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Immagini del pensiero (12/4/1997)

Pietro Rossi

Cultura e civilta'

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Il termine "civiltà" deriva ovviamente dal latino "civilitas", che poi è un termine che si introduce nel latino abbastanza tardi, nel primo secolo dopo Cristo, come traduzione del termine greco "politeia" e indica in sostanza l'appartenenza alla "civitas", l'appartenenza alla struttura politica della città e anche ai modi di vita che sono propri della città, i modi di vita urbani in contrapposizione ai modi di vita della popolazione rurale. Invece il termine "cultura" ha alla sua base una metafora di tipo agricolo, viene in origine usato in connessione con un aggettivo di specificazione come "cultura animi": l'anima, la personalità dell'uomo, richiede di essere coltivata analogamente alla terra da parte dell'agricoltura; quindi la cultura indica un processo di coltivazione dell'uomo attraverso tutta una serie di procedimenti e di processi di apprendimento. Le storie di questi due termini poi ad un certo momento si incontrano e anche si scontrano nel pensiero tedesco tra fine Settecento e inizi Ottocento. La civiltà è un insieme di modi di vita che hanno la loro radice nella natura sensibile dell'uomo e quindi la civiltà è propria delle masse, del popolo non educato, mentre la cultura è legata alle facoltà superiori dell'uomo, alla sua natura razionale e morale, e quindi alla cultura può accedere in fondo soltanto una élite, una élite sociale o meglio una élite di tipo intellettuale. Ecco, a partire da allora noi abbiamo una contrapposizione tra il termine "civiltà" ed il termine "cultura", che in qualche modo riproduce una grande spaccatura culturale all'interno dell'Europa. Nel mondo francese e nel mondo anglosassone il termine che viene usato in senso positivo per indicare le caratteristiche dell'umanità giunta al grado più alto del suo perfezionamento, è "civiltà"; nel mondo tedesco invece è il termine "cultura".

 

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Qual'è questa idea, che oggi noi chiamiamo l'idea di "civiltà"? É l'idea di uno stato di vita di un popolo o dell'umanità nel suo complesso, a cui l'umanità o un determinato popolo è pervenuta attraverso un lungo cammino, attraversando due fasi precedenti e distaccandosi appunto da queste due fasi precedenti. Queste due fasi precedenti sono lo stato selvaggio e la barbarie. Alla base di questo schema tricotomico, di questo schema a tre momenti, vi è la trasformazione di una contrapposizione che già noi troviamo per esempio nel mondo greco, la contrapposizione fra i greci e i barbari, tra i greci organizzati politicamente e in forma appunto di "poleis", e i barbari che sono invece sudditi di grandi imperi, dei grandi imperi asiatici del vicino Oriente. Ebbene questo schema a due termini si arricchisce di un nuovo momento, anteriore ai barbari, nel momento in cui avviene la scoperta dell'America: al di là di molti processi di idealizzazione, che pure sono stati tentati, del selvaggio americano, tuttavia la cultura europea recepisce lo stato di vita delle popolazioni indigene dell'America centrale, e soprattutto dell'America meridionale, come una condizione di vita che si colloca in un momento anteriore alla stessa barbarie; ed ecco che allora viene formulato uno schema, che comincia a circolare largamente già dal Cinquecento, di tre grandi, momenti di tre grandi fasi che l'umanità attraversa nel suo cammino. Naturalmente una concezione di questo tipo comporta che la storia dell'umanità abbia un andamento progressivo e che ogni popolo debba appunto, per poter pervenire allo stato civile, attraversare prima, in un tempo maggiore o minore, le due fasi precedenti dello stato selvaggio e della barbarie.

 

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E vorrei fare qui riferimento a due autori, collegati ma anche poi abbastanza differenti l'uno dall'altro, che non a caso, per le loro radici nazionali, fanno ricorso l'uno al termine cultura, l'altro al termine civiltà: il primo è Oswald Spengler, che pubblica alla fine della Prima Guerra Mondiale "Il tramonto dell'Occidente", l'altro è Toynbee, che negli anni Trenta pubblica, comincia anzi a pubblicare, perché l'opera poi avrà una ripresa, una lunga ripresa post-bellica ancora negli anni Cinquanta, un'opera imperniata sull'idea di civiltà dal titolo "Uno studio della storia". Cominciamo da Spengler che, non a caso, essendo tedesco e quindi avendo alle proprie spalle tutta una vicenda, a cui accennavo prima, di privilegiamento della nozione di cultura, concepisce la Storia come il luogo di realizzazione di una molteplicità di culture indipendenti l'una dall'altra. Ogni cultura è un organismo, è portatrice di un patrimonio culturale differente dalle altre culture; ogni cultura crea un proprio mondo simbolico, che è differente e in qualche misura incomunicabile agli uomini di altre culture, che sono nati e si sono sviluppati all'interno di un differente mondo simbolico. Ebbene però accanto al termine "cultura", Spengler utilizza anche il termine "civiltà", il termine "Zivilisation" per indicare però la fase terminale, la fase di decadenza della cultura. In quanto organismo, ogni cultura percorre un proprio ciclo vitale dalla nascita alla morte, e nessuna cultura, neppure la cultura europea occidentale, che è prossima secondo Spengler al tramonto, può sottrarsi a questo destino, che è appunto inerente al carattere di qualsiasi essere vivente, "come nasce ogni essere vivente è condannato a morire". Ebbene la "Zivilisation", la civiltà, indica appunto il momento, la fase terminale in cui la cultura ha perduto la sua capacità produttiva, ha esaurito il proprio patrimonio di possibilità, il suo mondo simbolico è ormai costituito ed essa si avvia lentamente, anche se poi il tramonto occupa vari secoli, verso la propria scomparsa.

