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Immagini del pensiero (6/1/1991)

Richard Tilly

Industrializzazione e stato sociale

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Con l'industrializzazione s'è prodotta una crescente concentrazione della popolazione nelle città a motivo del costo di produzione, che divenne per vari motivi più basso in città che in campagna. La necessità di venditori e compratori di merci di negoziare tra loro, rese molto più efficiente per loro vivere nello stesso luogo. Il fatto che le città fossero la principale fonte o concentrazione di domanda di lavoro, portò alla migrazione della popolazione dalle campagne alle città. E' ben evidente che nelle prime fasi dell'industrializzazione le città non riproducevano la propria popolazione: cioè il tasso d'incremento naturale era probabilmente negativo, a causa delle malsane condizioni delle città antiche; così un flusso continuo dalla campagna era essenziale per la stabilità della popolazione. Ma, data la crescente domanda di lavoro, con l'industrializzazione venne a crescere l'immigrazione della popolazione; e, quando l'immigrazione ebbe raggiunto un certo livello nelle città, allora il tasso d'incremento naturale cominciò ad assumere maggiori proporzioni. Così le città comiciarono a crescere di forza propria, così l'urbanizzazione fu un modo più efficiente di organizzare una popolazione per continui aumenti di produzione.

 

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I "pensatori sociali" cominciarono a criticare l'origine di continui miglioramenti del benessere dal solo meccanismo del mercato; e quindi chiesero interventi statali che restringessero la libertà di operare del mercato. In Gran Bretagna divenne molto noto il lavoro di una persona come Robert Owen, in Francia si ebbe il "socialismo utopico", socialisti che fanno lo stesso genere di critiche e chiedono mutamenti per controllare l'economia di mercato. Karl Marx, con l'esperienza inglese davanti agli occhi, pensava che non vi fosse aiuto in un'economia di mercato: al contrario bisognava cercare di portarla al più presto possibile alla fine, in una nuova era di socialismo. Ma in Germania la speranza era che le previsioni di Marx non fossero vere, e che non ce ne fosse bisogno. Non c'era rischio che si realizzassero, se si fosse agito in tal modo da moderare le tempeste dell'economia di mercato, forzando, diciamo, i datori di lavoro ad impiegare solo lavoratori adulti, a ridurre l'impiego di donne delle nelle fabbriche, a ridurre le ore di lavoro, ed ad introdurre dei sostegni, sostegni automatici, per i lavoratori nei momenti difficili. I "pensatori sociali", in altre parole, chiedevano interventi statali o meccanismi cooperativi che permettessero alla popolazione di superare meglio le difficltà di vivere in un insicuro ambiente industriale urbano. In Germania emerse un gruppo di studiosi che furono detti "Kathedersozialisten" (socialisti cattedratici), che pensavano che se lo Stato fosse intervenuto sul mercato del lavoro, sulla sanità per gli anziani, sulle condizioni di lavoro, la minaccia dell'instabilità sarebbe stata eliminata. E questa era una delle motivazioni dei "socialisti cattedratici": volevano migliorare il tenore di vita della popolazione ed indebolirne o demolirne le disuguaglianze, non solo perché ciò era eticamente giusto e retto, ma perché ciò avrebbe eliminato od indebolito il rischio della rivoluzione.

 

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Uno dei mutamenti che ha avuto luogo è che nella seconda metà del'Ottocento, nella maggior parte dei paesi europei in cui s'avviava l'industrializzazione, si ebbe la classe operaia urbana chiese — attraverso i sindacati, ed in qualche misura attraverso la formazione, l'inizio della formazione di partiti politici — di aver voce nelle decisioni politiche, inclusa la politica sociale, e di conseguenza chiese l'antica sicurezza come un diritto. Ed i borghesi che controllavano l'amministrazione locale nelle città, almeno per la politica sociale di cui diciamo, risposero a ciò cominciando a badare con più cura ai costi e benefici di tale politica sociale. E di conseguenza si generarono pressioni a livello locale per trasferire tali problemi a livello amministrativo più alto. Dove quindi di nuovo c'erano i partiti politici, e per spostare od aggirare la possibilità che i partiti della classe operaia divenissero una forza importante di governo, a vari livelli, parve saggio alle classi dominanti pensare di sviluppare le politiche sociali ad un livello più generale. Il caso classico fu l'esempio di Bismark, in Germania, di legislazione sociale, che emerse tra il 1870 ed il 1890. Tale tipo di legislazione divenne un modello per molti altri paesi. Abbiamo già discusso il fatto che il problema sociale era sempre più, nel trascorrere dell'Ottocento, un fenomeno urbano, in quanto la classe operaia era sempre più concentrata e rappresentava una minaccia potenziale al sistema sociale e politico. Ed in tal senso l'obiettivo era la classe operaia urbana, i poveri delle città; ma era al contempo indebolire il radicalismo, indebolire il desiderio della popolazione operaia, dei poveri delle città per una soluzione sociale radicale. In qualche misura ci si accorse che il distacco tra il tenore di vita delle classi alte e medie ed il resto della società non avrebbe dovuto divenire troppo largo, poiché in un contesto urbano tali differenze erano ben visibili.

