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Immagini del pensiero (17/1/1998)

Alberto Oliverio

Teoria delle emozioni

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Indubbiamente le emozioni per Cartesio appartenevano al cosiddetto "esprit des betes", allo "spirito degli animali". Erano un qualche cosa che ci mettevano in contatto con una serie di automatismi e di comportamenti più semplici di quelli che, invece, secondo il suo dualismo, sarebbero stati diretti da un'anima, che avrebbe trovato delle risposte naturalmente più di tipo cognitivo, di tipo più elevato delle emozioni. Quindi Cartesio è noto non soltanto per questo suo dualismo tra spirito e corpo, tra una mente materiale e un cervello, ma anche perché ha introdotto questa separazione, tra la ragione e l'emozione, direi, ecco. Poi di tradizioni filosofiche e, in qualche modo, oggi chiameremmo neuro-scientifiche, in rapporto alle emozioni, ne esistono di vario tipo. Con l'Illuminismo naturalmente molti filosofi illluministi hanno teso a considerare le emozioni nell'ambito di una materialità del comportamento e nell'ambito di qualche cosa che ci poneva più vicino agli animali. Anche gli animali hanno delle emozioni, come sanno tutti i proprietari di animali, o coloro che studiano gli animali, gli etologi, e questo ci poneva più vicino a loro. Direi però che insomma sino a questo punto siamo restati nell'ambito di teorie filosofiche, quindi di un qualche cosa che riguardava delle speculazioni sull'animo umano, sullo spirito degli animali, e così via. Ma è soprattutto coll'Ottocento, insomma, che le emozioni entrano in un campo più solido e soprattutto si avvicinano fortemente alla biologia, con Charles Darwin, direi. Darwin è stato il primo a dare delle basi solide a delle emozioni, a indicare il loro significato, il loro valore adattativo, ad interpretarle in termini di utilità, di comunicazione. Quindi ha sottolineato degli aspetti estremamente importanti; anche però ad indicare che le emozioni erano un retaggio antico, che avevano perduto una qualche parte della loro forza, del loro aspetto, insomma, quindi una qualche bivalenza la vedrei anche in Darwin. Ciò nonostante è stato il primo che ha studiato in modo moderno per esempio, sui neonati, sui propri figli, fotografandole o traducendole con disegni, il nascere delle emozioni, che possono essere più o meno indifferenziate al loro inizio, - un neonato può stare bene o star male, insomma, può provare piacere oppure dolore e fastidio - ma man mano poi si avvia verso una sorta di differenziazione delle emozioni, in cui queste diventano sempre più sofisticate, sempre più riferite a degli stati interni, degli stati mentali. Quindi questo è stato uno dei pregi, indubbiamente, di Darwin, questo di scomporre le emozioni nei loro aspetti di base, nelle loro espressioni, nei loro significati, e così via. Verso la fine dell'Ottocento e a cavallo di questo secolo, con il Novecento, si è arrivati a due schieramenti opposti. Da un lato coloro che dicevano: le emozioni sono un qualche cosa di istintivo, che nasce in rapporto a degli stimoli particolari, a qualche cosa che induce in noi paura o che induce in noi piacere, gioia e così via, e il cervello, reagendo a questi, stimoli, fa sì che il suo corpo, se così posso dire, si emozioni; quindi dal centro, - una teoria centrale delle emozioni - la periferia ne risente e il cuore batte di conseguenza, il viso impallidisce o arrossisce, le nostre mani sudano e così via. Mentre invece i fautori di una teoria periferica dicevano: "No, attenzione, noi reagiamo in modo automatico ad alcuni stimoli, però, quando reagiamo, il nostro corpo ha delle reazioni". Per esempio, di fronte ad un brusco rumore noi possiamo fare un salto, o scappare o correre, come spesso avviene anche nella vita quotidiana. Una macchina, un'automobile frena all'improvviso vicino a noi, noi eravamo sovra pensiero, non ce ne siamo accorti e facciamo un salto. E allora, dicevano i sostenitori della teoria periferica, queste reazioni dell'organismo vengono lette dal cervello come un segno di emozione. Quindi il cervello riceve dai territori periferici, dai muscoli, dai vasi, e così via, dei segnali che lo fanno emozionare. Quindi da un lato Cannon, un fisiologo americano, sosteneva una teoria centrale, e per cercare di dimostrarla negli animali cercava di bloccare gli "imput", i segnali che provenivano dai territori periferici, dall'intestino, dai vasi, dai muscoli, e così via, per dimostrare che le emozioni stanno nel cervello, stanno qui; e dall'altra invece altri sostenevano che le emozioni nascono dalla periferia e fanno emozionare il cervello del corpo. Quindi in qualche modo stiamo di fronte ad un dualismo: il cervello che induce un'emozione nel corpo o il corpo che dice al suo cervello: io sono emozionato e quindi emozionati a tua volta.

