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Immagini del pensiero (5/12/1998)

Umberto Curi

Il mito di Narciso

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Il mito di Narciso è, fra i miti classici, uno di quelli dei quali è possibile notare la ricorsività pressoché ininterrotta nella storia della cultura occidentale. Se facciamo risalire, come è necessario, la prima versione completa del mito a quella che troviamo nel terzo libro delle "Metamorfosi" di Ovidio, abbiamo la possibilità di cogliere uno sviluppo, una tradizione che abbraccia pressoché due millenni interi di storia della cultura occidentale. Pressoché contemporanea alla versione di Ovidio è quella di un autore greco, cioè Conone; a queste due versioni segue la versione di Pausania nel secondo secolo dopo Cristo, e poi assistiamo ad uno sviluppo pressoché ininterrotto, salvo alcune fasi di relativa eclissi, in cui questo mito viene riletto, ripresentato, reinterpretato in forme e in contesti diversi, e anche con significati e funzioni fra di loro notevolmente e sensibilmente differenti. Se volessimo a grandissime linee tracciare una sorta di storia di questo mito dopo, appunto, la versione di Pausania, potremmo ricordare la ripresa che del mito di Narciso si realizza in età medioevale dopo la prima traduzione in lingua moderna delle "Metamorfosi" di Ovidio, che risale al 1180, e il fiorire di quella che è stata denominata opportunamente la prima aetas ovidiana, che coincide all'incirca con l'inizio del tredicesimo secolo. Per poi seguire la fortuna del mito attraverso le riprese rinascimentali, attraverso l'importante, anche se breve, reinterpretazione del mito di Narciso offerta da Francesco Bacone; e ricordare, poi, il testo assai significativo di Rousseau dedicato al mito di Narciso, nonché l'importanza che questa figura mitologica ha poi avuto nella cultura tedesca dell'Ottocento, e in particolare in autori come Herder, Hamann e una serie di altri letterati o pensatori dell'Ottocento tedesco, i quali sovente si sono riferiti alla figura di Narciso reinterpretata perlopiù in chiave romantica. Inutile poi, credo, ricordare come al mito di Narciso Sigmund Freud abbia riservato particolare attenzione, in qualche misura facendo della figura di Narciso l'emblema, la rappresentazione di una forma in cui si manifesta l'eros e la pulsione erotica, nella forma determinata, appunto, dell'amor sui, dell'amore per se stesso.

 

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Tiresia è da un lato privato della vista, e dall'altro è gratificato del dono di poter vedere il futuro, di poter conoscere il futuro. Questa ambivalenza della figura di un indovino ceco-veggente, di colui, come Tiresia, che è privato della vista delle cose immediate, vicine, prossime, sensibili, ma è invece provvisto della vista delle cose che riguardano il futuro, è uno degli elementi più significativi sui quali lavorare per l'interpretazione filosofica del mito. A Tiresia si rivolge - così comincia la trattazione ovidiana delle "Metamorfosi" - la ninfa Liriope che, avendo appena dato alla luce il figlioletto che ella ha concepito, per altro, per effetto della violenza di Cefiso su di lei - il figlioletto, appunto, dal nome Narciso -, domanda a Tiresia se Narciso potrà giungere ad una "longa senectus", se a lui, cioè, sarà riservata la possibilità di accedere ad una lunga vecchiaia. Prima di soffermarsi sulla risposta di Tiresia, che, appunto, è particolarmente importante per quanto riguarda l'interpretazione filosofica del mito, una precisazione è necessaria a proposito del nome stesso di Narciso. Lo si fa concordemente derivare dal termine greco "nàrke", che significa torpore; e quindi questo carattere, rivelato anche dall'etimo - ricordiamo che "étimon" vuol dire il vero, ciò che è vero, insomma, di un nome -, sottolinea un aspetto di Narciso: il collegamento, che risulta peraltro da numerosi altri aspetti oltre che da numerose altre fonti, di Narciso col torpore. Che prelude al sonno da un lato, ma prelude anche alla morte dall'altro; non a caso nei riti funebri venivano predisposte corone di narcisi, e il narciso, nella iconografia tradizionale, compare sovente come il fiore che accompagna le divinità infere, proprio come segno della connessione tra il narciso e la morte. In una qualche misura, già nel nome Narciso sembra portare scritto il proprio destino. Ma torniamo alla risposta di Tiresia. Tiresia risponde all'interrogativo di Liriope circa il destino del figlio, che egli potrà sì aspirare ad una longa senectus, a una condizione, però, molto particolare: Tiresia dice: "si se non noverit", cioè "se non conoscerà se stesso". Il responso del cieco veggente Tiresia è un responso particolarmente importante per lo sviluppo della vicenda di Narciso, ed è evidentemente tale da evocare altri riferimenti dal punto di vista filosofico.

