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Immagini del pensiero (26/9/1998)

Umberto Curi

Orfeo e Euridice

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Credo che sia anzitutto necessario ricordare che la figura di Orfeo è collegata a tre distinti, anche se non indipendenti, filoni di fonti e di documenti a noi pervenuti in forma spesso frammentaria, e tuttavia tale da consentirci di ricostruire un'immagine di questa personalità, così al confine tra la leggenda e la storia, qual'è appunto la figura di Orfeo. Orfeo compare anzitutto come iniziatore ed eponimo dei riti che appunto da lui prendono il nome, e della setta, la setta orfica, di cui abbiamo testimonianze abbastanza certe a partire dal V secolo avanti Cristo. In secondo luogo a Orfeo viene fatto convenzionalmente risalire quel complesso frammentario di produzioni poetiche, dal contenuto spesso oracolare ed enigmatico, che va appunto sotto il nome di poesia orfica, in qualche modo in maniera analoga a come l'Iliade e l'Odissea sono riferiti ad Omero. La poesia orfica è collegata a sua volta, secondo tradizioni e testimonianze pressoché concordi, ai riti eleusini e quindi è un ulteriore sostegno alla tradizione di un Orfeo collegato con riti di natura misterica ed iniziatica. Infine Orfeo compare come protagonista di due grandi miti dell'antichità: il mito di Orfeo e di Euridice, e poi un altro mito in cui Orfeo è presente come comprimario anziché come protagonista, cioè quello degli Argonauti: il viaggio di Giasone alla ricerca del vello d'oro, questa sorta di impresa di avventura impossibile ai confini del mondo conosciuto.

 

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Queste tre fonti diverse che ci restituiscono la figura di Orfeo, alle quali appunto è consegnata l'immagine di questa figura mitica, in qualche misura possono essere anche utilizzate per ricostruire un'immagine di questo personaggio, valorizzando alcuni aspetti comuni a questi tre distinti filoni di fonti. Infatti è evidente che in tutti e tre la figura di Orfeo è collegata per così dire con una ricerca e con situazioni che si collocano al limite; sia nelle versioni mitologiche che prevedono appunto la discesa agli inferi del protagonista o il suo viaggio ai confini del mondo conosciuto, sia nelle testimonianze relative alle sette e ai riti orfici, sia nella poesia che da lui prende il nome, Orfeo è collegato con questa esperienza del limite, e più specificamente con una esperienza dell'aldilà, di ciò che si colloca al di là della frontiera del conosciuto, quasi a testimoniare o a confermare questo carattere di figura di confine, che è anche figura di confine, appunto, tra leggenda e storia. Vi è poi un secondo aspetto che emerge in qualche misura concordemente da questi tre distinti filoni di testimonianze: quello che vede in Orfeo la figura di un'artista: un poeta, un musico, colui che appunto coltiva le Muse. Figura di artista che è decisiva anche per comprendere l'andamento e soprattutto l'epilogo della vicenda che lo vede protagonista per quanto riguarda il mito di Orfeo e di Euridice; anzi è significativo ricordare che questo dato è un dato ricorrente in tutte le diverse e tra di loro anche talora disparate tradizioni relative alla figura di Orfeo: Orfeo il musico, Orfeo il poeta. In questa veste Orfeo è ricordato già nelle antichissime testimonianze che abbiamo sulla sua figura, o almeno già nelle citazioni più antiche che richiamano il mito.

 