 

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Appaiono sempre in queste teorie dei fisiologi come delle categorie, non vorrei dire di basso profilo, ma insomma abbastanza lontane da quegli aspetti più complessi, che fanno parte di quella che allora cominciava ad essere definita come la funzione nervosa superiore, la vita mentale più elevata, dagli studiosi come Pavlov, eccetera, dai riflessi condizionati, si diceva: "Attenzione, c'è una vita nervosa, che oggi definiremmo di tipo istintuale, più automatica, meno complessa, ed una vita, un'attività nervosa, che è legata ad aspetti prevalentemente cognitivi. Quindi, direi, questa separazione in qualche modo dava alle emozioni un carattere più istintualista e non teneva conto del fatto che in realtà l'emozione coinvolge non soltanto tutto il nostro organismo, direi tutto il nostro corpo, ma tutti i punti di riferimento, che noi abbiamo con la realtà. insomma. Nel momento in cui io mi emozionio, provo un qualche cosa di profondo, che contribuisce non soltanto al mio senso dell'"io", alla mia autocoscienza, - mi sento me stesso, in quanto sono emozionato, sento un turbamento, qualche cosa che mi richiama alla realtà, realtà interna compresa - ma anche in quanto questo scatena delle associazioni con ricordi, con modi di classificare la realtà, di guardare la realtà, e così via. Quindi rispetto a queste teorie centrali o periferiche le emozioni si sono man mano evolute in un senso più pieno, più complesso.

 

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Molte delle teorie di Freud non sono nate all'improvviso, hanno una storia, posizione, teorie, ricerche, che si son verificare nell'Ottocento, e che già indicavano come ci fosse una sorta di mondo inconscio, che derivava dal fatto che il nostro corpo ha degli automatismi. Cioè dal momento in cui, per esempio, noi reagiamo in modo rifelsso ad una luce e la nostra pupilla si allarga o si costringe, oppure che abbiamo dei riflessi, come possono essere quelli provocati dal medico, quando aziona col martelletto, quando batte col martelletto sulla nostra rotula, e così via, alcuni di questi processi dell'organismo, che implicano un'attività nervosa, spesso sono portati avanti in modo inconscio, diciamo, senza che io eplicitamente sappia che si verifichino. Quindi da questo inconscio, da questo significato appunto di una sfera che non necessariamente traspare all'"io", Freud man mano ha elaborato il concetto di una vita mentale che si può verificare in modo separato da quella conscia, che può trasparire attraverso alcune azioni, che spesso non venivano giustificate o a cui non si dava sufficientemente valore e che poi traspaiono nel sogno. Però è in queste azioni, attraverso il linguaggio dell'inconscio, attraverso il linguaggio dei sogni, attraverso i "lapsus", attraverso le azioni mancate o le azioni apparentemente bizzarre, che, sosteneva Freud, una parte di questa vita sommersa, in gran parte legata a delle emozioni a volte bloccate, a volte non sviluppate, e così via, emergono e fanno sì che il mio "io", diciamo, abbia degli aspetti che fino a quel momento non erano stati abbastanza valutati. Questa è stata una forte rivoluzione, non soltanto, direi, dal punto di vista delle teorie della mente, perché anche quella di Freud è una teoria della mente, ma direi anche per l'attenzione che, a partire dai primi anni del Novecento, si è data ad un continente così vasto, come era quello della vita emotiva, a livello letterario, a livello espressivo, poi, in seguito, a livello cinematografico, e così via. L'idea che le emozioni hanno un loro linguaggio, l'idea che le emozioni possono restare ad un livello sommerso, impreciso e così via, man mano passa nella cultura della nostra epoca, e man mano complica anche il significato dell' emozione, perché l'emozione può essere qualche cosa che uno deve andare a ricercare, che mi ricorda qualche cosa, che mi lascia in uno stato di insoddisfazione, e così via. Quindi, direi, che questa dimensione che Freud ha indicato, ha scavato diciamo, è riuscito ad evidenziare, rappresenta un aspetto importante, e forse, paradossalmente, un punto di connessione, - anche se Freud parlava di inconscio insomma, però con una dimensione cognitiva delle emozioni, cioè le emozioni non sono più soltanto qualche cosa di istintivo, e Freud era un istintualista ovviamente - però sono anche qualche cosa che si aggancia con tanti altri aspetti della nostra vita. E se questi, poniamo, fenomeni istintuali, fenomeni del profondo, e così via, riescono a coinvolgere vari aspetti dell'inconscio e del conscio, allora vuol dire che non soltanto non sono delle categorie automatiche, come un po' riteneva Cartesio, ma che esse hanno anche dei significati. Quindi entriamo in una sfera importante.

