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[Le domande degli studenti]

Cosa rimane della metafisica di Aristotele dopo Kant? E' Kant un revisore di Aristotele? Oppure Kant può approfittare dell'esperienza di 20 secoli di filosofia per dare una versione definitiva della metafisica, completandol'opera di Aristotele

È noto come Kant si sia dedicato alla critica di ogni metafisica che voglia conoscere gli oggetti a prescindere da come essi ci siano dati. Dovrebbe essere altrettanto noto che il termine metafisica in Kant non ha in ogni caso un significato, per così dire, negativo. Essa non solo resta necessaria e ineliminabile pur nei suoi sconfinamenti oltre i limiti dell’esperienza, ma il suo nome

«può esser dato all’intera filosofia pura, ivi compresa la critica, per raccogliere in un tutto la ricerca di quanto è conoscibile a priori e l’esposizione di ciò che costituisce il sistema delle conoscenze filosofiche pure» (Critica della ragion pura, UTET, p. 628-29).

In senso stretto, la metafisica «comprende tutti i principi razionali puri, derivati da semplici concetti […] relativi alla conoscenza teoretica di tutte le cose» (p. 629), cioè è metafisica della ragione speculativa o metafisica della natura.

Nella Critica della ragion pura, Kant dedica una sezione importante, che occupa la metà dell’opera, alla dialettica, cioè al luogo della parvenza trascendentale, della conoscenza illusoria. La Dialettica trascendentale è detta da Kant critica della parvenza dialettica e «si appagherà […] dello svelamento della parvenza dei giudizi trascendenti [cioè che oltrepassano i confini dell’esperienza possibile], e nel contempo di premunirci dal cadere vittima del suo inganno» (p. 304).

La metafisica che Kant intende criticare è quella che sorge da questo sviamento; quella metafisica che si erige sulla torsione dialettica delle idee trascendentali e che dà luogo alle idee di anima, mondo e Dio. La sua critica tuttavia «non sarà mai in grado di operare il dissolvimento di questa parvenza […] facendo sì che essa cessi di presentarsi. In effetti, qui siamo innanzi ad una inevitabile illusione naturale, riposante come tale su principi soggettivi, da essa scambiati per oggettivi» (p. 304).

Ma cos’è la dialettica? Essa è un uso della logica. Sin dall’Introduzione alla Logica trascendentale, Kant, nel dividere la logica in analitica e dialettica, specificava che quando la logica, che è, come dice, un canone di valutazione della correttezza formale delle nostre conoscenze, viene usata come strumento produttivo di effettiva conoscenza, allora ci si illude di conoscere. L’intelletto non può trarre da se stesso la materia della conoscenza, deve piuttosto ricercarla fuori di sé. Gli oggetti insomma, come tante volte Kant ripete, ci sono dati solo in quanto siano intuiti sensibilmente. È la sensibilità che ci dà oggetti, non l’intelletto, esso soltanto li pensa.

L’errore sembrerebbe quindi stare nell’intelletto. Ma in realtà la cosa è più complicata, perché Kant dice che né i sensi né l’intelletto, di per sé soli, errano: i sensi, perché non producono giudizi (e l’errore come la verità stanno solo nel giudizio); l’intelletto perché, pur giudicando, se lasciato per così dire a se stesso, non può non seguire le sue regole, esso, come ogni forza della natura, non può contravvenire alle proprie leggi.

Sicché, come Kant scrive, «l’errore è prodotto dall’influsso inavvertito della sensibilità sull’intelletto», e in nota aggiunge che quella stessa sensibilità che è fonte di conoscenze reali è proprio, quando influisca sull’intelletto e lo determini al giudizio, «il fondamento dell’errore». È qui che si tocca uno dei punti più problematici dell’opera kantiana, perché come si produca quest’influsso e come resti inavvertito Kant, sino in fondo, non lo spiega.

D’altra parte, egli, nel parlare dello sviamento dialettico, s’è detto sin dall’inizio, insiste sulla sua inevitabilità e sull’esistenza di «principi reali che ci inducono ad abbattere» i confini dell’esperienza e anzi ne esigono la violazione. Questi principi "trascendenti", come Kant stesso li chiama, nel paragrafo che tratta Dell’uso puro della ragione vengono fatti scaturire dalla trasformazione di una massima logica e di un bisogno della ragione (che «sta nel trovare, per la conoscenza condizionata dell’intelletto, quell’incondizionato in virtù del quale trova compimento l’unità di tale conoscenza»), in un principio secondo cui «essendo dato il condizionato, è data anche (ossia è contenuta nell’oggetto e nella sua connessione) tutta quanta la serie delle condizioni, sicché la serie stessa risulti incondizionata» (p. 310). Questa trasformazione, che Kant ritiene essere un equivoco, avviene "per fretta", così come "solo per incomprensione e avventatezza" le idee della ragion pura divengono dialettiche.

In sé prese, le «idee della ragione non possono in nessun caso essere dialettiche […]. Tali idee ci sono infatti date dalla natura stessa della nostra ragione ed è impossibile che questo sommo tribunale di ogni diritto e di ogni pretesa della nostra speculazione contenga inganni originari e illusioni fuorvianti» (p. 524). Neanche la ragione dunque, in sé, errerebbe. «Qualsiasi errore di surrezione è in ogni caso da attribuirsi a una manchevolezza del giudizio, non all’intelletto o alla ragione» (p. 508-09). Essa contiene, rettamente intesa, solo principi regolativi e in ciò è assolutamente indispensabile, e l’uso delle idee è «proficuo, quindi immanente» (p. 508). Ma quando questi principi vengano «fraintesi come principi costitutivi» (p. 543), allora, pur seducente, si produce soltanto un’ingannevole parvenza.

Il problema che resta aperto è come quell’inganno si produca, cioè come sia possibile l’errore. "Fretta", "incomprensione" e "avventatezza" non riescono a dar conto di quella tante volte indicata necessità della dialettica che è a un tempo il punto forte e debole della spiegazione kantiana della metafisica.

Valter Oneili

Sull'argomento consulta anche queste interviste: Paul Ricoeur, L'etica secondo Aristotele, Renato Laurenti, Lo Stato e il cittadino nella 'Politica' di Aristotele,

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