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Immagini del pensiero (6/1/1990)

Gianfranco Bettetini

I mass media

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Per comunicazione possiamo intendere uno scambio di sapere, di emozioni tra due persone, o tra gruppi di persone, tra una persona e un gruppo, e così di seguito, che abbia almeno due caratteristiche, cioè la parità di ruolo tra chi trasmette e chi riceve, quindi la possibilità per chi riceve di trasmettere a sua volta e la possibilità per chi trasmette di ricevere a sua volta, parità di ruolo quindi - tant'è vero che l'esempio più lampante di vera comunicazione è la conversazione interpersonale, faccia a faccia, in cui le due persone hanno lo stesso ruolo comunicativo, possono interrompersi, correggersi, chiedere informazioni su quanto è stato detto, eccetera - e, seconda caratteristica, la partecipazione a questo scambio comunicativo. Quindi non è comunicazione, per esempio, un semplice passaggio di dati: quella è informazione. Molti studiosi, appunto in rapporto alla definizione che abbiamo dato prima di comunicazione, non ritengono le cosiddette comunicazioni di massa come fatti comunicativi. Perché? Perché le comunicazioni di massa implicano innanzitutto l'emissione da un centro ad una massa, appunto, ad un numero notevole di recettori. Questa comunicazione può avvenire o attraverso l'etere, come nella televisione, lungo il cavo, come sempre nella televisione, oppure attraverso copie di giornali, copie di libri, copie di dischi, e così di seguito. Quindi prima istanza: un centro di emissione e molti recettori. Seconda istanza: questi recettori non hanno la possibilità di rispondere - ecco la differenza rispetto alla definizione di comunicazione che davamo prima - sullo stesso canale in tempo reale, cioè nello stesso tempo in cui avviene la trasmissione, e con lo stesso potere di chi trasmette. Tant'è vero che si dice che le comunicazioni di massa tradizionali, le comunicazioni di massa in genere, "mono o unidirezionali", vanno in una direzione sola.

 

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Le vere comunicazioni di massa e il fenomeno, sia come fenomeno sociale e politico, sia come fenomeno di studio, si è verificato con l'avvento della radio e poi della televisione, del giornalismo naturalmente prima ancora forse che della radio, della televisione, e così via via fino ai nostri giorni, in cui ci troviamo di fronte ai cosiddetti nuovi media. Cosa vuol dire questo rapporto con l'industria culturale? Vuol dire che alla base delle comunicazioni di massa, proprio perché implicano, soprattutto la televisione, un costo rilevante, deve esserci una struttura industriale, la quale però fornisce dei prodotti che sono molto diversi da quelli dell' industria dei beni di consumo e anche, nello stesso tempo, in parte uguali. Quali sono le differenze, quali sono invece le analogie? Una industria di consumo produce beni in serie, sostituibili l'uno con l'altro sul mercato, che hanno una finalità esplicita diretta - un coltello è fatto per tagliare, un cucchiaio per raccogliere la minestra, e così via - e che quindi non rinviano ad altro, se non in particolari contesti simbolici, che a se stessi. Invece i beni prodotti dall’industria culturale, e in particolare i testi, chiamiamoli così, delle comunicazioni di massa, da una parte sì, ricorrono alla produzione in serie e soprattutto alla ripetizione di modelli, fondamentalmente, di struttura profonda, di struttura di superficie, di racconto e così di seguito, dall'altra parte però non sono finalizzati a se stessi, ma rinviano ad altro da sé, hanno un significato, aprono un mondo di valori, di simboli e costituiscono, vengono a costituire quello che normalmente viene definito come immaginario, più o meno collettivo.

 

