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Immagini del pensiero (16/5/1998)

Alberto Burgio

Il razzismo

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Nel senso corrente del termine – ossia in ambito descrittivo – l’esistenza di gruppi umani individuabili in relazione a caratteri morfologici, fisico-antropologici, fenotipici diversi, esistono, e non si tratta assolutamente di negare l'evidenza - forse questo è un vezzo di un malinteso o di una malintesa critica del razzismo -, e tuttavia si tratta di qualcosa di molto più ambizioso e apparentemente paradossale. Si tratta di negare la necessità della differenza razziale ai fini del discorso razzista, e di sostenere che quest'ultimo 'produce' una differenza, con la pretesa di accreditarla come naturale. Come dire: si deve chiarire che da una parte la differenza di cui il discorso razzista si avvale non è naturale, e che, d'altra parte, la differenza naturale non è mai necessaria ai fini della produzione del discorso razzista. Questo è, direi, particolarmente evidente in taluni casi, meno evidente in altri, e, proprio in questi ultimi, è, anzi, difficoltoso distinguere tra una differenza naturale che esiste, e la differenza funzionale al discorso razzista. Nel caso di una differenza inesistente, pensiamo proprio all'antisemitismo, ma direi che potremmo pensare anche alla teoria dello "schiavo naturale" in Aristotele. Bene, non per dire che in Aristotele c'è un discorso razzista, naturalmente, ma per dire che, anche in assenza di qualunque individuazione fisica, si può tuttavia pensare a caratteri distintivi di un gruppo umano rispetto a cui si formulano delle antropologie discriminative, come avviene indubbbiamente nella politica aristotelica, a proposito dello "schiavo naturale". Ma fermiamoci sull'antisemitismo. Qui è naturalmente necesario argomentare l'assenza di caratteri naturali che distinguerebbero una razza, che dal punto di vista fisico non esiste. E tuttavia il discorso razzista, volto appunto alla discriminazione degli ebrei, non ha avuto mai difficoltà a produrre, per l'appunto, antropologie differenziali, perfino quadri morfologici distinti, nei quali la cosiddetta razza giudaica era individuata in relazione a caratteri visibili. Ricordiamo il naso, ricordiamo lo sguardo, i capelli, la bocca, in genere appunto il quadro antropologico, fisico-antropologico generale.

 

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Sembrerebbe proprio che il razzismo si sviluppi sulla base delle razze, che operi a partire dalla differenza razziale. Ecco, anche in questo caso, anche se è più complicato e più sottile seguire il movimento concettuale in questione, bisogna essere chiari che la differenza razziale non è mai - intendo la differenza effettiva tra i gruppi umani -, non è mai la base del discorso razzista. Il discorso razzista se ne può avvalere, quando, tra la differenza naturale tra le razze e la differenza sociale, sussiste un nesso isomorfico. Voglio dire quando i gruppi socialmente discriminati sono anche individuabili in relazione a caratteri razziali. In questo caso il razzismo si avvale, dicevo, della differenza naturale, ma non già nel senso che si sviluppa a partire da essa, ma che la valorizza. In altri termini si riferisce alle caratteristiche naturali, caricandole di senso e attribuendo ad esse, con un rovesciamento evidente, la responsabilità di quella situazione sociale di discriminazione, per esempio, della schiavitù nel caso dei neri, che è, viceversa, il vero elemento che origina il discorso razziale e che chiede, attraverso il discorso razziale, giustificazione. Questo è evidente, d'altra parte, se noi ripercorriamo le diverse strategie discorsive, che si sono nel tempo prodotte proprio ai fini della valorizzazione della differenza razziale dei neri. Queste strategie discorsive sono cambiate nel tempo, si è passato da una strategia che si riferiva alla Scrittura, alla leggenda, o meglio alla narrazione della maledizione di Cam, si è passati quindi, al registro "scientifico", dove appunto la schiavitù era riferita a una presunta inferiorità psicofisica dei neri. Ma, proprio questo mutamento del registro argomentativo, dimostra che, viceversa, il problema, da cui tutto il discorso origina, è quello di ordine sociale. E' un rapporto sociale, che occorre legittimare: questa legittimazione passa attraverso la valorizzazione di una differenza razziale, che, casualmente, in relazione a vicende storiche che non hanno nulla a che fare con la caratteristica dei gruppi umani coinvolti, è strutturalmente omologa alla differrenza sociale, che si tratta di legittimare.

