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Universo della conoscenza - Le Dieci Parole (12/6/1998)

Luca Doninelli

Decalogo cinque

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V "Non uccidere"

Grazie. Voglio ringraziarvi di essere qui, e esprimere la mia speranza di poter dire qualcosa di minimamente utile e sensato.

Voglio anche dire che la mia nipotina di dodici anni ha finito di scrivere il suo primo romanzo, quindi lei è un giovane scrittore; infatti i miei figli mi guardano e mi dicono: ‘non sarai mica giovane, tu?’, quindi non sono giovane.

Ho scritto questo racconto - il decalogo: ‘non uccidere’ - che è stata la causa della telefonata che ho ricevuto dalla non qui presente signora Farinotti e quindi eccomi qui a parlare di questo tema di cui in realtà non si può assolutamente parlare, appunto.

L’anno scorso feci una chiaccherata con un grande personaggio, lui sì che è un grande personaggio di cui ho la fortuna di essere amico, che è Claudio Magris, e lui mi diceva: quando due persone discutono, affinché la discussione sia utile e arrivi a qualcosa, bisogna che siano d’accordo almeno sul sessanta per cento e poi che discutano sul restante quaranta per cento.

Se uno venisse da me a chiedermi: ‘perché non si può sgozzare la gente?’, è evidente che nessuna risposta potrebbe convincerlo, perché già il fatto che ponga una domanda del genere, rende vana qualunque risposta.

Quindi mi trovo a parlare del comandamento ‘non uccidere’, che, come tutti gli altri comandamenti prima di essere una norma etica, prima di essere una norma di comandamento è una descrizione adeguata, è la sintesi descrittiva del rapporto - i Comandamenti a mio parere, sono innanzitutto questo - del rapporto che l’uomo intrattiene con la realtà, perché se fosse solo un comando, ‘non uccidere’ ah sì, guarda!, toh! prendiamo anche questa; ma evidentemente non è così.

Quindi sarebbe ridicolo che ci mettessimo a chiederci ‘perché non uccidere’, come appunto tutti gli altri comandamenti.

D’altronde noi assistiamo anche al fatto che i comandamenti vengono continuamente infranti.

Quanto più vengono considerati ovvi, sacrosanti, inviolabili, intoccabili, tanto più vengono infranti.

Per cui - io credo che poi questo sia il tema interessante e quello che mette in me una certa paura a parlarvi e a guardarvi in faccia - se noi chiedessimo a chiunque: ‘ma bisogna uccidere?’, ‘no’, sarebbe la risposta.

Io credo che perfino il generale Mladic probabilmente avrebbe risposto così. Poi però avrebbe detto: ‘però ...’.

E il peccato mortale. Io mi sono sempre chiesto fin da quando ero bambino, come mai alcuni peccati si chiamano ‘peccati mortali’; quando ero piccolo pensavo che si morisse a farli, invece si resta vivi, e credo che si chiamino così, poi anche altri me lo hanno confermato, perché esprimono un ‘minimum’, come dire ‘meno di così, si muore’.

Mortale perché, come dire, non puoi fare anche questo, non puoi arrivare fino ad uccidere, non puoi arrivare fino a rubare, perché sarebbe come dire una ruota quadrata, è qualcosa che è contrario alla natura stessa dell’uomo.

Il grande paradosso, ciò che rende diverso, evidentemente, l’uomo da tutti gli altri animali, è che questa contraddizione nell’uomo ha luogo.

Ciò che è contrario alla nostra natura noi lo facciamo tranquillamente; come diceva Fellini a proposito di non desiderare la donna d’altri, diceva: ‘ma la donna d’altri è esattamente quella che noi desideriamo; noi non desideriamo nient’altro che la donna d’altri’.

Questo è espresso da Fellini nella sua prosa, così con questi colori; che sono i colori suoi però mi sembra che dica questo.

Quindi, riassumendo, da un lato l’ovvietà del comandamento, anzi, l’indiscutibilità del comandamento, cioè l’ovvietà nel senso latino della parola, che va da sé, che non ha nessun bisogno di una dimostrazione, di un nuovo discorso.