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Come si vede, insomma, il mito di Orfeo e Euridice è in qualche modo coestensivo alla storia della cultura occidentale: ne abbiamo tracce che ricollegano questo mito agli albori della cultura greca arcaica, e ne ritroviamo testimonianze anche nella cultura contemporanea, sempre in connessione con alcune tematiche particolarmente significative dal punto di vista filosofico: il problema del limite, il problema del rapporto fra amore e morte, l'inesorabilità del destino, una interrogazione di stampo escatologico su quale sia la sorte riservata nell'aldilà, nell'oltre tomba. Una molteplicità, dunque, di questioni che sono particolarmente significative dal punto di vista speculativo. D'altra parte la rilevanza strettamente filosofica del mito di Orfeo e di Euridice è in qualche modo implicita già nelle prime versioni più complete e dettagliate del mito, che risalgono rispettivamente a Virgilio, nel IV libro delle "Georgiche", e a Ovidio, nel X libro delle "Metamorfosi". L'antefatto, per così dire, è noto: Orfeo è riuscito ad ammansire le divinità infernali col suo canto, è riuscito ad ottenere quindi che esse consentano il ritorno di Euridice alla condizione posta da Plutone e Proserpina che egli non si volti a guardare la sposa prima di essere uscito dall'Ade. I due intraprendono il cammino di ritorno - un cammino ripido, oscuro, difficile, aspro -, e proprio quando sono in prossimità della conclusione di questo viaggio accade l'irreparabile. Sentiamo qual'è la descrizione che ne fa Virgilio: "Quando" - egli dice -"un improvvisa follia" -e, appunto, il termine latino è 'subita dementia' - "Quando un'improvvisa follia colse l'incauto amante, perdonabile invero se i Mani sapessero perdonare: si fermò, e proprio sulla soglia della luce..." sottolineatura, questa, che accresce ulteriormente il pathos della narrazione: proprio nel momento in cui la vicenda sembra avviarsi ad uno scioglimento del nodo - per usare le categorie aristoteliche della "Poetica", ad una "lysis",ad uno scioglimento, della "desis", del nodo, dell'intreccio in senso lieto, in senso positivo -, proprio quindi quando ci si attende di essere in prossimità di una conclusione positiva di questa vicenda, proprio quindi sulla soglia della luce "...ahi immemore, vinto nell'animo, si volse a guardare la sua diletta Euridice". La trasgressione del patto stipulato con Plutone e Proserpina è dunque un fatto compiuto, e la prima immediata reazione è della stessa sposa che rivolgendosi a Orfeo - immemore, appunto - esclama: "Chi ha perduto me, sventurata, e te Orfeo? Quale grande follia?" - e qui il termine virgiliano è 'furor'. Sono questi gli interrogativi - si badi bene, è opportuno sottolinearlo - con i quali Euridice chiede ragione di ciò che ella stessa ha definito essere un 'furor', cioè una follia, chiede che vengano spiegati i motivi di quello che Virgilio ha definito una 'subita dementia', e cioè appunto una espressione di irrazionalità, una improvvisa follia di fronte a questa richiesta di motivi queste ragioni - come dire? - la vicenda senza dare una risposta si conclude.

 

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Perché Orfeo si volta? Per quale ragione, pur avendo avuto una concessione così straordinaria ed essendo ormai sul punto di vedere coronato da successo uno sforzo che lo ha condotto ai limiti dell'umano, per quale ragione egli si volta? Che cosa lo induce a un gesto che può apparire appunto solo un gesto di 'furor', di 'subita dementia', di insania? Le interpretazioni per lo più hanno cercato di concentrarsi su questo aspetto, tentando di individuare le ragioni di ciò che non è ragionevole, di ciò che non è riconducibile a razionalità: se è vero che il comportamento di Orfeo è, come la stessa Euridice afferma, una espressione di 'furor', non si può chiedere ragione di ciò che per definizione alla ragione si sottrae. Può essere allora - anche sulla scorta del resoconto ovidiano - più utile spostare l'attenzione dalla analisi delle ragioni irragionevoli del comportamento di Orfeo ad un altro aspetto, che invece gli studiosi e gli interpreti hanno per lo più trascurato e che può essere invece particolarmente significativo per comprendere anche la valenza filosofica di questo mito, e cioè spostare l'attenzione all'analisi della natura del patto, e cioè all'analisi delle condizioni poste da Plutone e Proserpina per il rilascio di Euridice. Apparentemente la condizione posta - che Orfeo non si volti a guardare Euridice prima di averla ricondotta alla luce - sembra essere tale da potere essere agevolmente soddisfatta. Anzi. Se è vero che ogni patto, ogni forma di negoziato per lo più prevede una qualche equivalenza delle condizioni, una qualche simmetria tra ciò che gli attori di questo patto devono concedersi scambievolmente, qui si potrebbe perfino osservare che esiste una dissimetria, uno squilibrio tutto a favore di Orfeo: egli può ottenere ciò che nessuno essere vivente è mai riuscito ad ottenere, e cioè il ritorno alla luce di chi già era stato assunto nel regno delle tenebre, e può ottenere qualche cosa di così incalcolabilmente grande e importante soltanto a condizione di sospendere temporaneamente lo sguardo, di non guardare per una fase, un periodo assai limitato qual'è quello dell'itinerario di ritorno. Quindi la condizione posta sembra essere una condizione molto facile da soddisfare, anzi talmente facile da sembrare fin troppo squilibrata in favore di Orfeo. Ma forse è proprio questo il punto, è questa apparente ovvietà sulla quale occorre esercitare invece il rigore della problematizzazione filosofica.