 

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E’ di particolare interesse una sentenza - ma prendo questa sentenza come l'esempio di un vero e proprio genere, in qualche modo, lettererario, se vogliamo dir così -, emessa da un giudice della Carolina del Sud, nel 1835. E' una sentenza di uno straordinario interesse, perché in qualche misura attesta con tanta maggiore credibilità e autorevolezza, quanto meno questa rilevanza teorica era evidente agli occhi di chi la pronunciva -, attesta, dicevo, il significato secondario della classificazione razziale rispetto alla collocazione sociale. Vorrei leggere qualche breve, brevissimo passo di questa sentenza, che mi sembra davvero evocativa di tutto quello che sto dicendo. Bene, questo giudice chiamato a pronunciarsi in relazione alla collocazione sociale di un imputato, che egli intende assolvere, in quanto ne ha appurato la piena innocenza e conformità agli standard comportamentali richiesti, scrive: "E' impossibile stabilire il criterio in base al quale si possa definire "negro" un individuo. Tale criterio non deve essere determinato soltanto dall'apparenza, ma anche dalla reputazione". E la sentenza procedeva, concludeva così: "E' giusto che un uomo di valore venga accolto nella società dei bianchi, mentre un buono a nulla, della stessa condizione, sia relegato nella casta inferiore". Questa sentenza mi sembra di uno straordinario interesse, oltre che per quello che dice e per quello che evidentemente se ne può desumere, per l'uso sintomatico dei termini, quando nella seconda citazione, nella seconda parte della citazione, si stabilisce una sostanziale equivalenza tra la caratterizzazione del colore, i bianchi e i neri, e la caratterizzazione sociale, la classificazione sociale. Qui le categorie sono: la condizione e la casta. I bianchi sono la condizione delle persone perbene, nella quale va cooptato il nero, che bene si comporti, la casta inferiore sono i negri, nella quale si deve poter relegare il bianco ove costui traligni. Mi pare che non ci sia alcun dubbio sulla, appunto, natura convenzionalistica e socialmente determinata delle classificazioni razziali.

 

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Bisogna riconoscere a Taguieff un merito teorico indiscutibile: la distinzione tra le due grandi forme del discorso razzista, il discorso diciamo pseudo-universalitistico del razzismo tradizionale, che tendeva a imporre una omologazione a criteri normativi che si presumevano e imponevano come universalmente validi, e che quindi su questa base negavano il diritto all'autonomia, allo sviluppo indipendente, alla difesa anche della propria identità, - è il tipico razzismo coloniale, da una parte -, e il razzismo, che Taguieff ci ha insegnato a riconoscere, in qualche modo, cioè il razzismo che, viceversa, fa del rispetto della differenza la propria forza, in quanto, proprio per neutralizzare le strategie che si erano costruite in riposta al primo dei due tipi, si è fatto forte per l'appunto del riconoscimento del diritto alla autonomia, del diritto alla indipendenza, salvo, naturalmente, a dedurre da questa posizione la legittimità della espulsione dell'altro dal corpo sociale e a, addirittura, giustificarne la possibile eliminazione fisica, addirittura il genocidio. In ambito nazista noi abbiamo un differenzialismo culturalista. Lo stesso Hitler nelle conversazioni a tavola si proclamava un difensore appassionato del rispetto della peculiarità delle culture e delle differenze, per l'appunto, delle tradizioni dei diversi popoli. Abbiamo una politica culturale di tipo razzista e differenzialista:pensiamo, faccio il caso, l' esempio, universalmente noto, della espulsione di Einstein dalla "storia della fisica tedesca", come diceva il titolo di una monumentale opera di storia della scienza, compilata da Philip Lenard, che era stato premio Nobel della Fisica e che si era appassionato nella dimostrazione della impossibile identità del discorso scientifico - ariano da una parte ed ebraico o giudaico, come egli diceva, dall'altra -, perché alla base di questi due discorsi vi era una natura diversa, una ontologia diversa degli scienziati che lo venivano producendo. E tuttavia insieme vi è un differenzialismo zoo-biologico, quello che approda come tutti ricorderemo alla considerazione dell'ebreo come una specie essenzialmente diversa, una specie equiparata certamente sulla base di un registro retorico, ma non senza un effettivo riscontro teorico, addirittura a dei pidocchi.

