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Vorrei avere appunti, suggerimenti... sul ruolo dell'antieroe

"Vi è nell’arte un inevitabile elemento di hybris", scriveva Marcuse nel 1977: "l’arte non può tradurre la sua visione in realtà e rimane un mondo "fittizio"[…] la forma estetica, mediante la quale un’opera si oppone alla realtà costituita, è nello stesso tempo una forma di affermazione, di conferma […]" (Herbert Marcuse, La dimensione estetica, Milano 1978, pp. 71-77). Nell’appiattimento della società industriale, cioè, l’arte deve opporsi alla logica di dominio in cui vive l’uomo contemporaneo, invocare il possibile contro il reale, quel reale che oggi ha soppresso il possibile (cfr. Theodor W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1977). Non a caso, Marcuse cita i più terribili drammi di Strindberg, pervasi di odio e perfidia, in cui comunque riecheggia il grido del Traumspiel: "Es ist schade um die Menschen (Peccato per gli uomini!)".

Fin dal diciannovesimo secolo è dunque obiettivo principale dell’opera d’arte tentar di distruggere i valori fondanti della borghesia ottocentesca, anche attraverso il mito dell’antieroe: in sostanza - anche al di là delle intenzioni di Dostoevskij - Raskolnikov, Ivan Karamazov, il principe Myskin (che non a caso ricade nella sua "idiozia") e il suo "doppio" negativo Ippolìt, Stavrogin, Kirillov, lo stesso Bazarov di Turgenev hanno il ruolo e la funzione di mostrare che è possibile varcare le colonne d’Ercole della Weltanschauung borghese, anche a costo della distruzione personale: d’altronde, il secondo e il terzo paragrafo del Catechismo del rivoluzionario di Necaev (ispiratore dello Stavrogin dostoevskiano), affermano: "il rivoluzionario ha rotto ogni legame con l’ordinamento civile con tutto il mondo colto e con tutte le leggi […] Non conosce che una scienza: quella della distruzione […]". E già Stirner aveva scritto: "Io ho fondato la mia causa su nulla" (M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, Adelphi, 1979, p.381).

Seguendo Lucien Goldmann, si può sostenere che, dall’Ottocento ad oggi il percorso del romanzo può essere scandito in tre periodi fondamentali: quello dell’eroe positivo o problematico (ad es. il principe Andrea di Guerra e pace); il periodo di transizione, molto più vario e ricco, in cui comunque sembra prevalere la figura dell’eroe negativo (il Kurtz di Cuore di tenebra, incarnazione di un’esistenza anarchica e malvagia, unica alternativa all’integrazione sociale borghese); e infine il cosiddetto periodo "non biografico", con l’eclissi del soggetto e il dominio dell’oggetto.

Nel periodo di transizione, l’antieroe si trasforma progressivamente da eroe negativo, da protagonista dell’ "azione" a protagonista dell’ "impressione", per usare il giudizio di Proust: Giovanni Castorp o ancor più Ulrich sono ormai spettatori fenomenologicamente "imparziali" di eventi che non li coinvolgono e a cui si sentono profondamente estranei: l’antieroe del periodo di transizione ha ormai acquisito la convinzione dell’assoluta gratuità e insensatezza dell’agire e della totale assurdità di ciò che è e di ciò che lo circonda: basti ricordare il "protagonista" del Processo o il raggelante apologo dell’Uomo alle porte della legge, o ancora la Metamorfosi; oppure, in altro contesto, i personaggi degli Indifferenti o l’ Antoine Roquentin de La nausée. Per non citare poi le troppo celebri opere di Ionesco e Beckett.

Quando si giunge al terzo periodo, alla "scuola dello sguardo", appare evidente che il Nouveau Roman decentra definitivamente il soggetto, rinunciando a costruire il mondo intorno a lui: basti pensare alle lettere che indicano ne L’année dernière a Marienbad o ne La Jalousie le entità sostitutive dei personaggi o la disgregazione dell’individualità dietro ai ruoli e alle funzioni ne Les gommes. In questa scuola, insomma, l’antieroe, l’individuo, è la risultante necessaria di forze strutturali impersonali e cieche.

Osservazioni analoghe si potrebbero formulare passando dalla cultura "alta" alla cultura di massa: rimangono magistrali le pagine di Umberto Eco sugli antieroi dei fumetti -cfr. per tutti Charlie Brown: "ingenuo, testone, sempre inabile e quindi votato all’insuccesso". Ma Charlie Brown "non è inferiore, peggio, è assolutamente normale. È come tutti. Per questo marcia sempre sull’orlo del suicidio o quanto meno del collasso […]" (Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Milano, 1963).

Insomma, nella cultura di massa l’antieroe è l’everyman, il personaggio Mike Bongiorno: in lui, "lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti […] egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello […] egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti." (U. Eco, Diario minimo, Milano, 1963).

I testi da consultare per iniziare una ricerca sull’antieroe possono essere:

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi 1966;

Theodor W. Adorno, Teoria estetica, Torino, Einaudi 1977;

György Lukács, Il romanzo storico, Torino, Einaudi 1965;

Lucien Goldmann, Per una sociologia del romanzo, Milano, Bompiani, 1967.


 

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