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Immagini del pensiero (5/7/1997)

Jean-Pierre Vernant

La tragedia greca

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Quando ero giovane, tutti i buoni studenti studiavano greco - quelli che facevano studi scientifici non meno di quelli che facevano studi letterari. Insomma il greco faceva parte della cultura comune. Direi persino che, quando ero un bambino, nella buona borghesia un medico, un avvocato, un uomo politico, doveva in qualche modo impregnarsi di modelli culturali classici per apparire competente nel proprio campo. Questo ormai è del tutto finito. Per i giovani di oggi la Grecia è lontanissima. Ma mentre la Grecia si è allontanata, il mondo contemporaneo si è riavvicinato: con la televisione ogni bambino, anche piccolissimo, vede l' Africa, la Cina, o l' America come se fossero a casa sua. Da dove viene allora questa specie di passione per le tragedie greche? Nella nostra epoca l' uomo espresso dalla tragedia greca ha più che mai rilievo: voglio dire l' uomo enigmatico, l' uomo preso in un flusso che lo supera, l' uomo che calcola, decide e giudica, che esita tra due vie, posto nei bivi dell' azione, che sceglie consapevolmente - e che poi alla fine si accorge di aver scelto in realtà il contrario di quel che lui credeva fosse il bene. Questo sentimento "tragico" è oggi più forte perché molte cose che ci sembravano certe sono oggi in crisi: in particolare l' ottimismo storico, l' idea di un futuro che l' uomo possa dominare, l' idea che l' uomo è padrone della propria storia, che egli è padrone e possessore della natura come diceva Descartes -un' idea che si è imposta a tutta la modernità. E perché tutto ciò è in crisi? Perché oggi vengono messe in questione la scienza, e con essa le tecniche che ci sembravano il modo più sicuro per assicurare all' uomo il suo potere sul mondo e su se stesso. Oggi ci si chiede se in fin dei conti la corrente scientifica e tutto questo sviluppo tecnico non ci portino alla catastrofe. L' idea che l' uomo potesse con la propria volontà, in cooperazione con i suoi, con gli altri, in gruppo, costruire l' avvenire, è andata a sbattere contro un muro. L' idea per cui si poteva inventare una società veramente armoniosa e libera, grazie a cui -come diceva Marx- avremmo potuto saltare dal regno della necessità al regno della libertà, si è infranta contro un muro. Ci si è infatti accorti che lo sforzo per programmare il futuro, lo sforzo per inscrivere in anticipo nella storia i fini ultimi dell' uomo, è qualcosa di incredibilmente incerto. In questo caso l' uomo -proprio come gli eroi tragici antichi-volendo costruire un mondo veramente ideale può fare il contrario di quel che credeva di fare. C'è quindi oggi, così credo, una specie di ritorno della coscienza tragica.

 

