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1 Adam Smith, uno dei padri fondatori in qualche modo, della tradizione liberale dell'Occidente; ebbene Adam Smith nelle Lezioni di Giurisprudenza, allorché comincia ad esaminare il tema della schiavitù, formula queste osservazioni: "Noi siamo in genere portati a pensare che la schiavitù sia pressoché scomparsa per il fatto che in Europa l'abbiamo eliminata, ma in realtà l'Europa rappresenta una minuscola isola di libertà in un oceano sconfinato nell'ambito del quale la schiavitù continua ad esistere e ad essere vitale". Cosa c'è di stupefacente in questa dichiarazione? C'è il fatto che venga rimosso un piccolo ma significativo particolare, cioè l'Europa viene celebrata come isola minuscola della libertà, ma in realtà in quel momento c'è la tratta dei neri che vede come protagonista per l'appunto l'Europa e in primo luogo proprio l'Inghilterra in cui parla Adam Smith: è l'Inghilterra che organizza la tratta dei neri, anzi, l'Inghilterra ha strappato l '"asiento", il monopolio della tratta dei neri, alla Spagna e, naturalmente, impegnate in questa tratta dei neri sono anche le colonie inglesi in America. Da questo punto di vista l'Europa, che viene celebrata da Adam Smith come minuscola isola di libertà, è in realtà la protagonista della forma peggiore di schiavitù, cioè la schiavitù in merce, la schiavitù che conduce fino all'estremo la mercificazione dell'uomo. Credo che da ciò risulti questa "falsa coscienza dell'Occidente". Questa falsa coscienza continua a manifestarsi successivamente anche in forme molto diverse, però direi che la caratteristica fondamentale è il tentativo di esternalizzazione del male. Il caso direi più clamoroso è forse quello di Oswald Spengler. Oswald Spengler, l'autore di "Tramonto dell'Occidente" dichiara che la Russia, dopo la Rivoluzione d'Ottobre, ha deposto la sua maschera bianca e si è rivelata una potenza asiatica, mongolica, a tutti gli effetti, cioè l'Unione Sovietica, che in quel momento bene o male lancia l'appello alla decolonizzazione, lancia l'appello agli schiavi delle colonie a spezzare le loro catene, ecco proprio per questo, secondo Oswald Spengler, non fa parte più dell'Occidente, in qualche modo fa parte dei rinnegati dell'Occidente, ha deposto la maschera bianca. In questo caso Occidente coincide persino con razza bianca e spesso c'è questa coincidenza.
2 Vediamo dunque che la Russia in un certo momento viene a far parte dell'Occidente e in un altro momento ne viene espulsa. Ma questo destino è quello anche della Germania, allorché scoppia la Prima Guerra Mondiale è chiaro che i nemici della Germania, per esempio Francia, Inghilterra e poi Stati Uniti, tendono a considerare la Germania estranea all'Occidente, la espellono dall'Occidente e tanto più questo vale per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale, mentre invece nel corso della guerra fredda la Germania viene considerata parte integrante a tutti gli effetti dell'Occidente. Quindi, come si vede, l'Occidente non è un luogo ben definito, non è uno spazio geografico ben delimitato; di volta in volta questo spazio viene definito in modo diverso, quello che rimane immutato è il significato di interdetto ideologico, di scomunica lanciata verso coloro che vengono considerati estranei all'Occidente, quindi estranei a questo spazio sacro della civiltà. Ci sono stati dei momenti in cui persino l'Europa nel suo complesso è stata espulsa dall'Occidente, si pensi all'espressione "emisfero occidentale", che rinvia alla "dottrina Monroe", alla dottrina in base alla quale appunto gli europei non hanno diritto di intervenire in questo emisfero occidentale o emisfero continentale o emisfero americano, che comincia ad essere definito come l'area di influenza degli Stati Uniti; ecco, in questo caso l'Europa sembra effettivamente estranea all'Occidente. Noi abbiamo persino un autore americano della fine del Settecento, sta divampando in questo momento la Rivoluzione Francese con tutti gli sconvolgimenti colossali che essa comporta, siamo nel 1794, Kent si chiama questo autore, siamo nell'era dei padri fondatori degli Stati Uniti, ebbene questo Kent , esprimendo tutto il suo disappunto per gli sconvolgimenti colossali che si stanno verificando in Francia e anche in Europa, esprimendo tutto il suo disprezzo dice che avvenimenti del genere si possono soltanto verificare nel "continente orientale", "continente orientale" è proprio l'espressione usata da questo autore americano. Qui vediamo chiaramente che il continente orientale coincide con l'Europa ed è chiaro che la dicotomia Oriente e Occidente non è una dicotomia geografica ma è una dicotomia ideologica ed è in un certo senso una dicotomia da guerra di religione: l'Oriente viene definito appunto come l'insieme di coloro che sono estranei allo spazio sacro rappresentato dall'Occidente.
