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Quali sono le fonti del diritto per i giusnaturalisti?

LE FONTI DEL DIRITTO PER IL GIUSNATURALISMO

Il termine “giusnaturalismo” (dal latino ius = diritto e naturalis= naturale) indica la dottrina filosofica che afferma l’esistenza di un “diritto di natura”, cioè di un insieme di norme o prescrizioni diverse da quelle poste dallo stato (diritto positivo). In tal senso il giusnatuaralismo si oppone al “positivismo giuridico” che ritiene che non esistano norme naturali valide di per sé (senza uno stato e un ordinamento giuridico che le emani e le faccia rispettare) e superiori alle leggi positive. 

Il giusnaturalismo ritiene che esistano principi condivisibili e norme di comportamento universali e metastorici: essi precedono gli stati (che cambiano nello spazio e nel tempo) e devono essere la misura delle norme statuali. Anzi, per il giusnaturalismo, una legge positiva è giusta solo se non entra in contrasto con le norme naturali. Ad esempio la pena di morte, per quanto voluta e legittimata dalla libera e democratica volontà di un popolo e, dunque, di fatto giusta (legge positiva), nella prospettiva giusnaturalistica può essere dichiarata ingiusta perché violerebbe una presunta norma naturale (cioè universale e metastorica): non uccidere.

La prima formulazione del giusnaturalismo e di una distinzione tra “giusto per natura” e “giusto per legge” si trova nella sofistica greca.  Ippia e Antifonte, ad esempio, sottolineando la differenza tra le leggi dei vari stati che cambiano a seconda del contesto storico e della collocazione geografica (per Atene è giusto ciò che per Sparta è ingiusto) ammettono l’esistenza di un “giusto per natura” inteso come ciò che è conforme alla ragione umana, intesa come principio universale e assoluto, dal momento che gli uomini sono tutti uguali per natura, cioè in virtù della comune ragione che li unifica.

Questa considerazione ci consente di affrontare il problema fondamentale del giusnaturalismo: una volta ammesse delle leggi universali e metastoriche, cioè “naturali” che cosa si intende con “natura”? Qual è, in altri termini, la fonte del diritto naturale? Il positivismo giuridico non incorre in questo problema perché nega l’esistenza di una “natura” universale e comune a tutti gli uomini che precede gli stati quali formazioni storiche e nega l’esistenza di norme assolute, cioè sciolte dalla relatività dello spazio e del tempo. Per il positivismo giuridico la fonte del diritto e della norma è l’ordinamento giuridico dei vari stati: le norme pertanto sono storicamente determinate e variano con il variare delle comunità statuali.

            Nella storia del pensiero filosofico e giuridico possiamo rintracciare almeno tre varianti di giusnaturalismo che si distinguono proprio per il loro diverso modo di intendere la “natura” quale fonte ultima della norma giuridica:

il giusnaturalismo che ammette una legge naturale stabilita dalla divinità e rivelata gli uomini;

il giusnaturalismo che ammette una legge naturale in senso stretto, cioè fondata su una sorta di istinto naturale o animale;

il giusnaturalismo che ammette una legge naturale nel senso di “razionale”, cioè una legge fondata sulla comune natura dell’uomo inteso come animale razionale. La fonte ultima della norma, in questo caso, sarebbe la ragione umana che prescrive a se stessa il suo comportamento.

Divinità, natura fisica e ragione: sono questi i tre principi su cui si basano le principali forme di giusnaturalismo o diritto naturale. Per quanto profondamente diverse, queste tre prospettive sono accomunate dal fatto che ammettono un principio superiore e anteriore allo stato concepito come limite invalicabile e inviolabile, come un valore naturale intangibile, un ordine della natura da rispettare e a cui la storia nel suo variare deve conformarsi.

La versione naturalistica del giusnaturalismo trova la sua prima formulazione nel giurista romano Ulpiano che intendeva la natura come l’istinto presente in ogni essere animato. La versione razionalistica trova la sua emblematica formulazione in Cicerone che si ispira all’idea stoica secondo cui la natura è governata da una legge razionale, da un logos; in base a questa idea Cicerone sostiene l’esistenza di una legge immutabile ed eterna, eguale in tutti i tempi e luoghi e fondata sulla  ragione umana: l’uomo non può violarla se non rinnegando la sua stessa natura di essere razionale.

Il pensiero cristiano- medioevale riprese il giusnaturalismo naturalistico di Ulpiano e  quello razionalistico di Cicerone e sviluppò, accanto ad essi, una terza versione di questa dottrina che identificava il diritto naturale con la legge rivelata da Dio a Mosè. Con Tommaso d’Aquino il giusnaturalismo trova una formulazione rigorosa e sintetica: la “legge naturale” è interpretata come l’ordine imposto da Dio nell’universo e che è presente nella ragione umana. La legge di natura in Tommaso deriva da Dio, è insita nella natura creata ed è rivelata alla ragione umana.

La posizione di Tommaso è alla base del giusnaturalismo cattolico contemporaneo che rifiuta l’idea di una relatività e variabilità storica dei principi del comportamento umano con la conseguente idea che le norme etiche e giuridiche possano essere il frutto di “contrattazioni” parlamentari e di convenzioni o patti che variano nel tempo e nello spazio.


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