 

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Un paio di decenni dopo, Toynbee elabora anch'egli una concezione della Storia fondata sul presupposto della molteplicità di ambiti di studio differenti; ma questi ambiti li definisce non come "cultura" bensì come "civiltà"; alle spalle di Toynbee vi è appunto una tradizione di privilegiamento della nozione di civiltà rispetto appunto alla nozione di cultura. La storia è costituita appunto dallo sviluppo di una molteplicità di civiltà, in fondo indipendenti o perlomeno con caratteristiche differenti l'una dall'altra; e al pari di Spengler anche Toynbee pensa a un ciclo di vita delle civiltà: le civiltà nascono, crescono, ad un certo momento la loro crescita si arresta, subisce un crollo, dopo di che le civiltà entrano nella fase della loro disgregazione. Nascita, crescita, crollo e disgregazione sono appunto i quattro momenti della vita di una civiltà. Soltanto che Toynbee è ben lungi dall'accogliere la visione deterministico-fatalistica di Spengler; per Toynbee la nascita e ogni momento della vita delle civiltà sono regolate da un meccanismo che egli chiama "di sfida e di risposta": una civiltà nasce quando un gruppo umano è in grado di rispondere ad una sfida che gli viene posta dall'ambiente naturale o dall'ambiente sociale, a condizione che questa sfida sia abbastanza forte da provocare una reazione e non troppo forte da rendere impossibile una reazione positiva; e tutta la storia delle civiltà è un susseguirsi appunto di sfide e di risposte. Il crollo di una civiltà avviene quando appunto il gruppo umano portatore, la società portatrice di quella civiltà non riesce più a rispondere vittoriosamente alle sfide che incontra, e allora ha inizio appunto il processo di disgregazione.

 

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Tylor propone un differente concetto di cultura: cultura abbraccia tutte le manifestazioni di vita di un popolo, quindi accanto alla religione, all'arte ecc., la cultura abbraccia qualsiasi abitudine acquisita di un gruppo sociale. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che qualsiasi costume che caratterizza un gruppo sociale è parte integrante della sua cultura. É chiaro che, mentre prima il termine "cultura" veniva ad essere utilizzato o utilizzabile soltanto in riferimento a determinati popoli giunti ad una fase progredita del loro sviluppo, a partire dal 1871 si può benissimo parlare, e Tylor ne parla, di "cultura primitiva": anche i popoli primitivi hanno una loro cultura che deve essere indagata nei suoi caratteri specifici; non occorre che un popolo sia dotato di scrittura, che sia quindi letterato, perché abbia una sua cultura. Se una cultura si dà anche presso i popoli non letterati, cioè se condizione necessaria della cultura non è il possesso di una scrittura e quindi la capacità di conservazione in forma scritta del patrimonio di idee di un determinato popolo, la possibilità appunto di dar luogo ad una tradizione storica scritta, allora quand'è che comincia la cultura? Qual'è la condizione sine qua non affinché si dia cultura? Ed ecco allora il forte collegamento che viene istituito tra la nozione di cultura e la nozione di linguaggio: la cultura nasce con il linguaggio e a base del linguaggio come veicolo di trasmissione del patrimonio culturale anche dei popoli primitivi, vi è una caratteristica specifica che distingue, secondo Boas, secondo la scuola boasiana, la specie umana dalle altre specie.

 

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Un presupposto esplicito dell'Antropologia e delle scienze sociali contemporanee è stato, fino ad un paio di decenni fa, la connessione cultura - apprendimento - linguaggio; ed è proprio attraverso la messa in questione di questa connessione che si realizza, o meglio che si manifesta una tendenza a spostare ancora più, diciamo, "in basso", ma qui forse il termine "in basso" non è particolarmente felice, ma non ne trovo un altro migliore, il limite della cultura. Intanto abbiamo visto che nell'antropologia contemporanea la cultura viene interpretata come una eredità differente, eterogenea rispetto all'eredità biologica: l'eredità biologica viene trasmessa geneticamente e la cultura si apprende. Ebbene, se l'ambito della cultura è coestensivo con l'ambito del linguaggio, allora noi dobbiamo ammettere che anche nel mondo animale esistono delle forme di cultura. Cosicché abbiamo una fase ulteriore della vicenda: il concetto di cultura era servito nell'Ottocento a recuperare la distanza tra i popoli pervenuti allo stato di civiltà, vale a dire tra i popoli letterati, e i popoli primitivi, oggi probabilmente il concetto di cultura può servire a recuperare la distanza tra il mondo umano ed il mondo animale o di certe specie animali. Del resto noi sappiamo ormai che l'evoluzione culturale e l'evoluzione biologica non sono momenti distinti e successivi di uno stesso processo; noi sappiamo che non è che l'uomo inizi la sua evoluzione culturale nel momento in cui ha terminato la sua evoluzione biologica, l'evoluzione culturale influisce su quella biologica oltre ad esserne condizionata, si tratta appunto di due processi che in qualche modo interferiscono; questa interferenza, probabilmente, ancorché per vie diverse, con modalità diverse, si ha anche presso altre specie, specie animali. Ecco quindi che, quella che in origine era la "cultura dell'animo", diventa invece un fenomeno esso stesso inscrivibile in un processo evolutivo, che certamente nell'uomo ha assunto modalità specifiche, ma che non possiamo più considerare esclusivamente umano.

Tratto dall'intervista: "Cultura e civiltà" - Napoli, Vivarium, 14 ottobre 1993


Biografia di Pietro Rossi

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