 

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L'inizio dello Stato previdenziale può essere ricondotto all'accentuazione dei problemi sociali associati ad urbanizzazione ed industrializzazione, e ciò da presto: se si guarda alla Gran Bretagna negli anni venti e trenta dell'Ottocento, le città già cominciano a rispondere ai problemi di pauperizzazione della popolazione, del lavoro infantile, della sanità pubblica in particolare; un tratto molto importante fu che ad intervalli esplosero epidemie: colera, tifo e così via. Ed all'improvviso i notabili cittadini responsabili delle decisioni divennero ben consci di essere di fronte ad un problema, ed allora fu avviato un meccanismo progettato per eliminare tale problema. Il fatto fu che le amministrazioni cittadine si trovarono in un brutto momento tra il 1840 ed il 1860, quando il ciclo economico si era volto al basso, ed esse trovarono che addirittura il venti o trenta per cento della popolazione aveva bisogno di assistenza per povertà, che le finanze delle città erano svuotate dal carico dei pagamenti per assistenza che dovevano fare, e tale fenomeno ebbe luogo in tutta Europa. Io considero la risposta tedesca una pietra miliare: in Germania, sebbene al livello locale — al livello dell'impresa, al livello della città — c'era una politica sociale che era stata assunta in risposta ai problemi di urbanizzazione, congestione, sanità e così via, è solo negli anni che seguono il 1880 — quando viene asssunta la legislazione di Bismark — che l'introduzione dell'assicurazione contro gli infortuni che pone l'onere della prova sui datori di lavoro quando han luogo incidenti sul lavoro, e l'introduzione sebbene modesta di previdenza per la vecchiaia, pongono davvero una pietra miliare nello sviluppo dello Stato previdenziale, per lo sviluppo della previdenza contro le malattie dal 1880, per il fatto che con essa lo Stato prese la responsabilità di fornire certi servizi minimi in ogni caso, senza curarsi delle previdenze che fossero state accumulate di diritto nel passato. La legislazione di Bismark fu all'inizio modesta, ed in effetti ebbe un aspetto senza dubbio di finanziamento per le casse dello Stato, poché molti che furono inclusi nel programma di assicurazione sociale pagarono più di quelli che ricevevano benefici, almeno all'inizio; nondimeno, in termini d'incertezza sul futuro, fu del tutto un miglioramento per un buon settore della popolazione, cosicché il modello, dato il fatto che pareva aver positivi effetti nello stabilizzare la società, venne adottato in altri paesi: la Gran Bretagna introdusse una legislazione simile all'inizio del Novecento.

 

