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[Compiti a casa]

[Le domande degli studenti]

Dovrei preparare un percorso tematico per l'esame di maturità su "L'uomo e l'infinito: l'esperienza del limite e il sublime". Per quanto riguarda la filosofia ho intenzione di fare dei riferimenti al concetto pascaliano di uomo come "canna pensante" ma ho bisogno di consigli su quale altro autore da inserire

Nell’Introduzione alle Lezioni sulla storia della filosofia, Hegel scrive: «Parlare di limiti del pensiero umano è vuota ciarla. […] Chi parla d’una ragione soltanto finita, soltanto umana, chi parla soltanto dei limiti della ragione, mentisce contro lo spirito; poiché lo spirito, come infinito, universale, intendendo se stesso, non intende se stesso in un soltanto, in limiti, nel finito come tale, e non ha rapporto con tutto ciò: ma intende se stesso soltanto in se stesso, nella sua infinità» (pp. 87 e 89). È uno dei tanti luoghi in cui Hegel si esprime contro la retorica della finitezza, che vorrebbe far cadere fuori dal potere della ragione e della conoscenza l’infinito, Dio e, in fondo, la verità stessa. Per Hegel, dire che il pensiero è finito è solo apparentemente una saggia e ragionevole ammissione, in realtà si tratta di una affermazione inconsistente.

La dialettica impedisce di fissare le determinazioni opposte, essa anzi costituisce il principio del passare di una determinazione nel suo opposto. Ogni finito è tale proprio in quanto è mosso dalla contraddizione che ha in sé a trapassare nel suo opposto. Tutto, com’è noto, è unità di determinazioni opposte: essere e nulla, affermazione e negazione, universale e particolare, così anche finito e infinito e altro ancora. Dire di qualcosa, dunque, soltanto che è finito è falso, come lo è ogni unilateralità. Il ragionamento si può ripercorrere sinteticamente in molti modi, uno di questi è il seguente: se finito e infinito fossero concepiti l’uno come esterno all’altro, il limite del finito costituirebbe anche il limite dell’infinito, che così diventerebbe finito. L’infinito come tale non può, perciò, essere pensato semplicemente come l’al di là del finito, né il finito come l’al di là dell’infinito. Nessun limite può essere concepito come una barriera invalicabile, proprio perché il limite è il risultato di un oltrepassamento: posso dire che qui è il limite solo in quanto io sia già oltre quel limite. Sicché proprio la coscienza della propria finitezza è "indizio" del fatto che il pensiero è già oltre quel limite, e quell’oltre in cui il pensiero è, seppure in forma ancora indeterminata e astratta, non si ha ragione di dire che è oltre il pensiero.

Persino nella religione non si parla di qualcosa che sia al di là del pensiero. Al contrario, in essa il pensiero è operante, seppure, come Hegel dice, in forma rappresentativa e non propriamente concettuale, com’è nella filosofia. Entrambe, religione e filosofia, sono forme diverse del medesimo contenuto, che è la verità. La caratteristica della religione, come Hegel dice in uno di tanti luoghi, sta nell’essere «la forma della coscienza in cui la verità è per tutti gli uomini, per gli uomini di qualsiasi livello di cultura» (Enciclopedia, UTET, Pref. II ed., p. 98) e, ancora nella Introduzione alle Lezioni sulla storia della filosofia, aveva detto: «Non potendo la coscienza pensante esser la forma esteriore universale per tutti gli uomini, la coscienza del vero, dello spirituale, del razionale, deve assumere la forma della religione. E in ciò sta la giustificazione universale di questa formazione» (p. 96).

Dio, perciò, è sì "qualcosa" che si sente, ma anche e più essenzialmente è oggetto di pensiero ed è il pensiero in quanto pensi se stesso. Del resto, «come sentimento, lo spirito è […] soltanto il gradino più basso della coscienza, anzi la forma di anima comune con gli animali. Soltanto con il pensiero l’anima, di cui è dotato anche l’animale, diventa spirito, e la filosofia è soltanto la coscienza di quel contenuto, dello spirito e della sua verità» (Enc., cit., pp. 99-100). Ciò significa, tra l’altro, che soltanto nel pensiero Dio trova la sua verità, e la "superiorità" dialettica della filosofia rispetto alla religione sta proprio nella maggiore comprensività della prima: «… il concetto comprende se stesso e la figura priva di concetto, ma questa figura, partendo dalla sua verità interna, non comprende invece il concetto. La scienza comprende il sentimento e la fede» (p. 107). Ecco allora che un Dio soltanto sentito è un Dio non sufficientemente compreso e conosciuto. E chi dice che, conosciuto e compreso, quel Dio non è più Dio, non comprende che soltanto questo è il vero Dio; l’altro, quello della devozione e del sentimento, è solo una rappresentazione, ancorché necessaria, ancora insufficiente della verità.

Dopo tutto, concludendo la allocuzione all’inizio delle sue lezioni a Berlino il 22 ottobre 1818, Hegel aveva detto: «L’essenza celata dell’universo non ha in sé nessuna forza che possa resistere al coraggio del conoscere».

Valter Oneili

 

Per approfondimenti vedi l'intervista di Remo Bodei L'estetica del bello e del sublime

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