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Il poeta tragico non inventa i personaggi, e nemmeno l' intrigo, dato che, grosso modo, è l' intrigo tradizionale. Egli fa una cosa del tutto diversa: dispone una serie di azioni in modo tale che, una volta che avete visto l' inizio e il seguito, come dice Aristotele, capite che con ogni probabilità o necessariamente accadranno una serie di avvenimenti drammatici. Gli eroi sono uomini a cui capitano delle catastrofi; la catastrofe è il rovesciamento completo di una situazione. E queste catastrofi non sono dovute alla cattiveria degli eroi: essi non sono cattivi, né indegni, non sono kakoi, non sono caratteri "bassi", meschini; al contrario, hanno della grandezza. Ma il poeta tragico opererà un montaggio dell' azione, in modo che tutto d' un tratto le cose si svolgeranno con una specie di necessità interna, ineluttabile, e lo spettatore vedrà tutto questo. Aristotele dirà che è una mimesis, una imitazione di un' azione. Però il termine mimesis deve essere preso in un senso molto particolare: direi che si tratta di una simulazione. Penso profondamente che la tragedia è una simulazione nel senso in cui parliamo di simulazione in fisica, per esempio. In fisica si definisce uno spazio limitato, ma in questo spazio cercheremo di produrre delle condizioni estremamente chiare e nette, che ci permetteranno di capire come si svolge un certo fenomeno. Per esempio, si simulerà lo sbarco sulla luna, prima di tentare lo sbarco reale, in uno spazio limitato e controllato di cui conosciamo tutte le dimensioni; cercheremo di vedere le diverse possibilità che potrebbero presentarsi una volta noti i dati primi. La tragedia fa la stessa cosa. La tragedia monta un' esperienza umana a partire da personaggi noti, ma li installa e li fa sviluppare in modo tale che -per riprendere ancora Aristotele - la catastrofe che si produce, quella subìta da un uomo non spregevole né cattivo, apparirà come del tutto probabile o necessaria. In altri termini, lo spettatore che vede tutto ciò prova pietà e terrore, ed ha la sensazione che quanto è accaduto a quell' individuo avrebbe potuto accadere a lui stesso. Vale a dire, dietro le particolarità dei personaggi, sono messi in questione gli uomini, lui e gli altri, insomma qualsiasi uomo. In qualche modo ogni uomo viene messo in scena in questo spazio privilegiato e controllabile, e lo svolgersi della catastrofe ineluttabile riveste allo stesso tempo -per lui spettatore- un carattere nuovo, essa diviene intelliggibile.

 

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La tragedia fa un' altra cosa: essa dà un senso diverso da quello del mito. In effetti, che cosa capita ad Edipo? Edipo è un figlio che non sarebbe dovuto nascere, questa è la sua disgrazia. Quindi, sin dalla nascita, egli è oggetto di una specie di maledizione, egli è votato alla disgrazia, non avrebbe dovuto nascere. Perciò, qualsiasi cosa faccia, farà sempre male. Egli è colpevole senza aver fatto nulla di male, e questo è uno dei problemi posti dalla tragedia. Non c' è in ogni uomo, per il solo fatto di esistere, nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l' hanno preceduto, qualcosa che lo supera o lo sovrasta? Egli dipende da questo qualcosa, per cui le sue azioni non emanano direttamente da lui; in qualche modo le sue azioni si radicheranno aldilà, dietro di lui, o più in alto di lui. E questo è un senso tragico: infatti noi facciamo delle cose, siamo dei personaggi, e contemporaneamente i nostri atti -e persino noi stessi- ci sfuggono di mano. Un senso enigmatico, dato che Edipo è un decifratore di enigmi. Lui stesso lo dice: "sono io che ho indovinato, io sono l' uomo che sa", e difatti ci si rivolge a lui come ad un sapiente. D' altro canto è un uomo che vuol sapere; vuol sapere la verità. E questo desiderio di conoscere, così come quella capacità che lo rende superiore agli altri, faranno di lui una specie di mostro che imbroglia tutte le generazioni. Bisognerebbe seguire invece il corso del tempo, ognuno dovrebbe restare al suo posto, il figlio dovrebbe succedere al padre, soprattutto quando poi si tratta di re: Edipo sloggia il re e prende il suo posto quando il re è ancora sul trono, non nel momento in cui il padre lascia il posto libero. Questo significa l' assassinio del padre. Questa è la grande colpa. Ma la grande colpa di Edipo è anche l' incesto, perché ha incontrato il seme del padre nel ventre della madre. Egli è dunque una specie di mostro, ed è un mostro senza aver fatto nulla di male! Le sue qualità lo hanno portato fin là. Da qui la risposta all' interrogazione sull' uomo: "eh si, che strana creatura! Come può accadere che essa sia abitata da questo legittimo desiderio di sapere e che questo desiderio di sapere ricopra un' ignoranza fondamentale?" Edipo non sapeva chi fosse. Colui che era re e padrone diventa l' ultima delle spazzature, un' impurità, una macchia che bisogna cacciar via.