Il comandamento, poi, non esprime innanzitutto un ordine, una legge morale ma una dinamica, la natura del rapporto. È nella natura umana, nella natura del rapporto che l’uomo intrattiene con la realtà il ‘non uccidere’, il ‘non dire falsa testimonianza’. Quindi quando l’uomo fa questo va innanzitutto contro la propria natura.

Infine la constatazione, che è sotto gli occhi di tutti, che questa negazione di ciò che si è, è quanto di più frequente ci sia e probabilmente è molto più frequente di quanto noi stessi non pensiamo, noi che siamo abituati a pensare in grande, dato le cifre orribili che la storia di questo secolo ci ha consegnato, ma probabilmente si tratta di cifre ancora più grandi.

Quindi queste sono le tre ovvie premesse, le tre ovvie constatazioni iniziali che mi sento di fare.

Vorrei a questo punto aggiungere una cosa che forse è un po’ difficilotta!, ma è una cosa alla quale sto pensando da tanto tempo, ed è un pensiero che è nato dentro di me, nel senso che proprio non l’ho mai letta da nessuna parte, questa cosa; quindi vi faccio partecipi, anche se probabilmente ci sono dei precedenti filosofici, anzi ci sono senz’altro, ma vi faccio partecipi di una cosa che proprio ho pensato io.

Io ho sempre creduto, - questo è per rendervi ragione della mia insistenza sull’aspetto più ontologico che non etico dei comandamenti - io sono sempre stato stupito da una certa comunanza che c’è nelle religioni antiche, su certi fatti.

Come tutti sapete, il racconto del diluvio è nella Bibbia ma anche in epopee di altri popoli; così come ci si può divertire a vedere un parallelo tra Davide e Golia e Ulisse e Polifemo, anche perché la pietra si pianta qui al posto dell’occhio.

Quindi, diciamo, questa è una cosa che ci si può divertire a fare.

Una cosa che invece ho scoperto di recente è relativa al fatto che nell’uomo ci sia una scintilla divina.

Dio dice: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine’, Anche questo lo troviamo in molte espressioni, ma la mia scoperta è che non è la stessa cosa.

Mi sembra di aver capito che non è la stessa cosa.

Pensiamo, per esempio, al mito di Dioniso. La stirpe umana, secondo uno dei miti greci, la stirpe umana nasce dalle ceneri dei Titani, i quali hanno scalato il monte Olimpo e solo dopo una dura lotta, riesce Zeus a ricacciarli e ad incenerirli grazie ai fulmini prestatigli da Efesto, dal dio Vulcano. Insomma li incenerisce e da queste ceneri nasce la stirpe umana.

Ora il mito ricorda che, prima di dare la scalata al monte Olimpo, i Titani hanno ucciso, fatto a pezzi e mangiato il cuore di Dioniso, per cui nelle ceneri dei Titani c’è una scintilla, c’è un frammento, c’è un’ombra, c’è un accenno, comunque una presenza divina.

L’uomo che nasce dalle ceneri dei Titani ha tutta la loro protervia, tutta la loro presunzione, ma ha anche questa scintilla divina.

Io ho sempre pensato che questo fosse in parallelo, con ciò che fa Dio quando crea l’uomo.

Ora, a parte il fatto che da una parte c’è un atto di creazione e dall’altra no, c’è una differenza evidente: mentre nella concezione antica l’uomo per il novantanove per cento è istinto, presunzione, protervia, ecc. e per l’uno per cento è divino, quindi l’uomo normalmente compie azioni tremende, oppure comunque, come dimostra tutta la tragedia greca, si attira un sacco di guai, però c’è anche in lui uno spirito divino che si esprime nelle grandi imprese, nella battaglia di Maratona o di Salamina, nell’eroismo, nelle grandi opere d’arte, nella poesia di Omero, nei grandi tragici, nella filosofia, nell’arte.

E questa è la concezione greca, dove però vi faccio notare una cosa: che la scintilla divina non redime il resto, che resta bestiale, tremendo, brutto.

Con la punta di bello fa grandi cose, ma il restante novantanove per cento non viene toccato da questo.

