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Immagini del pensiero (10/5/1997)

Eva Cantarella

I generi

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"Genere" in italiano ha molti sensi: in effetti, perché "genere" è il genere grammaticale, il genere letterario, il genere umano, il genere sessuale. Il genere di cui parliamo oggi è il genere sessuale, cioè è la parola che traduce la parola inglese "gender". In inglese appunto il genere sessuale è "gender", il genere umano "kind", il genere letterario è "genre", quindi chiariamo che il nostro "genere" è il genere sessuale, il "gender" inglese. La parola "gender" è stata introdotta dalle femministe per segnalare che la differenza sessuale, fondamentalmente biologica ma non solo, era qualcosa di diverso dalla differenza che viene costruita socialmente, culturalmente o, secondo alcune tendenze del femminismo moderno, anzi post-moderno, semioticamente; quindi "gender" è nato per segnalare che il genere sessuale è costruito e quindi variabile nel tempo e nello spazio, mentre allora, quando fu introdotto il termine, il genere sessuale era ritenuto immutabile in quanto strettamente legato alla biologia. Direi che prima che venisse introdotto questo termine, il concetto è stato introdotto da Simone de Beauvoir nel '49 con "le deuxième sexe", quando ha insegnato a generazioni di donne, con questo libro tutt'ora fondamentale, che donne si diventa ma non si nasce.

 

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Nel mondo greco furono proprio formulate delle teorie dei generi sessuali nel senso moderno del termine. I greci cominciarono a discutere di questo problema a partire da un problema: quali erano le virtù delle donne - per virtù intendevano capacità, attitudini, forma di ragionamento -, con l'idea sempre che ci fosse una differenza fra le virtù femminili e le virtù maschili e la differenza era legata alla biologia. Il primo a mettere in dubbio che la differenza tra le virtù maschili e femminili fosse legata alla biologia fu, per quello che ne sappiamo, Socrate. Abbiamo varie testimonianze su questo: nel "Simposio" di Senofonte Socrate guarda una giocoliera e di fronte alla sua abilità dice che quello che lei fa è la dimostrazione che la donna non è naturalmente inferiore all'uomo"; nell'"Economico" di Senofonte c'è un altro discorso molto interessante: Socrate dice che gli uomini dovrebbero insegnare alle donne a non essere le persone con cui loro, gli uomini, hanno minor dialogo, dovrebbero educarle, quindi dando per scontato che le donne possono essere educate, quindi che non è solo biologica la differenza. Non è solo Senofonte la testimonianza di questa attitudine particolare di Socrate, anche Platone nella Repubblica. Platone nella Repubblica fa un discorso molto interessante: "Le donne - dice Platone - possono essere guardiane", e lí introduce un discorso fra Socrate e Iracone*; Socrate chiede: "Ma tu pensi che le cagne debbano fare la guardia come i cani maschi oppure che debbano starsene in casa, perché siccome partoriscono e devono allevare i piccoli, non possono collaborare?", e la risposta è: "No, io penso che debbano assolutamente collaborare"; allora Socrate dice: "Va bene, ma allora perché collaborino, bisogna che noi le educhiamo in qualche modo, le alleniamo, tenendo conto della loro differenza, del fatto che devono partorire e accudire i piccoli". La risposta è: "Certamente!". E allora Socrate dice: "Vedi, questo vale anche per le donne, allora anche le donne devono e possono essere educate".

 