3 L'Occidente in effetti è una delle poche culture o forse l'unica cultura che è capace effettivamente di procedere ad una autocritica e questo è un elemento essenziale. Noi conosciamo quali sono questi momenti di autocritica dell'Occidente, che inizia già con Las Casas, nel momento stesso cioè in cui viene portata avanti la conquista, questa autocritica poi si manifesta nel corso della Rivoluzione Francese e nel corso dunque del periodo che prepara ideologicamente la Rivoluzione Francese, si manifesta anche nel corso della Rivoluzione d'Ottobre; tutti questi grandi sconvolgimenti sono momenti in cui effettivamente si sviluppa questa autocritica, cioè si verifica un fenomeno del genere: la necessità di mobilitare tutte le energie, anche sul piano morale, anche sul piano ideologico, per denunciare il dominio esistente, porta a far sì che questa denuncia acquisti un carattere generalizzato, un carattere universale, e in questo senso effettivamente noi abbiamo dei momenti altissimi di autocritica dell'Occidente. Non a caso i Giacobini sono stati i primi che, costretti anche dalla Rivoluzione nera che nel frattempo si era verificata a San Domingo, procedono all'abolizione della schiavitù dei neri; ecco, però proprio questi momenti alti della storia dell'Occidente che sono i momenti della sua autocritica, tendono dalla cultura dominante ad essere liquidati, il revisionismo storico si manifesta anche nei confronti della Rivoluzione Francese e il revisionismo storico significa appunto la liquidazione di questi momenti. In fondo è il medesimo meccanismo a cui accennavo parlando di Oswald Spengler: Spengler, allorché esamina l'appello della Rivoluzione d'Ottobre agli schiavi delle colonie a ribellarsi, dice che oramai anche l'Unione Sovietica o la Russia ha deposto la sua maschera bianca, fa parte, così si esprime addirittura Oswald Spengler, fa parte dei popoli di colore. Quindi noi in realtà vediamo questo complesso contraddittorio: ci sono momenti alti di autocritica nella storia dell'Occidente, però momenti alti che l'ideologia dominate tende ad espellere e a considerare addirittura estranei all'Occidente, perché coloro che si sono resi protagonisti di questi momenti alti della storia e dell'autocritica dell'Occidente, vengono considerati dall'ideologia dominante alla stregua di traditori e rinnegati dell'Occidente medesimo.
