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Il danno per Stuart Mill. Quando è giustificato l'uso della forza dello Stato contro la volontà dell'individuo?

INDIVIDUO E STATO NEL PENSIERO DI JOHN STUART MILL

Il filosofo ed economista John Stuart Mill (1807-1873) riassume nella sua opera i grandi principi della tradizione liberale (Locke) e liberista (Smith, Malthus e Ricardo) inglese che, a sua volta, trova il suo fondamento nell’utilitarismo di Bentham. Per questa tradizione di pensiero l’individuo ha un valore assoluto e l’agire dell’uomo deve tendere all’utile. Di qui la libertà di impresa, la difesa della spontaneità e della creatività dell’individuo contro ogni abuso del potere e dell’autorità e la difesa della legittimità del profitto individuale. Lo Stato, per il liberalismo, nasce solo per tutelare i diritti individuali (libertà, sicurezza e proprietà) e non deve intromettersi con la sua azione nella sfera del libero mercato che, fondato sul principio dell’utile e del profitto, può autoregolamentarsi in  virtù di quella che Adam Smith aveva definito la “mano invisibile”, una sorta di circolo virtuoso per cui l’utile di ciascuno produce l’utile di tutti e la ricchezza, in virtù della divisione del lavoro, si distribuisce il più equamente possibile senza l’intervento dello stato.

Lo scritto di Mill Sulla libertà (1859) rappresenta un’appassionata difesa della libertà individuale contro il pericolo di una eguaglianza sociale imposta dallo stato. Si tratta di una prospettiva radicalmente individualistica ed utilitaristica: per Mill l’intervento dello Stato nella sfera della libertà individuale è ammissibile solo per difendere i diritti dell’individuo. L’individualismo ha un limite solo nell’individualismo.

Ma sul rapporto individuo- stato  e libertà- eguaglianza la riflessione di Mill va oltre i principi del liberismo classico. Nella sua Autobiografia lo stesso Mill sottolinea l’influenza che sulla sua formazione intellettuale ebbe il socialismo di Saint-Simon e la fede democratica di Tocqueville. La riflessione di Mill rappresenta  dunque il luogo di incontro tra il liberalismo classico e i   nuovi ideali di democrazia e socialismo.

Nel Sistema di economia politica (1848) Mill aderisce ai principi dell’economia liberista di Smith e Ricardo ma mette in discussione la fede eccessivamente ottimistica nella “mano invisibile”. Per Mill l’ordine economico non è un fatto di natura, un ordine necessario. Solo le leggi della produzione sono “leggi di natura” cioè si fondano sui principi ineliminabili del lavoro, della concorrenza e della competizione. Ma le leggi della distribuzione della ricchezza e delle  merci prodotte non sono naturali, ma dipendono dalle abitudini, dalla mentalità e dalle leggi degli Stati. Per questo è possibile ed anzi necessario modificare queste leggi per ottenere la più equa distribuzione della ricchezza e delle risorse. La scelta tra liberismo individualista e socialismo “dipenderà principalmente da un’unica considerazione, cioè da quale dei due sistemi si concili con la massima somma possibile di libertà e spontaneità umana”. Su questo punto Mill anticipa la posizione che sarà di Benedetto Croce che, in polemica con Einaudi, distingue in modo netto liberalismo e liberismo. Anche per Croce la scelta tra socialismo e liberismo è una scelta empirica e pragmatica che va fatta di volta in volta, tenendo conto del contesto storico dal momento che un ordinamento economico socialista o liberista possono entrambi aumentare o diminuire la libertà che non è solo un fatto economico ma un valore etico.

            Dunque Mill non è contrario all’intervento dello Stato nella sfera economica e difende quelle misure dall’alto volte a migliorare le condizioni economiche dei cittadini e a distribuire più equamente la ricchezza. Questo però non condusse mai Mill ad aderire al socialismo di cui riconosceva il valore e la portata morale. Era troppo forte in lui il culto della libertà individuale rispetto alla quale l’intrusione sistematica e strutturale dello Stato nell’impresa economica costituiva un pericoloso attentato. Mill si muove con grande prudenza e saggezza tra individualismo e statalismo, tra libertà ed eguaglianza e “se le nuove prospettive socialiste lo attraggano, l’orrore per il dispotismo lo rende conscio dei pericoli immanenti ai governi democratici e socialisti non meno che alla vecchia monarchia assoluta” (G. De Ruggiero, Storia del liberalismo). 

L’attenzione di Mill ai temi della giustizia sociale  e della solidarietà nasce dentro l’orizzonte liberale e liberista che costituiva il suo punto di riferimento naturale e non rappresenta la fuoriuscita da questo orizzonte nella direzione del socialismo. Possiamo definire Mill un “riformista”, un fautore cioè del limitato intervento dello Stato al fine di realizzare una distribuzione più razionale delle risorse della comunità. Ma è all’interno dell’utilitarismo che nasce in lui questa dimensione solidaristica. Alla base di ogni politica sociale deve esserci per Mill il principio della “massima felicità per il maggior numero di persone”. Per Mill l’utile o il benessere di ciascuno non può ignorare l’utile  e il benessere degli altri: la mia felicità rischia di vacillare se non vive scambievolmente con la felicità dell’altro. Dunque l’utile individuale rimane l’unico criterio legittimo con cui valutare l’azione politica, ma nell’utile di ciascuno è inscritto l’utile dell’altro. Mill, in tal modo, giustifica, all’interno di una prospettiva utilitaristica e individualistica quei comportamenti “statalistici” o “comunitaristici” attenti alla giustizia sociale.

Da  convinto e appassionata liberale Mill non solo rifiuta ogni ipotesi di governo socialista ma coglie i pericoli insiti nella democrazia. Rifacendosi a Tocqueville mette in guardia dal rischio della cosiddetta “tirannia della maggioranza” che viene usata e manipolata per fare gli interessi di una classe o di pochi individui. Contro questo pericolo Mill propone la classiche contromisure liberali volte a tutelare la libertà delle minoranze e la libertà dell’individuo contro ogni sua omologazione  o sfruttamento che deriva dal suffragio universale della democrazia. Ma “più latente e insidiosa è per Mill la tirannia che la società stessa esercita non tanto con le leggi politiche quanto con le tradizioni, coi costumi, con la routine, con l’opinione pubblica…C’è pertanto nella democrazia, secondo Mill, un’opera assidua di livellamento, che rende tutti gli uomini egualmente mediocri; una specie di tirannia anonima e collettiva che abbassa ogni cima, smussa ogni spigolo, smorza ogni tono vivace…Qui non v’è altro scampo che nell’intimità della coscienza, che reclama il diritto alla personalità e lo afferma contro tutti e si ribella alle imposizioni della società per quel che riguarda la sfera intangibile dell’ io “ (ibidem). Alla fine Mill si rifugia nel porto sicuro dell’individualismo: la libertà individuale è per lui un sacrario inaccessibile e inespugnabile.


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