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Immagini del pensiero (21/11/1998)

Vittorio Hösle

Etologia e comportamento umano

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La sociobiologia rinfaccia all'etologia classica, sviluppata da autori come Konrad Lorenz, di non essere darwinista per niente. Questo può sembrare sorprendente, in quanto naturalmente anche Konrad Lorenz parla di principi del darwinismo a tutti noi noti, come i principi di mutazione dei geni, che poi determinano un comportamento diverso nell'animale, dei meccanismi di selezione, che è un risultato della concorrenza tra i vari organismi, con i loro vari organi e i loro vari comportamenti, che, come gli organi stessi, sono determinati dai geni. Però la differenza essenziale tra Lorenz e la sociobiologia, che è stata sviluppata già negli anni trenta ma che ha avuto la sua articolazione più completa dagli anni sessanta in poi, cioè la differenza tra la sociobiologia e la etologia classica, consiste nella risposta alla domanda: "che cosa viene selezionato?". Lorenz, per esempio argomenta in questa maniera: se in una popolazione di animali ci sono degli animali con comportamento altruista che, per esempio, sono disposti a sacrificarsi per il loro gruppo, questa popolazione trae dei vantaggi rispetto ad altre popolazioni dove questo comportamento non esiste. Dunque questa popolazione è avvantaggiata; si può parlare di selezione di gruppo: l'entità della selezione è il gruppo, la popolazione. Lorenz dice che se una popolazione ha un vantaggio nel riprodursi proprio perché conosce il comportamento altruistico, sarà avvantaggiata nel corso dell'evoluzione rispetto alla popolazione che non conosce questo comportamento. La sociobiologia dice che così non si può argomentare, perché la entità che è la base della selezione non è la popolazione, non è nemmeno, in un certo senso, il singolo organismo, ma è il gene. Se in una popolazione, argomenta la sociobiologia, accadono, attraverso delle mutazioni, dei cambiamenti nel comportamento di alcuni animali che, mettiamo, si sacrificano per la comunità, ed in questa popolazione ci sono altri animali che non si sacrificano per la comunità, succederà qualcosa di molto semplice: gli animali che si sacrificano spariranno, e gli animali che non si sacrificano rimarranno. E il fatto che la popolazione come tale avrebbe un vantaggio se ci fossero alcuni che si comportassero in maniera altruistica, non è rilevante, perché l'entità sulla quale avviene la selezione non è la popolazione, ma è il singolo individuo e cioè, in verità, i geni che determinano il comportamento. Richard Dawkins è stato quel biologo che ha elaborato questa teoria in maniera popolare nel suo libro famoso "Il gene egoista". Per lui gli organismi non sono nient'altro che estensioni del gene; il gene è, praticamente, l'atomo della biologia, è una entità che vuole replicarsi. Infatti i principii del darwinismo possono essere applicati già all'evoluzione prebiotica. Il problema è: come si spiega, sulla base della sociobiologia, l'esistenza del comportamento altruista? Perché, ripeto, l'idea centrale della sociobiologia è una tautologia logica: quei geni, che determinano un comportamento che riesce a replicare questi geni medesimi nel numero più grande possibile, hanno più successo di geni che non riescono a fare questo; e perciò organismi determinati, nel loro comportamento, da questi geni, hanno più chances di sopravvivenza di altri.

 

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Per Dawkins l'entità atomica non è l'organismo, ma il gene. Qui naturalmente si potrebbe obiettare, che, ovviamente, il gene riesce a avere il suo successo solo se è aiutato da altri geni. Questo è uno dei grandi problemi della biologia teoretica, che ha portato anche a diversi modelli dell'interpretazione dell'evoluzione. Come mai quando emerge un gene singolo che determina un determinato organo, quest'ultimo già rappresenta un vantaggio? Uno dei problemi più grandi della teoria dell'evoluzione è il passaggio da animali con strutture morfologiche di un certo tipo ad altri con strutture morfologiche molto differenti, per esempio il passaggio dai rettili agli uccelli. Non è facile immaginarsi questo passaggio in maniera gradualista, come fa una delle due scuole evoluzioniste, cioè pensare che, non so, all'inizio si sviluppò un'ala e poi una seconda; perché, ovviamente, un'ala unica non solo non sarebbe di vantaggio a quell'animale, ma sarebbe di enorme svantaggio. Nemmeno è facile capire come mai ad un tratto possa, ad un tratto, essersi sviluppato un cambio totale del sistema: i puntualisti, o saltazionisti, insistono sul carattere discontinuo dell'evoluzione. Loro sono darwinisti, però credono che ci siano dei meccanismi che portano a dei cambi improvvisi. Infatti, contro l'atomismo di Dawkins può essere rivolta un'obiezione di questo tipo: che parte troppo dal singolo gene e non vede l'unità dell'organismo, attraverso la quale il gene può sopravvivere. Anche se noi non abbiamo argomenti concreti, non sarebbe da escludere che alcuni geni, che sembrano significare un vantaggio in se stessi, siano, attraverso leggi biologiche e chimiche a noi non note, connessi con altri geni, a noi sconosciuti, che manifestino un vantaggio. L'idea è che, forse, bisogna pensare partendo da un complesso di geni più che da un gene singolo; ma questo è un problema sul quale non è ancora raggiunta una chiarezza completa, e vorrei continuare ad argomentare per la sociobiologia. In ogni caso, mi sembra giusto e ovvio che, se un gene determina la replicazione di questo gene in maniera maggiore che un altro gene, questo gene abbia dei vantaggi nell'evoluzione.

