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Immagini del pensiero (30/5/1998)

Jacques Revel

La memoria e la storia

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Il rapporto fra la memoria e la storia non è qualcosa di nuovo, ma è antico quanto le società storiche. Le società sono storiche appunto perché si preoccupano della traccia che lasceranno dopo di sé. È per questo che esse hanno lasciato delle testimonianze, dei monumenti, delle iscrizioni, degli archivi, poi, in forme più elaborate, dei racconti, allo scopo di fissare nel tempo ciò che esse erano state: tutto ciò dura da più di duemila anni. Ciò che vi è di nuovo oggi è la trasformazione del rapporto fra la memoria e la storia, o, per dirlo più esattamente, la novità mi sembra essere il carattere quasi ossessivo che ha assunto la memoria nelle società contemporanee. È come se le nostre società fossero diventate delle imprese produttrici di memoria, che impiegano buona parte della loro narcisistica attività a riflettere sui mezzi per fissare la loro immagine mentre sono ancora viventi. Tale fissazione della memoria ha assunto forme differenti; per comodità di esposizione farò una distinzione fra tre forme principali. La prima e la più visibile è la commemorazione: noi commemoriamo tutto, e ciò è vero per quasi tutte le società, almeno per le società occidentali: passiamo il nostro tempo a ricercare delle occasioni per ricordare ciò che è stato il nostro passato e celebrarlo.

 

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Il secondo aspetto di queste imprese è di diversa natura; si tratta di quella che si potrebbe definire una impresa di patrimonializzazione. Che vuol dire? Vuol dire che le nostre società agiscono per conservare delle tracce di ciò che è stato il loro passato, ma anche per trasformare in passato le tracce delle loro esperienze viventi. Lo stesso termine "patrimonio" è stato oggetto di uno slittamento semantico che è piuttosto interessante. In origine, si sa, si tratta di una nozione privata, il patrimonio è l’insieme dei beni che i genitori lasciano ai loro figli. Ora, ciò che è accaduto negli ultimi dieci o quindici anni è che il patrimonio è stato fatto oggetto di una definizione collettiva, il patrimonio ora è nazionale ed è appunto in Francia che questa politica del patrimonio è divenuta più sensibile a partire dalla fine degli anni Settanta, a partire da un famoso anno del patrimonio, il 1979, seguito dalla creazione di una direzione del patrimonio nel 1980, quindi da un progetto di patrimonializzazione generale. Questo progetto si potrebbe riassumere dicendo che si tratta di un progetto museografico: noi raccogliamo, archiviamo, classifichiamo tutte le tracce, comprese le tracce che per lungo tempo sono state considerate delle tracce inerti o senza importanza per la storia. Archiviamo nell’idea che alla fine ne rimarrà pur sempre qualcosa. Nel patrimonio sono dunque entrati dei fenomeni estremamente eterogenei, non solo, classicamente, degli archivi, degli oggetti d’arte, dei siti storici, ma tutto l’ambiente è divenuto di natura patrimoniale: si conservano dunque i paesi, i paesaggi, li si preserva, e ci si è poi messi a patrimonializzare, a conservare a titolo di patrimonio futuro tutta una categoria di informazioni che oggi può sembrare senza interesse.

 