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Aristotele formula una teoria del genere a partire dalla riproduzione. Qui bisogna aprire una piccola parentesi. I greci discutevano da tempo su un problema a proposito della riproduzione: la donna contribuisce o non contribuisce alla riproduzione? Ippone e gli Stoici, per esempio, dicevano che non contribuisce; Empedocle, Anassagora, Ippocrate ed altri dicevano che la donna contribuisce. Potremmo forse dire che l'opinione più diffusa era quella che la donna non contribuisse: se andiamo a vedere fonti di tipo diverso, fonti letterarie importanti come Eschilo ad esempio, nell'"Orestea" Eschilo - nelle "Eumenidi" in particolare -, fa pronunziare ad Apollo un famoso discorso in difesa di Oreste; Oreste ha ucciso la madre Clitennestra per vendicare la morte del padre Agamennone, è accusato di matricidio, Apollo lo difende e lo difende dicendo che non è la madre la generatrice di quello che viene chiamato suo figlio, generatore è il padre; lei è custode del seme e il figlio, ospite ad ospite, cresce in lei se un dio non lo distrugge. Quindi l'opinione per cui il contributo della donna alla riproduzione non era essenziale era evidentemente molto diffusa. Aristotele invece riteneva che la donna contribuisse alla riproduzione e spiega in che modo contribuisce: il figlio nasce dal seme paterno e dal sangue mestruale materno, però il contributo del seme e del sangue mestruale sono diversi, perché sia il sangue che il seme sono il prodotto elaborato del cibo che non viene espulso dall'organismo, cioè l'organismo elabora il cibo che non viene espulso; sennonché la donna, essendo più fredda dell'uomo, non riesce a compiere l'ultima trasformazione e quindi il suo sangue non diventa seme, e il figlio nasce quando il seme "cuoce" - dice Aristotele - nel residuo femminile; da questo deriva una cosa fondamentale, che il contributo dell'uomo alla procreazione è attivo, l'uomo è spirito, la donna è la materia alla quale lo spirito dà forma; quindi il contributo dell'uomo è attivo, il contributo della donna - donna-materia - è passivo.

 

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Su questa teoria della riproduzione Aristotele costruisce la teoria della subalternità sociale, certamente codificando quella che era la pratica ateniese, e dice che di conseguenza è naturale che l'uomo comandi, perché l'uomo è per natura adatto al comando, salvo alcune eccezioni contronatura. L'uomo comanda nell'oikos - l'oikos è il punto centrale del progetto politico aristotelico -, l'uomo comanda sugli schiavi, sulla donna e sui ragazzi, perché né le donne, né gli schiavi, né i ragazzi hanno il buleutikon - cioè la capacità di deliberare -, o quanto meno gli schiavi ce l'hanno ma in misura inferiore, le donne ce l'hanno senza autorità e i ragazzi ce l'hanno ma in via di formazione, quindi è naturale che l'uomo comandi.

Essendo i sottoposti diversi, perché ciascuno ha una sua forma di capacità e di volere diversa, sono diversi i rapporti fra il capo dell'oikos e i suoi sottoposti e il rapporto con la moglie - dice Aristotele - è un rapporto politico, è il rapporto del capo politico; con una differenza: che cittadini si alternano al potere politico mentre nel rapporto tra marito e moglie, fra donna e uomo, non c'è alternanza, perché è naturale che l'uomo comandi. Quindi nell'antichità noi abbiamo una serie di posizioni sul genere sessuale che culminano e portano a questa teoria di Aristotele che poi ha segnato per secoli le teorie in materia. E tutte le volte, da Aristotele in poi, salvo gli ultimi anni naturalmente del femminismo, tutte le volte che si è teorizzata una differenza di genere, la differenza è stata formulata in termini di subalternità e di inferiorità del femminile rispetto al maschile.

 