 

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L'emozione è qualche cosa che si caratterizza in base agli "imput", agli stimoli, alle situazioni che mi circondano, insomma. Io posso essere indotto, manipolandomi, a reagire in modo aggressivo, in modo empatico ad una particolare situazione. Questo, direi, rappresenta un punto di svolta notevole, perché, anche dal punto di vista del significato, di esprimere le emozioni, Le emozioni diventano un qualche cosa che può, come dire, farci sbandare a destra, a sinistra, quindi portarci a delle reazioni - in qualche modo incontrollate, se vogliamo dire inconsce, nel senso che sfuggono al nostro controllo -, portarci ad essere irritati, ad essere aggressivi, ad essere empatici, ad emozionarci, a rattristarci, e così via, ma sulla base degli stimoli che ci provengono dall'esterno. Quindi se io posso agitare l' emozione in una persona, posso anche in qualche modo indurla a reagire suo malgrado. Questa è stata una acquisizione importante, perché prima si riteneva che l'emozione, così, viaggiasse da sola in qualche modo, fosse un qualche cosa che era stata paragonata ad un meccanismo idraulico: si premeva un pulsante, veniva scaricata una pulsione; poi, invece si vede che bisogna stare attenti, in quanto è vero che si può fare emozionare una persona, ma è anche vero che, a seconda di ulteriori manipolazioni, io posso indurla, per esempio, alla rabbia oppure all'empatia, in qualche modo modificare il suo consenso. E questo è stato anche utilizzato in qualche modo, dai media, dai politici, dai persuasori occulti, insomma: manipolare le emozioni per indurre delle risposte nella persona che era stata manipolata. Quindi ci troviamo sempre di fronte a delle categorie di cui noi non abbiamo un possesso totale, insomma, è qualche cosa che in rapporto ad alcuni stimoli si verifica in noi e che però ha sempre degli agganci con dei punti di riferimento, con delle memorie che vengono stimolate, con delle associazioni generali, che possono essere indotte o che vengono indotte da noi, a seconda degli stimoli.

 