 

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La sociobiologia rigetta gli argomenti di tipo lorenziano, l'affermazione, cioè, che il comportamento altruista è utile per la specie; perché, come ho detto, secondo la sociobiologia il comportamento utile per la specie non può essere selezionato, dato che l'unità della selezione non è nella specie di una popolazione, ma è il singolo gene. E però esiste il comportamento altruista nel mondo animale. E' molto più limitato di quanto si assumesse; Lorenz, sicuramente, ha antropologizzato molto l'animale con la sua visione del comportamento animale come privo di aggressione intraspecifica, mentre, in verità, c'è molta aggressione intraspecifica: è ovvio che, ad esempio, il cannibalismo è assai frequente tra gli animali. Però esistono - su questo bisogna dare ragione a Konrad Lorenz - comportamenti altruistici. Che cosa vuol dire altruistici? Altruistico, per definirlo nel contesto della discussione che abbiamo svolto fin qui, sarebbe un comportamento che diminuisce la probabilità di replicare il proprio gene. Questo sarebbe un comportamento altruista. Se uno dà all'altro qualche cosa che a lui non costa niente, che non diminuisce la sua possibilità di replicare il proprio gene, non parliamo di altruismo nel senso stretto tecnico-biologico. Secondo la sociobiologia sembrerebbe che tale comportamento non può esistere; e un passo molto importante è stato fatto negli anni settanta, quando il biologo Trivers ha sviluppato una spiegazione dell'altruismo connesso al comportamento rispetto ai propri parenti. Trivers argomenta in questa maniera: E' giusto che, se c'è un gene altruista - nel senso generico, non specificato -, questo gene presto sparirà, perché sarà svantaggiato nel processo di selezione rispetto ai geni che pensano solo alla propria applicazione. Evidentemente, quando parlo di geni che pensano alla loro replicazione, parlo solo in senso metaforico, perché i geni non pensano; ma i geni che si comportano come se pensassero solo alla loro replicazione sono avvantaggiati. Però i singoli organismi hanno un grado di parentela tra di loro e, per esempio, la probabilità che si trovi uno stesso gene in un genitore e in un figlio normalmente è del cinquanta per cento. Infatti, i geni che ha il figlio, li riceve o dal padre o dalla madre; perciò la probabilità che ha di avere un gene del padre, o della madre, è del cinquanta per cento. Dunque, se, per esempio, un uccello si sacrifica per i propri figli - cosa che accade -, e attraverso il proprio sacrificio riesce a salvare più di due figli, queste gene è avvantaggiato. Infatti una volta sparisce per il comportamento del singolo uccello, però più di due volte diviso per due sopravvive, e perciò un tale comportamento ha una chance di sopravvivere, perché secondo le leggi della statistica, deve esserci, di regola, in metà dei figli. Secondo questo argomento si può dimostrare che un comportamento altruistico per i propri parenti, spiega, in un certo grado, perché tali geni non sono condannati a sparire dall'evoluzione; ciò, però, significa che il comportamento altruista è limitato ai parenti. Ora lei mi dirà: "ma esistono comportamenti talmente altruisti che, per esempio, certi animali rinunciano completamente ad avere figli; pensiamo agli stati degli insetti.". Ora, questa situazione è abbastanza affascinante in quanto, per una peculiarità biologica, non di tutti ma di nove di quei dieci insetti che formano degli stati, il maschio è, come si dice, aploide; cioè mentre, di solito, ogni animale ha i geni in forma doppia, esso li ha in forma semplice. Da ciò segue che le sorelle figlie della stessa coppia, non hanno il grado di parentela 0,5, che è il solito grado di parentela che hanno fra di loro fratelli con entrambi i genitori in comune, ma 0,75. Cioè, paradossalmente, nelle formiche le operaie sono più parenti con le formiche che nascono dalla regina, essendo loro sorelle, di quanto non lo sia la regina con loro, cioè con le proprie figlie; e perciò il fatto che loro si sacrificano, in verità significa che usano la regina per riprodurre entità molto simili a loro nei loro geni. Dunque, in questa maniera si può spiegare questo comportamento altamente sociale che conosciamo dallo stato degli insetti.