Ora l’immagine di Dio in noi è invece un’altra cosa.

L’immagine di Dio in noi è qualcosa che scende fin dentro le profondità del nostro essere; non è la stessa cosa in tutti noi, non è quindi il lampo di genio, non è l’amore per il bello, l’amore per l’arte, l’amore per le imprese nobili, il coraggio, ecc., ma è dentro tutte le nostre caratteristiche singolari: nell’astuzia, - questo lo dice il Signore Gesù quando dice: ‘la misura con cui misurerete sarete misurati’ (Mt 7,2a), che indica non tanto una legge del taglione, a mio parere, come farete voi, ‘hai rubato ti taglio le mani’, come era la vecchia legge, ma indica innanzitutto la comunanza che c’è tra l’uomo e Dio che va fin dentro le abitudini del singolo uomo, fin dentro la sua povertà, dentro la sua miseria.

Infatti il santo è qualcosa di ben diverso dall’eroe, dall’artista, no? Pensiamo a un grande santo, come il santo curato d’Ars, che non era niente di speciale.

Perché appunto l’immagine - non so se qualcuno di voi ha in mente il Caravaggio, nel Figliol prodigo -; non so, qualcuno di voi ha presente l’immagine del figlio prodigo del Caravaggio, dove si incontrano il padre e il figlio: hanno la stessa faccia, si assomigliano.

Questa cosa mi dà molto da pensare perché evidentemente nella concezione giudaica, poi passata nel cristianesimo, Dio costituisce un aspetto totalizzante dell’essere umano, cioè di ciò che l’uomo è, non delle cose belle, mirabolanti che fa, ma anche della sua miseria, della sua povertà, perfino dei suoi difetti, tanto è vero che uno dei più grandi personaggi della Bibbia che è Davide, è strumento di Dio anche attraverso i suoi enormi, immensi difetti umani.

Quindi questo è per chiarire quello che penso io dei comandamenti, e quello che, come scrittore, trovo interessante nei comandamenti.

Quando scrivo, io non pretendo di insegnare nessuna norma etica, non appartengo ad un’epoca in cui posso pretendere di accendere una grande luce e di fare come, che so, Goethe, cioè di essere un faro che guida; né io né nessun altro.

Ci sono già talmente tante luci accese, mi sembra, lampadine, luci al neon, fiaccole, petardi, ecc., che accendere una nuova luce potrebbe anche aggiungere confusione.

Naturalmente si deve provare ad accendere delle luci, ma cominciando a spegnerne qualcun’altra.

Se tu guardi la televisione e io ti sto parlando, i casi sono due: o mi dici: ‘taci, che devo guardare la televisione’, o a un certo punto spegni la televisione e mi dai retta.

Per questo, appunto, dico sempre che lo scrittore oggi, prima di accendere delle luci deve cominciare a spegnerne qualcuna, provare a spegnerne qualcuna.

È una concezione che si riassume in una parola che a me piace molto - mi hanno detto che non è molto cristiana, ma a me piace lo stesso - che è ‘disincanto’.

Comunque è il contrario di ‘incanto’; e non trovo niente di cristiano nella parola incanto!; disincanto nel senso, diciamo, di come Leopardi intendeva la letteratura.

Uno scrittore è uno che racconta storie; io, personalmente, sono uno che racconta storie; raccontando delle storie - un conto è l’idea, quando uno ha l’idea in testa, mi piacerebbe raccontare una storia così e così, e un conto è quando la scrive - perché quando la scrive è lì che si fanno i conti con la realtà; è raccontandola, non raccontando quello che sta dietro, non raccontando il suo significato, cioè, tanto non c’è niente da fare. Se tu racconti, il significato viene fuori da quello che racconti; se non sei capace di farlo emergere da ciò che racconti vuol dire che non sei un bravo scrittore, oppure che credi di dire una cosa e invece ne stai dicendo un’altra.

Su questo non piove; lo scrittore non è tanto, non è soltanto uno che dice, ma è uno che viene detto da quello che fa; è attraverso quello che io scrivo che vi dico quello che sono, e molte volte, vi dico chi sono, se sono un bravo scrittore, fino al punto di dirvi quello che non vorrei dirvi, da farvi sapere ciò che io non vorrei sapeste di me.