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Il cervello svolge un ruolo importante, nel senso che le emozioni hanno un loro punto di partenza, che è il cosiddetto sistema limbico. Un sistema antico, dal punto di vista delle sue origini filogenetiche, un sistema che si proietta verso la corteccia e quindi coinvolge anche una sede di una serie di attività cognitive, ma che, in qualche modo, può sregolarsi - e la sperimentazione su questo ha dimostrato insomma che è possibile soffocare le emozioni oppure provocare le emozioni. Basti pensare, non so, a tante droghe o farmaci, che, agendo sul sistema limbico, possono renderci più tranquilli, più sedati, meno ansiosi, meno depressi, e così via. Questo non vuol dire naturalmente che queste sostanze, che rimuovono le cause della nostra depressione o rimuovono le cause della nostra ansia e così via, soltanto che attutiscono il nostro modo di reagire a degli stimoli esterni - ciò che ci succede - oppure a degli stimoli interni - ciò che sentiamo dentro noi stessi. In alcuni casi si può verificare l'opposto. Invece di deprimere queste espressioni delle emozioni, queste invece possono essere eccitate o manifestarsi in modo irruento, come si verifica in alcuni disturbi psichiatrici, in cui l'individuo è preda di una vita emotiva troppo violenta, in quanto tutto ciò che noi sentiamo fruisce verso la corteccia e la stimola, bombardandola di un flusso di immagini, di sensazioni, di emozioni, che man mano coinvolgono tutta la nostra mente. Quindi questo è un aspetto che è stato sempre più studiato, insomma, il fatto che ci siano dei nuclei del nostro cervello, da cui le emozioni possono avere una maggiore o un minore effetto sulla corteccia e quindi sulla nostra mente in generale.

 

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Non soltanto i ricordi più vivi sono legati a delle emozioni, ma anche nel processo di formazione di categorie, - che permette di far sì che i nostri ricordi siano assortiti, secondo categorie, oppure che io possa generalizzare una esperienza o passare ad un'altra, e così via - questo si verifica secondo degli agganci di tipo emotivo. In altre parole, se è vero che io posso ricordare una persona, perché il suo viso è irregolare o regolare, ha gli occhi azzurri oppure scuri, è bionda oppure è bruna, e così via, ha una voce piuttosto che un'altra, eccetera, io posso anche formare delle categorie, sulle basi delle emozioni che ha suscitato in me: mi è simpatica, mi è antipatica, l'amo o non la amo, mi fa arrabbiare, insomma delle categorie di tipo emozionale, che rappresentano dei veri e propri agganci della memoria. Quindi a questo punto, studiando la memoria, studiando i ricordi, si è visto che questa separazione tra l'emozione e la cognizione, tra la vita delle emozioni e quella delle memorie è in gran parte artificiosa, in quanto non esiste memoria che non abbia una valenza cognitiva, scusate non esiste memoria che non abbia una valenza emotiva, ma anche non esiste un'mozione che non abbia una valenza cognitiva. Nel senso che un'emozione allo stato puro raramente si verifica. Un'emozione è sempre un paragone tra ciò che si è verificato in passato e ciò che si è verificato in un particolare momento. L'emozione è anche un'attesa, qualche cosa che io aspetto, che ritengo che si verificherà, un'emozione è una sorpesa in quanto io ritengo che qualcosa si verificherà invece si verifica il contrario, resto deluso o compiaciuto. Quindi c'è sempre questo modo di rapportare le emozioni ad una mappa cognitiva generale e ad un mondo che è quello dei cosiddetti significati.

 

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Craigg sosteneva appunto che tutte le nostre attività mentali sono legate a dei significati. Non so, la percezione per esempio, che è un aspetto banale, oggi può sembrare banale, la percezione visiva, acustica, e così via, è in realtà legata a dei significati, perché io seleziono il mondo che mi sta intorno, soffermo il mio sguardo su qualche cosa che mi interessa e che quindi è significativo, piuttosto che su qualche cosa che non mi interessa. Odo pronunciare il mio nome in un "party" affollato, perché il mio nome, diciamo, ha maggior significato di un nome di un altro. Quindi in questo processo di selezione, basato sui significati, le percezioni, le memorie, le emozioni, e così via, giocano un ruolo importante. E Craigg ha in qualche modo costruito un ponte tra quel mondo di significati, che interessa la filosofia, la psicologia, la psicoanalisi, e così via, e quel mondo invece delle categorie più neurofisiologiche, che interessano le scienze del cervello. Insomma i primi sono molto attenti al mondo dei valori, dei fini, dei significati e rispondono di più a quelle domande che noi tutti ci poniamo, come singoli individui, insomma, - che cosa mi succederà, che cosa è stato il mio passato, che cosa sarà il mio futuro, mi vogliono bene, mi sentirò bene, e così via - mentre lo studioso del cervello in genere ha rifuggito da questo mondo, perché lo riteneva troppo vago e non aggredibile con i suoi strumenti. Nonostante il momento d'ira, in cui si entra in questa dimensione dello schema, ci muoviamo verso qualche cosa che non è così lontano dalla neurofisiologia, perché uno schema è anche un istinto, quel comportamento animale, che è programmato dai suoi geni, e che lo fa rispondere, per esempio, anche con delle reazioni affettive. Fa sì che i mammiferi allattino i loro piccoli, fa sì che i maschi, degli animali diciamo, siano territoriali o che abbiano dei comportamenti di corteggiamento nei confronti della femmina o del maschio. Ecco tutti automatismi che, però, si accompagnano alle emozioni e che sono legati a dei circuiti nervosi. Allora, sostengono alcuni, se ciò si verifica per alcuni schemi innati, come sono gli istinti, perché non si può anche verificare per degli schemi più generali, cioè per le nostre visioni del mondo, insomma ritorniamo dentro il cervello, però cercando di non ridurlo a dei meccanismi di tipo istintuale o riflesso, ma cercando anche di comprendere come il cervello si formi degli schemi della realtà in cui le emozioni hanno un ruolo decisamente improtante.