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Guardando al tenore di vita della popolazione europea nel lungo periodo, vediamo che hanno avuto la tendenza a migliorare nel corso dell'industrializzazione. Ed a causa del fatto che le fluttuazioni dell'economia sono divenute più evidenti in concentrazioni di popolazione ove si viva vicini gli uni agli altri, ed a causa della crescente dipendenza dall'economia di mercato in cui si deve avere una merce — sia del lavoro, sia un bene, sia un servizio — che possa esser venduta per un prezzo, e dato il fatto che non vi è stato alcun coordinamento centralizzato di tali transazioni, l'insicurezza ha teso a divenire un tratto più significativo della vita. Quindi quel che si potrebbe dire è che, sebbene nel lungo periodo il tenore di vita è migliorato, è cresciuta l'incertezza su come continuerà a mutare. Vi è anche sempre meno affidamento alla famiglia come fonte di sicurezza sociale; vi è anche sempre maggior coscienza delle differenze nel tenore di vita tra parti diverse della popolazione. Il Novecento è diverso dall'Ottocento. In tal senso c'è in qualche misura un salto qualitativo: emerge il problema della disoccupazione. Penso che il termine disoccupazione sia stato inventato, come categoria sociopolitica, all'inizio del Novecento. Comincia ad essere sentita come responsabilità dello Stato dopo la Prima Guerra Mondiale, in un paese dopo l'altro, in particolare col bisogno d'integrare i soldati che tornano dalla guerra, col tremendo peso delle previdenze di disabilità, coi pericoli connessi. Nella stessa Germania, in séguito alla Prima Guerra Mondiale vi fu una rivoluzione, per venire incontro alla quale i rappresentanti del padronato furono d'accordo ad offrire agli operai un certo minimo di paga, un minimo garantito di benefici previdenziali, di sicurezza sociale per vecchiaia e salute, ed anche il giorno lavorativo di otto ore, in cambio del riconoscimento, da parte delle forze di lavoro organizzate, del sistema del capitalismo privato, della proprietà privata dei mezzi di produzione. Così la rivoluzione fu apertamente evitata, o fu stornato il rischio della rivoluzione, con l'introduzione di un meccanismo previdenziale che conteneva apertamente l'intento di fornire sicurezza sociale alla maggior parte della classe operaia. La disoccupazione è divenuta un problema cronico; era esistita ad intervalli prima della Prima Guerra Mondiale, e con maggiore o minor severità nella forma di sottoccupazione: oggi è divenuta un problema di aperta disoccupazione, ed un problema per cui i governi progettano programmi assicurativi. Ciò s'interruppe momentaneamente sotto i colpi della depressione mondiale degli anni trenta, ma il problema rimane, ed è probabilmente dopo la Seconda Guerra Mondiale che se ne nota un riconoscimento generale. Nella crisi degli anni trenta, malgrado l'emergenza del keynesismo come una forma di statalismo previdenziale, se si vuole in risposta al rischio della disoccupazione, malgrado l'arrivo del concetto e del riconoscimento della disoccupazione di massa negli anni trenta, nella maggior parte dei paesi non vi fu un tentativo concordato di alleviare la disoccupazione dall'inizio con programmi d'indennità. E siccome la crisi prese proporzioni tanto gigantesche in paesi come Belgio, Olanda, Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna riguardo a ciò, dopo la Seconda Guerra Mondiale i politici responsabili della ricostruzione dei loro rispettivi paesi in Europa sono stati d'accordo che la politica economica non avrebbe solo compreso incentivi agli investimenti che costruissero, aprissero mercati per espandere le esportazioni, alimentassero i mutamenti di produttività ed i progressi tecnologici, ma avrebbe anche fornito un meccanismo per garantire la piena occupazione. In parecchi paesi europei, l'idea è ormai che lo Stato sia responsabile di stabilizzare i cicli economici e di garantire piena occupazione e così via: in tal senso nel 1945, 1946 e 1947 si ha un quadro diverso; e fu così che lo statalismo assistenziale è emerso come un preciso elemento dell'insieme di fini politici che si richieda allo Stato di perseguire.

 

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Se si guarda a come sia mutata la definizione di Stato previdenziale, penso che una causa della crescita dello stato previdenziale sia che quando i redditi di una popolazione aumentano le sue preferenze cambiano, la domanda per certi beni pubblici diviene più forte, ed uno di questi benipubblici è la protezione dell'ambiente, e l'idea che sia conservato per i posteri. Penso che questo sia un processo che è destinato a continuare ad allargarsi, così prevedo — e non è per iente originale — un allargamento dello Stato previdenziale, ed insieme una crescita della burocrazia, a vari livelli amministrativi, che si occupi di politiche previdenziali: questo è un fenomeno continuo. Negli anni ottanta, con lo sviluppo di thatcherismo e reaganismo, si potrebbe aver avuta l'impressione che lo Stato previdenziale sarebbe stato respinto indietro. Vi sono stati tanti discorsi sul fatto che la misura della spesa pubblica nella produzione totale di un'economia avesse raggiunto un livello massimo e che avrebbe dovuto tornare indietro. E la discussione continua, ma gli anni ottanta sono passati, ed oggi siamo negli anni novanta, e mi pare che siamo in un'altra fase in cui va crescendo la domanda per un allargamento della responsibilità statale. Possiamo solo sperare che la torta economica sia in grado di finanziare le crescenti domande per servizi che riguardano quanto lo Stato previdenziale fornisce, che la torta continui a crescere, che l'economia continui ad esser in grado di fornirci quelle risorse; ed è ipotesi per ciascuno come e quanto sarà mantenuto un equilibrio tra mezzi e fini.

Tratto dall'intervista: "Industrializzazione e origini dello stato sociale" - Milano, Università Bocconi, 15 settembre 1994


Biografia di Richard Tilly

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