Questo è uno scrittore.

È molto difficile che uno scrittore scriva per insegnare qualcosa, anche perché prima di tutto non è esattamente questo il suo mestiere.

Il suo mestiere è quello di raccontare e raccontando fa i conti con la natura umana, con una certa dinamica, con un certo modo che un individuo, un altro individuo ha, di stare dentro le cose, dentro la realtà.

Questo è l’interesse che ha uno scrittore per la realtà, per quella parte di realtà che è il pensiero umano e per quella grande parte di realtà che è la moralità umana, che prima di essere un rispetto di norme - chiunque lo scrive lo sa benissimo - è il fatto che un personaggio agisce sempre intorno a un centro, girando intorno ad un centro, a qualcosa che gli appartiene, o a cui lui appartiene in modo più esclusivo che a tutto il resto: don Abbondio - la paura; la poca moralità di don Abbondio, in fondo, dipende dalla pochezza del suo centro; cioè lui si muove e il suo centro normalmente è la fifa e difficilmente riesce, no? è prete, amministra i sacramenti, ma sostanzialmente è la paura che lo muove.

È bello, quando uno scrive, vedere intorno a cosa ruota un certo personaggio, una certa vicenda; intorno a cosa ruota di fatto, non in obbedienza a qualche norma, ed è questa poi la ragione dell’ovvio interesse che la letteratura non può non avere per i comandamenti; la letteratura è piena di tutte le possibili infrazioni ai comandamenti; potremmo dire che la letteratura è tutta una immensa infrazione ai comandamenti. Diciamolo tranquillamente: ciò senza cui non esisterebbe, l’origine negativa della letteratura è il male. La letteratura non si fa senza il male, se tutto va bene - come quel bambino che a sei anni non parlava.

Sapete la storiella: erano tutti disperati, e poi un bel giorno dice: manca lo zucchero dal caffelatte; allora si spaventano. Ma come? Tu parli? Credevamo che tu fossi muto. Come mai non parlavi? Eh, è perché prima andava tutto bene.

Dice Tolstoi all’inizio di Anna Karenina: ‘tutte le famiglie felici sono una balla, comunque!, tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, tutte le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo, in modo diverso’.

La letteratura non si fa senza il male e, io posso aggiungere, senza il desiderio del bene, altrimenti ci sarebbe solo la perversione.

Cioè il fatto che ci dispiaccia che vada male, che va male, ma, accidenti, non dovrebbe andar male! E in qualche modo, se ci si rassegna che vada male non c’è letteratura, perché anche lì, in qualche modo sarebbero solo cose orrende.

Essendo l’oggetto normale della letteratura il male, ci sono tutti i tipi di uccisione possibili.

Da Achille che uccide Ettore, che a mio parere resta l’uccisione più drammatica, prima di tutto perché naturalmente fin da bambini si tifa per Ettore, giusto, no? C’è qualcuno di voi che tifava per Achille?

Generalmente si tifava per Ettore, almeno da bambini, poi dopo, crescendo, si comincia a voler bene anche ad Achille, perché sapete che Achille era figlio di una dea e che aveva un destino, il destino di avere grande gloria ma vita breva, perché era scritto.

Siccome sua madre, Teti, lo aveva generato con un atto di disobbedienza, e il fato, il destino, aveva detto che chi fosse nato da Teti avrebbe oscurato la fama di un dio, allora questo dio, per vendicarsi, dà un destino grande ma fugace a questo giovane, che quindi sapeva di dover morire giovane e quindi sapeva che nella sua forza, nella sua invincibilità c’era una immensa ingiustizia, che lui pativa, per cui qualunque torto gli venga fatto, diventa per lui insopportabile. Ma come? Io dovrò morire nel fiore dei miei anni e mi fanno anche questi torti? Per cui ha una suscettibilità fuori dal comune.

Insomma, questo è il primo, diciamo il primo grande morto che io abbia incontrato nella letteratura.