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Il fatto di non comportare una vera conversazione con l'utente, un vero colloquio, un vero dialogo con l'utente, fa sì che chi trasmette abbia la possibilità di costruirsi il messaggio sì sulla base delle ricerche che può fare a proposito della audience, del pubblico, eccetera, ma soprattuto in rapporto ai suoi interessi, che possono essere interessi economici, interessi politici, interessi ideologici. Per di più il mondo non è riproducibile nella sua totalità, per fortuna la realtà è sempre molto più complessa dell'informazione che possiamo dare su di essa - qui "informazione" la intendo in senso generale, non soltanto il "genere ‘informazione’", anche un film è informazione, anche un serial televisivo dà informazione, anche un racconto dà informazione naturalmente. Quindi, non potendo dare una visione completa del mondo, finiscono facilmente per darne visioni, incomplete naturalmente, soprattutto ideologizzate. Perché? Perché, se l'ideologia è un modello di conoscenza del mondo che si frappone quindi tra il soggetto conoscente e il mondo e che ha di solito due caratteristiche, ha un fine politico - di qualunque parte essa sia - e vende se stessa come frutto di una ricerca scientifica, mascherando invece tutti i pregiudizi sui quali si fonda, se l'ideologia è questa e se ogni linguaggio, compreso il linguaggio delle comunicazioni di massa, ha in genere tre componenti, una componente soggettiva - cioè l'autore rivela se stesso nel testo -, una componente significante, significativa - dice qualcosa, fa riferimento al mondo insomma - e una componente sociale - cioè deve essere in comune ai membri di un certo gruppo sociale -, ecco, su queste tre componenti l'ideologia può agire, ma molto scarsamente può agire sulla prima, sulla componente soggettiva. Ora le comunicazioni di massa cosa fanno proprio? Riducono questa componente soggettiva. Sono pochi gli episodi nelle comunicazioni di massa in cui c'è un soggetto autore, tant'è vero che si parla di film d'autore o, meno ancora, di televisione d'autore, ma la maggior parte delle produzioni sono firmate da un apparato, dalla testata del giornale, da una rete televisiva, da una rete radiofonica, e così di seguito. Si possono contare sulla mano i nomi dei giornalisti italiani che possono scrivere quello che vogliono su un giornale, indipendentemente dalla testata. Tutti gli altri si esprimono nella dimensione ideologica della testata. Le comunicazioni di massa rinforzano invece molto le altre due componenti, quella significante e quella sociale, che sono due componenti facilmente ideologizzabili, perché quella significante è un rapporto tra i segni usati e il mondo - ecco il modello di conoscenza ideologico che interviene - e l'altra è un rapporto di interazione, è un rapporto di un soggetto con altri soggetti - e anche in questo caso l'ideologia può intervenire. Quindi un primo rischio è quello dell'ideologia, di messaggi ideologizzati.

 

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Altro rischio è quello dell'autoritarismo e della fiducia che si ha in questi media. Nonostante tutte le attività che si sono fatte di controinformazione, di informazione alternativa, i media godono di una grande legittimizzazione sociale da parte del potere politico, da parte del potere economico, e così di seguito. Tutto questo fa sì che lo spettatore sia portato ad una situazione, ad un luogo di credibilità molto più accentuato, sia portato a dare fiducia secondo procedimenti che son diversi da quelli che accompagnano la vita normale. Nella vita normale si dà fiducia a una persona, o razionalmente - cioè io vado a imparare a guidare in quella Scuola Guida perché ho visto che tanti hanno imparato bene - oppure anche intuitivamente, con quella fiducia che scatta nel rapporto interpersonale, che ci fa magari avere un feeling con certe persone mentre non l'abbiamo con altri con i quali ci siamo incontrati o abbiamo convissuto per molti anni. Qui no, non c'è il contatto diretto e personale nei media, quindi è una fiducia che nasce mostruosamente proprio dalla legittimazione sociale. Questi sono appunto i difetti fondamentali, i rischi fondamentali, oltre poi al grande rischio di costruire - l'ho già accennato prima, quando parlavo di immaginario collettivo - un mondo fantastico, si dice generalmente un "mondo di simulacri" - il simulacro è il segno vuoto, che rinvia a se stesso e non alla realtà -, in cui lo spettatore è portato a volte a credere più che alla sua realtà quotidiana, più che ai suoi rapporti quotidiani. Questo immaginario collettivo una volta era di pertinenza del cinema, oggi lo è in piccola parte del cinema ma soprattutto della televisione. Ma tutti i media, perché poi i media sono intrecciati in un sistema praticamente, parlano l'uno dell'altro, si riferiscono l'uno all'altro -guardi quante pagine i giornali oggi dedicano alla televisione, per esempio, e quanto la televisione parli di giornalismo, fa vedere addirittura le pagine, le prime pagine dei giornali del giorno dopo -, tutti i media tendono a costituire questo universo fantastico in cui lo spettatore, se non è avveduto, se non è critico, finisce per immergersi irrazionalmente e per distaccarsi sempre di più invece dalla realtà fattuale dei rapporti concreti quotidiani.

 

