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Immagini del pensiero (17/5/1997)

Michael Walzer

Guerre giuste e guerre ingiuste

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La guerra è un'attività che una volta cominciata è molto difficile controllare. La guerra a livello di società implica la mobilitazione di un grande numero di persone, di catene di comando che spesso non sono molto efficienti, implica battaglie con un numero di partecipanti più alto di quello che forse potrebbe essere tenuto sotto controllo, produce incidenti brutali che hanno luogo letteralmente ogni minuto nel corso di ogni scontro. Così, deve esserci una profonda riluttanza ad iniziare questa attività e, quindi, molti degli argomenti riguardo allo "ius ad bellum" cercheranno di specificare la lunga serie di sforzi fatti per fronteggiare l'attacco, l'aggressione con mezzi non violenti prima di rispondere effettivamente con la forza. Così, qualche volta viene detto che la guerra è soltanto la risorsa estrema, ma questo è un concetto molto brutale dal momento che l'essere estrema è un'idea metafisica; non si raggiunge mai l'estremo, si può sempre trovare un'altra giustificazione all'aggressore, si può sempre richiedere un altro incontro, si può sempre mandare un'altra nota diplomatica. Io penso che quello che la giustizia richieda sia che tutte le alternative ragionevoli alla forza, tutte le alternative che hanno qualche prospettiva di successo, vengano esaurite. Solo a quel punto la forza, l'uso della forza, il ricorso alla forza sono giustificati.

 

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Il mio libro era una sorta di riflessione in tranquillità, o in relativa tranquillità, su quella che è stata una esperienza molto agitata, cioè la guerra americana in Vietnam e la opposizione interna dell'America a quella guerra, nella quale ebbi una piccola parte insieme a molti altri; quando discutevamo sulla guerra con i nostri concittadini noi ci trovavamo ad usare il linguaggio morale che risultava disponibile; che era il linguaggio dell'aggressione, il linguaggio dell'immunità di chi non combatte. Era un intero vocabolario, un insieme di concetti che noi avevamo ereditato, ma su cui non avevamo mai realmente riflettuto. E così in innumerevoli discussioni, in molti incontri, abbiamo usato questo linguaggio in opposizione alla guerra, argomentando che il coinvolgimento americano era ingiusto. Fu solo più tardi che iniziai a pensare a quanto questo vocabolario e questo insieme di concetti fossero in realtà una risorsa, e a quanto importante fosse rifletterci sopra, esplorarne i concetti, vedere se essi potevano essere sviluppati in un modo più o meno sistematico, per metterli da parte ed usarli in eventuali future occasioni; nell'introduzione al mio libro, intendo dire che sono sicuro di aver ereditato questo linguaggio senza averci mai riflettuto sopra - che noi spesso lo usiamo trascuratamente come accade in una discussione politica animata -; l'essere trascurati nell'argomentare è come la crudeltà in battaglia, è qualcosa che accade nei momenti caldi. Ma io volevo dare una spiegazione della dottrina della guerra giusta e della guerra ingiusta ragionevolmente chiara, attenta, e credevo che quella spiegazione avrebbe giustificato la nostra opposizione alla guerra.

 

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Credo che questo modo di parlare della guerra sia molto vicino alla realtà: non è un modo di parlare fantasioso, è un parlare che scaturisce da una esperienza effettiva. E suppongo che stessi proprio cercando di rendere disponibile quell'esperienza e la saggezza che ne derivava. Stavo cercando di renderla disponibile ai miei amici più vicini, ai colleghi, e ai miei concittadini. Così, ho espresso la dottrina nel linguaggio morale del mio tempo e del mio luogo, che è il linguaggio dei diritti; ho parlato del diritto all'integrità territoriale e alla sovranità, il diritto a non essere attaccato. Usavo il linguaggio dei diritti, che non è il solo linguaggio in cui queste idee possono essere discusse, fondavo l'immunità di chi non combatte sulla dottrina dei diritti individuali alla vita e alla libertà. Dunque io non dubito che quell'immunità possa essere fondata diversamente. Io stavo cercando di dare una spiegazione dell'esperienza della guerra e dell'esperienza di argomentare sulla guerra, di dare una spiegazione che rendesse quell'esperienza immediatamente disponibile e che costituisse una sorta di invito ai miei concittadini a convenire in futuro su questo argomento.

 

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Il patriottismo è un amore o un impegno, una fedeltà verso una comunità politica e questo, penso, non significa, o non dovrebbe mai significare, una accettazione di qualunque cosa facciano i leaders di quella comunità politica. Una comunità politica non è una comunità unanime, non è un mondo nel quale i cittadini, in virtù del semplice fatto di essere concittadini, hanno tutti le stesse opinioni. La comunità è differente dal suo governo e i valori della comunità sono differenti dalle politiche che i leaders della comunità seguono. Così, ciò che io pensavo stessimo facendo, opponendoci a questa guerra, era ricordare ai nostri concittadini i loro valori, ricordare loro il ruolo che essi, in un certo senso, potevano svolgere nel mondo. Il patriottismo è una virtù nello stesso modo in cui lo sono l'amore o l'amicizia, sebbene uno possa amare in un modo anormale e essere amico di una persona scorretta per bassi motivi. Il patriottismo può essere adoperato male, come era adoperato male secondo me dalle persone che identificavano in chi era a favore della guerra nel Vietnam un americano dotato di spirito patriottico. Ma sentirsi impegnati nella comunità politica in cui si vive mi sembra essere una virtù, e trovo difficile immaginare come potrebbe mai esserci una effettiva comunità di cittadini, una effettiva democrazia, senza il genere di impegno che il patriottismo richiede.

