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Immagini del pensiero (7/1/1998)

Jacques Le Goff

Alle soglie del XXI secolo

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Come aveva già detto Marc Bloch, lo storico francese fucilato dai Tedeschi nel 1944: la storia è la scienza degli uomini in società e nel tempo. Bloch aveva precisato che la storia si fa con un doppio movimento: illuminando il presente mediante il passato - e questa è sempre stata la funzione della storia -, ma anche il passato mediante il presente, perché il passato si comprende meglio alla luce di quello che è successo dopo e alla luce delle questioni che gli pone lo storico, guardando alla propria epoca e ai suoi problemi. Marc Bloch aggiungeva: compete allo storico di interessarsi del futuro. A questo punto bisogna evitare un'idea semplice quanto falsa: il determinismo storico. Se il presente e l'avvenire nascono dal passato e sono segnati dal passato, resta tuttavia una parte di caso: l'avvenire è un farsi, l'avvenire è inconoscibile e lo storico non è un indovino, non conosce il futuro, ma può e tanto più deve illuminare il futuro per ciò che conosce del passato e con l'analisi del presente. Infatti un'altra definizione dello storico è di essere lo specialista della continuità e dei cambiamenti nell'evoluzione delle società umane, attraverso il tempo. Lo storico deve reperire ciò che, a volte, sotto la copertura, sotto la superficie mutevole e brillante degli eventi, esiste come struttura, come fenomeno profondo e, d'altra parte, deve essere sensibile ai cambiamenti, perché la storia non è immobile e la società, le società, che essa studia, non sono immobili.

 

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Tra le cose che cambiano, - ciò che ci colpisce di più sono evidentemente i cambiamenti - c'è la novità di quelli che Lei ha chiamato i "nuovi poteri" - e chi dice potere dice politica, perché noi tutti sappiamo perfettamente oggi che la storia politica è storia del potere, dei poteri, e sappiamo che questi poteri non sono soltanto la vita politica nel senso ristretto del termine, ma i poteri economici, i poteri di persuasione, che fanno una società. E allora, evidentemente, come Lei ha notato, siamo di fronte a novità straordinarie. La prima, a cui si pensa normalmente, sono i nuovi mezzi di comunicazione. Tra questi ce ne sono alcuni, che hanno avuto uno sviluppo più importante anche se esistevano da un certo tempo, è proprio il secolo XX l'epoca del loro sviluppo. Si pensi alla stampa e alla radio. Ma è soprattutto alla televisione che noi pensiamo. Il fatto che ci obbliga a introdurre considerazioni di ordine morale nel discorso sulla televisione è che questo potere sembra lasciare poche difese ai telespettatori, che si trovano manipolati non soltanto dai padroni della televisione, ma dalla stessa immagine, dall'immagine televisiva. Sto dicendo una banalità, ma è qualcosa di cui bisogna aver coscienza, perché è assai difficile difendersene, specialmente perché dà l'illusione che, per la prima volta, dall'invenzione della fotografia - ma la fotografia, essendo un'immagine fissa, ha molto meno potere -, siamo di fronte alla realtà. La televisione si presenta come il vero: noi sappiamo che essa può mentire.

 

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Ciò che forse mi appare più angosciante, alle soglie del XXI secolo, sono i progressi delle scienze biologiche, specialmente nel campo della genetica. Si può giocare con l'embrione, si possono far nascere dei bambini al di fuori delle normali condizioni del concepimento e della nascita, si può modificare il capitale genetico degli uomini. E anche qui vedo un aspetto inebriante e forse positivo. Penso a un collega; eminente medico e biologo, che parla spesso dei progressi che si sono fatti per stabilire la mappa genetica di ogni individuo. La mappa genetica è alla base di una nuova branca, di un nuovo settore della medicina, che nel XXI secolo acquisterà sempre maggiore importanza: la medicina preventiva. Secondo lo stato dei geni si potrà sapere quali sono le malattie che il soggetto, ancora bambino quando la mappa viene tracciata, avrà più probabilità di contrarre, quali sono i rischi che corre e di conseguenza si potrà, in molti casi, prevenire, rimediare. E' un grande progresso. Ma vediamo, al tempo stesso, che cosa possono diventare, e non soltanto nelle mani di uomini folli o perversi, i nuovi poteri, in particolare nel campo della genetica. E' un fatto nuovo e non nuovo. Non è nuovo dal punto di vista dei sogni, dei miti dell'umanità. Basti pensare a Faust, a Frankenstein. La letteratura e il cinema difatti mi sembrano porre assai bene questo rapporto tra potere sul corpo, sulla materia, sull'uomo da una parte, e morale dall'altra. In generale viene presentato uno scienziato geniale, ma perverso, e l'ispirazione morale che muove gli scrittori e gli autori di film fa terminare la storia con un insuccesso e una catastrofe.

