passo citato scrivono a proposito del primo saggio contenuto nell’opera: "La critica a cui vi è sottoposto l’illuminismo, intende preparare un concetto positivo di esso, che lo liberi dall’irretimento nel cieco dominio".

L’aspetto negativo dell’illuminismo sta nella sua riduzione del mondo a quantità e calcolabilità. "Tutto ciò che non si risolve in numeri, e in definitiva nell’uno, diventa, per l’illuminismo, apparenza; e il positivismo moderno lo confina nella letteratura. Unità rimane la parola d’ordine, da Parmenide a Russel. […] L’illuminismo è totalitario più di qualunque sistema". Tutto è già deciso in anticipo: "Quando, nell’operare matematico, l’ignoto diventa l’incognita di un’equazione, è già bollato come arcinoto prima ancora che ne venga determinato il valore. La natura è prima e dopo la teoria dei quanti, ciò che bisogna concepire in termini matematici; anche ciò che non torna perfettamente, l’irrisolvibile e l’irrazionale, è stretto davvicino da teoremi matematici. Identificando in anticipo il mondo matematizzato fino in fondo con la verità, l’illuminismo si crede al sicuro dal ritorno del mito. Esso identifica il pensiero con la matematica".

Così facendo "ogni pretesa della conoscenza viene abbandonata. Poiché essa non consiste solo nella percezione, nella classificazione e nel calcolo, ma proprio nella negazione determinante di ciò che è via via immediato. Mentre il formalismo matematico, che ha per mezzo il numero, la forma più astratta dell’immediato, fissa il pensiero alla pura immediatezza. Si dà ragione a ciò che è di fatto, la conoscenza si limita alla sua ripetizione, il pensiero si riduce a tautologia".

In un mondo in cui tutto è "anticipato" e calcolabile, la ragione finisce per spendere tutte le sue abilità nella ricerca dei mezzi idonei al conseguimento di fini passivamente assunti come dati e predisposti dal "sistema", cui tutti soggiacciono. Questa funzionalità è garantita dall’industria culturale, che crea bisogni e impone modelli, persino nel divertimento. L’uomo di fronte ad essa è spersonalizzato, vale come nulla o semplicemente come esemplare: "L’industria culturale, la società ultraorganizzata, l’economia pianificata hanno beffardamente realizzato l’uomo come essere generico. […] Egli stesso, come individuo, è l’assolutamente sostituibile, il puro nulla". Si celebra così e continuamente l’"apoteosi del tipo medio".

Per approfondire Giuseppe Bedeschi, Marcuse e la Scuola di Francoforte

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