 

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Vi sono delle leggi che governano e organizzano l'Ade di cui Plutone e Proserpina sono i custodi, ma non sono tali da poter violare queste leggi; essi stessi in una qualche misura sono soggetti alle leggi di cui sono semplicemente garanti e custodi. Se Orfeo avesse potuto davvero ricondurre fuori dagli inferi Euridice queste leggi sarebbero state violate, proprio da quell'Orfeo che aveva ottenuto la possibilità di recuperare l'amata proprio sottolineando il rispetto per la legge, la sua soggezione alla legge. Euridice che ritorna dal mondo delle ombre nel mondo della luce, Euridice che ritorna alla vita infrange un 'kòsmos', compromette una organizzazione legale alla quale non solo Euridice e Orfeo, ma le stesse divinità sono sottomesse. Se questo, come io ritengo, è vero, allora è evidente che la condizione posta ad Orfeo doveva essere tale da non potere essere rispettata; l'unico modo per evitare che venissero violate le leggi che governano l'Ade e alle quali appunto dei e uomini sono in pari misura sottomessi, era imporre una condizione che non poteva essere rispettata, che non poteva che essere violata. E che cosa si chiede in effetti ad Orfeo? E' davvero così elementare la parte del patto che egli deve rispettare? E' davvero così semplice il rispetto di questa condizione? Si chiede a Orfeo di non guardare Euridice, si chiede ad Orfeo amante di non guardare l'amata, si chiede in altri termini a Orfeo - visto che, come sappiamo, per tutto il mondo antico esiste una sostanziale equivalenza o identità tra il vedere e il conoscere, per i quali tra l'altro nel mondo greco si usano anche gli stessi verbi, per cui la 'theorìa' è al tempo stesso la visione, la contemplazione ed è anche la contemplazione in senso intellettuale - si chiede insomma a Orfeo di amare senza conoscere. Questa indicazione, questo comando, questa richiesta sono impossibili: non è possibile scindere l'amore dalla conoscenza. Orfeo amante può essere tale solo a condizioni di conoscere e quindi di guardare Euridice. La richiesta è impossibile, non è ammesso, non è concesso a Orfeo di rispettare questa condizione. Solo così, dunque, formulando una richiesta che non poteva che essere trasgredita ,le divinità infernali, custodi di leggi che esse stesse non possono modificare, hanno la possibilità di tutelare l'immodificabilità di quelle stesse leggi. La scissione di amore e conoscenza - richiesta implicita nel patto - non è possibile; occorrerebbe che si realizzasse una contraddizione, occorrerebbe che Orfeo, amante, non amasse, allo scopo di poter portare fuori Euridice. Ma è appunto questo il paradosso che segna anche l'esito tragico di questo epilogo. La condizione di amante non è un dato acquisito una volta per tutte, è una condizione che va - come dire - confermata processualmente nel proprio modo di essere e di comportarsi, e solo un paradosso avrebbe potuto consentire a Orfeo di riportare alla luce Euridice; quell'Orfeo che spinto dall'amore va fino agli inferi per recuperare la sposa perduta, avrebbe dovuto per poterla portare alla luce non amarla più, avrebbe dovuto poter scindere amore e conoscenza.

Tratto dall'intervista: "Amore e conoscenza: il mito di Orfeo e Euridice" - Napoli, Vivarium, 25 giugno 1993


Biografia di Umberto Curi

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