No, prima ancora ci sono Caino e Abele, che è un’altra uccisione orrenda, barbara, atroce, senza un filo di bellezza. Mentre nella morte di Ettore c’è tanta bellezza, lì non ce n’è neanche un po’: è cruda quella morte. E arriviamo fino a tutte le morti di cui ha parlato la letteratura, di cui continua a parlare anche oggi.

L’ultima scena di morte veramente impressionante che io abbia letto, è nel libro ‘L’amore fatale’, quando descrive nelle prime pagine la morte di quell’uomo che si aggrappava alla mongolfiera e che cade dalla mongolfiera. È realmente una morte impressionante.

Anche lì scatta una colpa, cioè non è colpa di nessuno se lui è caduto giù, però se gli altri tre che reggevano la mongolfiera non l’avessero mollata anzitempo, forse lui non sarebbe stato portato via dal vento, se si teneva aggrappato ad una corda non sarebbe stato costretto a cadere.

Anche questo è l’occasione per dire l’unica cosa che volevo dire stasera, che è questa: ci sono molte più uccisioni di quante noi crediamo, non solo la spada, o il fucile, o il mitragliatore o la bomba atomica le provoca, ma in fondo anche quella che descrive il libro ‘L’amore fatale’ è un omicidio o comunque viene vissuto come tale e in qualche modo è tale, anche se compiuto in tutt’altro modo, anche se la legge non può agire nell’altro modo, però è una uccisione.

E questo è l’aspetto che più mi impressiona oggi. Io ho scritto prima a chi mi ha presentato, Luca ha parlato di questo mio libro che si intitola ‘Talk show’, detesto fare la pubblicità delle cose che scrivo.

Ho scelto di parlare in questo libro di un ‘Talk show’. Perché mi interessava? Mi interessava dal punto di vista narrativo, perché nessuno lo aveva mai fatto, cioè di raccontare una serata in televisione come si racconta un brano classico, con lo stesso piglio. Mi attirava e mi sembra di esserci riuscito.

Ma non è solo questo. È che nel ‘Talk show’, poi quello lì è il più importante di tutti, perché è il ‘Maurizio Costanzo show’, vedo sempre di più col passare degli anni, il segno di una volontà omicida che evidentemente va ben oltre l’uccisione di un corpo, anche se arriva lì prima o poi, ma insomma non mi sembra che arrivi sempre lì. L’uccisione non arriva sempre all’uccisione fisica, cioè l’uccisione fisica è l’ultimo stadio dell’uccisione, ma io non credo che si possa ridurre soltanto a questo.

Quando in questi ‘Talk show’ io vedo che tutti parlano e rarissimamente mi capita che qualcuno ascolti, cioè che qualcuno stia a sentire che cosa ha da dire quell’altro. Cioè l’unico problema è quello di controbattere, no? Tu dici una cosa e io immediatamente devo dirne un’altra.

Questo succede sempre, non solo, ma se notate, stanno prendendo sempre più piede quelle trasmissioni in cui la gente va a litigare, sostanzialmente: casi familiari, non so, avete presente quelle storie, che vanno da quelle proprio brutali, dove si capisce che vogliono farli litigare e basta, a quelle anche che si rivestono anche di una certa dignità, che poi è una balla anche quella lì.

Cioè, non so, venite a raccontare i vostri problemi, cerchiamo di risolverli insieme ...

Allora ci sono due categorie diverse di ‘Talk show’: il ‘Talk show’ che serve solo per spettacolizzare i litigi e quello invece che viene fatto per capire: ‘noi siamo qui per capire’ ; sento spessissimo questa frase che veramente mi fa ridere: ‘noi siamo qui per capire’!.

Dove in realtà poi succedono le stesse cose che succedono negli altri, però lì è per capire!

E vedo, e questo me lo hanno confermato anche altre persone che seguono queste trasmissioni, e vedo che queste cose all’inizio sconcertavano un pochino e poi sono diventate sempre più abituali, cioè si fa il callo al fatto che si vada a raccontare i fatti propri. Poi la gente comincia a intervenire: eh, tu dovevi far così, no! Per me ha ragione il figlio, no, però il nipote ahhhh, cominciano a litigarsi il difensore del figlio con quello del nipote, si accapigliano, allora c’è il difensore del difensore del figlio, ecc..