 

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Un esempio che Maynard-Smith ha elaborato e che trovo molto illuminante, è il comportamento dell'aggressività. Mettiamo che ci sia una popolazione di animali che non lottano veramente, rischiando la propria vita, quando c'è un conflitto per il territorio, per una femmina ecc., ma che fanno alcuni gesti simbolici; chiamiamo una popolazione con questa strategia una popolazione di colombe, anche se la parola colomba ha solo un senso allegorico, perché le colombe sono animali aggressivi. Una tale popolazione sembra essere stabile; nessun animale trae vantaggio, e l'animale che prima si annoia cede, sicché non c'è nessuna vittima, diciamo, di un conflitto dovuto all'aggressività. In questa popolazione appaiono degli animali della stessa specie che, per una mutazione, hanno un comportamento veramente aggressivo, che sono, cioè, disposti a rischiare la propria vita; chiamiamoli falchi. Evidentemente questi falchi irrompono immediatamente in una popolazione di colombe, e le colombe diminuiscono perché questi falchi hanno più chances di propagarsi, di trovare dei partners coi quali accoppiarsi di quante non abbiano le colombe. Dopo un po' di tempo la situazione cambia, perché se i falchi sono diventati dominanti nella popolazione e un falco si scontra con un altro falco, uno dei due o morirà o rimarrà gravemente ferito; mentre le colombe, che subito cedono, hanno più possibilità di sopravvivere. Dunque né il comportamento delle colombe, né quello dei falchi è evoluzionalisticamente stabile. E che cos'è evoluzionalisticamente stabile? Ora ciò dipende, naturalmente, dai valori che si daranno ai risultati dei vari comportamenti; da un lato i valori negativi che si daranno, diciamo, alla morte di un animale e alla perdita di forze in una lotta simbolica; dall'altro i valori positivi che si attribuiranno alla vittoria in una lotta. Ma si può dimostrare che, in ogni caso, evoluzionalisticamente stabile è, per esempio, una strategia che possiamo chiamare mista, laddove in una certa percentuale dei casi si comporti da falco e in un'altra da colomba. Per esempio, una strategia stabile sotto il punto di vista dell'evoluzione sarebbe quella che consiste nel difendere il proprio territorio ma non nell'attaccare il territorio dell'altro, perché se ogni animale attacca si verifica il problema che abbiamo prima descritto nella popolazione dei falchi, dove ci sono molti morti. Se ognuno cede abbiamo il problema prima nominato: quando si sviluppa una popolazione aggressiva, popolazione che cede viene sconfitta. Se, invece, un animale non attacca ma difende il proprio territorio, se un animale riconosce che non deve aggredire il territorio dell'altro, abbiamo una strategia che ha degli enormi vantaggi per ogni singolo animale.

 

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Prima di tutto la sociobiologia ci insegna a capire varie basi del comportamento umano; infatti io sono convinto che l'uomo in parte è determinato dai meccanismi biologici, contro i quali può e deve combattere, ma che può combattere solo se li conosce. E' sicuramente plausibile spiegare su una base biologica la enorme diffusione del comportamento nepotista, cioè della preferenza accordata, sugli estranei, ai propri figli e nipoti, che troviamo in molte molte culture, soprattutto in culture meno sviluppate. Una altra spiegazione del comportamento umano che può essere riportata a argomenti sociobiologici è la differenza, nel comportamento sessuale, tra uomo e donna. Già nel regno animale è chiaro, per ragioni dovute all'egoismo genetico, che la donna può e deve comportarsi in maniera diversa dall'uomo. Perché? La donna, prima di tutto, sa che l'animale che essa partorisce contiene i suoi geni, mentre l'uomo non lo saprà mai per certo. E perciò il comportamento di gelosia che ha l'uomo per la sua partner è un comportamento che ha una base profonda nell'egoismo genetico: l'animale che non sarebbe geloso della sua partner, crescerebbe, magari, i figli con altri geni. E perciò è ovvio che la gelosia maschile verso la donna, che possiamo constatare in molti animali, ha una base concreta. E' anche chiaro che l'uomo, sotto il punto di vista dell'egoismo genetico, ha interesse a fare quanti più figli è possibile, mentre la donna, dato che deve mantenere l'embrione per un certo tempo, non può fare questo; perciò c'è probabilmente una base biologica nel fatto che gli uomini sono più disposti al comportamento promiscuo che le donne. Ripeto: tutto questo non giustifica niente, ma ci aiuta a capire perché certi comportamenti sono più diffusi nelle culture umane che altre. Non giustifica niente perché una delle fallacie più terribili che si possono commettere, è proprio la fallacia naturalistica che dice: siccome qualcosa è così, deve essere così. Ripeto: la sociobiologia diventa pericolosissima, se, per il fatto che un comportamento è molto frequente nel mondo animale, lo giustifica nel mondo umano; però ha ragione se ci mette in guardia, se ci rende sospettosi verso alcune tendenze nel nostro comportamento che per ragioni morali noi dobbiamo condannare, ma che dobbiamo pur conoscere per poterle combattere a fondo.