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Le donne romane erano senz'altro discriminate sotto alcuni profili, ma rispetto alle donne greche erano assolutamente libere. Le donne greche erano veramente subalterne. Vediamo i punti fondamentali. Cominciamo col dire che, come leggiamo in una famosa orazione di Demostene, un uomo ha tre donne: ogni uomo ha la "damar"* o "gyné",* che è la moglie, che ha, dice Demostane, "paidon eparotognesion"*, "per la procreazione dei figli legittimi", poi ha una "pallaké"*; la "pallakè" è la concubina - il concubinato è una situazione che ha una qualche protezione giuridica, la concubina è spesso una straniera che non può essere sposata, ma è una donna che viene considerata dal diritto ateniese, ma non perché le si diano dei diritti, ma perché le si danno dei doveri, cioè la concubina se tradisce il concubino, è punita come la moglie, commette un reato che si chiama "moikeia"*, su cui torneremo subito perché vorrei dire qual'è la terza donna -; la terza donna dell'uomo ateniese è l'"etera"; l'etera - "etaira"* vuol dire "compagna" - è una donna che, a differenza di tutte le altre donne, era istruita, perché la sua funzione era accompagnare l'uomo greco nelle occasioni sociali in cui né la moglie né la "pallaké"* potevano accompagnarlo, quindi ai banchetti. L'etera riceveva dunque un minimo di educazione ed il rapporto con lei non era solo occasionale - questo non toglie che la etera fosse retribuita per le sue prestazioni. Quindi questo uomo greco aveva una gamma di possibilità, alle quali bisogna aggiungere - perché è molto importante - il suo giovane amante, perché in Grecia l'educazione dei giovani era affidata al rapporto con un adulto, a un rapporto pederastico fra un amante e un amato, e quindi per un uomo adulto era normale avere anche un giovane da educare, al quale insegnare a diventare un cittadino. Mentre l'uomo aveva tutta questa gamma di possibilità, la donna invece, ovviamente, non ne aveva nessuna e se tradiva il marito, commetteva un reato chiamato "moikéia"*, che veniva commesso, come dicevo prima, anche dalla concubina, che quindi non aveva diritti ma veniva punita come una moglie se tradiva il marito.

 

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La donna greca non eredita; il problema nasce quando in famiglia non ci sono maschi, quando si è di fronte a quello che i greci chiamano "noikos eremos"*, cioè l'"oikos"* senza discendenti maschi; allora alla morte del padre il patrimonio non può andare alla figlia, perché lei non ha la possibilità di essere titolare di un patrimonio, quindi la figlia è il tramite per cui questo cleros familiare si trasmette a suo figlio, al suo primo figlio maschio, e quindi questa donna viene chiamata "epicleros"*. Ecco, una cosa interessante è che questa istituzione - questa chiamiamola ereditiera ma non eredita niente - è una istituzione che si trova anche in altre città e anche nelle zone doriche, dove si chiamava in altro modo - si chiamava "patrucos" a Sparta e a Gortina -, ma insomma esisteva questa figura di ereditiera, che era in realtà il tramite per cui in realtà il patrimonio passava al figlio maschio. La cosa interessante è che questa ereditiera, perché il patrimonio non passasse in mani estranee, doveva sposare il parente piú stretto in linea maschile - "(?).. tataghenus"* - e il parente più stretto in linea maschile è in genere il fratello del padre, per cui in età ellenistica tra l'altro abbiamo tutte le commedie con la ragazza che deve sposare il vecchio zio, che vuole sposarla perché lei è una "epikleros"* e perché così si aggiudica il patrimonio. Aggiungerei un'ultima cosa, perché finora abbiamo parlato della "epikleros"* ricca, ma poi c'era l'"epikleros"* povera, che nessuno voleva sposare, e allora ci sono delle leggi attribuite a Solone - sulle leggi attribuite a Solone a volte, cioè spesso, si può discutere, nel senso che non sempre sono vere, però è molto significativo che la tradizione ce le abbia mandate -. Solone avrebbe stabilito due leggi a tutela dell'"epikleros"*: una a tutela della "epikleros"* in questo caso direi non quella povera ma quella che, pur essendo ricca, non aveva particolari attrattive forse, perché dice che chi ha sposato una "epikleros"* deve avere rapporti sessuali almeno una volta al mese con lei; poi c'è il problema di quella povera, allora il parente più stretto, se non vuole sposare l'"epikleros"* povera, le deve dare una dote per assicurare che in qualche modo si sposi. Bachofen nel 1861 scrive un famosissimo libro che si chiama "Das Mutterrecht", nel quale formula la teoria che tutti i popoli in tutti i tempi devono passare attraverso degli stadi di sviluppo - non dimentichiamo che siamo nell'Ottocento, Darwin scrive negli stessi anni, quindi pieno evoluzionismo - e quindi Bachofen costruisce questa teoria dell'evoluzione storica appunto universale. Le fasi dell'evoluzione storica sono queste: in un primo momento c'è una fase che Bachofen chiama "afroditismo" o "eterismo" che è la fase, diciamo, di natura, lo stato di natura, in cui gli uomini comandano sulle donne perché hanno una superiore forza fisica. Poi c'è un'epoca che Bachofen descrive come un'epoca felice, l'epoca del "Mutterrecht", epoca nella quale - qui siamo al punto che ci interessa - trionfano i valori femminili, che sono la fratellanza, la giustizia, l'eguaglianza, tutti i valori che derivano dal fatto che la donna si identifica con la terra, che la donna è madre e quindi tutti gli uomini sono fratelli. Questo è molto interessante in Bachofen, perché all'affermazione della femminilità in campo sociale collega l'affermarsi di una serie di valori e principi appunto, che sono ispirati alla differenza sessuale, per cui per esempio la notte è femminile mentre il giorno è maschile, la luce quindi - questo c'era già in Görres - è maschile e il buio è femminile, la destra è maschile e la sinistra è femminile naturalmente e via dicendo. Questo periodo, che Bachofen definisce "la poesia della storia", il matriarcato - e per questo è stato poi così amato dalle femministe, per questa descrizione poetica della poesia della storia, del matriarcato -, viene però superato dal patriarcato, che si impone perché la donna, essendo legata appunto alla materia, non è in grado essenzialmente di far nascere lo stato e con lo stato il diritto; in epoca matriarcale ci sono le consuetudini, ma quando l'uomo, che è spirito, riesce a imporsi sulla materia, allora nasce lo stato con le leggi. Questa parte, secondo me, è stata sempre dimenticata da chi ha ritenuto che Bachofen fosse un precursore delle teorie femministe; ma Bachofen è molto importante perché, a parte il fatto che a lui si sono ispirati i marxisti - Engels lo ha citato nella prefazione alla quarta edizione de "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" -, perché ovviamente l'idea che la società patriarcale fosse solo un momento nello sviluppo storico coincideva con l'idea marxista per cui la famiglia borghese era destinata a tramontare, è importante forse soprattutto per l'influsso che ha avuto poi sulla psicoanalisi, perché Erich Neumann in particolare, in un famoso libro, "Die grosse Mutter", ha sviluppato, proprio basandosi su Bachofen, l'idea di strutture psichiche maschili e femminili diverse.