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Ci sono oramai musei di ogni cosa, tutto può essere oggetto di una collocazione, di una classificazione nell’attesa che gli oggetti così classificati e conservati divengano ciò che si anticipa essi già siano, ovvero dei portatori di memoria. Sono fenomeni impressionanti, non è vero? Perché? Perché mirano a creare con qualcosa di vivente un ‘già stato’ storico e un portatore di memoria. Questi fenomeni innescano a mio avviso una mutazione del rapporto che intratteniamo con il tempo storico: le nostre società sono diventate delle società archiviste, che si osservano e si conservano. La terza forma di produzione della memoria che oggi si instaura, che oggi appare, è, a dire il vero, una ridefinizione della memoria umana. Certo, noi non abbiamo inventato il genere memorialista, esso esiste, ancora una volta, da molto tempo. Tuttavia a lungo questo genere memorialista non è servito che a conservare la memoria di ciò che sembrava importante, cioè dei grandi uomini o dei grandi fatti della storia. Ciò che oggi è cambiato è che, al contrario, sono le memorie dal basso, le memorie degli anonimi, di coloro che normalmente non lasciano tracce nella storia a esser prese sul serio e sono queste memorie a esser maggiormente valorizzate. È come se ciascuno dei soggetti della storia, ciascuno degli attori più infimi fosse portatore di una memoria tanto più preziosa quanto più fuggevole. Ciò ci induce nella società di oggi ad allargare il campo della memoria e a conservare la testimonianza degli attori non in quanto partecipanti a una impresa generale, ma proprio, al contrario, per ciò che essi sono di particolare. Memoria di operaio, memoria di donna, memoria di contadino, memoria d’anonimo, memoria di bambino: ormai tutto va bene per chi deve conservare. In definitiva le nostre società si pensano come collezioni di individui di cui ciascuno deterrebbe una memoria particolare che non sarebbe un riassunto o una flessione della memoria generale, ma che varrebbe per la sua stessa singolarità. Mentre un tempo la memoria mirava a essere consensuale, a integrarsi in un discorso generale, ora essa è diventata disgiuntiva, mira a essere particolare e vale per la sua medesima particolarità.

 

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Insomma, siamo circondati di memoria, la produciamo, e, di ritorno, la subiamo in tutti gli aspetti della nostra esistenza. Dunque, tre modalità: commemorazione, patrimonializzazione e sovrapproduzione di memoria. Queste tre modalità si intrecciano, si sommano le une alle altre, ma io credo che si tratti di un movimento di fondo della nostra società, un movimento relativamente recente, di cui è difficile sapere quanto durerà, ma che non ha mancato di influenzare e di trasformare le condizioni del lavoro storico. La memoria è diventata un oggetto della storia, e, in larga misura, essa ha riformulato l’agenda degli storici. Ne è testimonianza ad esempio una grande impresa recente, quella dei "luoghi della memoria", la serie di sette enormi volumi diretta dallo storico francese Pierre Nora con la collaborazione di un centinaio di storici, impresa alla quale ho io stesso partecipato. Che cos’è un luogo della memoria? Ebbene, è un oggetto collocato nel tempo, che può essere un oggetto materiale, la bandiera, un monumento, ma anche un oggetto immateriale, un’idea, una convinzione, un valore intorno al quale nel tempo si è cristallizzato un carico di memoria. La storia stessa dell’impresa di questo libro, "I luoghi della memoria", i cui volumi sono apparsi tra il 1984 e il 1993, dunque in tempi molto recenti, la storia stessa di questi volumi è molto interessante. Il progetto era iniziato come semplice segnalazione di luoghi famosi, di motivi associati alla repubblica e poi a poco a poco l’impresa ha finito con l’allargarsi, essa si è demoltiplicata, si è diversificata, ha moltiplicato i suoi oggetti, ma nel medesimo tempo la nozione stessa dei luoghi della memoria e quella di memoria si sono trasformate. Si aveva all’inizio un modello relativamente semplice, di richiamo di un certo numero di simboli forti che avevano caratterizzato l’esperienza storica francese, quella della repubblica e poi quella della nazione; ma a poco a poco la concezione della memoria si è complicata ed essa è divenuta una specie di sonda nella produzione dell’immaginario collettivo di una società. Insomma, si è passati da una memoria ‘ricordo’ ad una memoria, si potrebbe dire, di tipo proustiano, una memoria che struttura le condotte e organizza il campo all’interno del quale una storia è pensabile. In definitiva, alla partenza la memoria era una sorta di allegato dell’impresa storica, all’arrivo essa è interamente tessuta nel progetto storico e in un certo senso lo dirige. Io non voglio fare però di questi libri l’alfa e l’omega di una nuova storiografia o una rottura assoluta nella nostra maniera di fare la storia. Li considero piuttosto come un sintomo del cambiamento radicale cui ho fatto prima allusione e che è un cambiamento nei nostri modi di costruire un rapporto tra memoria e storia.