 

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la vicenda di Eco e Narciso è presentata fin dall'inizio come una vicenda di corrispondenze; come vedremo, corrispondenze non compiute, non risolte, ma in cui si cerca di stabilire delle simmetrie, dei richiami di carattere speculare tra Eco e Narciso. Questa specularità è peraltro implicita già nella scelta, che Ovidio compie, di intrecciare la vicenda di Narciso con quella di Eco. La ragione fondamentale che presiede a questa scelta è che in latino l'eco, si dice "imago vocis"; è quindi un riflesso di carattere acustico, tanto quanto Narciso è, ovviamente, il simbolo di un riflesso di carattere visivo. Fra i due personaggi esiste dunque, direi già a proposito sotto il profilo percettivo, una stretta corrispondenza, essendo uno, appunto, un riflesso di carattere acustico, e l'altro un riflesso di carattere visivo. Eco era una ninfa provvista di particolare facondia che, propria per questa qualità, era stata impegnata da Zeus nel distrarre Giunone con lunghi discorsi in modo da consentire allo stesso Zeus di tradire Giunone con altre ninfe. Scoperto l'inganno, Giunone avrebbe punito Eco colpendola nello strumento che era servito a Eco per commettere la sua colpa, cioè nella parola. Giunone aveva quindi privato Eco della possibilità di parlare autonomamente, diventando ella capace solo di riferire, di rimandare, di rispecchiare le parole che altri pronunciavano. Questa punizione, secondo la struttura classica del contrappasso, corrisponde alla colpa compiuta, commessa da Eco nel distrarre Giunone consentendo l'infedeltà di Zeus. Questo carattere di Eco ne mostra fin dall'inizio l'intrinseca scissione: da un lato Eco, dopo avere incontrato Narciso, prova per il giovinetto un sentimento autonomo di amore; dall'altro ella è impossibilitata ad esprimere questo sentimento in maniera autonoma, proprio perché tutto ciò che ella può fare sotto il profilo della comunicazione è semplicemente riferire, ripetere le ultime parole che sono state da altri pronunciate.

 

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Non vi è dubbio che il mito tende a sottolineare il carattere fondamentalmente intransitivo dell'amore. L'impossibilità di far si che l'amore, come dire, passi da un soggetto all'altro soggetto, e il fatto che esso resti in qualche modo imprigionato, consegnato, racchiuso all'interno del singolo personaggio. E' se vogliamo il dramma della impossibilità di comunicare, di corrispondere; o, meglio, è la istituzione di una molteplicità di forme di specularità che non implicano comunicazione: la simmetria, la specularità, la corrispondenza non è di per se stessa un fattore, un elemento di comunicazione. Un secondo aspetto, che è stato sottolineato anche da altri studiosi, è opportuno mettere in evidenza: sotto il profilo del loro significato filosofico queste due figure rappresentano al tempo stesso due estremi apparentemente fra loro incompatibili, ma anche internamente scissi. Narciso è la figura della pura, totale identità, la quale tuttavia giunge, sia pure paradossalmente, all'estremo di identificarsi con la pura e totale alterità di una immagine riflessa totalmente irraggiungibile. Al contrario, o, se vogliamo, come corrispondenza di carattere simmetrico, Eco è invece la pura alterità che consiste in questa totale eteronomia dell'espressione di Eco, in questo non potersi esprimere autonomamente ma solo come riflesso dell'espressione altrui. Ma questa pura e totale alterità costituisce, sia pure in maniera paradossale, l'identità di Eco; e l'aspetto filosoficamente più rilevante di questo incontro, è che l'incontro tra la pura e totale identità, sia pure internamente scissa, e la pura e totale alterità, rende impossibile la comunicazione.

 

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Ciò che accade nel mito così come è ricostruito da Ovidio, è che Narciso è condotto a una morte prematura, ben prima che egli abbia conosciuta una longa senectus, subito dopo il riconoscimento, subito dopo avere esclamato "iste ego sum, nec me mea fallit imago!", "Questi sono io, né la mia immagine mi inganna!" Il riconoscimento, così come era stato appunto predetto dal cieco veggente Tiresia, è la premessa per la morte. E qui si tratta di domandarsi quale spiegazione offrire di questo aspetto, che altrimenti resterebbe inspiegabile, del mito; aspetto che è poi il più significativo sotto il profilo filosofico. Per quale ragione riconoscersi, da parte di Narciso, vuol dire inevitabilmente offrirsi alla morte? Quale connessione vi può essere tra il riconoscimento e la morte? O, se vogliamo: che cosa di sé stesso ha conosciuto Narciso che lo conduce inevitabilmente alla morte e poi alla metamorfosi? Qui, credo che sia appunto necessario ricordare che il riconoscimento, da parte di Narciso, non e indicato né da Ovidio né, per altro, dalla maggior parte degli autori e degli interpreti in senso generico: Narciso si riconosce come riflesso. Riconoscersi, quindi, come mero riflesso, vuol dire riconoscere un proprio statuto di realtà in qualche modo intrinsecamente difettivo, limitato, contingente: lo statuto del riflesso. Ma poi vi può essere anche un'altra possibilità: Narciso muore perché si conosce, si riconosce come riflesso, e sa che è riflesso di nulla, che non c'è nulla di cui egli sia riflesso, ma che il suo statuto di realtà è solo ed esclusivamente quello di essere un riflesso. Questo riconoscimento, questa conoscenza - la conoscenza di sé come mero riflesso di nessuna altra realtà -, è il preludio che conduce Narciso alla morte.

Tratto dall'intervista: "Amore e conoscenza: il mito di Narciso" - Napoli, Vivarium, 25 giugno1993


Biografia di Umberto Curi

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