 

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Che cosa istituisce il discorso razzista? Qual'è il momento costitutivo della ideologia razzista, dove ciò che anche prima vi era è coinvolto in un salto di qualità e cambia, per così dire, di segno, cambia di valore? Il punto su cui noi ci dobbiamo concentrare é la crisi morale che un rapporto sociale, una forma della interazione provoca, e la richiesta di legittimazione e di giustificazione, che questa crisi morale produce. Non si può cominciare dal Settecento, dimenticando che già nel Cinquecento, e già nel Seicento vi è la produzione di antropologie, che giustificano il genocidio degli Indios, che giusitificano la tratta e la deportazione dei neri. Ben prima di quando il discorso razzista assume quella forma appunto scientificamente o scientisticamente matura, che conosciamo nel Settecento e in ambito illuministico in particolare, e antropologico dopo. Noi abbiamo la produzione di antropologie differenziali in cui, invece della scienza, il fondamento dell'argomentazione è la scrittura. Ma, quando il risultato di questi discorsi e la finalità costitutiva alla quale essi obbediscono è la medesima, bene, io credo che assolutamente dobbiamo fare rientrare questi discorsi nella storia del razzismo. D'altra parte non vedo nemmeno in che modo si possa espungere, da una storia dell'ideologia razziale, persino la discussione sulla differenza naturale dei servi e dei contadini, per esempio, in età medievale. Tutta la discussione per l'appunto sulla politica aristotelica e sulla figura dello schiavo naturale rientra appunto, a pieno titolo, nella produzione di antropologie differenziali, nella strategia di naturalizzazione di una differenza sociale ai fini della legittimazione della discriminazione, che si imponeva a questi soggetti. Allora dicevo: la periodizzazione è in apparenza identica, perché è innegabile che nel Settecento si abbia un salto di qualità, in relazione però, attenzione, non alla nascita di una forma, scambiata come essenza del discorso razzista, ma invece in relazione ad un salto di qualità nella vicenda della coscienza europea, della coscienza morale europea, ma appunto questa analogia è assolutamente apparente. Il Settecento non vede nulla di nuovo, sul piano della essenza del discorso razzista. Certamente cambiano le forme, certamente cambia la crucialità, la importanza ideologica e, per dir così, politica del discorso razzista, ma quest'ultimo non nasce in ambito illuministico e non nasce nel XVIII secolo. Insomma quella del razzismo è una storia di lungo periodo. Si può dire, in qualche modo, che il razzismo è il testimone ideologico dei costi della modernità, dei costi della nascita e del processo del mondo moderno.

 

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E' evidente che, quando si tratta di costruire delle antropologie finalizzate alla legittimazione di un rapporto sociale, è su questo che dobbiamo appuntare la nostra attenzione, e non sui mezzi argomentativi e tecnici di questa legittimazione. Sono i fini che debbono interessarci. E allora torno a dire: certo che razzismo e modernità è un nesso centrale della nostra analisi, che impedisce qualunque ottimismo, secondo cui il razzismo sarebbe un puro residuo arcaico, di cui ci stiamo liberando, che il passare del tempo stesso ci aiuterebbe a lasciare alle nostre spalle. Noi dobbiamo riconoscere che è la forma concreta del prendere avvio e dello svilupparsi del processo del mondo. La nascita e lo sviluppo del mondo moderno, nelle sue forme concrete, ha richiesto la costruzione di queste ideologie. Perché? Perché la modernità ha significato, come dicevo, certo, progresso e miglioramento delle condizioni di vita di larghe cerchie, in precedenza escluse da una condizione umanamente compatibile, ma ha comportato quei costi ai quali mi sono più volte riferito. Si è trattato di legittimare questi costi e il razzismo ha risposto a questa esigenza e risponde tuttavia a questa esigenza. Basterebbe pensare al modo in cui si legittima ancora il rapporto tra la metropoli europea e le sue periferie - la metropoli occidentale, dovremmo dire oggi, e le sue periferie. Si tratta di individuare questo livello materiale, costitutivo del piano ideologico, si tratta dunque di individuare, anche sul terreno materiale, le azioni e le finalità concrete da perseguire, senza di che è chiaro che nessuna presunta arcaicità potrebbe di per sé lasciare il razzismo alle nostre spalle.

Tratto dall'intervista: "Il Razzismo" - Napoli, Vivarium, 11 gennaio 1996


Biografia di Alberto Burgio

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