4 La proclamazione dei diritti dell'uomo si è verificata in Occidente e questo è indubbio, è un punto alto della storia dell'Occidente, ripeto, non intendo procedere ad una liquidazione sommaria, non intendo contrapporre al pathos della falsa coscienza una requisitoria senza sfaccettature; cerchiamo di vedere però se effettivamente questa identificazione fra Occidente e diritti dell'uomo sia un'identificazione che regge all'analisi storica. Insomma, mi sembra difficile che possa resistere all'analisi storica, non soltanto per il fatto che l'Occidente è stato il protagonista della tratta dei neri, non soltanto per il fatto che l'Occidente in occasioni cruciali ha teso a negare completamente i diritti dell'uomo di coloro che venivano considerati estranei all'Occidente. Noi ci possiamo chiedere se effettivamente questa identificazione regga, anche da un altro punto di vista: quando la Rivoluzione Francese proclama i diritti dell'uomo, inizialmente questi diritti dell'uomo non vengono considerati validi per i neri e persino per i mulatti delle colonie, la schiavitù dei neri continua a sussistere pienamente; c'è voluta poi la rivoluzione dei neri a San Domingo, ad Haiti, perché il quadro cambiasse, c'è voluta dunque una fondamentale rivoluzione perché i diritti dell'uomo proclamati dalla Rivoluzione Francese venissero applicati ad ogni uomo in quanto tale e indipendentemente anche dal colore della pelle. Questo di cui noi siamo giustamente orgogliosi, questa proclamazione che l'uomo è titolare, in quanto tale, di diritti inalienabili, ebbene questo risultato noi non possiamo comprenderlo senza il contributo decisivo della Rivoluzione nera di Haiti, cioè senza il contributo di quei barbari che, nel momento in cui si sono ribellati, sono stati appunto banditi dall'Occidente, anzi sono stati bollati come nemici mortali dell'Occidente. Possiamo fare persino un'osservazione ulteriore: quando si manifesta questa Rivoluzione nera ad Haiti, in genere i nostri manuali di storia non ne parlano, i rivoluzionari neri o i ribelli neri, guidati da Tussen Luverture *, questa grande figura che però si è nutrita di cultura illuministica francese europea, ci tengo a sottolineare che io non intendo procedere ad una contrapposizione manichea neppure rovesciando quella usualmente utilizzata, ebbene quando i rivoluzionari neri guidati da Tussen Luverture * riescono a scacciare i Francesi, stabiliscono una Repubblica, che in quel momento è in realtà il primo stato libero in America. Certo è la seconda Repubblica se noi consideriamo gli Stati Uniti d'America, è la seconda Repubblica che si afferma sul continente americano, però gli Stati Uniti d'America in questo momento sono ancora fondati sulla schiavitù, mentre invece Haiti è la prima repubblica che ha abolito la schiavitù. Quindi possiamo vedere in che modo noi dovremmo sconvolgere certe rappresentazioni consolidate: in questo senso, nella proclamazione dei diritti dell'uomo in quanto tale, di cui siamo giustamente orgogliosi, noi dovremmo saper vedere anche il contributo decisivo dell'Oriente.
5 Se noi leggiamo i discorsi a tavola, le conversazioni a tavola di Hitler, lui parla della popolazione dell'Europa orientale come "gli indigeni", questa è l'espressione che usa, anzi, continuamente paragona questi indigeni dell'Europa orientale agli indios e ai pellerossa, e come gli indios e i pellerossa sono stati sopraffatti da una razza più forte nell'ambito di una lotta e di una guerra che, essendo tra razze diverse, non consente nessun reale armistizio, non consente in qualche modo di fare prigionieri, così Hitler dice che anche per quanto riguarda la sua guerra in Est-Europa, gli indigeni estranei all'Occidente sono destinati ad essere sopraffatti. Quindi questo pathos dell'Occidente, ripeto, è continuamente presente nel nazismo anzi, andrei oltre: il destino degli ebrei è stato segnato proprio dall'espulsione che il nazismo ha fatto degli ebrei dall'Occidente. Questo è un tema che ritorna anch'esso ossessivamente: se noi leggiamo Rosenberg, egli dice appunto che gli ebrei sono una popolazione asiatica, dal suo punto di vista Rosenberg aveva degli appigli geografici per questa sua tesi, ma naturalmente l'essenziale di questa tesi, l'ho già spiegato, non è mai la geografia, bensí l'aspetto dell'interdetto ideologico e della scomunica; bene, gli ebrei vengono scomunicati dall'Occidente ad'opera del nazismo sia per ragioni geografiche, rinviano all'Asia o al Medio Oriente, o comunque sono estranei all'Europa e all'Occidente, ma soprattutto per ragioni ideologiche. E' noto che nell'ambito del Terzo Reich si diffonde quest'ideologema che spiega la Rivoluzione d'Ottobre attribuendola ad un complotto ebraico bolscevico. Gli ebrei hanno avuto un ruolo decisivo, secondo questa visione, nello scatenare la Rivoluzione d'Ottobre, ma la Rivoluzione d'Ottobre è il nemico giurato dell'Occidente, è la rivoluzione che avviene in un paese, per citare ancora una volta Spengler, che ha deposto la sua maschera bianca e fa parte ormai dei popoli di colore. Nella misura in cui gli ebrei avrebbero svolto un ruolo così importante, o così decisivo, in questa Rivoluzione d'Ottobre, non soltanto sono da considerare estranei all'Occidente, ma sono i nemici giurati dell'Occidente, nemici giurati che devono essere sterminati. Noi vediamo qui che il pathos dell'Occidente ha segnato lo sterminio degli ebrei, ed è un motivo in più per prendere nettamente le distanze da questo pathos.