 

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In una prima fase le donne femministe scelgono una strategia che si può chiamare la strategia del rifiuto, cioè rifiutano la differenza sessuale e il riferimento al corpo come sede delle differenze viene inteso come un marchio di inferiorità, direi non a caso dopo quello che abbiamo detto sulle teorie, attraverso i secoli, sulla differenza sessuale. Questa è la fase emancipatoria del femminismo, in cui appunto si dice: non siamo diverse, siamo uguali agli uomini - strategia del rifiuto -, quindi chiediamo di essere trattate come gli uomini. Questa prima fase viene però superata da una seconda fase, che direi ribalta completamente la situazione: chi assume questa posizione, la negazione della differenza, viene accusato di essersi omologata agli uomini, di avere accettato i loro valori, di non riconoscere appunto la differenza; e allora si passa alla seconda fase, la fase della esaltazione delle differenze. Noi non dobbiamo negare la differenza sessuale, noi neghiamo che la differenza sia quella che gli uomini hanno immaginato e costruito e solo noi possiamo definire questa differenza: questa è la seconda fase. Per questa seconda fase direi che un'autrice che possiamo citare, molto importante e molto nota, è Carol Gillegan*, che ha scritto un libro intitolato "In a different voice". "In a different voice" sostiene che appunto esistono praticamente mondi diversi maschili e femminili e che per esempio le donne parlano e ragionano con un'altra voce, che non è tanto la voce della giustizia astratta, la voce della ragione, ma la voce della "care", la famosa "care" - che viene tradotta in italiano un po' infelicemente con "cura", ma non saprei come tradurre altrimenti -, e quindi un'etica e una razionalità diverse.

Tratto dall'intervista: "I generi" - San Marino, Università, 13 giugno 1995


Biografia di Eva Cantarella

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