E tutte queste cose evidentemente funzionano in televisione perché continuano a farle.

Ma quello che è peggio è questo: che la televisione non è una cosa come le altre; essa è fatta per essere guardata; è fatta sostanzialmente per stare accesa, è brutta, perché come mobile non vale niente, è una cosa che serve per essere accesa, cioè non esiste nessun altro scopo nella televisione che essere guardata. E questo la distingue da tutte le altre.

Voi direte la stessa cosa per il calcio, però nel calcio, oppure in un incontro di pugilato, o a teatro, innanzitutto, devi uscire di casa e andarci , e quindi già è molto più in gioco la tua libertà.

Mi sembra che al cinema ci si vada intenzionalmente, mentre la televisione la si guarda, di norma, preterintenzionalmente, cioè è una cosa che sta lì e si accende ed è lì, poi, quando è accesa, la guardi.

Ora, il fatto che sia dentro la casa, quindi non fuori, non in una sala cinematografica, quindi dentro la casa, quindi un oggetto parlante dentro la casa, un oggetto che non ha altro scopo che quello di essere guardato, - e quindi lo si guarda -, a un certo punto cambia la mentalità nel senso che noi, credo, troviamo molto più normali queste trasmissioni qui che fanno veramente schifo, le troviamo molto più normali adesso che due anni fa.

I bambini ci si abituano molto in fretta, le guardano e non provano nessuna emozione. I miei bambini sanno che non devono guardarla, e trovano normale tutta questa mancanza di pudore, tutta questa mancanza di dignità. Ai fatti privati degli altri ci siamo abituati e quindi ci si abitua come a vederci sottratte queste cose e non ci si fa più caso.

E io temo che poi succeda sempre così, eh!

Io non credo che la dinamica dei lager nazisti fosse diversa!

Cioè tu ti abitui a poco a poco a non aver più una cosa e a un certo punto succede, e questo qui, tutte le testimonianze dei lager lo dicono, succede che diventa normale questa cosa, per cui l’orrore come normalità è una cosa che fa parte della nostra storia, e questo succede.

Attraverso la televisione succede questa cosa.

Ciò che io chiamo l’uccisione, prima di essere l’uccisione di un corpo, che ripeto, è l’ultima conseguenza, ciò che io chiamo l’uccisione è la negazione dell’altro come ‘altro’, non tanto come corpo, ma io nego all’altro la sua dignità di ‘altro’, il fatto che è un altro, e quindi è diverso da me, non è me.

Queste cose, voi direte, sono delle ovvietà, per favore vattene, invece, secondo me, il brutto è che non sono ovvie proprio per niente, cioè sono un po’ come il comandamento, ‘non uccidere’, è ovvio, sì, ma intanto si uccide in continuazione. Quindi non esiste niente che si faccia più normalmente dell’infrangere i comandamenti.

Quando uno parla e l’altro non ascolta, voi dite: tutti hanno la libertà di esprimersi.

Già, ma nella libertà di esprimersi è contenuto il fatto che qualcuno stia ad ascoltarti; che qualcuno ascolti e dica: toh! sono d’accordo, è giusto; no, non è giusto; guarda, in questo sbagli!; perché abbia un interlocutore, perché se voi dite: tu hai la libertà di esprimerti e mi mettete nel deserto, non è che mi esprimo, è uno sfogo!

Guardate che comunque tutte queste cose, io adesso parlo per paradossi, perché sembra che gli scrittori siano condannati ad esprimersi per paradossi, tanto per differenziarsi un po’ dai politici, dagli psicologi, così o dai giornalisti, quindi mi rassegno a questo ruolo, però guardate che questo è terribilmente vero.

Noi tutti i giorni siamo soggetto e oggetto di uccisione, tutti i giorni siamo artefici e vittime di quell’uccisione, di quel marcio, di quella lebbra, di quella ferita brutta, purulenta che è la negazione dell’altro.

Ripeto: noi siamo i figli di quel principio assolutamente ambiguo che è il principio della tolleranza.