 

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La tragedia -come vien detto, ed io sono d'accordo- è un genere letterario che, al contrario del genere epico, pone il problema dell' azione: perché la tragedia presenta gli eroi davanti ai bivio dell' azione. Vale a dire, una delle domande che vediamo sorgere sempre nei testi tragici è "Che fare? Che cosa devo fare? Che cosa scegliere? Se scelgo questo, ecco cosa rischia di capitarmi. Se scelgo quello, ecco cosa rischia di capitarmi." Essa presenta l' uomo di fronte ad una decisione difficile. Si ha dunque la sensazione che nella tragedia cominci ad apparire l' idea di un potere più o meno autonomo nell' uomo, di agire e di decidersi in funzione del meglio, di quel egli crede essere il meglio. E' "boulomai", il verbo volere: "deliberare e allo stesso tempo decidere. Dunque, non più un influsso o un impulso di origine divina, ma una riflessione e una decisione. Ma allora si dirà, "bene, ma è quel che noi chiamiamo il volere, o volontà." Si, ma appunto, la tragedia mostra che questa volontà non è mai realmente autonoma. Allo stesso tempo, la tragedia mostra come in tutte le decisioni umane ci sia una deliberazione del soggetto che soppesa il pro e il contro - ma dietro, allo stesso tempo, c' è la presenza di tutte le decisioni divine, di tutti i progetti degli dei. Dietro ci sono tutti gli attori, gli dei che organizzano, che tirano le fila in qualche modo. Così che ogni azione umana si profila allo stesso tempo come un atto che emana dal soggetto, che traduce il suo carattere, il suo "ethos", la sua maniera interna d' essere ma che, allo stesso tempo, rappresenta il modo in cui gli dei l' hanno guidata senza che l' agente lo sappia. C'è una formula di Eraclito che dice che "ethos", il carattere, per l' uomo è "daimon", un demone. Si può intendere questa frase nei sensi più vari; ed essa può intendersi altrettanto bene nel senso che "gli uomini credono che un demone li guidi, ma invece è il carattere". E infine la formula può voler dire - e questo è il senso tragico -"quel che gli uomini chiamano carattere in realtà è una forza demoniaca". Edipo quindi è un personaggio paradigmatico perché in Edipo, in modo magistrale, vediamo un uomo che è il campione della riflessione: è il re che ha saputo indovinare, che ha saputo capire, l' uomo che cerca di capire, che vuol sapere la verità. E mentre persegue questa verità, mentre segue il suo cammino, realizza che in realtà gli dei lo hanno guidato dall' inizio alla fine. Gli dei lo hanno guidato affinché quella scienza si riveli in realtà la scienza di quel che accadde, affinché la conoscenza dell' assassino di Laio si dichiari, si riveli come l' ignoranza di se stesso. Perché lui è l' assassino di Laio, e di conseguenza veramente Edipo fissa il centro nel nucleo stesso della riflessione tragica.

 