6 La cultura tedesca più avanzata dopo la fine della seconda Guerra Mondiale ha elaborato questa categoria che si chiama "Aufarbeitung der Vergangenheit", cioè l'elaborazione del passato, l'elaborazione critica del passato: in tal modo la cultura tedesca più avanzata ha cercato di fare i conti con quello che di terribile era avvenuto nella storia della Germania, in particolare con l'avvento del Terzo Reich e con il genocidio di cui il Terzo Reich si era reso responsabile. La domanda che possiamo porci è questa: ma in Occidente, per quanto riguarda l'Occidente nel suo complesso, c'è il tentativo di procedere ad una "Aufarbeitung der Vergangenheit", ad una elaborazione critica della storia dell'Occidente? Sente l'Occidente di fare i conti in modo definitivo con le pagine nere che hanno caratterizzato la sua storia, in modo che queste pagine nere non si verifichino più? Qualunque sia il giudizio che si voglia dare sulla Guerra del Golfo, e si può desumere da quello che ho detto in precedenza che il mio giudizio non è propriamente positivo, comunque qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare, c'è un fenomeno ideologico interessante che l'ha accompagnata. Io ricordo, in quest'occasione, un articolo che Alberoni ha pubblicato sul Corriere della sera: proprio alla vigilia della tempesta del deserto, della spedizione antiirachena, come procedeva nella sua argomentazione questo sociologo per altro illustre? Affermava che ormai la cultura della guerra è stata sconfitta nel nord del pianeta, il nord del pianeta -è la sua espressione testuale- vive in pace già dalla fine della seconda Guerra Mondiale, mentre invece è il sud del pianeta che continua ad usare lo strumento della guerra, e che dunque la spedizione militare era necessaria come spedizione pedagogica, mediante la quale il nord del pianeta insegnava la cultura della pace anche al sud del pianeta. Ora, lasciando da parte le mie riserve su questa sorta di pedagogia armata e armata fino ai denti, quello che stupisce in questa dichiarazione è la tesi secondo cui il nord del pianeta e l'Occidente sarebbe vissuto totalmente in pace a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E' chiaro che si procede ad una colossale rimozione storica: si rimuove la guerra in Indocina, prima della Francia, poi degli Stati Uniti, si rimuove la guerra coloniale ad esempio del Portogallo in Angola, si rimuove l'intervento anglo-francese a Suez, si rimuove la guerra nelle Falkland. Su ognuna di queste guerre noi possiamo dare un giudizio di volta in volta determinato, ma il fatto che un illustre sociologo parta dal presupposto che non si siano mai più verificate guerre, in cui sia stato implicato l'Occidente, dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, mi fa pensare che questi meccanismi di esternalizzazione del male di cui parlavo in precedenza siano vitali ancora oggi; e questi meccanismi conducono, in ultima analisi, alla trasfigurazione dell'Occidente ovvero del nord del pianeta. Tratto dall'intervista: "Autocoscienza e falsa coscienza dell'Occidente" - Napoli, Vivarium, 14 luglio 1994 Trasmissioni sul tema Oriente e Occidente
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