Ma se voi ci pensate un attimo, la tolleranza è come far parlare uno nel deserto, cioè tu non sei libero finchè la tua libertà non mi tocca in qualche modo e non mi interpella.

È come nella storia del ‘buon samaritano’.

C’era un mio amico, famoso psicanalista, che citando la parabola del buon samaritano, dice che secondo lui il buon samaritano conosceva benissimo l’uomo che era stato malmenato, a quel tempo si conoscevano tutti; l’uomo che era stato malmenato e che era in fin di vita, lui lo conosceva bene, e infatti lo vede di lontano ed era anche uno con il quale non aveva buoni rapporti; immaginiamo questa storia, e quindi il buon samaritano è un mercante, come voi sapete, e quindi non è uno che dice: ‘poverino di qua, poverino di là’ cioè era uno che pensava soprattutto a farsi gli affari propri, i propri interessi.

Vede in lontananza questo tipo che era stato picchiato, immaginiamo che sia stato pestato e che sia un farabutto, che sia stato picchiato per un regolamento di conti. Quindi uno che lui non ha voglia di soccorrere, che non gli è simpatico, che non è suo amico.

Ora lui, come se lo immaginava questo amico quando insieme ci raccontavamo questa storia, cerca, finchè è a una certa distanza, una via laterale; dice: se la mia strada non mi porta davanti a questo, io non ho colpa, no? Secondo la saggezza ebraica del tempo.

Invece il problema è che non trova via laterali. Dice: lui è qui, la mia strada passa di qua, avrei la coscienza a posto se la mia strada non passasse di lì.

Invece lui è costretto, gli passa vicino e fa quello che fa, cioè fa quello che fa nel senso che si rende conto che non può evitare quest’altro; quest’altro è l’inevitabile, è qualcosa per lui di inevitabile.

Ecco, io credo che il comandamento ‘non uccidere’ rappresenti questo fatto: l’altro non si evita.

Guardate che poi l’altro con la ‘A’ maiuscola è Dio, quello che noi chiamiamo Dio, ma questo vale sia nel rapporto con Dio, sia nel rapporto con la forchetta con cui mangiamo la pastasciutta. È riconoscere qualcosa di ‘altro’, qualcosa che è altro da me, diverso da me, con ciò che implica questo.

Altrimenti la tolleranza significherebbe: non me ne importa niente di te.

Me se non me ne importa niente di te, che razza di libertà è la tua? Che razza di libertà è la libertà di gente a cui non importa nulla gli uni degli altri?

In che senso uno si esprime? In che senso uno può costruire qualcosa con gli altri che non sia l’equivoco dei ‘Talk show’ o dei raggruppamenti politici?

Un caro amico mi diceva: attenzione perché quando sarà tolta, so che questa è una serata laica, però siccome io sono cristiano la dico perché fa parte del mio essere laico, quando sarà tolta la patina di cristianesimo che ancora resiste nella storia di Europa, probabilmente torneremo ad essere i barbari che fummo, barbari anche con questo senso tragico del nulla che i barbari portavano con sé prima della loro conversione, talora forzata, talora invece per fortuna libera.

E io personalmente sento questa barbarie nel modo in cui ci si tratta, nel modo in cui si fa cultura, nel modo in cui gli intellettuali si parlano e si rispondono, nei libri che si scrivono, questa negazione dell’altro che non ha più neanche in sé il dolore di questa negazione perché potrebbe esserci questo, no? Il fatto che io soffra per non riuscire più ad essere buono.

Invece non c’è più neanche questa sofferenza tanto è vero che anche la bontà adesso la chiamano buonismo, una cosa che si vende a chili, così come giustamente dice uno scrittore, che molto probabilmente molti di voi detesteranno ma che è intelligente lo stesso, si chiama Aldo Busi. Egli parlando della ‘New Age’ dice: ‘benissimo, hanno trovato il modo per rendere merce vendibile anche la religione’.

Se questa non è negazione dell’altro, se questo non è uccisione, è come dire che dovremmo aspettare che ci sgozzino per parlare di uccisione.


Biografia di Luca Doninelli

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