 

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Il fenomeno è particolarmente importante nel caso della memoria nazionale e in quello della storia nazionale. Perché? Perché nella maggioranza delle nostre società la storia nazionale è un genere abbastanza antico e ubbidisce a delle regole, a delle forme relativamente rigide e inscritte in una durata molto lunga. Ora, ciò che è accaduto è che tali regole vengono oggi rimesse in discussione sotto il peso, sotto la pressione della memoria. Così si è costituito attraverso le diverse epoche quello che io chiamo il racconto o il romanzo della nazione. Ora, ciò che oggi mi sembra emergere di nuovo, è il fatto che questo racconto o questo romanzo è messo seriamente in difficoltà, esso non è più possibile, come invece lo è stato a lungo, esso è divenuto problematico. In tutti i nostri paesi insegnare la storia è diventato un compito difficile, non tanto insegnare la storia a coloro che a loro volta vogliono diventare degli storici, che hanno fatto una scelta professionale e sono adulti, quanto insegnare la storia a coloro che non l’hanno chiesto e ai quali le nostre tradizioni educative richiedono che si insegni. Viviamo così in curiose società, che da un lato sono ossessionate dalla loro memoria, ma che dall’altro sono ampiamente divenute ignoranti della loro storia. È un fenomeno che si ritrova anch’esso nella maggioranza dei paesi occidentali. Negli Stati Uniti, com’è noto, l’insegnamento della storia nelle scuole primarie o secondarie non è mai stato oggetto di una estrema preoccupazione, ma nei nostri paesi europei dove questa preoccupazione è esistita molto fortemente, è oggi come se la narrazione, il racconto che si propone ai ragazzi, e, al di là dei ragazzi, all’intera società, non possa più essere recepito come tale, come se i valori, ma anche la maniera di amministrarli, le convinzioni di cui tale racconto è portatore fossero oggi divenute difficili. La storia nel frattempo è diventata non più una pedagogia della nazione, ma una pedagogia della società, o più esattamente del sociale. Il principio nazionale era portatore di intelligibilità, e questa intelligibilità oggi non è più evidente; un repertorio di valori e di significati che sono stati largamente condivisi attraverso i secoli è oggi diventato, in parte, un repertorio morto, è stato sostituito da sensibilità meno organizzate e che soprattutto non si integrano più nel continuo racconto che era tradizionalmente servito all’insegnamento della storia. Perché ciò è accaduto? Tutto un insieme di ragioni i cui effetti si sommano mi sembrano poter render conto di questa trasformazione; questa fine di secolo vede vacillare senza precedenti il rapporto che i contemporanei, che noi e i nostri figli intratteniamo con il passato.

 

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Questa crisi mi sembra legata al fatto che siamo usciti, come mostravo poco fa, dal tempo certo, dal tempo orientato, dal tempo del progresso in cui tante delle generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto: oggi il presente non è più sicuro, il futuro lo è ancora di meno e all’improvviso la concatenazione del passato al presente è divenuta una concatenazione largamente ipotetica. Tutto questo è accaduto in anni relativamente recenti. Questa crisi noi non sappiamo neppure descriverla, sappiamo più o meno come è cominciata, ma non sappiamo prevedere in che maniera essa disorganizzi, soggioghi le forme delle relazioni sociali che sono quelle delle nostre società. Essa ha inaugurato un processo che certamente un giorno si arresterà, ma che è un processo di cui non controlliamo né le concatenazioni né gli effetti. Insomma, essa ha opacizzato il nostro presente, è una situazione provvisoria, va da sé, ma mi sembra che questa situazione provvisoria abbia in larga misura trasformato le condizioni della nostra esperienza del tempo: là dove eravamo in grado di trovare delle ragioni nella storia, non troviamo più che dei rifugi contro i pericoli del presente e contro le incertezze del futuro, là dove trovavamo un senso della storia troviamo una fondamentale discontinuità, ed è in fondo questa esperienza del tempo puro, della pura distanza, che oggi determina la condotta degli attori sociali o degli attori storici quali noi siamo. In breve, vi è una riorganizzazione globale del nostro rapporto con il tempo e con l’esperienza storica di cui, mi sembra, cominciamo solamente a misurare gli effetti. Mi sembra dunque che da tutto questo possiamo concludere che l’inadeguatezza del vecchio racconto nazionale rispetto alla richiesta, alle attese di cui è oggetto nella nostra società, sia l’espressione, in ogni caso il simbolo, di una profonda disfunzione fra l’esperienza tradizionale e la nuova esperienza della temporalità storica.

Tratto dall'intervista: "La memoria e la storia" - San Marino, 11 giugno 1995


Biografia di Jacques Revel

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