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Non si può proiettare il complesso di Edipo, nel senso freudiano, sulla tragedia antica. Bisogna trovare in certi passaggi del testo stesso della tragedia il punto di appoggio: si dovrebbe mostrare in che cosa quel che ha detto Freud permetterebbe di capire meglio certi passaggi i quali, senza le analisi freudiani, resterebbero poco chiari. Ma non si può leggere la tragedia convinti in anticipo dell' esistenza del complesso in Edipo. Invece è evidente che Edipo non ha complesso. In ogni caso, un' interpretazione psicoanalitica del testo non può dire "il personaggio Edipo ha il complesso omonimo". Un' interpretazione deve dire "Edipo non può avere il complesso perché egli non ha mai conosciuto suo padre, né sua madre, perché è stato allevato da un altro padre e da un' altra madre, che lui chiamava 'padre' e 'madre'; perché quando uccide suo padre non sa che si tratta di suo padre; e perché quando va a letto con sua madre non accade perché ne abbia voglia, è perché questo gli viene imposto." Quel che è vero, invece, e che si può dire, è che la tragedia è costruita, questo sì, come la cura psicoanalitica di un complesso edipico non risolto: voglio dire che lo svolgimento stesso della tragedia, lo svolgersi del dramma da un punto di partenza di ignoranza fino ad un punto di arrivo in cui si sa, dispiega una specie di delucidazione progressiva di un complesso di Edipo. Ma questo complesso non è di Edipo, e nemmeno del pubblico: è il problema del rapporto tra padre e figlio, e di tutte le relazioni complicate che ne conseguono. Questo viene tradotto un po' dal mito quando esso spiega che il figlio deve prendere il posto del padre, ovviamente, ma che può prenderne il posto solo dopo un certo tempo, una volta date certe condizioni, quando la situazione giunge a maturazione. Ma allora siamo in un contesto che è molto diverso da quello della psicologia o della nevrosi. Siamo in un contesto molto più generale, molto più sociale.

 

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Aristotele dice testualmente che c' è più verità nella tragedia che nella storiografia. Perché? Perché necessariamente la storia -egli conosceva la storia scritta da Erodoto e da Tucidide-racconta ciò che ha avuto luogo, in un dato momento e in un dato luogo. Le cose si sono svolte in questo modo, punto. Vale a dire che la storia resta per vocazione, in qualche modo, confinata nel particolare, nel singolare, nell' accidentale. Mentre la tragedia mostra non quel che è accaduto, ma quel che doveva necessariamente e secondo ogni probabilità accadere. Vale a dire, la tragedia è già dell' ordine del generale e del necessario, quindi molto più vicina al vero intellettualmente. Aristotele la pensa così contro Platone, il quale invece rifiuta la tragedia perché è patetica. Allora Aristotele cercherà di mostrare che, anche in uno spettacolo incentrato su terrore e pietà, può svolgersi simultaneamente un processo intellettuale che si tradurrà in una purgazione del terrore e della pietà. Facendoci accedere ad una verità intellettuale, la tragedia ci dà un insegnamento. Tutta la tessitura della tragedia, come simulazione ed estetizzazione, trasforma l' elemento bruto della passione in qualcosa che diventa intelligibile, e che produce un effetto di bellezza. Qquindi di produce una pacificazione nel ritorno all' ordine. Ma l' ordine che troviamo all' arrivo non è lo stesso di quello che c' era in partenza: nel frattempo abbiamo visto come un uomo per bene possa essere distrutto, o distruggersi da sé, probabilmente o necessariamente seguendo un ordine a cui ho assistito, e così ad ogni momento del processo ho capito quel che succedeva. Mentre terrore e pietà implicano obbligatoriamente una specie di opacità agli eventi, e a me stesso che subisco gli eventi, al punto della catarsi no: provo sì terrore e pietà, ma allo stesso tempo queste due passioni sono purificate, per il fatto che vengono prodotte attraverso lo spettacolo, e lo spettacolo non è il reale. La padronanza di sé è sempre restato un ideale greco. Ma, pur rimanendo, si è tinta in modo diverso all' epoca della tragedia. La tragedia ha tradotto, quando essa era in piena espansione, questa visione del mondo, compresa questa nuova visione del divino: un mondo e un divino dilaniato da contraddizioni che pur bisogna cercare di assumere come si può e che, talvolta, vi spezzano se volete essere tutto da una parte o tutto dall' altra. La tragedia può allora essere un mezzo, per lo spettatore, attraverso la "catharsis", di ritrovare un certo equilibrio psichico. Terrore e pietà, purificate dal fatto che si ha un messaggio che è ad un tempo intelliggibile e che comporta una parte di verità - di verità sull' uomo.

Tratto dall'intervista: "La tragedia greca oggi" - Parigi, abitazione, 9 maggio 1994


Biografia di Jean-Pierre Vernant

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