 

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Ora, il desiderio di autodeterminazione, il desiderio, proprio di una comunità politica, di essere libera dal controllo straniero mi sembra un desiderio che gli esseri umani hanno avuto da quando sono sorte comunità, tribù o nazioni o gruppi etnici o gruppi religiosi e così via, da quando ci sono stati aggressori, imperialisti e conquistatori. Il senso di ciò che significa essere libero, sebbene sia molto discusso quand'è che nasce nella vita individuale, ha un certo significato comune quando sorge nella vita collettiva; significa non essere assoggettato dall'esterno, dagli stranieri. Penso che un atteggiamento simpatetico con i Viet-Cong o con i Nord Vietnamiti, durante la guerra nel Vietnam, ha avuto molto a che fare con il riconoscimento di quel sentimento: proprio come i francesi o gli italiani vogliono governare da soli, così i vietnamiti lo vogliono per le stesse ragioni, anche se è verosimile che rovesciare le reali pratiche di governo sarà cosa molto differente. Allo stesso modo, penso che l'idea di giustizia nella guerra sia un'idea che fuoriesce dai confini di una singola nazione o cultura. E' una dottrina... dal momento che le guerre sono combattute tra paesi e attraverso confini culturali, questa è una dottrina che si è sviluppata nel tempo, come le leggi dell'ospitalità o del commercio, in modi che sono accessibili alle persone di differenti società; così un bombardamento su un villaggio contadino, durante il quale i civili sono certi di venire uccisi, e dove è impossibile che i soldati possano essere presi direttamente di mira; un attacco di quel tipo sarà condannato; ed è soggetto a essere condannato in ogni comunità umana.

 

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Quello che abbiamo avuto nel caso della guerra del Golfo, ad esempio, è un uso piuttosto sistematico e interessante, da parte dei leaders politici e militari della coalizione, e particolarmente degli americani, degli argomenti a favore della guerra giusta che si riflettevano - sebbene dal mio punto di vista in maniera molto incompleta - nella condotta della guerra. La guerra fu combattuta per la maggior parte in cielo, interamente in aria per alcune settimane, prima che iniziasse a terra, e in maniera importante era diretta alle infrastrutture civili della società irachena: le centrali elettriche, gli impianti di purificazione dell'acqua, i centri di comunicazione, i ponti, le strade. Ci sono distinzioni che devono essere fatte tra gli elementi di questo elenco di obbiettivi; ponti su cui i rifornimenti sono portati ad una armata sul campo costituiscono un obiettivo legittimo ma l'attacco alle centrali elettriche o ai rifornimenti d'acqua, un attacco di questo tipo è realmente un attacco alla società stessa. Il danno militare è collaterale al danno che è fatto all'intera società e i rischi che vengono imposti, per esempio rischi di epidemia da colera, i rischi che sono imposti alla popolazione civile vanno al di là di ciò che può essere giustificato in coerenza alla teoria dello "ius in bello", in accordo alla nostra comprensione di ciò che può significare separare, anche separare meglio che possiamo, chi combatte dalla popolazione civile.

 

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La tolleranza non abolisce le differenze religiose, le riconosce, stabilisce dei confini, fornisce spazi entro i quali le comunità dei credenti possano praticare la loro religione, produrre le loro istituzioni, far socializzare i loro bambini senza paura. Io sono incline a pensare che quello che dovremmo cercare oggi è l'equivalente della tolleranza religiosa nel contesto del conflitto nazionale e questo significa protezione degli spazi. Essi possono essere spazi di tipi differenti, possono includere le regioni autonome così come gli stati sovrani, possono prendere la forma del pluralismo culturale, delle associazione volontarie nella società civile, e solo qualche volta necessitano di prendere la forma della separazione politica e della indipendenza statale, attraverso la protezione degli spazi con confini sicuri per tutti i gruppi nazionali, religiosi, etnici che sentono la necessità di quel tipo di spazio e di quel tipo di sicurezza. Abbiamo bisogno dell'equivalente della tolleranza e non vedo quale altra forma si potrebbe prendere che quella di definire confini. Questo è un mondo in cui i buoni steccati fanno buon vicinato e questo significa che i principi della pace sono i principi dell'autodeterminazione. Vorrei solo sottolineare che questo principio ha molte realizzazioni differenti, non una sola; se ogni gruppo etnico, se ogni comunità religiosa richiede uno stato sovrano potremmo trovarci di fronte a grandi problemi, ma da molte parti del mondo giunge testimonianza che esistono modi di fornire spazio e sicurezza dentro gli stati multinazionali attraverso l'autonomia regionale e il pluralismo culturale. La via verso la pace è di trovare e mantenere i tipi di confini che queste sistemazioni richiedono.

Tratto dall'intervista: "Guerre giuste e guerre ingiuste" - USA, Princeton University, 25 maggio 1992


Biografia di Michael Walzer

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