 

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In realtà noi non siamo degli enti razionali, per eccellenza, siamo degli organismi razionali, ma con dei limiti, tant'è che molto spesso abbiamo delle risposte irrazionali e che sulla base delle emozioni possiamo avere delle risposte piuttsoto che altre. Le emozioni ci aiutano ad orientarci in un mondo imperfetto, nel senso che non dobbiamo analizzare la realtà nei suoi dettagli per reagire; reagiamo con dei modelli di massima: una persona mi è un po' antipatica, io la giudico antipatica, la rifuggo, a prima vista magari, irrazionalmente, o vedo un ferito, e provo subito un'empatia che è di tipo emotivo. Quindi sono degli schemi, un po' ereditari, un po' appresi, che mi consentono di rapportarmi alla realtà in modo semplice, senza dover pensare: "Adesso devo fuggire, perché c'è un incendio", oppure: "Devo soccorrere questa persona perché è un individuo come me", e così via. In linea di massima queste cose funzionano, funzionano nei riguardi dei nenonati, dei bambini, siamo protettivi, siamo coinvolti dal loro pianto e così via. E' anche vero però che questi schemi di adattamento sono imperfetti e che poi senza la ragione possiamo trovarci a rischio. Spesso l'emozione, come si sa, può essere una cattiva consigliera. Insomma, sull'onda dell'emozione, si possono prendere delle decisioni di cui ci pentiamo. Ci si può ammalare a causa delle emozioni, nel senso che alcune emozioni possono essere pervasive, possono essere lo sfondo della nostra essenza quotidiana. Possiamo vedere tutto attraverso la tristezza, attraverso la depressione, possiamo vedere anche tutto attraverso il lato opposto, più raro, che è quello della maniacalità, e possiamo essere sopraffatti dall'emozione, insomma. Un evento cruciale, che ci colpisce duramente, che porta a delle reazioni di tipo depressivo, può in qualche modo incidere sulla nostra stessa salute. Certo in questi casi l'emozione, diciamo, è la dimensione che più caratterizza la mia coscienza. ma in realtà questa emozione poi appartiene al mondo dei significati; non so la perdita di una persona cara suscita in me una forte emozione, ma distrugge un sistema cognitivo di relazioni, di interpretazioni, dei puntelli, degli appoggi e così via, che naturalmente sono stati costruiti nel corso della mia vita. Quindi questi aspetti fanno sì che naturalmente ciò che più traspare di noi è l'aspetto emotivo, cioè ha avuto un grave lutto ed è prostrato, diciamo, quelle cose che si dicono, oppure travolto dalla gioia, e così via. Noi siamo attenti all'aspetto anche, al temperamento, alle manifestazioni generali, ancora una volta, a come le emozioni influenzano il nostro corpo. Ma in realtà, poi, tutta una serie di reazioni dell'organismo vengono modificate e tutti i nostri pensieri anche, tutta la nostra vita cognitiva.

Tratto dall'intervista: "Cervello e teoria delle emozioni" - Roma, DEAR, 29 gennaio 1996


Biografia di Alberto Oliverio

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