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I rischi di falsità e di manipolazione sono all'ordine del giorno naturalmente. Vanno, se parliamo di cinema e di televisione, dal modo di collocare la macchina da presa rispetto alla realtà al montaggio, alla scelta dell'oggetto da inquadrare, all'ordine delle notizie nel telegiornale o alla struttura del racconto che viene proposto, e così di seguito; cioè la falsità può non esser completa, è falsità anche di una verità incompleta, per esempio, di alcuni elementi di una determinata realtà. Un altro elemento per esempio rischiosissimo dell'informazione è il fatto che quasi tutte le notizie sono date con uno schema narrativo, cioè come se fossero delle storie, questo tanto nei giornali stampati quanto nei media elettronici, chiamiamoli così. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che si fa riferimento a un modello, quello del racconto, che ha alcune caratteristiche in tutto il mondo e in tutte le epoche: c'è un protagonista, un antagonista, una serie di azioni, ma, ecco, cosa molto importante, ogni azione è causa della successiva ed effetto della precedente. Allora, quando io giornalista applico alla realtà questo schema, può darsi che la realtà non vi corrisponda affatto, cioè che ci siano più protagonisti, più antagonisti e che soprattutto ci sia una serie di concause rispetto a quelle che io elenco nel mio brano, nel mio pezzo o nel mio testo televisivo o cinematografico. Ecco, questa narratività nell' informazione da una parte fa l'informazione più attraente, divertente - certo è più noiosa l'informazione che elenca tante cose -, però dall'altra parte fa correre il rischio di una manipolazione radicale, perché lì è proprio la struttura del discorso che si rifà a un modello che, tra l'altro, piace molto, perché le prime cose che noi ascoltiamo, quando siamo bambini, sono racconti, sono fiabe. E siamo sempre portati, anche nel colloquio privato, a raccontare quanto c'è capitato e quindi individuare protagonista, antagonista, cause, concause, e trascurare delle concause naturalmente.

 

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I media danno informazione, i media arricchiscono il sapere, con tutti i limiti che abbiamo visto prima. I media, quando sono usati bene, socializzano, nel senso che mettono in comune certi problemi, con il rischio opposto di non socializzare nel caso di quello che si vede la televisione da solo e non ne parla con altri o di quello che va al cinema, dove poi si è quasi sempre da soli, con il buio della sala, si è isolati praticamente dal contesto e in più l'immagine è tanto grande da coprire completamentre l'angolo di visuale dello spettatore - cosa che non avviene con la televisione, dove lo spettatore è più facilmente distratto, sia perché si trova di solito in un ambiente casalingo, che conosce bene, sia perché il suo occhio può essere portato a considerare altre cose, oltre allo schermo, cioè lo schermo televisivo non occupa completamente l'angolo di visuale dello spettatore. Quindi i media tradizionali, diciamo così, potrebbero assumere una funzione molto positiva, però ad alcuni patti: primo, che abbiano un rapporto con la società, con tutta la società e con tutte le componenti della società, nessuna esclusa, non più di potere, di scambio di potere, di contratto, ma di contatto effettivo; secondo, che, siccome non è possibile dare un'informazione completa, si dichiari almeno il punto di vista del medium sulla realtà, dell'autore, del giornalista, dello scrittore e così di seguito. E' quello che io chiamo "disvelamento della scrittura". Si può fare in mille modi diversi -non è detto che io debba dire: "io sono iscritto a tal partito, sono della tal religione", e così di seguito -, in mille modi, però deve essere chiaro il punto di vista da cui ci si muove, proprio per evitare quell'effetto di persuasione, chiamiamola occulta, anche se è un termine oggi molto superato, di persuasione derivante soprattutto dall'uso delle immagini.

 

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Le responsabilità sociali, etiche e politiche sono ovviamente in buona parte, dopo quanto abbiamo detto, degli emittenti e del sistema che in un certo qual modo sostiene questo emittente, sia esso un sistema mercantile-commericale o un sistema politico-ideologico, però sono anche in buona parte del pubblico. Se il pubblico accetta o addirittura dimostra di gradire alcuni progammi squallidissimi o alcuni giornali squallidissimi, beh, ha le sue responsabilità notevoli, soprattutto poi nei confronti delle persone deboli e dei bambini in modo particolare. Sicché è necessaria un'istanza, sulla quale io sto insistendo molto, di formazione dell'utente. Quindi l'utenza deve essere informata sui media, saperne valutare i gradi di manipolazione, eccetera. Ma la situazione in Italia è molto delicata, sia perché la scuola non fa nulla, sia perché l'altra grande istituzione educativa, la famiglia, non sa fare. Per cui quello cui bisogna provvedere, a mio parere, è una serie di semplici corsi, che dovrebbero fare le emittenti stesse, anche su carta stampata, corsi di formazione all'uso degli audiovisivi. Si comincia un po' naturalmente, nelle scuole da parte di alcuni insegnanti di buona volontà che rubano le ore che il Ministero gli impone per altre materie e cercano un'educazione al giornale, un'educazione alla televisione e via di seguito, e in altri centri culturali. Si comincia, ma siamo ancora molto lontani da questo livello, perché se non si parifica il livello di potere - e potere vuol dire anche sapere, conoscenza naturalmente - tra pubblico ed emittenti, le emittenti finiranno sempre per procedere secondo le vie che stanno oggi seguendo, e che sono vie prevalentemente di degenerazione culturale.

Tratto dall'intervista: "I mass media" - Milano, RAI, 21 giugno 1996


Biografia di Gianfranco Bettetini

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