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Un approfondimento sui concetti di Essere e Nulla con riferimento alla Natura come Physis contro il creazionismo libero cristiano

Già nel più antico pensiero greco, come attesta Platone, si poneva il problema di ciò che si intende per natura: "per natura vogliamo intendere il principio generatore delle cose primordiali" (Leggi, 892 c 2). Aristotele specificava ulteriormente: "perciò alcuni dicono che è il fuoco, altri che è la terra, altri l’aria, altri l’acqua, altri che taluni di questi e altri poi che tutti questi sono la natura degli esseri" (Fisica, II, 193 a, 21-23). Si profilava già allora con estrema chiarezza il rifiuto ellenico di concepire il concetto di creazione, e, di conseguenza, il nulla: "e ne concludono che nulla nasce e nulla perisce, perché questa natura si conserva sempre…giacché è necessario che ci sia una tal natura, sia unica sia molteplice, da cui si generino le altre cose, conservandosi essa stessa" (Aristotele, Metafisica, I, 3, 983 b sgg.).

In una breve nota è inevitabile limitarsi a dare solo qualche schematica e necessariamente generica indicazione su quello che è probabilmente il problema centrale di tutto il pensiero ellenico, il rapporto, cioè, tra essere e non essere.

Per seguire un percorso diacronico è possibile rinvenire la questione fin dagli albori del pensiero ionico: "onde viene la generazione degli esseri, in ciò anche si compie la loro dissoluzione, secondo una legge necessaria…" ( Anassimandro, DK, 12 B1). Questa natura in-(de)-finita è eterna e immutabile: separarsi da essa comporta una colpa la cui pena è la morte, cioè il ritorno all’originaria in-distinzione. E, d’altronde, i più antichi Pitagorici, sia che considerassero l’Uno, sia che considerassero l’antitesi limite-illimitato l’archè dei numeri, e quindi della realtà, non concepiscono l’esistenza dello zero (cioè del nulla), mentre a livello fisico lo "entificano" nel vuoto, collocandolo però fuori dal cosmo e attribuendogli la sola funzione di separare gli enti una volta "inspirato" provvisoriamente nel cosmo stesso: "il vuoto, dicevano, distingue le nature essendo una specie di separazione e distinzione delle cose consecutive" (Aristotele, Fisica, IV, 6, 213 b 22-27). Sono poi fin troppo note le tesi di Eraclito e Parmenide su essere e non-essere, anche se la loro interpretazione è tutt’altro che definitivamente accettata: basterà ricordare che per il primo " la natura ama nascondersi" (DK 22 B 123), e che "quest’ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno…" (DK, 22 B 30), fuoco in cui vive la palintropos harmonie di essere – non essere, e che incarna forse l’arcaica coalescenza pensiero-parola-realtà da cui la filosofia greca si emanciperà soltanto con la concezione dell’equivocità dell’essere in Aristotele. Troppo famose e troppo dibattute sono le tesi di Parmenide per insistervi su: basti citare i celeberrimi frammenti DK 28 B 2-3, 28 B 4, , 28 B 6: "per la parola e il pensiero bisogna che l’essere sia: solo esso infatti è possibile che sia e il nulla non è", ma soprattutto il 28 B 8. Al di là delle infinite dispute sull’interpretazione del "venerando e terribile" Eleate, basti ricordare qui che tutto il pensiero dei pluralisti è stato da più parti visto come un disperato, gigantesco tentativo di "salvare i fenomeni", e che i maggiori sofisti, Protagora e Gorgia, combattono l’essere eleatico impugnando tutte le armi di cui dispongono (non a caso la maggiore opera di Gorgia è tramandata come "Sulla natura, ossia sul non essere"). Per concludere queste brevi osservazioni è appena il caso di ricordare il "parricidio" di Parmenide compiuto da Platone nel Sofista, dove comincia a incrinarsi l’ "univocità" dell’essere ("ma quando diciamo non essere, a quel che pare, non diciamo il contrario dell’essere, ma solo il diverso…" Sofista, 257 b 3-5) e la soluzione proposta da Aristotele al problema: "la parola essere si dice in molti significati, ma tutti si riconducono ad uno e ad una certa natura unica…" (Metafisica, IV, 2, 1003 a-b).

Da quanto detto, appare evidente come il pensiero greco rifugga dal concepire il nulla, e sia completamente estraneo al concetto cristiano di creazione ex nihilo.

Questa totale estraneità rispetto alla concezione del mondo del primo Cristianesimo appare con estrema evidenza negli Atti degli Apostoli, XVII, 22-33: quando Paolo nell’Areopago, parla della resurrezione di Cristo- cioè della morte di Dio e del suo ritorno alla vita, del suo passaggio dal nulla all’essere- dei filosofi epicurei e stoici presenti "alcuni lo deridevano, altri dissero: "ti sentiremo su questo un’altra volta". Così Paolo uscì da quella riunione". Da allora in poi, scrivono i commentatori della Bibbia di Gerusalemme "la sua predicazione rifiuterà i paludamenti della sapienza greca" (1 Cor. 2, 1-5).

Per iniziare ad approfondire la conoscenza del problema trattato sarà bene cominciare dalla lettura dei seguenti testi:

F. Adorno: La filosofia antica, Milano 1961;

R. Mondolfo: L’infinito nel pensiero dell’antichità classica, Firenze, 1967;

J. Burnet: Early greek philosophy, Londra 1908.

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