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La ragione conduce alla
felicità
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Se
l'uomo è per natura un
essere razionale, come afferma
Aristotele, allora l'uso della
ragione conduce alla realizzazione
di sé, ovvero allo stato
che dà la felicità
e che rappresenta la condizione
naturale dell'uomo. Essere felici
non è una scommessa con
la buona sorte, ma il risultato
che si ottiene dal buon governo
delle passioni, dall'uso della
volontà e dalla misura
nei desideri.
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Per
Aristotele la felicità vera è
quella che dura, che esige permanenza
e costanza. E' uno stato della mente.
Non coincide con il piacere sensibile:
gli animali, per esempio, provano piacere
ma non sono destinati ad essere felici
perché la felicità è
consapevolezza del piacere, della conoscenza
e della ragione.
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La felicità è
un'esperienza collettiva
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Aristotele
è lontano dall'idea di felicità
come fatto puramente privato, chiuso
alle relazioni con gli altri, egoistico.
La dimensione di questo raro stato emozionale
deve essere aperta, intersoggettiva,
pubblica, politica. Non si possono toccare
le nuvole con un dito senza farsi vedere.
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Si
può essere felici?
Puntata
del 18 giugno 2001
"La
natura non ci ha solamente dato il desiderio
della felicità, ma il bisogno… senza la possibilità
di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la
felicità nel mondo". Lo Zibaldone leopardiano
insegue con mille pensieri la domanda sull'essere
felici, arrivando nelle ultime pagine a trovare
il suo no definitivo. I maestri della filosofia,
Aristotele e Schopenhauer, aggiungono altre
riflessioni. Per il primo, la felicità rappresenta
la condizione naturale che l'uomo può guadagnare
con la ragione; per il secondo, la vita è solo
dolore e sperare di non soffrire più è inutile
perché si desidera sempre ciò che non si ha.
Rispecchiarsi dentro questo argomento non è
semplice, si è obbligati anche al confronto
con l'idea di felicità del tempo presente: una
felicità burocratizzata, diminuita al ruolo
di fortuna del lotto miliardario, di samaritana
del benessere , di salute "eterna". Condotti
dal magister della discussione televisiva
Antonio Lubrano è possibile però trovare il
proprio posto. .
Vuoi provare a ragionare con noi?
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Da quale parte ti
schieri?
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Il
desiderio produce infelicità
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Per
Schopenhauer, l'uomo è
destinato all'infelicità
perché desidera ciò
che non può avere. La
sofferenza è il suo stato
naturale; la sua vita "oscilla
come un pendolo tra il dolore
e la noia". L'essere felici
quindi è una condizione
inarrivabile, non è mai
un'esperienza presente: o è
qualcosa che si ricorda e rimpiange
o è qualcosa che si attende
in eterno.
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Per
Schopenhauer la felicità sta
nell'attimo, è momentanea cessazione
del dolore. Il desiderio che produce
malessere, nel movimento basculante
della vita, cede il suo posto alla noia.
In questo fugace passaggio, star bene
significa non star male. Uno stato di
felicità duraturo non è
possibile.
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La felicità è
un'aspirazione individuale
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L'arte
di essere felici, o meglio "vivere
il meno infelicemente possibile",
come scrive Schopenhauer, riguarda il
singolo, mai la comunità, e da
singoli bisogna annullarsi, indebolire
il desiderio dell'impossibile esercitandosi
in una tecnica individuale e ascetica
che ricorda il nirvana.
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