 

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Dawkins insiste sull'egoismo dei geni; però gli esseri che agiscono non sono i geni, ma sono gli animali. L'animale che si sacrifica per i propri figli sacrifica se stesso, e il fatto che il suo gene ha un vantaggio è una cosa per lui abbastanza indifferente. Un animale, diciamo, di un certo livello, sente la paura della morte quando si sacrifica ma lo fa lo stesso. Dunque, se Dawkins ha ragione quando dice: "non c'è un comportamento che si regola secondo i principi della specie", sbaglia, però, quando dice: "c'è solo l'egoismo dei geni", perché anche se il gene è l'entità che si replica, l'entità che si comporta è il singolo animale. E il singolo animale che si sacrifica per i propri geni, da una parte è egoista, perché si sacrifica per i propri geni; dall'altra parte, in quanto il gene è qualcosa di universale che si ripete anche in molti altri organismi parenti al singolo animale, si può anche dire che questo si sacrifica per qualcosa di generale. Dunque non è giusto vedere solo qualcosa di egoista nel comportamento animale. Il gene è egoista; ed è giusto dire che l'animale non si sacrifica mai per la propria specie, ma per i propri geni. Ma, ripeto, sebbene i geni siano i propri ed in questo ci sia qualcosa di egoistico, essi non sono identici con il singolo organismo, ma sono qualcosa di più generale del singolo organismo; perciò c'è, nel comportamento animale qualcosa che trascende se stesso. Infatti io sono convinto che la capacità dell'uomo di autosacrificarsi per il proprio gruppo, magari anche per ideali più vasti, per l'umanità, è proprio basata sulla capacità essenziale dell'uomo: quella di universalizzare. Di universalizzare un comportamento che nel regno animale è localizzato, è determinato perché limitato a i propri parenti e a quelli con cui si è legati da un altruismo reciproco. E l'uomo, attraverso la sua ragione, riesce a universalizzare questo. Dunque, si può interpretare il comportamento animale non dicendo "in verità dietro questo altruismo appare solo l'egoismo", ma si può dire "in verità dietro questo egoismo appare la necessità dell'altruismo di autoconservarsi". A prima vista vediamo un altruismo. La sociobiologia ci dice: "ma c'è l'egoismo genetico dietro". E la filosofia magari ci dice: "ma questo egoismo genetico è l'unica possibilità che l'altruismo ha, nel mondo animale, di autoconservarsi". L'animale primitivo può conservare questo meccanismo del comportamento altruista solo se si sacrifica per i parenti, perché c'è la probabilità che abbiano anch'essi questo comportamento. L'animale che è in grado di distinguere individualmente l'altro animale, può sviluppare l'altruismo reciproco; l'uomo può sviluppare un altruismo che è universale, ma che è legato soprattutto alle persone che continueranno la tradizione dell'altruismo, anche se non è per niente necessario che noi, avendo compiuto il primo atto altruista, siamo quelli che poi beneficino dall'altruismo dell'altro. L'uomo, infatti, è in grado di essere altruista verso le persone che siano, a loro volta, altruiste, sia pure non verso il primo benefattore ma verso altri. Questa è una strategia stabile sotto un punto di vista dell'evoluzione culturale, che si è completamente liberata dal legame egoista che c'era all'inizio dell'evoluzione, ma che, in un certo senso, inevitabilmente deve accettare la tendenza di autoconservazione di questo meccanismo. Dunque io vedrei l'evoluzione del comportamento animale - dall'egoismo gretto all'altruismo verso i parenti, all'altruismo reciproco tra gli animali che si conoscono individualmente, all'altruismo universale dell'uomo - come una tendenza nella quale l'altruismo riesce sempre più a liberarsi dalla struttura di autoconservazione che pur deve mantenere se non vuole distruggersi. E mi lasci finire con una bella frase di Hegel: "Bisogna guardare il mondo in maniera ragionevole; poi ci si accorge che anche il mondo guarda noi in maniera ragionevole".

Tratto dall'intervista: "Dal comportamento animale a quello umano" - Mosca, Accademia Russa di Amministrazione, 22 agosto 1993


Biografia di Vittorio Hösle

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