 

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Allora quale deve essere il nostro atteggiamento davanti a questi pericoli, tenendo sempre ben presente che si tratta piuttosto di deviazioni e di perversioni, che non di un male in sé e per sé? Che cosa possiamo fare? Dapprima, a livello dell'analisi dei principi morali, che vanno messi avanti, credo che bisogna tornare semplicemente a quel grande filone della civilizzazione, che ha avuto il bel nome di Umanesimo. E' una concezione dell'uomo, è un modo di comportarsi dell'uomo nella storia. E' necessario un Umanesimo dei nuovi poteri dell'uomo. Come definire questo Umanesimo? Lo vorrei definire a partire dal Cristianesimo, che è stato il grande motivo ispiratore delle nostre civiltà e delle nostre culture. Ma mi affretto ad aggiungere che non solo sono persuaso, ma so con certezza, che le altre religioni, le altre culture e le culture laiche, le culture agnostiche hanno preoccupazioni affini. Penso, a questo proposito, che forse uno dei compiti del XXI secolo sarà di ricercare ciò che nelle religioni, nelle culture, nei sistemi di valori c'è di universale. Noi abbiamo vissuto un secolo che ha sottolineato le differenze. E va bene, perché la considerazione delle differenze induce normalmente alla tolleranza, ma le differenze possono essere anche causa di conflitti, di guerre. Noi dobbiamo ricercare l'universale. Ora, che cosa dice dell'uomo, in generale, il Cristianesimo? Da una parte dice che è fatto a immagine di Dio, dall'altra che c'è il peccato originale. Traduco in termini laici: l'uomo, se così posso dire, è la combinazione di un essere, che ha in sè qualcosa di divino, ma è anche profondamente soggetto a errare. Ebbene, dobbiamo sforzarci di gestire i nuovi poteri dell'umanità, avendo ben presente alla coscienza che dobbiamo rispettare la dignità dell'uomo, tenendo conto delle sue debolezze.

 

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Credo che i grandi progressi siano stati fatti attraverso appelli alla coscienza e nuove possibilità date alla coscienza di esprimersi. Ma non sono così ingenuo da pensare che questo basti a proteggerci dal pervertimento dei nuovi poteri. Si permetta al medioevalista di fare un esempio di questo fatto capitale, come ce lo presenta l'esperienza storica: in generale ciò che appare un progresso e che effettivamente è un progresso porta con sé un lato d'ombra, che segna un regresso corrispondente proprio là, dove si era fatto qualche passo avanti. Voglio fare l'esempio di un cambiamento che si è prodotto nell'Europa cristiana intorno al XII e XIII secolo nelle procedure di giustizia. Fino ad allora vigeva la procedura che il giurista chiama "accusatoria": bisognava che una persona accusasse un'altra di aver commesso un misfatto o un delitto perché la giustizia intervenisse. Ormai non si vuole lasciare più al caso delle denunce individuali o collettive la punizione dei delitti e dei crimini e si decide che i giudici stessi, con il metodo dell'inchiesta, debbano individuare e mettere sotto accusa i colpevoli. Sembra un grande progresso. Questa procedura viene chiamata "inquisitoria". Appena si pronuncia questo nome, si capisce che è nato il Tribunale dell'Inquisizione, instaurato dalla Chiesa. Che cosa si voleva ottenere? Si voleva ottenere la confessione per condannare qualcuno; e questo sembrava un grande progresso. Bisognava che il colpevole si riconoscesse tale, confessasse. Allora si era quasi certi di giudicare un colpevole. Ma poi si è voluto ottenere in fretta e con la forza la confessione. Ne è nata la tortura. Perciò il progresso, che è il tema della nostra lezione di oggi, ha una doppia faccia, a cui bisogna porre mente.

 

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Ciò che mi rende relativamente ottimista è l'impressione che, in definitiva, il grande evento forse del XX secolo è stato la crisi del progresso. La nozione - e la realtà - del progresso è cominciata con la rivoluzione scientifica inglese del secolo XVII, si è sviluppata con lo spirito dell'Illuminismo e ha trionfato soprattutto con i progressi scientifici del XIX secolo. Nel secolo XX ci si è accorti che sia nelle scienze, sia in politica, nel lato utopistico del marxismo, il progresso non aveva la forza che gli era stata attribuita, non era né generale, né lineare. Il progresso è entrato in crisi. Ma ho l'impressione che siamo arrivati forse a un punto di esasperazione della crisi del progresso, che è anche un punto di svolta. E penso che un progresso più lucido e meno ambizioso - ma bisogna, per questo, controllare i nuovi poteri - potrà essere rilanciato, perché l'umanità ne ha bisogno. Noi abbiamo bisogno anche al di fuori di ogni religione positiva, di avere un fine, uno scopo - non una fine - nella storia, una meta che ci attragga e ci permetta di migliorare. Ho l'impressione che da questa crisi, che è una crisi terribile di mutazione, noi forse stiamo cominciando a uscire. Non parlo della crisi economica, che ne è solo un aspetto, parlo di una crisi più generale e credo che si rimetterà in marcia, senza più gli errori, o piuttosto le illusioni, del XIX e del XX secolo, il progresso di cui abbiamo bisogno. Credo che la vita delle società umane e degli individui, che la storia in definitiva sia quella di sempre. Essa impegna non solo la responsabilità della società, ma la responsabilità di ognuno di noi. La storia non è fatta una volta per tutte, non è scritta in anticipo su un gran libro celeste: sono gli uomini a farla. E credo che per assolvere al suo compito il XXI secolo, che è il risultato della storia, dovrà tener conto della lunga durata, che ha posto questi problemi, ma ha indicato pure in quale direzione devono essere cercate le soluzioni. Quella del XXI secolo sarà la storia di un progresso non disgiunto dall'etica, conseguito con una politica che sarà al tempo stesso morale.

Tratto dall'intervista: "Morale e politica alle soglie del XXI secolo" - San Marino, Teatro, 11 gennaio 1995


Biografia di Jacques Le Goff

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