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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]

Sono alla ricerca di un commento alla frase di Nietzsche: "I fatti sono stupidi". Potreste inviarmi qualche commento, interpretazione, o qualche documento in cui si parli di questa frase.

Nel § 8 della Seconda considerazione inattuale (Sull’utilità e il danno della storia per la vita - 1874), Nietzsche a un certo punto scrive: «Credo che in questo secolo non vi sia stata nessuna pericolosa deviazione o svolta della cultura tedesca, che non sia divenuta più pericolosa per la enorme influenza dilagante fino a questo momento di questa filosofia, cioè di quella hegeliana».

A cosa ha portato la filosofia hegeliana?

All’idolatria del fatto, attraverso la credenza che il presente (la sua "miseria sapiente") sia il "necessario risultato" di quanto è accaduto precedentemente. La critica che qui Nietzsche svolge non è, nei suoi tratti più generali, originale. L’esito di quella mentalità hegeliana sarebbe l’accettazione di ogni esistente:

«Colui che prima ha imparato a chinare la schiena e a piegare il capo dinanzi alla ‘potenza della storia’, da ultimo accenna in maniera cinesemente meccanica un ‘sì’ ad ogni potenza, sia questo un governo, un’opinione pubblica, una maggioranza numerica […]. Se ogni successo contiene in sé una necessità razionale, se ogni evento è la vittoria del ‘logico’ o dell’‘idea’ - ebbene, ci si inginocchi subito e si percorra inginocchiati tutta la scala dei ‘successi’».

Negli appunti che nell’estate-autunno 1873 Nietzsche redigeva, in più luoghi si torna, anche senza riferimento diretto a Hegel, su questo punto, cioè sul carattere "giustificatorio" dell’odierno senso storico. Quel senso storico che si esprime nell’atteggiamento di chi studia le cose e i fatti del passato senza ridere né piangere: «prendere tutto "obiettivamente", non incollerirsi di nulla, non amare nulla, "comprendere" tutto - questo significa oggi il senso storico» (Frammenti postumi, 1869-74, 29[57], p. 253). Se ogni fatto ha in sé una sua razionalità, allora esso diventa un idolo e infatti, prosegue Nietzsche, «in tutti i tempi è apparso più simile ad un vitello che ad un Dio». Qualunque cosa per il solo fatto che è accaduta risponde a una razionalità. Ma invece il fatto è "sempre sciocco" e la storiografia presunta "oggettiva si tramuta in quella tendenziosa" (Fr. post., p. 295).

Ora, quanto Nietzsche abbia ragione nell’attribuire l’origine di questa idolatria a Hegel, cui già altri prima di lui avevano in forme magari un po’ diverse mosso lo stesso rimprovero, non può essere discusso dettagliatamente, perché la questione esiste e tocca il nesso problematico tra realtà e razionalità. Sarà tuttavia di una qualche utilità, almeno didattica, far riferimento ad alcune esplicite dichiarazioni hegeliane in senso contrario, per chiarire che per Hegel non tutto ciò che esiste può dirsi in senso proprio reale.

Nell’Enciclopedia Hegel era tornato, in una importante nota al § 6, sulla sua identificazione fra realtà e razionalità che nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto (1821) aveva espresso. Lo sforzo di Hegel è quello di distinguere tra realtà e realtà: «l’esistenza in generale è in parte fenomeno, e soltanto in parte è realtà effettiva. Nella vita comune accade che si chiami accidentalmente realtà effettiva ogni cosa che viene in mente, l’errore, il male e cose simili, come pure qualsiasi esistenza per quanto avvizzita e transeunte. Ma, già per il sentimento comune, un’esistenza contingente non merita il nome enfatico di realtà effettiva - il contingente è un’esistenza che non ha un valore molto superiore al possibile, un’esistenza che può non essere allo stesso modo che è» (Enciclopedia, UTET, tr. Verra, vol. I, p. 129). La distinzione fondamentale sarebbe allora tra necessità e accidentalità, o contingenza, cioè tra ciò che non può non essere e ciò che può non essere. Esisterebbe perciò una realtà in senso effettivo, che è identica alla razionalità perché necessaria, e una esteriorità fenomenica caduca, che non avendo in senso proprio il carattere della realtà non può allora avere neanche quello della razionalità.

La questione dunque, più specificamente, non è se ogni fatto sia razionale, cioè effettivamente reale, bensì quale sia il modo di distinguere, al di là delle formulazioni, il necessario dal contingente.

Valter Oneili

 

Per approfondimenti vedi il percorso tematico su Friedrich Nietzsche

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